Geolibri: “L’ultimo dei barcari”, quando il fiume era vita… (e adesso, che facciamo?)

Battaglia Terme: sito noto già agli antichi romani per le sue acque (salso-fosfato-alcaline ad alta termalità) e nel XII secolo furono utilizzate in una casa di cura per poveri. Il paese di circa 4000 abitanti sorge allingato sulle rive del canale della Battaglia che i padovani scavarono per rendere la loro città collegata (a livello navigabile) con la laguna e Venezia.
Battaglia Terme: sito noto già agli antichi romani per le sue acque (salso-fosfato-alcaline ad alta termalità) e nel XII secolo furono utilizzate in una casa di cura per poveri. Il paese di circa 4000 abitanti sorge allingato sulle rive del canale della Battaglia che i padovani scavarono per rendere la loro città collegata (a livello navigabile) con la laguna e Venezia.

Vi presentiamo qui un libro pubblicato da pochi giorni che parla della navigazione interna in Veneto: attraverso la testimonianza di uno degli ultimi “barcari”, Riccardo Cappellozza (classe 1931) di Battaglia Terme. E’ un libro di Francesco Jori e ha pure tante belle foto storiche (ben cinquanta) che mostrano la navigazione e i burci (i Tir dei canali e fiumi). Il titolo è: “L’ultimo dei barcari” (Edizioni Biblioteca dell’Immagine) e costa 12 euro.

Ve lo presentiamo attraverso un bell’articolo di Sergio Frigo, apparso su “il Gazzettino”, e la premessa al libro del nostro collega geografo, Francesco Vallerani dell’Università di Venezia, grande esperto di fiumi e delle civiltà che essi rappresentavano.

QUALI PROPOSTE PER IL “RECUPERO DEI FIUMI AD UN USO ECONOMICO”?

1- Da tempo si parla del ripristino del trasporto merci attraverso i fiumi e via mare. Per eliminare la presenza ingombrante (e pericolosa, e inquinante) dei Tir sulle strade. Ma poco si sta facendo in questo senso. Sembra che, come alternativa ai Tir nelle strade, il trasporto “via ferrovia” abbia la meglio (e a noi non dispiace di certo l’estensione dell’uso della ferrovia per le merci). La ferrovia è forse meglio delle vie d’acqua perché è più veloce (se vi capita di vedere qualche stazione ferroviaria del Nord-Est sulla linea che da Trieste si inoltra in Veneto e poi nelle altre regioni, potete vedere molte auto Fiat –provenienti dalla Polonia- che si diramano verso destinazioni italiane) (oppure i Tir caricati nei vagoni ferroviari nella linea del Brennero…). Pertanto è da capire se la navigazione su fiumi come e dove può avere un riscontro in forme di trasporto del commercio, dei prodotti dell’industria. Percorsi di carattere prettamente turistico possono essere interessanti ma forse non sufficienti a creare un trend di economia consolidata nei canali artificiali navigabili che ci sono (o possono essere ripristinati) e nei fiumi di pianura. E’ sicuro comunque che la rivitalizzazione dei centri urbani che si trovano sull’acqua, vicino e attraversati da canali e fiumi (qui vi facciamo vedere Battaglia Terme), trasformandoli di più in luoghi di scambio, di commercio (e non solo a museo) (…è il solito discorso di collocare i centri commerciali in luoghi urbani esistenti e ora in fase di desertificazione…), tutto questo potrebbe vedere un ruolo “attivo” dell’acqua, dei canali navigabili e dei fiumi per il trasporto delle merci da centro a centro. Allora diciamo così: il trasporto merci a grandi distanze, di “attraversamento” di regioni è possibile che vedrà la presenza della ferrovia. Quello a breve distanza, da centro urbano a centro urbano, potrebbe usufruire dell’acqua.

2- Consideriamo inoltre la potenzialità come sistema idroelettrico di questi corsi d’acqua (e su questa possibilità qualcuno incomincia a reinvestire e a riaprire le centraline chiuse negli anni ’60).

3- E’ poi da capire se il disinquinamento e la depurazione delle acque può tornare a far sorgere condizioni di equilibrio biologico tali che ci sia un ripristino economico del sistema della pesca che caratterizzava quasi tutti i fiumi (ma anche i canali artificiali).

Ora vi proponiamo la presentazione del libro di Francesco Jori.

LA CIVILTA’ DELL’ACQUA E I SUOI ULTIMI CANTORI

Francesco Jori racconta la storia del barcaro che 10 anni fa creò il museo della navigazione a Battaglia (di Sergio Frigo, da il Gazzettino del 1/4/2009)

Uno dei fenomeni più tristi della recente storia di Padova – al netto della violenza politica, beninteso – è stato l’interramento dei canali e dei navigli, con la rimozione di gran parte delle testimonianze del suo antico e prestigioso passato di città d’acqua. Un destino che è toccato in sorte a molte altre città che non avevano nel loro Dna, prima ancora che nella loro geografia, l’impronta indelebile di un grande fiume o di una rete inestirpabile di canali. Ma anche dove i corsi d’acqua non sono stati coperti – e persino nelle campagne dove si celebrava liberamente il loro incontro con gli animali e gli umani – sempre più spesso sono stati tombinati, nascosti, recintati, allontanati, quasi ci spaventasse la loro liquida irriducibilità alle ferree geometrie del presente e l’imprevedibilità della loro natura.
Si tratta, in realtà, della manifestazione di una generalizzata e crescente ignoranza sull’acqua, la sua dislocazione, i suoi problemi, denunciata dal professor Antonio Massarotto, dell’Università di Udine, nel volumetto del Mulino “L’acqua” (€ 8.80). E tutto ciò è andato di pari passo con l’avvento di una malintesa modernità, che si è manifestata con l’affermarsi, nel trasporto di merci e persone, delle rotaie e delle ruote al posto delle vie d’acqua, e col prevalere, nella fruizione del tempo libero, del turismo balneare e della cultura marittima in luogo della più domestica civiltà fluviale.
E così lo spostamento via fiume, almeno dalle nostre parti, è ormai appannaggio di pochi appassionati, i traghetti sono stati quasi ovunque sostituiti dai ponti, i ponti chiusi dentro muri impenetrabili, e gli stessi corsi d’acqua dolce subiscono in tutto il mondo, come ha testimoniato Ettore Mo nel bel libro “Fiumi” (Ed. Rizzoli), l’attacco dell’impoverimento idrico del pianeta e l’oltraggio di uno sviluppo caotico e famelico che ne ammorba le acque e ne devasta le rive.
A cantare l’elegia – insieme poetica e molto concreta – di questo mondo scomparso che gravitava attorno ai fiumi, ai porti di terraferma, ai canali e alle chiuse, arriva ora il libro di Francesco Jori “L’ultimo dei barcari” (Ed. Biblioteca dell’Immagine, € 12), dedicato a Riccardo Cappellozza, classe 1931, di Battaglia Terme, che dopo aver dovuto abbandonare il mestiere che fu del padre e del nonno è stato l’anima del Museo della navigazione interna, creato nel suo paese esattamente 10 anni fa. Un museo che attraverso foto, parti di imbarcazioni, strumenti di bordo, oggetti della vita quotidiana dà testimonianza di un’epoca in cui il duro lavoro e la fatica di guadagnarsi il pane erano compensati dallo scorrere lento del tempo, in sintonia col fluire dell’acqua, dal contatto costante con la natura, i grandi spazi e l’aria pulita, da relazioni umane ricche e diversificate, e soprattutto non stressate dalla frenesia odierna. Dei corsi d’acqua i barcari conoscevano ogni corrente e ogni secca, ogni chiusa e ogni… osteria, forti delle esperienze tramandate di generazione in generazione anche con un gergo specifico, studiato, tra gli altri, da Dino Coltro e Michele Cortelazzo. «Noi barcari non abbiamo fatto grandi studi – racconta Riccardo Cappellozza, che ha cominciato a fare il mozzo a 13 anni – ma il remo è stato la nostra penna stilografica, con cui abbiamo scritto la nostra storia sull’acqua».
Scorrono tra le pagine, inframezzate da 50 foto storiche, le vite di uomini che percorrevano sui loro burci carichi di frumento, di pietre, di legname, l’Adige e il Brenta, il Canale Battaglia e il Vigenzone (o il Sile, dall’altra parte del Veneto) sfruttando il vento, quando c’era, oppure facendosi trascinare da due cavalli lungo le rive, o magari scendendo loro stessi a terra a tirare la pesante imbarcazione, letteralmente schiantandosi per la fatica. Solo nel dopoguerra alle barche si sono applicati i motori, e così si è di molto accorciata la durata dei viaggi, che da Battaglia Terme alla laguna potevano richiedere anche oltre una settimana, a causa delle lunghe attese per l’apertura delle chiuse oppure della resistenza delle maree.
Solo che i motori sono stati alleati infidi: dopo pochi anni hanno infatti preferito le ruote alle barche, e così gli antichi “camion d’acqua” sono stati sostituiti dai moderni, rumorosi e inquinanti ma molto più veloci bisonti dell’asfalto. I burci hanno chiuso mestamente la loro millenaria carriera a metà degli anni ’60, qualcuno marcendo abbandonato in qualche canale, altri, più fortunati, riciclati in piattaforme per ristoranti galleggianti, e uno addirittura – il “Maria II”, l’ultima barca della famiglia Cappellozza – diventando la principale attrazione del parco museo di Comacchio. Su quello che ha rappresentato, soprattutto per la nostra regione, la civiltà dell’acqua, proponiamo un brano dell’introduzione del geografo di Ca’ Foscari Francesco Vallerani.

QUI SI COSTRUIVANO I RAPPORTI FRA UOMO E NATURA

La navigazione in acque interne è certo uno tra gli atti fondamentali per costruire un duraturo e proficuo rapporto tra uomini e natura, dal momento che riuscire ad andare oltre l’ostacolo costituito da un fiume, utilizzandone anzi la potenziale vocazione a collegare i luoghi dislocati più a valle seguendo il fluire della corrente, ha posto le basi culturali e tecniche per avvicinare stabilmente le popolazioni ai corsi d’acqua.
Si può affermare che quasi ogni segmento idrografico della terra è stato navigato, anche il più modesto ruscello di risorgiva è stato visto come opportunità di collegamento con l’altrove posto più a valle, con altre geografie, non importa se distanti solo pochi chilometri. I paesaggi d’acqua sono un immenso patrimonio di culture, di vicende storiche, di cosmologie, di fatti minimi che riguardano il silenzioso susseguirsi di vite umane, sono un ricco deposito di tecniche spontanee, di competenze popolari tramandate nei secoli, che si diversificano in base ai climi, ai regimi idraulici, alla vegetazione, al distribuirsi delle residenze. Di tutto ciò oggi resta ben poco, travolto dal rapido trasformarsi delle economie, delle conoscenze, della stessa fisicità dei territori. Le poche iniziative di raccolta amorosa e competente dei saperi nautici fluviali e lacustri non riescono se non in minima parte a dar conto dell’immenso patrimonio costituito dagli oggetti e dalle tecniche di coloro che hanno navigato le acque interne (…)
In Veneto, terra anfibia di straordinaria importanza, non sono mancati attenti sforzi per tramandare la cultura nautica di terraferma e il libro di Francesco Jori ben si inserisce in questo contesto. Forse si deve ancora intervenire nel recupero di altre memorie d’acqua, come, ad esempio, quella delle navigazioni domestiche di breve raggio che conducevano i contadini da una sponda all’altra di uno dei tanti piccoli fiumi e stretti canali che solcano le pianure fertili, o in direzione di qualche mulino, o per pescare e cacciare, o per acquistare un maialino da latte o un gallo “da semenza”, posti in rustiche gabbie e caricati sul fondo angusto dei loro “saltafossi”, la piccola barca che si manovra stando in piedi con una lunga pertica.
In ogni caso, nelle pagine di questo libro si dà ampio risalto alla testimonianza sempre vivida e appassionata del protagonista della rinascita culturale della navigazione interna non solo in Veneto, ma in tutto il bacino padano. Forse non ce n’era bisogno, considerando l’ormai copiosa bibliografia e filmografia dedicata a Riccardo Cappellozza e al Museo di Battaglia Terme, senza ombra di dubbio una sua creatura, fortemente desiderata contro mille difficoltà per consegnare alle nuove generazioni la memoria di un passato vissuto tra argini, burci e correnti fluviali. Ma questa volta la brillante narrazione di Francesco Jori si interseca con l’incontinenza verbale di Riccardo, autentico depositario di una cultura millenaria che, grazie al suo ampio bagaglio di memorie, ci restituisce una ulteriore rapsodia barcara, quasi un compendio per fare il punto sul lavoro svolto, per assaporare il gusto della condivisione di una esistenza dedicata a una eredità culturale altrimenti destinata all’omologante oblio di questi tempi, così distratti e ostili al bene comune.
Il racconto di Riccardo sembra avere un filo conduttore: il passaggio dei saperi nautici da padre in figlio, così come avviene in tutte le attività arcaiche e secolari, rassicuranti nella loro continuità proprio perché le conoscenze e le tecniche passano attraverso il legame profondo della famiglia, su cui si adagia con inconscia dolcezza l’affettuoso rigore dell’anziano. Fa bene Francesco Jori a sottolineare l’atmosfera di struggente malinconia che circonda uno degli ultimi dialoghi tra Riccardo e papà Adriano, ormai alla fine del suo viaggio, mentre ricorda le navigazioni sui fiumi e i canali, i momenti di autentica gioia quando le grandi vele gonfie spingevano il burcio verso l’attracco della Giudecca, creando un sonoro sciabordio contro la prua: sono situazioni di inesprimibile serenità per la perfetta armonia con gli elementi della natura.
A noi studiosi di geografie e genti anfibie, il libro che raccoglie il racconto di un barcaro può interessare molto come fatto documentale, come testimonianza di una cultura estinta, dunque come strumento per la conoscenza e per la salvaguardia del senso più alto di ciò che oggi si suole definire “identità”. Ma andando oltre questa legittima e significativa prospettiva, che potremmo appunto definire scientifica, questo libro lo voglio considerare, utilizzando la metafora del paesaggio come teatro, così cara al compianto Eugenio Turri, anche come un dono prezioso fatto da uno dei tanti attori che hanno recitato (e stanno recitando) nello straordinario scenario del paesaggio veneto, assumendo una parte che non serve più, che è ormai superata, ritenuta inutile e scomoda, ma che ancora esiste nel copione secolare delle nostre esistenze. (Francesco Vallerani, premessa al libro “L’ultimo dei barcari” Ed. Biblioteca dell’Immagine, euro 12,00)

Su Battaglia Terme e il suo Museo della Navigazione, clicca qui:

http://svagoedintorni.com/2009/02/battaglia-terme-pa-il-museo-civico-della-navigazione-fluviale/?show=gallery

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