Geolibri – “Breviario mediterraneo”: il sogno di un’Europa che riannoda i legami con il mondo arabo e ritrova le sue radici

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“Breviario mediterraneo” di Predrag Matvejevic è stato pubblicato (in serbo-croato) nel 1987, e la prima edizione italiana (di Garzanti) è del 1991. Da allora sempre Garzanti ha fatto una ventina di edizioni, ed è considerato il libro che più si è “immerso” nella realtà del Mediterraneo, mare che viene a permeare tutta la nostra civiltà, dai primordi greci, e che pare noi abbiamo, in questo decenni vorticosi e confusi, completamente dimenticato. La lettura di “Breviario mediterraneo” non è del tutto facile: è un libro complesso, che richiede particolare “attenzione” da parte del lettore. Ma noi vi consigliamo sempre di più questo tipo di letture.

Madre croata, padre russo, Matvejevic dopo aver insegnato a lungo tra Zagabria e la Sorbona di Parigi, allo scoppio della guerra nella ex-Iugoslavia è emigrato. Era l’alba degli Anni Novanta. Da allora ha scelto per sè una posizione che definisce “tra asilo ed esilio”. Dal 1994 vive in Italia, dove è docente di slavistica alla Sapienza di Roma, nominato “per chiaro merito”.
I suoi libri in difesa dei diritti dell’uomo e degli intellettuali perseguitati dai paesi dell’Est (da Sacharov ad Havel, da Kundera a Brodskij, per citarne qualcuno) ne hanno fatto un dissidente in attività permanente contro ogni guerra e contro chiunque, nel mondo, cerchi di sopprimere la libertà di espressione.

Recentemente ha pubblicato “Venezia Minima” (ed. Garzanti), in cui in capitoli racconta la trasformazione della città attraverso i suoi vecchi mestieri, dove appare il suo sogno: quello di un’Europa capace di riannodare i legami col mondo arabo e di ritrovare le radici. Venezia è la prova che parte di questa utopia in passato è diventata realtà.mappa-mediterraneo-mare_wov034

Tornando a “Breviario mediterraneo”, che qui vi presentiamo anche attraverso l’esposizione di alcune pagine di questo fondamentale libro per conoscere le nostre più profonde radici, in esso troviamo i grandi temi che rendevano vivo il Mediterraneo: i traffici dei mercanti, le migrazioni delle anguille, le fughe di popoli e la nascita di idee, leggende, architettura, storia, paesaggi.
“Trattato poetico-filosofico”, “romanzo post-moderno”, “portolano”, “diario di bordo”, “libro di preghiere”, “raccolta di aforismi”, “antologia di racconti-saggio”, “cronaca di un viaggio”: sono queste alcune delle definizioni che hanno accolto Breviario mediterraneo, un libro che le accetta tutte e insieme le trasgredisce, in una sfida ai generi letterari. In pagine sempre dense e appassionanti, Predrag Matvejevic ricostruisce la storia di una parola –“Mediterraneo” – e rievoca gli infiniti significati che essa include, guidando il lettore verso mille scoperte: lo stile dei porti e delle capitanerie, l’addolcirsi dell’architettura sul profilo della costa, i concreti saperi della cultura dell’olivo e il diffondersi di una religione, le tracce permanenti della civiltà araba ed ebraica, i destini e le storie nascosti nei dizionari nautici e nelle lingue scomparse, i gerghi e le parlate che cambiano lentamente nel tempo e

nello spazio. Come scrive Claudio Magris nella sua prefazione, Breviario mediterraneo «è un racconto che fa parlare la realtà e innesta perfettamente la cultura nell’ev

ocazione fantastica… È un libro geniale, imprevedibile e fulmineo».

Vi diamo conto qui di seguito di alcune pagine del libro.

da “Breviario Mediterraneo”:

…Scegliamo innanzi tutto un punto di partenza: riva o scena, porto o evento, navigazione o racconto. Poi diventa meno importante da dove siamo partiti e più fin dove siamo giunti: quel che si è visto e come. Talvolta tutti i mari sembrano uno solo, specie quando la traversata è lunga; talvolta ognuno di essi è un altro mare. Il Mediterraneo è a un tempo simile e in altro diverso a sè stesso.

Partiamo per esempio dall’Adriatico, dalla sua sponda orientale. La costa settentrionale, da Malaga al Bosforo, è più vicina e accessibile a chi si muove da qui. Sulla sponda meridionale, da Haifa a Ceuta, ci sono meno golfi e porti. Girando per le isole, in primo luogo quelle adriatiche, poi le ioniche e le egee, tra le Cicladi e le Sporadi, ho cercato di scoprirne le somiglianze e le diversità. Ho avuto modo di raffrontare la Sicilia e la Corsica, Maiorca e Minorca. Non sono sceso a terra dappertutto. Mi sono fermato soprattutto alle foci dei fiumi. E difficile conoscere l’intero Mediterraneo.

Alcuni naviganti prima o poi tornano, gli altri partono per sempre. Si distinguono le navigazioni dopo le quali guardiamo le cose in modo differente, in particolare quelle dopo le quali vediamo diversamente anche il nostro passato, e persino il mare. Tali percorsi stanno all’inizio e alla fine di ogni racconto sul Mediterraneo.

Il mare e la sponda, le isole nel mare e i porti sulla sponda, le immagini che ci offrono gli uni e gli altri cambiano nel corso dei peripli e durante gli approdi. Il Mediterraneo rimane lo stesso, noi invece no.

Non sappiamo neppure fin dove si estenda: quanto ampi siano i tratti della costa che occupa, fin dove si spinga nelle rientranze del territorio e dove in effetti cessi. Gli antichi Greci lo videro da Phasis sul Caucaso fino alle Colonne d’Ercole, andando da oriente verso occidente, sottintendendo i suoi naturali confini verso nord e trascurando qualche volta quelli a sud. La saggezza antica insegnava che il nostro mare arriva fin dove cresce l’ulivo. E tuttavia, non è ovunque così: ci sono posti che si trovano proprio sulla costa che non sono mediterranei o lo sono in misura minore rispetto ad altri che ne sono più distanti. In certi punti la terraferma fatica ad adattarsi al mare e non riesce a inserirvisi. E altrove le peculiarità meridionali contraddistinguono parti del territorio continentale, penetrano in esso con molteplici effetti e conseguenze. Il Mediterraneo non è solo geografia.

I suoi confini non sono definiti né nello spazio né nel tempo. Non sappiamo come fare a determinarli e in che modo: sono irriducibili alla sovranità o alla storia, non sono né statali né nazionali: somigliano al cerchio di gesso che continua a essere descritto e cancellato, che le onde e i venti, le imprese e le ispirazioni allargano o restringono. Lungo le coste di questo mare passava la via della seta, s’incrociavano le vie del sale e delle spezie, degli olii e dei profumi, dell’ambra e degli ornamenti, degli attrezzi e delle armi, della sapienza e della conoscenza, dell’arte e della scienza. Gli empori ellenici erano a un tempo mercati e ambasciate. Lungo le strade romane si diffondevano il potere e la civiltà. Dal territorio asiatico sono giunti i profeti e le religioni. Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa.

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…Le onde hanno un ruolo importante nella drammaturgia del mare: negli spettacoli, negli avvenimenti. Per indicarle ci sono molte denominazioni che esse ricevono da un golfo all’altro, a seconda del punto da cui si guardano e di ciò che da esse ci si attende: da bordo di una nave o dalla costa non le osserviamo nello stesso modo né ci aspettiamo da esse lo stesso effetto. Vengono contrassegnate con degli aggettivi (più spesso che con sostantivi), che sono solitamente di tipo descrittivo: si dice che sono regolari o irregolari, longitudinali, trasversali o incrociate, le une sono riferite all’alta, le altre alla bassa marea, e ancora ci sono quelle di superficie, quelle di profondità, poi vengono quelle solitarie, le frequenti, le casuali, le cullanti, le cicliche. Coloro che hanno cercato d’indagare sull’indole delle onde sostengono che ce ne sono di quelle che si sono mosse da più di un secolo, e continuano a provenire da Dio sa dove. Per chi guarda la superficie del mare, fintanto che non è troppo mosso, è difficile credere che abbiano una direzione stabilita o che la possano conservare. Quando spuntano infine, i bambini e gli adulti osservano la loro successione mettendosi a contarle e domandandosi quale sarà la più forte e la più alta, la prima o la terza, la terza o la settima, come andrà a frangersi la nona e quale dovrebbe essere l’ultima. Finite sul fondo del Mediterraneo, già informi, stanche e forse invecchiate, esse non si possono più riconoscere né seguire.

Scrutando le onde dalla tolda di una nave, la cosa più importante è la loro grandezza e la forza, se vanno a sbattere nel fianco o contro la prua o la poppa, se l’alberatura, la vela e gli stessi marinai riescono a venirne a capo. Le distinzioni che qui ci interessano sono di altro genere: come vanno a frangersi sulla costa, quanto perdurano, dopo essere andate a rompersi, nello sguardo di coloro che le contemplano, se restano le stesse anche quando si ripetono, quali sussurri o mugghi esprimono quando vanno a stendersi sulla sabbia rispetto a quando sbattono sugli scogli, in che modo entrano nel sonno di quelli che sono stanchi fino a diventare impercettibili. Quando le immense ondate alla fine si esauriscono e vanno a morire, di esse a terra, lungo la riva, resta uno sciacquìo o uno sciabordìo: con schizzi sui moli o contro gli scafi delle navi, sulle boe o sugli scogli, che talvolta durano a lungo e si sentono particolarmente di notte. E persino difficile stabilire se siamo in presenza di rumore o di voce, anche se ognuno sa riconoscerlo – questo sciacquìo o sciabordìo – indipendentemente da come viene chiamato. Delle onde che sonnecchiano in mare in attesa del loro momento parlano soprattutto i superstiziosi, dei quali sulle sponde del mare non c’è penuria. Le descrizioni romantiche delle onde non contengono dati in proposito. È sconveniente parlare del linguaggio delle onde o delle conchiglie come del vocabolario di questa lingua, anche se in effetti vi avvertiamo determinati segni, successioni, ordini. Le relazioni reali che fra questi elementi pure esistono sono state intuite da alcuni poeti, al massimo uno o due per ogni generazione. Sono rapporti che mi fanno venire in mente gli alfabeti antichi del Mediterraneo, svaniti con le loro lingue.

Gli abitanti del Mediterraneo parlano meno di onde che di venti, forse per il fatto che questi ultimi influiscono maggiormente sugli stati d’animo, e in definitiva sulle parole stesse. Le rive prestano, l’una all’altra, le denominazioni dei venti e non esitano a modificarne il nome o la direzione, favorendo, qualche volta intenzionalmente, degli equivoci. Da ciò si può dedurre quale sia stata la parte di territorio che ha avuto più a lungo il dominio del mare e il governo della marineria. Anche il continente cambia l’etimologia o il senso delle denominazioni, spesso per pura ignoranza. Sull’Adriatico, per esempio, si succedono lo scirocco e la bora, il maestrale (che qui di solito è dolce e soffia dal mare, mentre su certe altre coste, pur avendo conservato lo stesso nome – mistral – viene da terra e, come si dice in Provenza, «spella all’asino la coda»); poi il levante e il ponente, il burino, le diverse specie di burrasca e burraschetta, il garbino e la garbinada, il libeccio e la libecciata, la tramontana, la burazza (diversa dalla burrasca, anche se ha lo stesso nome o quasi) e molti altri venti ancora, regionali, locali o nazionali. Le divisioni e distinzioni che ci offrono i meteorologi sono semplicistiche, ma talvolta pratiche. La poesia invece attribuisce al vento qualità maschili e femminili, erotiche, divine, demoniache e diaboliche, genitali e mortali, adulatorie, furiose, umili, musicali, peculiarità per cui viene a far male la testa e anche quelle che rendono la vita più bella, quelle che ispirano o parodiano i nostri sforzi e le illusioni (anche qui purtroppo si è venuta a inserire la solita poetica di genere minore) Un tempo, in ogni epopea doveva levarsi una tempesta sul mare. I venti erano le divinità del Mediterraneo….

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…Le immagini del mare e tutto ciò che si trova lungo la sua distesa, i suoi stati, i riflessi del cielo, del sole e delle nuvole su di esso, i colori che assume il fondo degli abissi e i luoghi dove invece l’acqua è bassa, la pietra, la sabbia e le alghe sul fondo, i punti scuri e trasparenti lungo la costa o lontano da essa, i passaggi intermedi, il mare del mattino e quello della sera, quello diurno e quello notturno, quotidiano ed eterno (si potrebbero aggiungere molti aggettivi che di solito vengono adoperati – ahimé – per simili descrizioni), ognuno ha la sensazione di aver qualcosa da dire del mare e del suo aspetto e che si tratti di una cosa effettivamente importante. Così almeno stanno le cose sul Mediterraneo.

Si ripete spesso che i venti, le onde, le correnti (di cui non ho parlato abbastanza, ma che sono sottintese), i loro rapporti permanenti e passeggeri influiscono sul comportamento dei singoli e delle comunità. Molti fenomeni tuttavia non possono spiegarsi in questo modo. Ci domandiamo per esempio perché nei paesi del Mediterraneo che vantano la nascita della più antica democrazia, si sia tanto apertamente manifestata l’esigenza (o almeno il fantasma di questa necessità) di governi autoritari. L’ipotesi çhe i naviganti abbiano trasferito dal Mediterraneo la dialettica della dissolutezza e della costrizione, dell’anarchia e della tirannide nell’America Latina, dove essa sembra essersi introdotta nelle dimensioni e con i caratteri tipici di questo continente, nessuno è riuscito a dimostrare.

Le differenze fra le coste non si riescono a comprendere. La parte appenninica dell’Adriatico, per esempio, gradatamente si alza, mentre quella balcanica, sia pur lentamente, affonda. L’una è stata letteralmente spellata dal soffiare dei venti di nord-est come la bora che l’ha investita attraverso il mare aperto; l’altra, quella orientale, si è riparata dietro la terraferma e ha creato molte isole. A suo tempo era rivestita di grandi boschi che in Dalmazia la praticità dei Veneziani ha provveduto a diradare. L’impraticità degli Slavi non è stata in grado di farli rispuntare. In questo scontro fra praticità e impraticità c’imbattiamo lungo il Mediterraneo, su tutte le sue sponde.
Non sono rimasti molti i vulcani attivi al seno del nostro mare. In passato, a quanto pare, ce n’erano di più. Per paura o superstizione, di essi non si parlava volentieri, come delle altre sciagure naturali, terremoti, pestilenze, pandemie. Sulle isole greche di Milo e Santorini gli antichi crateri si spensero prima dell’era cristiana. Ma a lungo, dopo essere spenti, non cessarono di eccitare l’immaginazione, soprattutto Santorini, sorto sulle ceneri di un insediamento una volta chiamato Thera o Phira.

Una delle sette ventose Eolie, quella Stromboli, somiglia a una trottola, da cui ha preso anche il nome: dal greco strobilos/strombos, conservatosi ancora – e dove se no? – nel dialetto di Napoli, come strummolo. Il suo ventre è sempre vivo. Nella Sicilia orientale, arde l’Etna, con fauci aperte, imminente su Catania. E c’è pure il Vesuvio, sprofondato in un sonno minaccioso, che sovrasta la morte di Pompei ed Ercolano. Fra la Sicilia e l’isola vulcanica di Pantelleria, in mezzo alle Pelagie, circa due secoli addietro emerse all’improvviso la bella Ferdinandea. Prese il nome di un re delle Due Sicilie, Ferdinando I di Borbone. Scomparve presto nelle onde del Mediterraneo per riapparire di nuovo, inattesa.

L’ampia lastra di pietra su cui poggia l’Africa e l’ancor più largo basamento su cui si reggono l’Europa e l’Asia si scontrano fra loro infrangendo la crosta terrestre. In un secolo, assieme ai continenti che sostengono, si avvicinano per meno di un pollice. Il terreno cede, la lava fuoriesce dalle fessure, il magma si solidifica in fondo al mare e lungo la superficie. Una volta gli dèi governavano l’incandescente mondo sotterraneo. La mitologia attribuiva loro un ruolo funesto. Poi il Mediterraneo l’ha preso per sé….

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…Ho ascoltato e annotato i modi in cui la gente che vive sulle rive del mare parla degli odori del mare, sia sul versante settentrionale che su quello meridionale. Questi odori non sono gli stessi in ogni punto e in ogni momento (questo si ripete dovunque), all’alba e all’imbrunire, nelle profondità e in superficie. Sono diversi quando il mare è calmo e quando è agitato; quando evapora per la calura e il vento o quando lo bagnano le piogge e l’umidità; quando si stende sui ciottoli o va a frangersi sulle rocce; quando lo frustano la bora e la tramontana o lo fanno rotolare il levante e lo scirocco. Gli odori del mare si mescolano (anche questo viene ripetuto) con quelli dei pini e delle loro resine, dei vari alberi, piante, erbe. Molti posti lungo la riva hanno un odore particolare che ricordiamo e sappiamo riconoscere: là dove le onde hanno strappato l’erba dal fondo per farla sbriciolare al sole; dove le alghe si sono seccate sulle pietre e le caverne; vicino al mare nel porto o sul molo, sul fondo della barca o della nave, nella sassola o nella stiva; sulle pozzanghere che restano dopo il passaggio delle ondate e della bufera, mescolato all’acqua piovana. Molti hanno l’impressione che l’interno della conchiglia o le squame dei pesci conservino qualcosa delle profondità marine, che abbia un odore speciale il mare dei campi delle saline, quello che corrode il palmo delle mani e irrita le narici, quello che proviene dalle reti che si asciugano sugli stenditoi e quello delle corde legate alle boe o alle àncore. Diversi sono gli odori quando ci avviciniamo alla riva rispetto a quando ci allontaniamo da essa (di questo si parla spesso nelle descrizioni sentimentali degli incontri e dei distacchi). Ci sono condizioni e composizioni marine i cui odori e profumi non si possono generalizzare. In proposito riporterò solo un’annotazione: quando prende a soffiare il vento del deserto, la costa cessa di avere il profumo del mare. L’oceano Atlantico (l’ho verificato in Marocco, presso Tangeri) si difende dal vento del deserto con le onde. Il Mediterraneo in simili circostanze, si potrebbe dire, si arrende.

Degli abitanti della costa è più difficile, parlare che di qualunque altro tema. Sono essi per primi a parlarne in modi diversi: quando lo fanno fra loro o in presenza di altri. Non è possibile riportare in questa sede tutti gli oggetti di uso quotidiano con cui convivono, le loro necessità e i viveri che consumano, gli strumenti, gli utensili o gli arnesi di cui si servono e, a parte, le parole e i modi di dire che usano nell’area adriatica, figuriamoci poi in quella dell’intero Mediterraneo: il sale marino e l’olio d’oliva, il fico secco e la sardella salata, il vino rosso e bianco, la bevanda e l’aceto, la damigiana che ha sostituito l’anfora, la cisterna, la vasca di pietra, il barile e la cantina, le funi, le nasse, le cassette e i palamiti, gli scrigni e i bauli, il caicco, il trabaccolo e la lampara, il leudo e la brazera; la capra, l’asino, la mula e la pantegana (quella che vive sulle navi e quella che fugge dietro l’angolo), la salamoia e la marinata, il cocomero e la melanzana, la graticola e le padelle di varie dimensioni, la pasta, la salsa, la «buzara» veneziana, il brodetto e la bouille à baisse di Marsiglia, la frittella, la frittura e la lessata, la marenda, i maccheroni e la letteratura maccheronica, la pesca e i discorsi dei pescatori, la ciacola e la chiacchiera, la spesa, la pescheria, la bottega e l’osteria, le finestre e gli «scuri» (cioè le loro persiane), i lumini, le lanterne e i fanali nel porto e per la strada, la terrazza in natura e nei racconti amorosi, le logge e le pergole nei quadri di provincia, i portoni, i balconi e i ballatoi, il solaio e la soffitta in cima alla casa e nelle canzonette birichine, la veranda e la scorribanda (viene in mente di tutto quando si cominciano a fare questi elenchi), la chitarra e la serenata, la fiacca e il dolce far niente, il lenzuolo e l’asciugamano, la siesta e la festa, il dispetto e la bestemmia, le bocce o balotte, il tresette e la briscola, i vari maestri, faccendieri e ciarlatani, i birichini e i facchini che a Spalato si dicono mandrilli, gli ufficiali di marina e i pellegrini, gli originali che a Dubrovnik chiamano leri, i commedianti e i ruffiani, le suore e le puttane per le quali i Croati adoperano le parole italiane come anche per gli apostoli e i farabutti, insomma tutti quanti.

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…Ci sono ancora molti mestieri mediterranei di cui rimane la memoria, benché stiano scomparendo: gli sgrossatori e i tagliatori di pietre, senza i quali non ci sarebbero tante grandi costruzioni, i costruttori di fortezze, torri e mura che difendevano l’indipendenza, degli acquedotti che abbeveravano gli assetati, i lastrificatori, gli zolfatari, i cementatori. Il mestiere dei tagliapietre è certamente uno dei più pesanti. Mentre spaccano e sgrossano gli enormi massi rocciosi, si spezzano le loro mani, si induriscono i loro palmi, ne soffrono gli occhi. Sulle coste c’è abbondanza di pietre, ma non da ogni specie si può prendere il materiale che serve a tirare su le città e a scolpire i monumenti che ne abbelliscono le piazze, a costruire porti, ad alzare i moli e i fari che li sovrastano. Ci vuole esperienza e destrezza a scegliere e a scavare la qualità appropriata e affidabile. È rara la buona pietra che ha in sé venature o nerbi: quella chiamata «pietra viva». Le cave del Mediterraneo sono da tempo sfruttate.

Di viticoltura e di coloro che se ne occupano si è scritto spesso, talvolta con ebbrezza. Meritano di essere ricordati anche quelli che preparano l’azzurro solfato o soluzione di zolfo in quegli insoliti recipienti di rame, come del resto anche i loro ricoveri, coperti di lastre, sparsi nei vigneti, simili ad altari. E stato versato più sudore a dissodare i declivi dove si trovano i filari della vite che a tirar su le piramidi. Il muretto di pietre è segno di ostinatezza, la foglia della vite di pudore, il grappolo di benessere. Dovunque c’erano vite e vino buono, si trovavano altresì civiltà e industria, gioia e poesia. La bramosia del vino forse dovevano conoscerla meglio di tutti i marinai che lo trasportavano da una riva all’altra, assieme all’olio, al sale e ai condimenti, nelle anfore, nei barili e nelle damigiane. Il popolino era spesso costretto a mescolare il vino con l’acqua. I veterani di Roma che la sorte spingeva in terre lontane smaniavano per il vino del Lazio, dell’Umbria, della Campania. (Ho voluto annotare questo desiderio per sottrarlo all’oblio.) I Greci apprezzavano il vino delle loro isole. Si sostiene che il primo tralcio fosse stato trapiantato a Creta e che lì per la prima volta si fosse intesa l’ecumenica parola oinos. Ma non è possibile dimostrarlo: la vite è più antica della storia del Mediterraneo.

E non voglio altresì tralasciare neppure i bottai che hanno reso tanti servigi ai naviganti che si trovavano in solitudine, esposti al rischio e al pericolo (la fabbricazione di barili e botti si può paragonare alla costruzione di barche o di navi). Sono molte le industrie che il mare divide col continente, il litorale con l’entro terra, sì che non è possibile separarle: la costruzione di strade e di porti, per esempio, la tessitura di panni e vele, l’intrecciatura di fascine e di reti, l’elaborazione di addobbi decorativi di vetro e corallo o di ornamenti e fregi che somigliano ai frutti della terra e del mare. Ci sono molte ragioni per soffermarsi nelle piccole officine dei battellieri, dei calafati, dei funai, dei fabbricanti di reti e degli spugnai, per ricordarci delle opere e dei giorni, dei riti e delle usanze senza i quali non è possibile conoscere il Mediterraneo: per come è stato e per come è.

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…Se c’è uno strumento che può essere considerato parabolico, nel senso narrativo della parola, sono le reti. Le forme delle reti non dipendono solo dalla modestia o dall’esagerazione dei nostri desideri, ma altresì dal tipo di pesce che si vuole pescare, dalla nave o dalla barca dalla quale si gettano e sulla quale si tirano su, dalla pesca che si fa di giorno o di notte, in mare aperto o lungo la spiaggia, in profondità o in superficie. Tutti questi riferimenti determinano anche il tipo di maglia e il tiro della rete e lo spessore delle corde superiori e inferiori e le dimensioni dei galleggianti di sughero e il peso del piombo sul margine inferiore, e l’estensione del sacco al centro, l’ampiezza delle ali sui lati e tutto il resto. Gli arnesi per mezzo dei quali si facevano le reti erano gli stessi su tutte le sponde: un ago di legno forte (frassino per esempio), in tempi più recenti di rame o di altro metallo ancora; la spola altresì di legno o di metallo, con cui si determina la misura di ogni maglia; il temperino o le forbici con cui si tagliano i filamenti. Ci voleva molta destrezza nel sapersi trasporre il filo attorno al dito – il dito infatti sostituiva spesso la spola – per riuscire alla fine di ogni maglia a fare il groppo in cui il pesce andasse a impigliarsi. E per questo che ci sono tante denominazioni diverse per le reti, qualche volta anche per una sola, nello stesso porto, sullo stesso mare. Distinguiamo le reti che si tirano su a prua col verricello da quelle che si tirano a forza di braccia (che lacerano la pelle delle mani, spezzano le spalle e i fianchi). Sia le une sia le altre andavano preparate, messe ad asciugare, rammendate. Venivano tinte in un liquido con foglie e corteccia di ginepro, tamerici o pino, con gli aghi di pino e le pigne. Quando si tirano su dal fondo con trepidazione, non si pensa all’immenso lavoro che ci vuole per lavarle e ripulirle dopo la pesca (per togliere via le squame, il fango, l’erbaccia marina) e alla necessità di farle asciugare per riporle in capaci cassoni affinché le pantegane non ne addentino le maglie. Anche gli stenditoi dove si mettono ad asciugare le reti una volta lavate sono una parte importante dell’inventario. Non sempre si trova per essi posto sul molo, e allora vengono collocati negli angoli in disparte: si formano con pertiche di legno, talvolta persino con tralci di vite disseccati, conficcati in terra o sostenuti da qualche pietra. Lì, si direbbe che le reti si riposino, si espongano al sole in modo diverso, alle volte più ampio che in mare. E chissà perché di solito a bordo delle navi si dimenticano le reti stese (sotto gli alberi, attorno alle coffe e ai bompressi). In questo caso la loro funzione è quella di salvare i marinai in caso di caduta, quando devono arrampicarsi sulle alberature per riportare in sesto le vele e i loro pennoni, alla faccia del vento e delle vertigini. Nelle reti è rimasta una parte della storia del Mediterraneo.

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…Il fico subentra là dove viene meno l’ulivo ed estende i confini del Mediterraneo. Il carrubo e il mandorlo accompagnano il fico lungo l’alveo del fiume fino all’altezza del primo affluente più freddo. L’arancio e il limone scompaiono subito dopo la foce, anche in rapporto al terreno: sono alberi di altri climi trapiantati qui. Le erbe vanno più in là, raggiungono le montagne, sono più resistenti – sono qui da sempre. Certi arbusti odorosi si perdono presto: la lavanda o il rosmarino. Gli oleandri, le agavi e anche la macchia legnosa più tenace, scompaiono gli uni dopo le altre, nonostante sappiano resistere al vento. Il melograno si mantiene, ma un po’ più a nord diventa acido e selvatico. La salvia perde vigore e carattere medicamentoso e cambia anche nome: diventa amaro assenzio o dolce piantina. Delle tamerici e del mirto resta solo il nome, della palma e del dattero il ricordo, del cappero e del finocchio appena un profumo. La cipolla e l’aglio, vicino al mare, hanno una composizione e un odore diversi, più in là nell’interno hanno anche altri nomi. I pomodori sulla costa sono più rossi: chi direbbe che sono stati trasportati anch’essi da un’altra riva! La ginestra (chiamata altresì ginestrella e in altri modi ancora) è devota al sud fino in fondo, attinge il suo colore giallo e il particolare profumo dalla terra più secca e, forse, dalla pietra stessa. L’alloro al sud è pieno e rigoglioso, procedendo verso il nord la sua foglia si accartoccia e si contrae. La corona d’alloro resta segno di gloria anche là dove conoscono la pianta solo attraverso la retorica. La vite si adatta cambiando posizione e qualità, ma probabilmente senza conservare le sue bibliche peculiarità, tranne che forse lungo tre o quattro fiumi benedetti che tagliano il continente. Ci vuole molta fatica per trovare la mandragola perché, lungo la costa, ne è rimasta poca: per trovare uno stelo i naviganti di Cattaro mi hanno portato presso un fiumiciattolo chiamato Ljuta (la Rabbiosa o anche l’Acida) vicino al lago detto di Esculapio, sopra Konavle, al confine fra quella che era un tempo la Repubblica di Ragusa e l’odierno Montenegro, cesura fra il Mediterraneo cattolico e quello ortodosso.

Il bosco di conifere lungo il mare in certi punti convive con quello di alberi frondosi, altrove lo caccia. L’acero e la macchia si accordano meglio. Quest’ultima poi riesce a sopravvivere senz’acqua sul terreno roccioso. Non è facile capire l’indole di ciascuna di loro. Non ho potuto scoprire fino a quale altezza, proprio vicino alla riva del mare, riescono a salire la lavanda e il basilico, oppure il timo e il finocchio. Fin dove arrivano le palme sul versante settentrionale e su quello meridionale? Il pino dalla chioma a forma di corona, che cresce sulle sette colline di Roma, a Marsiglia non c’è e neppure a Malaga, a Smirne o a Ceuta. In Palestina ho cercato un’erba che nel Talmud viene chiamata samtra, attratto appunto dal suo nome, convinto che fosse inebriante. Sembra che si tratti di una pianta rarissima, ma i vecchi rabbini dicono che non è scomparsa – in essa si può soltanto credere. Non l’ho trovata sui pendii del Sinai né sulle rive del Giordano. Volevo cogliere pure la «rosa di Gerico», dagli Arabi detta zahrat ariha. È quasi sempre nascosta. Il sole la secca, il vento la fa sparire. Il deserto la espone al sole e al vento salvandola dall’uno e dall’altro. Essa si trasforma in una briciola simile a un insetto morto; e così, a dispetto di tutto, riesce a sopravvivere. Talvolta vive per una decina d’anni. I Beduini la riconoscono fra i granellini di sabbia, la estraggono e la conservano. Senza di loro non l’avrei vista mai. Quando finalmente viene a trovarsi in vicinanza dell’acqua, si disseta e si gonfia. Diventa allora turgida e piena, simile alle nascoste pudende di una nera bellezza africana. La rosa di Gerico e il suo vagabondare dimostrano che il nomadismo sta nella stessa natura. Non è solo una chimera del Mediterraneo.

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…E così in ogni punto evidente, da scena a scena, da un avvenimento all’altro, comincia il racconto del mare e della costa, delle isole e della solitudine, del corpo e della prigione, dei venti e dei fiumi, di noi stessi. Eterni rituali della partenza e del commiato, dramma del distacco e del ritorno, enfasi e parodia, movimenti circolari e tentativi di uscirne fuori, palingenesi e palinsesto. Sono questioni che, appena proviamo a penetrare in esse, diventano escatologia o prosodia – non so se sia sempre possibile sfuggirvi. I motivi della navigazione stessa non sono mai noti fino in fondo. È difficile stabilire chi sono quelli che salpano e come sono equipaggiati, cosa li accompagna alla partenza e cosa viene a riceverli al ritorno. Il Mediterraneo attende da tempo una nuova grande opera sul proprio destino.

Il nostro «mare fra le terre” rassomiglia talvolta a un vasto anfiteatro che, per molto tempo, ha visto sulla scena lo stesso repertorio al punto che le parole e i gesti dei suoi attori sono noti e prevedibili. Occorre perciò sbarazzarsi di una zavorra ingombrante: liberarsi dalle nozioni superate di periferia e di centro o dagli antichi rapporti di distanza e di vicinanza, ripensare i significati dei tagli e degli inglobamenti, le relazioni delle simmetrie a fronte delle asimmetrie. Non basta osservare questi dati solo in una scala di proporzioni o sotto i loro aspetti dimensionali – devono essere considerati anche in termini di valori. Certe concezioni euclidee della geometria vanno sostituite o completate. Le forme di retorica e di narrazione, di politica e di dialettica, invenzioni del nostro Mediterraneo, sono state adoperate per troppo tempo e talvolta appaiono logore.

Non esiste una sola cultura mediterranea: ce ne sono molte in seno a un solo Mediterraneo. Sono caratterizzate da tratti per certi versi simili e per altri differenti. Le somiglianze sono dovute alla prossimità di un mare comune e all’incontro sulle sue sponde di nazioni e di forme di espressione vicine. Le differenze sono segnate da fatti d’origine e di storia, di credenze e di costumi. Né le somiglianze né le differenze sono assolute o costanti: talvolta sono le prime a prevalere, talvolta le ultime. E il resto è mitologia. Non dimentichiamo che anch’essa è nata accanto alle sponde del Mediterraneo.

Gli uomini del nord identificano spesso il nostro mare col sud: c’è qualcosa che li spinge a ciò anche quando amano molto la loro terra d’origine. Non si tratta soltanto dell’aspirazione a un sole più caldo e a una luce più forte. Non so se sia questo che può essere chiamato «fede nel sud». È possibile – indipendentemente dal luogo di nascita o di residenza – diventare mediterranei. La mediterraneità non si eredita, ma si consegue. È una decisione, non un vantaggio. Dicono che di veri mediterranei ce ne siano sempre meno. Non c’entrano solo la storia o la tradizione, il passato o la geografia, la memoria o la fede: il Mediterraneo è anche destino.

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…Gli Arabi passavano da una sponda all’altra anche senza carte, conquistavano il mare vincendo per terra. Andavano da est verso ovest dal Mashrek verso il Magreb – questa era del resto anche la direzione della diaspora ebraica e dell’evangelizzazione cristiana, delle varie spedizioni o trasmigrazioni dal Vicino o dal Lontano Oriente, dei popoli che andavano dietro il corso del sole e, forse proprio per questa ragione, riuscivano nelle loro imprese meglio degli altri. I conquistatori arabi occuparono Ifrikia, s’impadronirono di Alessandria, passarono sulla parte settentrionale del mare nostrum. Vennero a conoscenza di Aristotele e di Tolomeo prima di noi, nonostante l’incendio della biblioteca Alessandrina. La Geografia venne tradotta in arabo sia dal greco sia dal siriano prima che lo fosse nelle lingue europee. La grande sintassi divenne il celebre Almagesto. Il geografo Al-Musadi vide anche le carte di Marino di Tiro sulle quali aveva studiato lo stesso Tolomeo. Al-Batani assunse o fece sue le concezioni tolemaiche. Al-Huvarismi le completò. Al-Biruri andò persino oltre: anticipò Galileo. Le conoscenze geografiche sono state trasferite dal Mediterraneo sudorientale a quello occidentale e settentrionale.

Non è noto quanta dimestichezza gli Arabi avessero col mare e con la marineria nei luoghi da cui provenivano. Comunque su questo mare impararono in fretta e vennero facilmente a capo dei problemi. Ebbero la meglio sulla marina di Bisanzio presso il promontorio di Fenice, minacciarono Genova e Venezia, s’impadronirono delle coste spagnole e catalane. Gli strumenti e i sussidi che avevano a disposizione erano in parte frutto di loro invenzioni e perfezionamenti, oppure li avevano desunti da altri o se ne erano infine impadroniti. Possedevano il loro speciale astrolabio (che chiamavano astrulab o, adoperando un termine della loro lingua, kamal e safinah). Con l’ alidade, che aveva perfezionato Archimede a Siracusa, erano in grado di determinare la posizione in rapporto agli astri e al sole. Al-Havakandi aveva costruito il sestante che aveva chiamato sudas-al-fahri. Azimut è parola araba che abbiamo adottato tutti: nella sua radice c’è sumt, che significa via – strada – cammino (da essa deriva altresì la parola zenit). Venezia assunse dagli Arabi il termine per l’arsenale e con esso indicò la celebre costruzione in laguna. Della stessa origine è darsena, che è a Genova la parte più riposta del porto, accanto al vecchio cantiere navale, come nel caso della Vieille Darse fatta erigere da Enrico IV a Tolone e in altri luoghi del Mediterraneo.

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….Dei cartografi poco si sa, come anche dei viaggiatori. Rappresentare il mare e la terraferma, osservare il mondo da un lato e dall’altro, non è un lavoro qualsiasi – quelli che vi si dedicano non sono uomini come gli altri. Giacomo Gastaldi, di professione ingegnere, abbandonò il Piemonte per poter lavorare a Venezia, e Pietro Coppo (i Croati scriveranno il suo nome Petar Kopic) lasciò Venezia per l’Istria dove realizzò la più affidabile carta della penisola; un camaldolese del convento di San Michele a Murano di nome fra’ Mauro inviò la sua carta geografica a Lisbona al re Alfonso V, rivale della Serenissima; padre Marco Vincenzo Coronelli, dell’ordine dei frati minori, fondò la prima società geografica al mondo (Argonauti) e, in quanto cartografo ufficiale della Repubblica di San Marco, allestì per il Re Sole un immenso globo (che si può ancora vedere a Versailles). Anche Firenze e Genova avevano i loro laboratori cartografici, e così pure alcune altre città italiane. Alla loro gloria contribuirono anche taluni stranieri: due di loro, reputati maestri, aggiungevano accanto ai loro nomi latinizzati la denominazione Germanicus. Il modesto raguseo Vicko Demetrije Volcic, che fondò la scuola di cartografia a Livorno, mutò il suo nome in Volcius. Alcuni capolavori, dal primo globo di Behaim all’ Atlante di Mercatore, sono stati fatti lontano dalle rive del nostro mare. Nei manuali di geografia sono annotati nomi che, in questa sede, non possono neppur essere tutti riportati, e fra i quali comunque non bisognerebbe tralasciare quello di Piri Reis, cartografo dell’Impero ottomano, l’autore del celebre Kitab-i-Bahriye. Nella battaglia navale presso Valencia (1501), il capitano Kemal sequestrò, oltre al resto, delle carte simili a quelle sulle quali erano indicate le recenti scoperte di Colombo. Ne fece dono a suo nipote Piri, che, servendosene, elaborò una carta del mondo della quale si è conservato solo il lato occidentale. In questo modo l’Asia, dalla sponda mediterranea, poté vedere l’America: era l’epoca di Solimano il Magnifico. In quel tempo vivevano ancora dei grandi cartografi. Lungo la via non incontriamo, soprattutto durante la navigazione, tutti quelli che bisognerebbe trovare, ma solo coloro in cui c’imbattiamo. Anche le rotte principali portavano i cartografi del Mediterraneo verso altre sponde – la fantasia cominciava a entusiasmarsi sempre di più per gli oceani, e così pure le carte.

I navigatori mediterranei viaggiavano grazie all’esperienza conseguita sul loro mare. Gli scritti che riguardano le prime grandi navigazioni (talvolta diari di bordo e testi simili) mostrano che gli equipaggi si meravigliavano del fatto che le rive che andavano scoprendo fossero diverse, come se dovessero essere simili o uguali: quelli che partendo dal Mediterraneo andavano cercando altri mari, sembravano continuare a cercare il Mediterraneo. Gli esploratori che facevano vela verso le nuove rive riuscivano a concepire meglio la distanza che la distesa, avevano presenti piuttosto il vuoto e l’ignoto (temendoli entrambi) che non lo spazio interposto e la diversità. La voglia di partire aveva la meglio sull’incertezza del ritorno, l’aspettativa superava l’inquietudine (atteggiamenti come questi e visioni simili sono probabilmente più vicini alle mentalità mediterranee). Sono cose di cui bisogna tenere conto quando si cerca di determinare i confini estremi del nostro mare. Non è forse senza fondamento il presupposto (che viene attribuito a uno dei maggiori antropologi del nostro tempo) che i ricercatori fossero spinti più dal desiderio di trovare conferma alle rappresentazioni già acquisite, alle leggende e alle credenze che avevano udito (l’Atlantide, le Esperidi, il vello d’oro, l’Eldorado, l’Arcadia, l’Eden). Solo dopo la scoperta del Nuovo Mondo e dei mari che lo lambivano, si consegue un nuovo rapporto nei confronti del mondo e del mare da cui si proviene. Noi che non abbiamo mai solcato gli oceani, restando sempre fedeli al Mediterraneo, non ci siamo mai esposti a questo rischio.

(da BREVIARIO MEDITTERANEO, di Predrag Matvejevic, ed. Garzanti)

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