L’alimentazione che cambia: la proposta di nuovi stili di vita

Carlo Petrini, fondatore di Slow Food
Carlo Petrini, padre di “Slow Food”

Riportiamo qui un interessante articolo su un’allarmante notizia: le vitamine presenti nella frutta sono in quantità sempre più ridotta; e, tra l’altro, il consumo di frutta pro capite si sta pure riducendo. Lo spartiacque tra un’alimentazione “trash”, spazzatura, e un’alimentazione di qualità, sembra sempre più divenire un tema di carattere politico, di “alta politica”, dove si interconnettono modi diversi di pensare e vedere il mondo. Partendo dai propri consumi personali.

E’ un po’ la storia di “Slow Food” (dopo il preannunciato articolo vi diamo conto in tre articoli e vari link di quest’associazione). Fondata da Carlo Petrini nel 1986, dapprincipio sembrava (era?) un’associazione di mera contrapposizione al “Fast Food” allora (e anche adesso) imperante, fatto di hamburger, Mc Donald… di un’alimentazione poco curata e di scarsa qualità. E, Slow Food, da un’associazione di cultori della buona cucina tradizionale (all’inizio si poteva percepire pure un po’ di antipatia di questi appassionati di vini e trattorie di qualità…), ne sta uscendo (ne è uscita) un’associazione che si sta confrontando, dal basso (ma a livelli riconosciuti da capi di stato e autorità internazionali) con il tema della fame nel mondo, della distribuzione alimentare, delle sementi in mano a poche multinazionali e delle alternative praticabili, percorribili e possibili; con progetti in varie parti del mondo povero.

Carlo Petrini è stato inserito dal “Time” in una lista che individua le cinquanta personalità che hanno cambiato il mondo. Vi invitiamo pertanto a “introdurvi”, praticamente, e non solo teoricamente, nel vasto e interessante mondo dell’alimentazione naturale, e della scoperta di tutto quello che ci sta dietro alla produzione del cibo.

FRUTTA, L’ULTIMO ALLARME: “UNA MELA AL GIORNO ORA NON BASTA PIU’”

(i medici: sono sparite le vitamine, aumentate i consumi)

di Caterina Pasolini (da “La Repubblica del 13/2/2009)

– La causa della perdita di valori nutritivi sarebbe lo sfruttamento intensivo dei terreni. Ma il dibattito tra gli esperti di alimentazione è aperto –

Le mamme estenuate dai rifiuti, esasperate dalle smorfie di disgusto dei figli davanti alla frutta neanche fosse veleno, una volta recitavano come un mantra il vecchio adagio «una mela al giorno toglie il medico di torno». Ora, secondo gli inglesi, ci vorrebbero quotidianamente addirittura venti porzioni tra frutta e verdura per dare il giusto apporto nutrizionale ad adulti e bambini. Una montagna di vegetali.
Venti porzioni di frutta e verdura al giorno è dunque il nuovo diktat britannico. Quattro volte la quantità consigliata dalla dieta mediterranea, promossa dai governi per combattere obesità e malattie cardiache dovute a troppi grassi, zuccheri e proteine animali. Una moltiplicazione improvvisa e imprevista, da 5 a venti, che provoca discussioni, polemiche e molti dubbi. Soprattutto tenendo conto che in Italia pochissimi rispettano la legge del 5: quattro italiani su dieci, infatti, non mangiano neppure un frutto o una verdura al giorno e negli ultimi dieci anni il consumo dei prodotti ortofrutticoli è sceso del venti per cento arrivando a 359 chili a famiglia in dodici mesi. E la situazione continua a peggiorare, confermano i dati della Cia, la confederazione italiana agricoltura.
Ma andiamo con ordine. A lanciare l’allarme in Gran Bretagna consigliando l’overdose vitaminica, è stato il nutrizionista Dale Pinnock dalle pagine del Daily Express.
«La raccomandazione di mangiare 5 tra frutti e verdura è vecchia di 40 anni, quando il terreno era più ricco di vitamine e minerali. Ora per colpa delle coltivazioni intensive e per l’aumento dell’inquinamento, la frutta fresca e le verdura non contengono la stessa quantità di sostanze nutritive di una volta. Per questo bisogna aumentarne drasticamente i consumi».
Al di qua della Manica le posizioni, le valutazioni sono diverse. C´è chi come Slow Food appoggia la teoria che la terra sfruttata, gli agenti chimici e il clima inquinato producano prodotti meno vitaminici e chi rigetta in toto la teoria. «Queste affermazioni sono prive di attendibilità scientifica, a noi non risultano significativi cambiamenti nei valori nutrizionali dei prodotti e comunque in tutto ci vuole misura, venti porzioni è una follia. Meglio meno ma di qualità, prodotti locali e di stagione», sbotta il professor Carlo Cannella, docente alla Sapienza e presidente dell’istituto nazionale di ricerca per nutrimenti e alimentazione.
«In Italia comunque già sarebbe un miracolo se riuscissimo a portare piccoli e adulti a mangiare 5 porzioni al giorno di frutta e verdura, che sono il giusto fabbisogno invece di ingozzarsi di succhi di frutta con lo zucchero o hamburger. Stiamo perdendo le nostre tradizioni ed è pericoloso. Dalla civiltà contadina siamo passati a quella industriale, alla globalizzazione. E i risultati si sono visti tavola e dal medico», commenta. Dieci anni fa erano solo due gli italiani che non avevano sul desco prodotti ortofrutticoli, ora sono raddoppiati. Con l’effetto di un netto aumento dell’obesità soprattutto tra i giovanissimi i più «tentati» da merendine, bibite gassate, patate fritte.
«Tanto che l’Europa ha promosso la distribuzione gratuita di frutta nelle scuole sperando così di cambiare le cattive abitudini alimentari che danneggiano la salute e risparmiare in futuro sulla spesa medica», ricordano alla Cia, dove consigliano per il maggior apporto di vitamine di consumare soprattutto prodotti di stagione. Magari biologici, come fa ormai oltre il 50 per cento degli italiani, trovandoli a volte magari meno belli ma più saporiti.

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Carlo Petrini, padre di Slow Food: “Adesso serve una nuova cultura ”
“AGRICOLTURA ROVINATA DALLA CHIMICA, BISOGNA TORNARE AI PRODOTTI BIO”

(suoli meno fertili si traducono in una minore ricchezza nutritiva di ciò che mangiamo, è un fatto reale, di salute)
– Petrini, è vero che verdura e frutta “non sono più quelli di una volta”?
«C´è già un´ampia documentazione scientifica che lo dimostra. E sono molti i motivi che hanno causato questo depauperamento».
Quali sono?
«Il più importante è la perdita di fertilità dei suoli: uno dei grandi problemi dell´agricoltura moderna, in tutto il mondo. L´uso smodato di prodotti chimici e le coltivazioni intensive hanno impoverito i terreni. Per questo l´esigenza di una agricoltura biologica non è una fisima élitaria, ma una necessità internazionale».
Terreni poveri, prodotti poveri: è giusta l´equivalenza?
«Certo: la povertà del suolo si traduce in minore ricchezza nutritiva di ciò che mangiamo. A Terra Madre, ad ottobre, c´erano molti anziani contadini di diverse parti del mondo che, con il loro buon senso, ripetevano che i loro ortaggi, la frutta, non erano più quelli di una volta. Non era solo l´effetto-ricordo: è un fatto reale, una questione di salute e di gusto».
Come se ne esce?
«Non mi stancherò di ripeterlo: ci vuole un nuovo modo di produrre. Bisogna abbinare le coltivazioni biologiche a una produzione il più possibile locale, per evitare che le derrate attraversino i continenti e perdendo nei viaggi ulteriori proprietà nutritive. Insomma il concetto di sovranità alimentare, per cui in ogni regione del mondo devono prevalere le tradizioni, le colture locali, deve smettere di esser un´utopia».
(m. trab.)

……………

CHE COS’E’ SLOW FOOD( http://www.slowfood.it/ )

Fondata da Carlo Petrini nel 1986, Slow Food è diventata nel 1989 una associazione internazionale. Nata a Bra, oggi conta 86 000 iscritti, con sedi in Italia, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Francia, Giappone, Regno Unito (in ordine di costituzione) e aderenti in 130 Paesi. Da un’idea di Slow Food è nata Terra Madre, il meeting mondiale tra le Comunità del Cibo, che è giunto nell’ottobre 2008 alla sua terza edizione.
Slow Food significa dare la giusta importanza al piacere legato al cibo, imparando a godere della diversità delle ricette e dei sapori, a riconoscere la varietà dei luoghi di produzione e degli artefici, a rispettare i ritmi delle stagioni e del convivio.
Slow Food afferma la necessità dell’educazione del gusto come migliore difesa contro la cattiva qualità e le frodi e come strada maestra contro l’omologazione dei nostri pasti; opera per la salvaguardia delle cucine locali, delle produzioni tradizionali, delle specie vegetali e animali a rischio di estinzione; sostiene un nuovo modello di agricoltura, meno intensivo e più pulito.
Slow Food, attraverso progetti (Presìdi), pubblicazioni (Slow Food Editore), eventi (Terra Madre) e manifestazioni (Salone del Gusto, Cheese, Slow Fish) difende la biodiversità e i diritti dei popoli alla sovranità alimentare.
La rete degli 86 000 associati di Slow Food è suddivisa in sedi locali – dette Condotte in Italia e Convivium nel mondo, coordinate da un Convivium leader – che si occupano di organizzare corsi, degustazioni, cene, viaggi, di promuovere a livello locale le campagne lanciate dall’associazione, di attivare progetti diffusi come gli orti scolastici e di partecipare ai grandi eventi organizzati da Slow Food a livello internazionale. Sono attivi più di 1000 Convivium Slow Food in 130 Paesi, comprese le 410 Condotte in Italia.
E Slow Food è anche:
Un’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche

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Da: http://www.mercatidellaterra.it/

Voci dall’Africa: Terra Madre Etiopia

Due anni dopo l’incontro che ha riunito le comunità del cibo e i futuri Presìdi etiopi ad Addis Abeba (in preparazione a Terra Madre 2006), Carlo Petrini si è recato in Etiopia per ascoltare le voci di quanti sono entrati a far parte della rete di Terra Madre.
Tra il 3 e il 7 marzo ha incontrato le più alte cariche istituzionali del Paese: il Presidente della Repubblica, il Ministro della Cultura e del Turismo, il vice-Ministro dell’Agricoltura e alcuni rappresentanti dell’Unione Africana.
Ma il momento più importante è stato l’incontro con i produttori. Il 4 marzo 2008, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Addis Abeba, si è svolta una “piccola” Terra Madre Etiopia, che ha riunito 130 persone: comunità del cibo, Presìdi, Ong, Cooperazione italiana e tedesca, ritoratori, giornalisti, docenti e studenti.
L’ambasciatore italiano in Etiopia, Raffaele De Lutio, che in questi anni ha dato un aiuto prezioso alla nascita della rete di Terra Madre e allo sviluppo dei Presìdi, ha aperto la giornata, per lasciare poi la parola ai produttori di tre Presìdi (miele del Vulcano Wenchi, miele bianco di Wukro e caffé selvatico della foresta di Harenna) e di due comunità del cibo (teff e grano duro).
Tutti hanno sottolineato come l’incontro con Slow Food abbia cambiato non solo il loro lavoro e la qualità dei prodotti, ma la stessa vita quotidiana delle comunità.
“Dormivamo, e Slow Food ci ha svegliati” ha detto Haleka Alem Abreha, produttore del miele Bianco di Wukro. E da Wukro è arrivato anche il sindaco, che ha aggiunto: “Grazie al Presidio, i produttori di miele bianco hanno una possibilità in più per vendere il loro prodotto a un giusto prezzo: per questo motivo ho deciso di donare un terreno all’associazione di apicoltori Selam, dove nascerà un magazzino comune per lo stoccaggio e il confezionamento del miele”.
Prima dell’intervento di Carlo Petrini, Zewdi Abadi (antropologa etiope che, insieme a Gianluca Pressi, ha seguito il lavoro dei Presìdi) ha raccontato gli straordinari risultati ottenuti dai produttori in soli due anni.
Terra Madre Etiopia è stata una sorta di prova generale dell’appuntamento torinese di fine ottobre, unendo varie espressioni di cultura popolare: il cibo, la musica e perfino l’arte circense. Un gruppo di bambini ha infatti chiuso la giornata con uno spettacolo del “Circo del Buonumore”, realizzato dall’associazione CIAI per coinvolgere e aiutare i bambini di strada.

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Dialogo tra Latouche e Petrini:

“LA DECRESCITA UNICA SPERANZA”

(ripreso da http://sviluppo-sostenibile-italiano.blogspot.com/ )

Il francese è il teorico della decrescita serena. L´italiano è il guru di Slow Food, celebrato da Time come uno dei cinquanta uomini che hanno cambiato il mondo.

Serge Latouche e Carlo Petrini erano ieri sera a Pinerolo, ospiti del primo incontro della rassegna “Pensieri in piazza”. Il loro è stato un dialogo stimolante, seguito con partecipazione. Con un sorriso ammettono di andare d´accordo su tutto. Per “Repubblica” hanno accettato di dialogare su alcuni temi legati alla crisi e al Piemonte.

Le vostre prese di posizione hanno anticipato molti dei temi dell´attuale crisi mondiale.

– Latouche: «Erano anni che mi chiedevo come mai la crisi non fosse ancora esplosa. Non bisogna essere dei profeti per capire che questo sistema sarebbe andato a fracassare da qualche parte. Non si poteva andare avanti a produrre sempre di più, non era più sostenibile. Il nostro merito è di aver indicato una strada alternativa a quello che chiamo con una brutta definizione il totalitarismo del produttivismo».

– Petrini: «Anche le nostre riflessioni partono da lontano, basta pensare a cosa diceva Pierpaolo Pasolini, che era un poeta ma sapeva denunciare i mali dell´attuale società. L´Italia ha messo da parte l´economia della sussistenza, un giusto rapporto con la natura e il territorio».

– Latouche: «Carlo mette bene a fuoco il problema ed io aggiungo che è ora di smetterla di ingrassare, di consumare. Mi capita di citare spesso il mito della torta che ci ha fatto diventare obesi. Ma questa torta non c´è più e bisogna anche cambiare la ricetta. Ed anche in questa difficile fase tutti i governi continuano a sbagliare perché parlano di rilanciare l´economia, quando invece l´unica cosa saggia da fare è fermarsi».Tra i temi che tornano in discussione c´è quello dei dazi sui prodotti agricoli. Petrini l´ha recentemente rilanciata sollevando non poco scandalo.

– Petrini: «La sovranità alimentare, e Slow Food l´ha capito da tempo, è un bene che va preservato perché non difende solo i contadini ma anche la biodiversità di un territorio. Se guardiamo ai prodotti piemontesi avvertiamo bene gli sprechi giganteschi a cui ci condanna l´attuale economia globalizzata, un´economia canaglia. C´è una follia totale nei soldi che buttiamo via».

– Latouche: «Anni fa ricordo di aver parlato ad un convegno di protezionismo e le mie affermazioni fecero scandalo. In Italia sembrava quasi di passare per fascisti. Invece un po´ di protezionismo serve a fermare questi giochi al massacro che vengono giustificati con il libero mercato. Decrescere non vuol poi dire cancellare posti di lavoro ma migliorare la qualità della vita».

– Petrini: «Sempre guardando al Piemonte e ai suoi prodotti come il riso, va detto che mettere dei dazi potrebbe servire a bloccare le politiche dei sussidi che servono solo a fare dumping, cioè vendere a prezzi truccati».

Per chiudere, una riflessione sul deficit ecologico, cioè sulla situazione di stress del nostro pianeta.

– Petrini: «L´unica soluzione possibile è quella di decelerare e di puntare sull´economia locale. Non è una riflessione scontata almeno per l´Italia. Nel nostro paese manca una reale democrazia partecipativa che si realizzi a livello locale».

– Latouche: «Se non invertiamo la rotta, ci attende una catastrofe ecologica e umana. In giro sento però tante idee interessanti. Una è quella di lasciare da parte il protocollo di Kyoto che guarda solo alla domanda. Bisogna intervenire sull´offerta. Un impegno concreto sarebbe quello di ridurre la produzione di petrolio del 10 per cento ogni anno. È un circolo virtuoso perché interviene sulle società di tutto il mondo e rende sostenibili molte economie. Ridurre i consumi di petrolio cancellerebbe gli 8mila camion che ogni giorno portano tra Italia e Francia solo carichi di “merde”, cioè inutile acqua minerale, pomodori e milioni di rotoli di carta igienica». (da Repubblica 5/3/2009)

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One thought on “L’alimentazione che cambia: la proposta di nuovi stili di vita

  1. Luca Piccin mercoledì 24 giugno 2009 / 13:37

    Mentre mi occupo di questi temi all’università di Montpellier, sono anche socio di Slowfood, e intendo partecipare a TerraMadre l’anno prossimo a Torino; al tempo stesso ho aumentato il mio budget alimentare, riducendo il consumo di prodotti della grande distribuzione.
    Faccio attenzione alla provenienza: 500g di fragole spagnole (chimiche, di immigrati sfruttati e di serra) mi sono costate meno della metà che 250g di fragole Garriguettes (mercato locale), ma il “guadagno” é nel gusto, nel piacere di assaporare un prodotto genuino, con soddisfazione reciproca per il contadino e senza far muovere camion o senza arricchire Carrefour e compagnia bella!
    Da settembre faro’ parte di un AMAP (Association pour le Maintien d’une Agriculture Paysanne), l’equivalente dei nostrani G.A.S. E’ un ottimo metodo per boicottare l’agroindustria e nutrirsi veramente dell’orto! Ma se vivete in campagna e fate una passeggiata nel contado potrete anche conoscere il contadino vostro vicino e magari approvigionarvi da lui… Perché poi non farsi un orticello?
    I miei (pochissimi) soldi poi non finanziano chissà quali attività, ma sono investiti in progetti sostenibili in tutta trasparenza alla Banca Etica.
    Non compero più schiuma da barba (bomboletta da gettare + prodotti chimici), ma uso pennello e sapone bio; cosi’ per tutti i prodotti d’igiene personale. Da anni poi non getto il mio spazzolino: cambio solo la testina!
    Gran parte di questi prodotti sono poi made in Italy, Germany, Switz. ecc, non in Cina!
    Come insegna Giobbe Covatta: basta poco che ‘cce vo’?

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