L’architettura può influire sulla crescita dei bambini? (sì)

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Due architetti giapponesi (Takaharu e Yui Tezuka, che sono anche marito e moglie) hanno progettato un asilo a Tokyo (la Scuola Fuji) fatta ad ellisse, che può ospitare 500 bambini; e la caratteristica di questa scuola materna è che tutti gli spazi sono a disposizione dei bambini (perfino, e questo è l’aspetto originale, il tetto è usufruibile per giocare, avendo adottato sistemi dove non esiste pericolo). Interessante poi che il sistema educativo sia “italiano”, cioè il “metodo Montessori”. La tesi qui sostenuta (da noi, riprendendo questo esempio che qui di seguito vi illustriamo) è che l’architettura incide sul carattere delle persone (in questo caso i bambini, che è magari anche più importante di altre età).   Se è ad esempio dimostrato che la struttura architettonica degli stadi di calcio, all’esterno e all’interno, genera a persone predisposte “desiderio di violenza” (in effetti gli stadi sono proprio brutti…), allora è chiaro che vivere in abitazioni e strutture pubbliche (come le scuole, gli asili, ma anche gli ospedali…) che hanno una loro “serenità” nel come sono fatti, si capisce che la cosa è assai importante. Vi diamo perciò conto dell’esperienza di questi due architetti giapponesi (le immagini dell’asilo Fuji da loro progettato non possiamo darvele perché protette da copyright), e facciamo di seguito un excursus che credo possa essere interessante sulla didattica educativa degli asili di Reggio Emilia (considerati “i migliori al mondo”), di quelli con il metodo educativo Montessori, e quelli che si rifanno al pensiero di Rudolf Steiner (nel terzo articolo vi sono i link per un possibile e interessante approfondimento).

PROGETTO. Un asilo a indirizzo Montessori, con una struttura ad anello, che tenta di rispondere alla domanda di sempre: l’architettura può influire sulla crescita dei bambini?

Chissà se i problemi che devono affrontare oggi i nostri bambini, come il bullismo e il sovrappeso, hanno qualcosa a che vedere con l’architettura? Takaharu e Yui Tezuka, una coppia di architetti che sono anche marito e moglie, sono fermamente convinti dell’influsso positivo che una corretta architettura può avere sul benessere delle persone. Il loro progetto per una scuola materna di indirizzo Montessori alla periferia di Tokyo si propone proprio di affrontare e risolvere la questione. Per questo progetto gli architetti Tezuka hanno lavorato in collaborazione con Kashiwa Sato, uno dei creative director più famosi di Tokyo. La scuola materna Fuji ha la forma di una grande ellissi e misura circa 183 metri di diametro esterno e 108 metri di perimetro interno. È stata progettata per inglobare i tre alti alberi di zelkova già presenti sul terreno e prevede una grande aula divisa in varie sezioni mediante l’uso di mobili. La caratteristica più sorprendente è il tetto, che funge da campo giochi. La principale attrazione è il grande scivolo che corre dal tetto per finire nel cortile sottostante. Spiega l’architetto Tezuka: “Non è stato necessario riempire il tetto con i classici giochi per bambini. Abbiamo lasciato lo spazio volutamente vuoto in modo che i bambini potessero trovare un loro modo per giocare sul tetto”. In effetti, i bambini hanno scoperto subito che era molto divertente arrampicarsi sulle reti sospese, come pure guardare in basso le classi attraverso le finestre ricavate sul tetto. La forma arrotondata invita i bambini a correre attorno: i più atletici compiono fino a trenta giri, che corrispondono a circa cinque chilometri. Ma per sfogare la loro energia, i bambini non hanno solo il tetto. Ogni giorno, circa 500 bambini corrono liberi negli ampi spazi aperti dell’edificio e nel cortile, dove non si sentono mai isolati o rinchiusi. Per otto mesi all’anno, le porte scorrevoli che corrono attorno al cortile rimangono completamente aperte, annullando il classico confine fra interno ed esterno. Tezuka sostiene: “Credo che in una scuola del genere non si registreranno episodi di bullismo perché la struttura aperta impedisce ai bambini di essere separati e isolati. Non ci sono angoli nascosti o posti senza via di fuga, dove può accadere qualcosa che sfugge al controllo degli insegnanti”. Si tratta della scuola materna più grande di tutto il Giappone e come tale, sarebbe facile concentrarsi sulla vasta gamma di ingegnose trovate architettoniche, ma è necessario comprendere anche la nuova valenza educativa di questo edificio. Sulla base delle priorità del metodo educativo Montessori, la semplicità della sua forma può essere considerata come un elemento divertente e capace di catturare l’attenzione, fornendo al tempo stesso una struttura flessibile, robusta e sicura all’interno della quale incoraggiare le nozioni fondamentali di indipendenza e libertà. Anche la fluida continuità fra interno ed esterno, che riunisce lo spazio dedicato alle attività centrali a piccoli spazi residui lungo il perimetro – luoghi che forniscono angoli più riservati per allevare gli animali o piccoli giardini dove piantare fiori o verdura, si colloca in sintonia con il principio Montessori in base al quale i bambini dovrebbero essere incoraggiati a interagire con la natura.

di Femke Bijlsma (da supplemento Casa – Repubblica del 24/11/2007).

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All’ asilo comandano i bimbi. Il modello Reggio Emilia

che conquista gli americani

(Corriere della Sera, Jacomella Gabriela)

Ti aspetti un’ aula piena di banchi ordinati, e ti trovi di fronte a una credenza che sembra quella della nonna, legno scuro e piatti di porcellana. A pochi passi, su un tavolo in marmo grigio, tre paia di piccole mani impastano il pane con origano e rosmarino. La maestra osserva dall’altro lato dell’aula, vicino allo «schermo delle ombre»: un telo bianco inondato di luce, su cui far danzare le silhouette di foglie e pupazzi. Dalle scale – ogni gradino un numero, «i bambini dovevano spiegare ai loro “amici di penna” di Washington quanto fosse grande la scuola e hanno deciso di usarli come unità di misura», racconta l’ educatrice Paola Barchi – filtrano le note di un album jazz. Alla Villetta, uno dei 46 nidi e scuole dell’ infanzia di Reggio Emilia, c’ è un po’ di tutto: una vasca con imbuti e contenitori di ogni tipo, sovrastata da un groviglio di tubi trasparenti; cassette della posta personalizzate, in cui lasciare messaggi per l’ amico del cuore; in giardino, un «luna park degli uccellini» con spruzzi, girandole e fontane fatte di ombrelli. Entrare alla Villetta è un po’ come mangiare un pezzo dei dolci magici di Alice, intrufolatasi nella tana del Bianconiglio: un morso, e si diventa piccolissimi. Solo di statura, però. Perché il mondo, intorno, non ha niente da invidiare – per serietà e fervore creativo – a quello degli adulti. I bimbi (qui ce ne sono 76, dai 3 ai 6 anni) lavorano in piccoli gruppi, ragionano, inventano; gli insegnanti ascoltano, collaborano, documentano. Ogni mattina, ore 9.15, assemblea di classe per decidere (insieme) il da farsi. Poi, tutti all’ inseguimento della propria fantasia. Le scuole di Reggio Emilia seguono l’ approccio elaborato a partire dagli anni ‘ 60 da Loris Malaguzzi: al centro non ci sono le discipline, ma il bambino, visto come soggetto attivo e pensante. Trasversalità culturale e non sapere settoriale, progetto e non programmazione, processo e non solo prodotto. E al «Reggio approach», come lo chiamano all’ estero, il New York Times ha recentemente dedicato un ampio reportage. Perché il metodo emiliano ha ormai conquistato la Grande Mela: una dozzina gli istituti che si rifanno ai suoi principi, 78 gli insegnanti che nel solo mese di marzo sono venuti a studiare questa eccellenza italiana. Si chiude così la parentesi aperta nel 1991 da Newsweek, che il 2 dicembre aveva dedicato la sua copertina alle «dieci scuole migliori del mondo»: tra queste, il sistema dei nidi e delle materne del capoluogo emiliano. La vocazione internazionale, in realtà, fa parte del Dna del «modello» reggiano: se il primo asilo comunale è nato nel 1963, il primo convegno internazionale arriva già dopo tre anni, e nel decennio successivo le delegazioni (italiane e straniere) iniziano a confluire verso Reggio. «Loris Malaguzzi non ha mai creduto nell’ isolamento», spiega Amelia Gambetti, tra le prime maestre ad abbracciare la sua «filosofia», e oggi consulente scambi internazionali di Reggio Children, il Centro internazionale per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini. Dal 1994 al febbraio di quest’ anno, in città sono arrivati 147 gruppi di studio: 18.100 partecipanti da 95 Paesi. In America Latina c’ è l’ associazione di scuole Red Solar; negli Usa, la North American Reggio Emilia Alliance; a Stoccolma, dal 1993, il Reggio Emilia Institutet. Per tutti, l’ appuntamento è alla sede del Centro, ex area industriale delle Reggiane: archivio e laboratorio per pedagogisti, atelier (con «Raggio di Luce», in cui si gioca tra mille raggi colorati) e futura sede della 47° materna cittadina. «Questa esperienza ha creato cittadini più consapevoli, per noi è un investimento sul futuro», spiega il sindaco Graziano Delrio. È la teoria della «comunità etica» dello psicologo Howard Gardner, che sulla Harvard Business Review descrive così la peculiarità di Reggio: «I bambini sentono che la comunità si prende cura di loro; crescendo, restituiscono le attenzioni». Qui il 40% dei bimbi dagli 0 ai 3 anni è scolarizzato, contro una media nazionale del 9%; tra i 3 e i 6, si va oltre il 90%, grazie a un sistema «misto» di comunali e private. Il Comune investe il 16% del bilancio sui più piccoli, «ma c’ è anche un ritorno economico, senza contare l’ attrazione dei talenti». Come, quest’anno, i 17 studenti del I° Master internazionale per coordinatore pedagogico dei servizi per l’ infanzia. Che si aggiunge ai progetti di ricerca con gruppi come Alessi o Ikea, e alle consulenze per i nidi aziendali, da Benetton a Max Mara (di prossima apertura), in collaborazione tra Comune e Fondazione Giulia Maramotti. Un successo incontrastato, che però implica un rischio: «Già dopo Newsweek – spiega la pedagogista Carla Rinaldi – le pressioni per esportare il “metodo Reggio”, per trasformarlo in un bollino di qualità, sono diventate enormi. Ma questa è una filosofia in continua evoluzione, fortemente radicata in un humus culturale preciso. Tutti ci chiedono una formula, ma la vera rivoluzione è che la formula non esiste…». E chi lo dice, adesso, alle mamme e ai papà di Manhattan?


PER SAPERNE DI PIU’ (su Reggio Emilia):

LA «FILOSOFIA» DI LORIS MALAGUZZI. Le scuole dell’ infanzia di Reggio Emilia seguono le linee elaborate dal pedagogista morto nel ‘ 94.

IL PROGETTO. Il progetto educativo di Malaguzzi (e degli asili di Reggio Emilia) pone al centro di tutto il bambino, che viene visto come soggetto attivo e pensante, invece che come destinatario di un sapere imposto dall’ alto

LA CREATIVITA’. I «cento linguaggi»«Il bambino ha cento lingue, ma gliene rubano novantanove», scriveva Malaguzzi. Le potenzialità dei più piccoli vengono recuperate stimolandone le capacità espressive: non solo parole, ma anche azioni e creatività manuale.

LA STRUTTURA. Atelier e laboratori. Gli ambienti sono luminosi, aperti e comunicanti fra loro. Fin dal nido i bimbi utilizzano i tavoli luminosi; dai 3 anni in poi, in ogni classe c’è un laboratorio con un «atelierista», un educatore specializzato in attività artistiche e manuali.

LA COMUNITÀ Il ruolo della famiglia. L’ambiente circostante è un interlocutore educativo fondamentale: la famiglia partecipa a tutte le attività della scuola. Il centro Remida, fondato dai genitori, raccoglie scarti e «donazioni» delle aziende, da riciclare negli atelier.

(Jacomella Gabriela8 ottobre 2007 – Corriere della Sera)


Montessori e Reggio Emilia made in Usa

(da Kataweb.it del 5 Marzo 2006)

Surfando a bassa quota nei siti anglosassoni dedicati all’educazione “naturale” dei bambini mi capita sempre più spesso di curiosare tra gli articoli dedicati ai metodi didattici più in voga tra i genitori “alternativi” d’oltreoceano. La scoperta è che, mentre noi guardiamo loro, loro guardano noi. Come nemmeno noi ci vediamo. Mi spiego meglio. In tutti, davvero tutti, i siti e i forum dedicati alla didattica “naturale” i metodi più quotati sono tre, di cui due totalmente made in Italy: Montessori e Reggio Emilia. Il terzo è il germanico (delle teorie antroposofiche molti interessanti di Rudolf Steiner) Waldorf.
Francamente, non me l’aspettavo. In Italia, dove si parla tanto di scuola e di istruzione guardando, ahimé, ai nefasti modelli nordamericani, non si sente mai menzionare il metodo Montessori e, al di fuori di alcuni ristretti circoli, nessuno sa che cosa si intende quando si parla di asili di Reggio Emilia.
Almeno, io non lo sapevo, finché non ho cominciato ad imbattermi in questi temi su siti in inglese. Del metodo Montessori sapevo alcune cose, reminescenze dei miei studi universitari. Sapevo che si trattava, per l’epoca, di una concezione rivoluzionaria, sapevo che era incentrata su una visione del bambino totalmente diversa da quella del sentimento comune. Ma non ero mai andata più in profondità. Anche adesso non ne so moltissimo. Mi mancano soprattutto  informazioni su come il metodo sia concretamente applicato nelle scuole italiane che lo praticano. Così, a occhio e croce, ci vedo alcuni elementi affascinanti e altri che un po’ mi spaventano. Condivido in pieno l’idea di modificare radicalmente l’immagine che abbiamo del bambino. Condivido la convinzione che i piccoli siano esserini riflessivi e concentrati sul loro lavoro: crescere. Ritengo verissimo che siano personcine molto serie, molto laboriose e tutt’altro che superficiali e penso che queste caratteristiche siano qualità da assecondare e sviluppare. Mi piace l’idea che gli asili siano improntati sul rapporto individuale, che il gioco sia considerato come un’attività molto seria e impegnativa, mi piace il coinvolgimento del bambino in attività quotidiane come la pulizia e l’ordine degli ambienti. Non mi piace l’idea che l’immaginazione creativa debba essere scoraggiata come fonte di paure irrazionali. Ma non sono del tutto sicura che quest’idea sia ancora parte integrante del metodo applicato nelle scuole attuali.
Quello che, invece, per ora ha la mia piena entusiastica adesione è il sistema didattico degli asili di Reggio Emilia.
Da quanto ho letto, mi è venuta voglia di avere quattro anni e di abitare in Emilia. L’asilo come atelier artistico e artigianale, il coinvolgimento di genitori, bambini e insegnanti in ogni singolo aspetto della vita della scuola, dalla manutenzione dei mobili alle feste, la libertà e la democrazia come principi didattici fondamentali, su cui costruire esseri umani capaci di rispetto per se stessi e per gli altri e capaci di attribuire valore alle idee e, qui sì, all’immaginazione creativa. Chi non vorrebbe mandare i propri figli a un asilo così? La scuola materna Diana è stata nominata “school of the year” mi pare nel 97, dal New York Times. Gli Stati Uniti pullulano di asili (per bambini privilegiati, ovviamente) che copiano il modello di Reggio Emilia. E noi? Noi puntiamo a introdurre le tre I (impresa, inglese e informatica) a partire dalla scuola materna… e di Reggio Emilia sappiamo solo che si mangiano tortellini e piadine e che sono più o meno tutti comunisti. (lettera non firmata, da kataweb.it)

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One thought on “L’architettura può influire sulla crescita dei bambini? (sì)

  1. A giovedì 25 agosto 2011 / 9:42

    Buongiorno
    da eco-architetto ed eco-mamma…concordo pienamente con il metodo “montessori”, per il quale i bambini DEBBANO essere incoraggiati a interagire con la natura, con l’ambiente che li circonda, con tutto il creato…vegetale, animale ed umano!e tutto per loro deve essere un gioco, deve avere un carattere ludico e deve infondere serenita’ ed allegria!dall’ambiente familiare, alla propria casa, ai suoi ambienti…ma influisce sul carattere dei bambini anche il mondo esterno, gli spazi che frequenta piu costantemente e con i quali ha maggiore contatti, l’asilo, la scuola,il parco giochi, le aree per bambini…!i bambini deono essere educati fin dalla culla a crescere in modo allegro e socievole, ludico e dinamico!per questo mi impegno da sempre a progettare per loro spazi su misura e ogetti ludici riservati a loro!aiutatemi a diffondere questo pesnsiero!
    per maggiori info http://www.ecobabydesign.com
    Arch.Lara Grana

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