Onna come Gemona: la geografia del dolore

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Da “Il Corriere della Sera” di martedì 7 aprile 2009 (di Francesco Verderami)

Ad ogni catastrofe gli italiani imparano a conoscere un pezzo d`Italia che non esiste più: oggi si chiama Onna, ieri si chiamava Sant`Angelo dei Lombardi, prima ancora Gemona. Questi nomi cancellati in pochi istanti dalle cartine dell`Abruzzo, dell`Irpinia e del Friuli si fissano nel ricordo collettivo, diventano tanti ceppi alla memoria, il motore emotivo di un Paese che si ricongiunge e si supera solo nelle difficoltà.

Perché l`Italia era e resta la patria di guelfi e ghibellini, ma ci sarà un motivo se il terremoto in Abruzzo ha spinto quel «catto-comunista» di Dario Franceschini a chiamare quel «clerico-fascista» di Silvio Berlusconi. E il premier – nell`atto di ringraziare pubblicamente il segretario del Pd – ha seguito un canovaccio letterario prima che politico, riproponendo l`immagine di Peppone e don Camillo che Giovannino Guareschi descrisse affratellati ad arginare il Po ai tempi dell`alluvione del Polesine nel 1951.

Così come accadde diciassette anni dopo, nel 1968 in Belice, quando i giovani del Pci e dell`Msi all`indomani del sisma organizzarono insieme i campi di accoglienza per quei siciliani disgraziati rimasti senza casa e senza pane.

Dinnanzi all`ostilità del fato, di Dio o della natura, c`è un valore che in fondo accomuna gli eserciti dei mille campanili perennemente in guerra. Perché nel 1976 erano centinaia i «terroni» che lavorarono mesi e mesi come volontari in Friuli, aiutando a salvare e numerare i sassi delle case e delle chiese di Gemona, città-martire del sisma, e che grazie anche all`aiuto di tanti meridionali divenne il simbolo della rinascita, e fu riedificata come Varsavia rasa al suolo dai tedeschi nella Seconda Guerra.

E c`erano i «polentoni» nel 1980, alla guida delle roulotte cariche di indumenti e viveri, incolonnati verso l`Irpinia, desiderosi di dare una mano d`aiuto, precisi e meticolosi come i settentrionali sanno essere, epperò intrappolati nella gestione disordinata e infernale della tragedia.

Questa è l`Italia della solidarietà sobria e senza volto, dei minatori delle zolfare di Sicilia che insieme ai marinai russi salvano il salvabile tra le macerie di Messina nel 1908, degli studenti che nel 1966 strappano i tesori di Firenze alla piena dell`Arno.

L`Italia è fatta di angeli del fango, è la quotidianità a restituirli demoni. Accadrà anche stavolta, dopo aver imparato a memoria il nome di Onna.

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Da “IL RIFORMISTA” di martedì 7 aprile 2009 (di Gianmaria Pica):

IL PIANO CASA ANTISISMICO>

(Il provvedimento per il rilancio dell`edilizia residenziale sarà lo strumento da cui partire per la ricostruzione dell`area colpita dal sisma di ieri notte. Il Cdm ha proclamato lo stato d`emergenza. Secondo il Cnr servono otto anni di lavori)

E sarà un piano casa antisismico. Lo ha annunciato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, dopo il terremoto che ha colpito l`Italia centrale nella notte tra domenica e lunedì e che ha devastato L`Aquila e i paesi circostanti. Più di 150 vittime, 250 dispersi e danni enormi agli edifici. Il sindaco del capoluogo abruzzese, Massimo Cialente, ha riferito che «tutta la città è inagibile», non solo il centro storico. E crollato il campanile della chiesa di San Bernardino, il cupolino della chiesa di Sant`Agostino, la cupola della chiesa delle Anime Sante, il palazzo della prefettura, la parte terminale del transetto della basilica di Santa Maria di Collemaggio e il museo nazionale d`Abruzzo situato in un castello cinquecentesco. Ma anche le case nuove sono state fortemente danneggiate dal sisma. Secondo una prima stima della protezione civile gli edifici dichiarati inagibili potrebbero essere 10-15 mila in tutta la regione.

Molti i palazzi interamente crollati nel cuore dell`Aquila: tra questi la Casa dello studente, l`hotel Duca degli Abruzzi (recentemente ristrutturato), un edificio in via Sant`Andrea, due in via XX Settembre e una palazzina di tre piani a piazza della Repubblica. Onna – un piccolo paese a circa una decina di chilometri da L`Aquila – è stato quasi interamente distrutto.

Adesso bisogna affrontare il capitolo ricostruzione. Il piano casa del Governo – con opportune modifiche alla luce della catastrofe naturale – potrebbe essere uno dei mezzi per permettere una rapida ricostruzione e riqualificazione degli edifici. Lo ha lasciato intendere il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, che da Mosca dove guida la delegazione degli imprenditori italiani – ha spiegato che il piano dell`esecutivo collegato alla modernizzazione degli edifici, «dovrà essere utile anche per le protezioni antisismiche».

Dice Scajola: «Credo si debba considerare che in molte aree del Paese ci sono costruzioni carenti dal punto di vista sismico». Il ministro ha quindi sollecitato l`introduzione di misure di protezione antisismica tra le regole che dovranno essere rispettate per accedere ai benefici del piano casa. Norme che sono già state introdotte con un decreto legge varato dal Consiglio dei ministri nel 2003. E Ora, vista la facilità con cui alcuni edifici – anche di recente costruzione – si sono piegati al terremoto, sorge il dubbio che il decreto recante le «normative tecniche perle costruzioni in zone sismiche» non sia stato rispettato.

La norma del 2003 è chiara e «dispone l`obbligo di procedere a verifica, da effettuarsi a cura dei rispettivi proprietari, sia degli edifici di interesse strategico (…) sia degli edifici e opere infrastrutturali che possono assumere rilevanza in relazione alle conseguenze di un eventuale collasso».

Per un`immediata ricostruzione servono i fondi, e «i soldi già ci sono». Lo ha detto ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel corso della conferenza stampa sul primo bilancio del disastro. Ieri sera, il Condei ministri straordinario ha soltanto proclamato lo stato di emergenza nazionale e, per ora, non ha fissato stanziamenti in attesa di quantificare le necessità.

Ciò significa che il Governo – per il momento – ha denaro sufficiente grazie ai fondi di emergenza.

E sarà lunga la fase di ricostruzione dei luoghi distrutti.

L`ingegnere Giandomenico Cifani del Cnr ha spiegato che «ci vorranno tanti anni per tornare alla normalità, addirittura setteotto».

Prima di progettare, infatti, occorrerà stilare una mappatura degli edifici agibili e di quelli da abbattere. In seguito si potrà pensare alla rinascita dei paesi distrutti. «Di fronte al dolore, però, non dobbiamo restare impotenti, ma reagire immediatamente».

E il monito di Enrico Di Giuseppantonio, vicepresidente dell`Anci (l`associazione nazionale dei comuni italiani), secondo cui è fondamentale cominciare a lavorare già da oggi per la ricostruzione». L`Anci ha aperto un conto corrente dedicato nel quale raccogliere fondi che serviranno per la fase di ricostruzione.

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“I SEGNALI PREMONITORI NON SONO AFFIDABILI”
MA NEL ’75 LA CINA SALVO’ 150 MILA PERSONE

(Ad Haicheng furono evacuate un milione di persone ma nel ’76 la strage fu inevitabile)

Gli esperti: previsioni impossibili, vanno messe in sicurezza le case: “Ci sono zone in cui si sa che ci sarà un sisma nel giro di anni, ma è un gioco del lotto”di ELENA DUSI (da La Repubblica)

Non gli mancano indizi da seguire, tracce da annusare, pezzi del puzzle da incollare. Eppure mai i segugi dei terremoti riescono a centrare l’obiettivo, prevedendo esattamente dove e quando avverrà un cataclisma.
L’emissione di gas radon da parte delle rocce sotto stress, le perturbazioni del campo elettromagnetico, la presenza di uno sciame di piccole scosse, perfino gli scricchiolii e i gemiti che il sottosuolo produce quando la sua resistenza è sul punto di esaurirsi, o il nervosismo degli animali, sono segnali premonitori cui gli scienziati prestano ascolto. Ma si tratta di indizi erratici, utili solo a battersi una mano sulla fronte e dire ex post “ma come ho fatto a non capirlo prima”.
Nonostante quarant’anni di sforzi e finanziamenti, pochi settori della scienza si sono rivelati così frustranti come quella branca della geologia che cerca di anticipare il percorso delle onde sismiche. La lunga serie dei fallimenti ha un’unica eccezione. Gridarono una volta al successo i cinesi, quando nel 1975 una combinazione di segnali disegnò con sufficiente chiarezza il quadro di un imminente terremoto.
Tutto, dai comportamenti bizzarri di animali domestici e serpenti alla variazione improvvisa dell’altezza di colline e bacini acquiferi, mise in allarme gli scienziati. Nell’inverno del 1975 le autorità della provincia di Haicheng ordinarono l’evacuazione in massa di un milione di persone. Un sisma immenso di magnitudo 7,3, che avrebbe potuto fare 150mila vittime, si presentò puntuale all’appuntamento il 4 febbraio e non trovò nessuno da uccidere.
Sembrava fatta, per la scienza delle previsioni dei terremoti. E invece il perfido genio dei sismi si prese una rivincita appena un anno dopo, poco distante dall’Haicheng. Osservando esattamente gli stessi segnali, nessuno fra gli scienziati cinesi riuscì a prevedere un sisma ancora più forte, che il 28 luglio del 1976 rase al suolo la città di Tangshan e uccise 250mila persone.
“Questo episodio è davvero emblematico. Probabilmente i segnali precursori dei terremoti esistono. Ma non sono affidabili” spiega Aldo Zollo, professore di sismologia all’università di Napoli ed esperto di “early warning”: sistemi di allerta immediata per minimizzare i danni di un sisma nel momento in cui arriva. “Una volta il segnale precursore si presenta, ma la volta successiva resta completamente assente. Possiamo predisporre piani di evacuazione di città intere e sfollare migliaia di persone sulla base di indizi così volatili?”.
Se il primo ostacolo delle previsioni sismiche è riuscire a elaborarle, non da meno è il problema di tradurle in pratica. “Era da febbraio che notavamo le piccole scosse e inviavamo i nostri dati alla Protezione civile” dice Alessandro Amato, dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. “Ma ci rendiamo conto che messaggi simili hanno un’utilità pratica pari a zero. Uno sciame di piccole scosse non è assolutamente un indizio sufficiente per annunciare un grande terremoto in arrivo. Quanti sciami registriamo che non hanno conseguenze? Le probabilità di cui parliamo si aggirano intorno all’uno su 10mila. Troppo poco per prendere misure concrete”.
Previsioni attendibili possono essere raggiunte, ma solo a patto di allargare o restringere la scala del tempo come un elastico. “Sappiamo che esistono alcune zone ad alto rischio sismico e ci aspettiamo che nel giro di alcune decine di anni lì si presenti un terremoto” prosegue Zollo. “È quel che avvenne in California qualche anno fa. Fu notato un segmento della faglia di Sant’Andrea inattivo da molti anni. Troppi, secondo la cadenza delle scosse registrate nel passato. Così si diffuse l’allarme che presto il sisma si sarebbe ripresentato per riequilibrare i conti”. Ma prevedere un terremoto in questo modo è facile quanto azzeccare l’uscita di un numero al lotto.
Non è nemmeno impossibile lanciare l’allarme in anticipo, se ci si accontenta di rubare al sisma solo pochi secondi. “Le nostre informazioni viaggiano più rapidamente delle onde sismiche” spiega il docente napoletano. “Registrare un terremoto all’Aquila nell’esatto momento in cui avviene potrebbe permetterci di avvertire Roma con qualche decina di secondi d’anticipo. In Giappone e in California hanno messo a punto un prototipo di “early warning” in grado di avvertire ospedali, vigili del fuoco e torri di controllo, di bloccare l’erogazione del gas, il traffico sui viadotti e sulle ferrovie. Anche in Irpinia abbiamo allestito una rete simile in via sperimentale”.
Ma se avere previsioni esatte è impossibile, si potrebbero forse sfruttare meglio le informazioni in nostro possesso. “Le mappe del rischio sismico sono a disposizione di tutti, e l’Abruzzo è registrato fra le zone a più alta probabilità di terremoti” sostiene Amato. “Le regole della prevenzione vorrebbero che tutti gli edifici nuovi fossero costruiti per resistere ai terremoti, e che quelli vecchi fossero rinforzati. La sicurezza edilizia dovrebbe essere un dato acquisito, e delle previsioni esatte dei terremoti noi non dovremmo neanche sentire bisogno”. Non è un caso che nei laboratori nazionali del Gran Sasso – per loro natura costruiti rispettando criteri di sicurezza assai rigidi – la scossa non abbia causato danni. “La presa dati è andata avanti senza interferenze. I nostri criteri di precauzione sono sovradimensionati rispetto ai sismi tipici della zona” spiega Roberto Tartaglia, ingegnere dell’Istituto nazionale di fisica nucleare. “Stiamo parlando di un sisma di intensità non forte, ma moderata – sottolinea Amato – davanti al quale anche gli edifici in superficie avrebbero dovuto restare in piedi”.

(7 aprile 2009 – “La Scienza” da “La Repubblica”)

……..

REGOLE ANTISISMA CONGELATE AL 2005

di Giuseppe Latour e Valeria Uva (da “Il Sole 24ore”)

Di proroga in proroga, di terremoto in terremoto non sono ancora entrate in vigore. Le norme tecniche per le costruzioni sono nate nel settembre 2005, con il pensiero rivolto al sisma del 2002 in Molise che uccise 27 bambini e mise a nudo la drammatica realtà di un Paese come l’Italia, ad alto rischio sismico, privo di regole di sicurezza per gli edifici. E disattento rispetto al patrimonio esistente.
Dal 2005 a oggi però non è cambiato molto tanto che il Governo sta pensando di correre ai ripari anche attraverso il piano casa. E di vincolare, come ha spiegato Claudio Scajola, ministro per lo sviluppo economico, gli incentivi per l’ampliamento «al rispetto delle norme di costruzione anti–sismica». Proprio quelle norme hanno già avuto tre proroghe (due del governo Prodi, una del governo Berlusconi), ritocchi e fasi transitorie, e ancora oggi non sono obbligatorie. Nonostante siano, come spiega Luca Sanpaolesi, professore emerito di Tecnica delle costruzioni a Pisa, la prima normativa italiana che adotta principi seri in tema di antisismica.

Ricostruiamo allora la storia di questi rinvii. Siamo nel 2002: dopo il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia l’allora capo del Governo, Silvio Berlusconi, disse: «Basta». E prese il via il lavoro di riscrittura delle regole, prima con l’ordinanza di Protezione civile (3274/2003) e poi con il decreto delle Infrastrutture datato 14 settembre 2005. Lì ci sono le indicazioni su come disegnare in sicurezza le strutture, in muratura, in cemento armato e in legno. Ma ci sono anche le prescrizioni per mettere in sicurezza gli edifici esistenti. Il decreto entra in vigore il 24 ottobre 2005 e subito finisce nel limbo della fase transitoria. Inizialmente deve durare 18 mesi. Il governo Prodi la prolunga fino a dicembre 2007. Intanto, si scatenano polemiche sul testo. Si decide allora di rimetterci mano e si arriva a un ritocco nel gennaio del 2008. E alla seconda proroga: l’entrata in vigore è spostata al 30 giugno 2009. Ma almeno per gli edifici strategici nuovi (scuole, ospedali, infrastrutture) l’applicazione scatta da marzo 2008. Per intenderci: strutture come l’ospedale civile o la Casa dello studente dell’Aquila oggi dovrebbero essere costruite con le nuove norme. Sul patrimonio esistente, ancora nulla.
E arriviamo intanto all’ultima proroga. Stavolta è il governo Berlusconi a proporla nel decreto di fine 2008. E si rinvia addirittura al 30 giugno 2010. Tra i motivi c’è la mancanza di una circolare esplicativa per i progettisti. La proroga è arrivata a fine febbraio, la circolare (pronta da qualche mese) è andata in Gazzetta una settimana dopo.
Eppure i costi della progettazione in sicurezza non sono esorbitanti. Lo spiega Sanpaolesi: «Le strutture incidono su un edificio nell’ordine del 20 per cento». A sentire i progettisti, poi, dietro al continuo rinvio ci sono «motivi tecnici». Ingegneri e architetti si tirano fuori dall’accusa di essere fra coloro che frenano. «Abbiamo solo preso atto delle difficoltà di applicazione riconosciute dai vari Governi», spiega il presidente dell’Ordine ingegneri, Paolo Stefanelli. E ricorda: «Non c’è ancora un software omologato per i nuovi sistemi di calcolo e non è stata completata la formazione dei progettisti».
Per Massimo Gallione, vicepresidente del Consiglio nazionale architetti, occorre investire sul patrimonio esistente. «In fondo già le attuali norme se rispettate sarebbero sufficienti, ma gli adeguamenti vanno fatti, specie per edifici degli anni ’60-70». Ma in alcuni casi più che le ultime norme tecniche basterebbe osservare le più banali nozioni di progettazione anti-sismica. Secondo Maurizio Cerone, ordinario di Analisi dei dissesti all’Università La Sapienza di Roma: «Bastano le immagini televisive dall’Abruzzo per capire che quegli edifici in cemento armato crollati non hanno rispettato principi elementari delle costruzioni».
Gallione ripropone il fascicolo del fabbricato, in modo che i proprietari «abbiano un’idea di cosa debbono fare per la messa in sicurezza dell’edificio». Stefanelli pone l’accento sulla demolizione-ricostruzione: «Con il bonus del 35% di volumetria si può dare una spinta al rinnovo degli edifici esistenti».

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