I deserti urbani da recuperare a una rigogliosa vita

Mercato di città, arte fiamminga, 1559 circa
Mercato di città, arte fiamminga, 1559 circa

Una delle ragioni per le quali ci è sembrato subito interessante il PIANO CASA (al di là di come andrà a finire la vicenda: ma noi crediamo ancora che esso possa essere il volano di un’opera di riqualificazione urbanistica) è che da subito è stato detto che nessun ampliamento sarebbe stato possibile per gli attuali centri commerciali. Di converso si poneva il problema della possibilità di trasformazione dei capannoni industriali, anche ampliandoli, ma dando loro connotati di “autosufficienza aziendale” (cioè costruendoli e integrandoli con uffici e altre strutture al fine del completamento del progetto produttivo, e rimodellandoli nelle loro cubature tristi e invadenti del paesaggio tradizionale).

Lo sviluppo dei centri commerciali (che si estendono sempre più in territori prima agricoli e di pregio ambientale) sta provocando il fenomeno dello svuotamento (“desertificazione” il giornalista Stefano Boeri la chiama) dei centri abitati: negozi chiusi (non ce la fanno più a sopravvivere), uffici in sopranumero e vuoti, e case-appartamenti sfitti.

E’ un sistema impazzito che abbandona ogni luogo che “non va più”: chiudono i piccoli negozi, le serrande restano abbassate per sempre; si aprono nuovi centri commerciali. E i centri commerciali magari dopo qualche anno vengono sostituiti da altri collocati vicino ai caselli delle autostrade, e così via… (si parla già di creare grandi ipermercati all’interno del sistema autostradale…).

Già in questo blog abbiamo sostenute più volte l’idea che il commercio dovrebbe tornare a svolgersi dentro le città, i paesi, i luoghi che tradizionalmente sono abitati, e non ha senso che diventino secondari rispetto ad altre colonizzazioni della (ex) campagna.

E’ una proposta che sta perseguendo l’assessore all’Economia della Regione Veneto Vendemiano Sartor, e che qui vi esponiamo in un secondo articolo. Poi, per finire, vi proponiamo un articolo su come gli attuali capannoni generino una sindrome depressiva nelle persone, data proprio dalla bruttezza del paesaggio che è stata procurata in questi ultimi decenni un po’ folli per il Nordest. E che ora bisogna “curare”, rimediare. (nell’articolo si cita un libro “geografico” -Il grigio oltre le siepi- scritto da nostri colleghi -Francesco Vallerani e Mauro Varotto- che individua al meglio la problematica).

I COLPEVOLI DEI DESERTI URBANI

di Stefano Boeri (da “La Stampa” del 18/3/2009)

Viviamo in città vuote eppure ci ostiniamo a volerle più grandi. Siamo circondati da migliaia di appartamenti sfitti e di uffici dove non lavora più nessuno, eppure non pensiamo che a costruire e ricostruire nuove case, a come allargarle, alzarle, replicarle. L’imperdonabile colpa del disegno di legge sulla casa proposto dal governo, l’imperdonabile colpa di una sinistra attenta alla purezza delle sue intenzioni piuttosto che alla vita reale, è il non voler prendere in considerazione questo straripante paradosso. Basterebbe memorizzare le offerte di affitto e vendita sui portoni e soprattutto quelle infinite persiane chiuse delle abitazioni e degli uffici che – come palpebre di occhi che non vedono più – ci guardano con sospetta fissità nei nostri percorsi quotidiani in centro, in periferia, nella città diffusa.

A Roma, su 1.715.000 abitazioni, 245 mila – una su sette – sono vuote. A Milano su 1.640.000 appartamenti, più di 80 mila non sono abitati e quasi 900 mila metri cubi di uffici sono deserti (l’equivalente di 30 grattacieli Pirelli vuoti). Muri, pavimenti, soffitti, arredi che aspettano da anni che qualcuno vi entri, li abiti, vi riporti le pulsazioni della vita quotidiana. Che una legge che (finalmente) si propone di fare i conti con l’energia molecolare che alimenta il mercato delle abitazioni non si preoccupi di recuperare un patrimonio che da solo – insisto, da solo – potrebbe dare risposta al disagio abitativo di milioni di italiani è davvero grave. Grave che non ci s’interroghi sulle ragioni di questa nostra originale forma di desertificazione urbana. Che sono fondamentalmente tre: la sfiducia in un mercato della proprietà che non garantisce regole certe; la paura di perdere per sempre (per colpa d’inquilini morosi o inamovibili) un bene prezioso. E una terza – che riguarda gli uffici – che nasce dall’esaurirsi della domanda di terziario e dall’ottusa rigidità delle norme sulle destinazioni funzionali, che impediscono usi diversi e misti (residenza più lavoro) al posto delle scrivanie e degli open space.

La desertificazione urbana non è solo un problema urbanistico; è un fenomeno pervasivo che se affrontato potrebbe rispondere ai bisogni di milioni di famiglie, di piccole imprese edili, di professionisti, e così costituire un grande banco di prova per le politiche pubbliche del Paese. Il vuoto nelle città è il riflesso fisico del vuoto che separa le istituzioni pubbliche dalle energie vitali della società civile. E non è un caso che a riempire questo vuoto, attraverso forme di sussidiarietà e di supplenza all’azione pubblica, siano agenzie di «privato sociale»: immobiliari non profit – come quelle nate a Barcellona, a Torino, a Milano – che si mettono in mezzo tra la domanda e l’offerta di abitazioni e uffici, garantendo reddito e certezza nei tempi d’uso a chi dispone degli immobili, e spazio in affitto a prezzi calmierati (circa il 30% inferiore ai valori di mercato) a chi ne ha disperato bisogno (non solo immigrati e soggetti fragili, ma anche studenti, lavoratori precari, giovani famiglie). Ma perché queste esperienze si diffondano, sciogliendo incrostazioni di paura e pigrizia, e alimentando un formidabile mercato di interventi di recupero del nostro stock edilizio, serve con urgenza una legge nazionale che obblighi Regioni e Comuni a offrire fondi di garanzia per gli interventi di immobiliare sociale. E serve una grande politica di recupero creativo dei territori delle città. Che devono smettere di crescere divorando terra agricola e natura, e devono invece occuparsi di sé stesse, rioccupando quei deserti urbani che rappresentano la vera cifra della nostra follia politica. (Stefano Boeri)

IL COMMERCIO VOLTA PAGINA: gli iper mercati sbarcano in centro. Sartor: “Così salviamo i negozi” (La Nuova Venezia, 28-2-09)

La grande distribuzione sbarca in città. E’ questa la manovra cui sta lavorando l’assessorato all’Economia della Regione, di concerto con le associazioni di categoria. L’obiettivo, è quello avvicinare la grande distribuzione al commercio al dettaglio, invertendo una tendenza per quest’ultima, tutt’altro che rosea. La manovra punta infatti ad infondere, quasi per osmosi, linfa vitale ai piccoli esercizi. In questo senso anche la costruzione di una banca dati.  L’incarico, è stato dato all’Università di Venezia, che collaborerà con associazioni di categoria e Comuni, fotografando la realtà della piccola e media distribuzione. Ogni ente locale aggiornerà la propria anagrafica, che verrà poi coniugata con i dati sulla grande distribuzione in possesso della Regione, fornendo così per la prima volta una fotocopia complessiva e costantemente aggiornata del commercio. «Si tratta di un monitoraggio non solo quantitativo, ma anche qualitativo – spiega Vendemiano Sartor – che seguirà la trasformazione del settore nel tempo, consentendoci di progettare politiche mirate». La banca dati avrà anche uno spazio dedicato allo stato dell’occupazione di commercio e servizi. «Questo studio ci darà gli strumenti necessari per capire quale tipologia di offerta si adatta meglio alle piccole dimensioni indicandoci, ad un tempo, come soddisfare la domanda e scegliere la strada che ci permetta di governare meglio la grande distribuzione» aggiunge Sartor che la seconda settimana di marzo incontrerà le associazioni di categoria per chiedere la loro collaborazione. «E’ ora di smettere di credere che il piccolo commercio si salva isolandolo – sostiene Vendemiano Sartor – questo non è in competizione con la grande distribuzione. Non può esserlo. La gente ormai macina chilometri per raggiungere questo o quel centro commerciale, va anche fuori regione. Ecco perché privilegiando l’avvicinamento tra i due servizi, con gli ipermercati in città, si ottiene l’effetto di rivitalizzare i centri, portando consumatori anche negli esercizi al dettaglio. Diversamente, per questi ultimi, è una battaglia persa indipendentemente da dove decidiamo di piazzare la grande distribuzione». La salvezza per la piccola struttura commerciale – conferma l’assessore – è nel valore aggiunto, nella nicchia di mercato che questa riesce ad accaparrarsi e nel servizio che garantisce «Basti pensare al ruolo che l’agroalimentare si è ritagliato all’interno dei grossi centri» suggerisce. «Con i dati a disposizione, saremo anche in grado di stabilire i criteri con cui favorire l’avvicinamento della grande distribuzione alla città – prosegue Sartor – questi saranno oggetto di un progetto di legge di riordino della Giunta, che contiamo di far approvare al Consiglio entro l’autunno: con la situazione economica che stiamo vivendo, non possiamo permetterci di perdere opportunità». Intanto, la chiusura del primo bando per il finanziamento dei centri commerciali naturali, ha visto la presentazione di progetti per il triplo dei 7 milioni di importo previsti per il 2008: «Dopo un incontro tecnico, stabiliremo se produrre un nuovo bando per il 2009 o procedere per scorrimento all’assegnazione dei fondi – conclude – il coordinamento tra pubblico e privato sta dando buoni frutti. Ma forse si sarebbe potuto intervenire prima».

CAPANNONI, CHE DEPRESSIONE

il mattino di Padova — 09 ottobre 2005

Potremmo chiamarla «sindrome da paesaggio deturpato», spossessamento dei luoghi conosciuti, della memoria e dell’orizzonte. Si manifesta sotto forma di depressioni e confusione, fino al panico e all’ossessione. Sindrome da pianura invasa da capannoni squadrati e anonimi, da blindati giardinetti all’inglese e lottizzazioni impietose. Come se il Veneto avesse smarrito una geografia fatta di case, alberi, siepi ed abitudini, sostituendola con urbanizzazioni selvagge.  Il geografo del Politecnico di Milano Eugenio Turri, recentemente scomparso, uomo innamorato del Veneto e attento osservatore delle sue trasformazioni, ha sottolineato questa svolta epocale che ha accompagnato il miracolo economico della regione, mutazione che ha negato alcuni tra i valori più profondi, perdita che segna e non solo simbolicamente orizzonti e paesaggi. «Il capannone come sostituto del campo, simbolo del successo economico, del superamento delle miserie passate, promessa di un futuro diverso», scriveva Turri, riferendosi alla spinta di quella rivoluzione economica che oggi si contrae su se stessa. L’accenno, per contrasto, è alla viscerale passione di Andrea Zanzotto per i colli del Soligo. Che invece imbruttiscono, assediati non solo dai capannoni, ma anche da un’idea dell’abitare standardizzata ed impietosa. Infatti, anche il poeta di Pieve di Soligo è stato costretto a lasciar perdere i versi ed invece di raccontare il paesaggio, ha firmato un documento di protesta per l’eccidio di un panorama che significa prima di tutto perdita di una cultura. Quella veneta. Documento inascoltato da sindaci, piani regolatori, uffici tecnici ed architetti, indifferenti alle accuse di cecità mosse da Zanzotto, accompagnato da una nutrita schiera di intellettuali, scrittori, urbanisti e geografi. Tra loro, anche Francesco Vallerani, docente di geografia all’Università veneziana di Cà Foscari, convinto assertore di quella sindrome da paesaggio che si è radicata anche nei veneti, causata da uno «stravolgimento della geografia della memoria», accompagnato da una «avvilente convivenza con nuove minacce e concreti danni alla qualità della vita». Vallerani segnala l’urgenza del problema, in particolare «in alcuni settori della media pianura veneta, ove è possibile imbattersi in tutt’altro che episodici casi di psicopatologie e crisi depressive collegate a ciò che si vuole indicare come perdita traumatica del senso dei luoghi». Mica fisime da intellettuali, ma reali malesseri paragonabili a quelli riscontrati, nel Veneto come altrove, nei pendolari, più esposti alla depressione, costretti a pressioni quotidiane che investono, dannosamente, fisico e psiche. Guarda caso, il Veneto è diventato terra del paesaggio deturpato e della sofferta mobilità pendolaristica. Cose che Vallerani racconta anche nel libro Il grigio oltre le siepi (Nuova Dimensione editore), un’antologia, curata assieme al geografo padovano Mauro Varotto, che raccoglie interventi di Eugenio Turri, Francesco Jori, Bruno Anastasia, Michele Zanetti, Andrea Zanzotto e molti altri, dedicati alle geografie smarrite e ai racconti di un disagio che anche nel Veneto assume toni fisici e non solo esistenziali. Riflessioni di un mondo che dopo il grande sviluppo e la svolta, ripensa alle conseguenze e ai danni collaterali. Argomenti che altri hanno già affrontato, in territori che assomigliano alla pianura padana. Come le Fiandre e la pianura belga, unica, in Europa, a competere per tasso di inquinamento con quella padana. Ieri, anche Francesco Vallerani era ospite di una mostra di architettura, a Ceggia, nel veneziano, a due passi da San Donà, terra che alterna isole di verde e di vecchia campagna alle invasive urbanizzazioni. In una fabbrica, la General Membrane, architetti arrivati dal Belgio raccontano ed espongono costruzioni che ripensano al paesaggio. Quello ammalato, come il nostro, delle Fiandre. Idee concrete contro la sindrome da paesaggio deturpato. (nelle foto, due immagini della General Membrane) – Aldo Trivellato

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