Come e dove ricostruire dopo il sisma

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La domanda che ci si fa in molti è come ricostruire adesso nelle zone colpite dal sisma in Abruzzo (anche se forse è una domanda prematura, e bisogna ora superare l’emergenza e onorare i morti). Comunque il dibattito (che porterà alla scelta) è iniziato.

Berlusconi propone di ricostruire fuori dagli attuali centri storici devastati, con l’edificazione di “new town”, nuove città, paesi, quartieri. Si farebbe prima e, forse, meglio e a minori costi. Gli ambientalisti sembrano tutti orientati a dire no all’abbandono dei centri attuali e alla creazione di luoghi abitati fuori dal contesto storico di vita delle persone. Gli architetti, gli urbanisti, sono divisi, ma tendenzialmente guardano con perplessità alle “new town”: esempi di tal genere negativi ce ne sono molti, dalle cosiddette Città Giardino intorno a Londra, ai palazzoni poco fuori dei Sassi di Matera, dove le persone si sono trovate peggio di prima, “estranee” al luogo, disadattate.
Noi pensiamo che nelle nostre realtà bisogna avere il coraggio di cambiare. Di riconoscere che le nuove realtà urbane, che vengono costruite con la dinamica delle “enclave”, rischiano di non funzionare. Ma funzionano ancora meno, quasi sempre, i vecchi centri storici. Centri storici quasi sempre svuotati di tutto (di commercio, di vita…), e contornati, poco più in là, di orribili palazzoni, vere realtà urbane dei nostri tempi: aree semiperiferiche, spesso lungo strade trafficate, e che danno disagio al solo passarci (poi ci si adatta in qualche modo a viverci).

E allora, per essere chiari, ricostruire dopo il sisma “dentro” (dove si era) o “fuori” (nuovi quartieri, nuove città)?

Proponiamo “dentro”: negli attuali centri storici e semiperiferie, ma cambiando tutto (o quasi).

E che il processo di decisione cambi la natura del “committente”: non può essere (il committente) un governo, una classe politica, e nemmeno un sindaco e la sua amministrazione. Se vogliamo che non ci siano crisi di rigetto dopo, va coinvolto il più possibile tutto il tessuto sociale (singoli cittadini, anziani e giovani, intellettuali e non intellettuali…). Poi ci sarà chi rimarrà scontento, ma intanto è stato coinvolto, e questo facilita un suo sereno inserimento nel “luogo completamente o quasi cambiato”.

Pertanto la proposta potrebbe essere di ricostruire nello stesso posto, ma avere il coraggio di demolire i quartieri “deboli”, ancora a rischio di nuovi sismi, e prospettando nuovi stili, nuovi modi e nuovi materiali di costruzione che si integrino al vecchio tessuto urbano, ma “ci sia del nuovo che sia bello e faccia guardare con fiducia e serenità al futuro”. E forme del vecchio tessuto urbano vanno mantenute là dove è possibile (che non è particolarmente danneggiato e si possono fare ripristini antisismici) oppure là dove “si deve”: ad esempio chiese ed edifici pubblici di grande pregio potrebbero essere i punti cardini di un legame storico con il passato che non viene interrotto.

Edifici nuovi, antisismici ma anche costruiti con i massimi criteri di bioedilizia, a risparmio ed a autosufficienza energetica. L’Aquila e tutto il suo circondario di centri minori (ma antichi) che diventano un esempio di costruzione del “nuovo”. Un esempio di vivibilità e un modello per il recupero di tanti altri centri storici ora in condizione di degrado e di svuotamento.

Troviamo spesso in molti l’incapacità di voler cambiare. E allora accade che il “cambiamento” avviene lo stesso, ed è solo subito passivamente.

Sono serviti a qualcosa i vincoli paesaggistici e architettonici in questi decenni? Le nostre città e i centri medio-piccoli sono così brutti (e vuoti) perché non c’erano ancora altri vincoli di legge o perché non abbiamo voluto e saputo individuare dei modi di costruire e organizzare il territorio, il paesaggio sapientemente?

Dal Cinquecento in poi, dopo la Riforma Protestante, le grandi città europee sono state (secondo noi) positivamente sostituite (nella loro struttura medioevale fatta di piccole stradine) con i boulevard, i grandi corsi, le prospettive; volute da principi e urbanisti illuminati, come Domenico Fontana a Roma nel 500, Haussmann a Parigi nell’800… creando la città moderna, in grado di accogliere (bene) grandi masse di persone, di pellegrini (ma anche di chi ha sviluppato l’economia, i commerci, le tecnologie innovative, le comunicazioni, la cultura come i pittori, i cineasti nel novecento e i grandi avvenimenti culturali di adesso).

Ecco perché una mera ricostruzione “come prima” di queste aree urbane ora dolenti e devastate, sarebbe un’ipotesi regressiva, perdente per gli abitanti (e per noi).

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RICOSTRUIRE LONTANO. NELLA NEW TOWN

(è l’idea lanciata da Berlusconi. Il sindaco: parliamone Il no degli ambientalisti: meglio recuperare il centro storico) (da “Il Corriere della Sera” del 8/4/2009)

L’AQUILA— L’idea di una città nuova, tra questa gente devastata dal sisma, non passa inosservata. Berlusconi usa il termine inglese, new town, ma il messaggio che passa è quello della traduzione letterale italiana: e una nuova città qui, in queste ore, significa una nuova speranza, quasi una nuova vita. Tanto che circolano già ipotesi, anche se a dir poco premature, sul luogo: c’è chi dice Coppito, frazione vicino all’aeroporto. Ma in ogni caso perfino il sindaco Massimo Cialente, allo stremo dopo giorni ininterrotti di dolore e lavoro, perfino lui, primo cittadino del Pd, non se la sente di chiudere, di dire no, di sbattere la porta in faccia agli investimenti. Ha molte perplessità, certo, ma ripete «valuterò», dice che «è da tenere in considerazione, da capire bene».

Le parole del presidente del Consiglio annunciavano «la prima new town del Piano casa» vicino «all’Aquila vecchia». Ma poi che ne sarebbe del centro storico? Si svuoterebbe? Finirebbe per essere abbandonato? Il dibattito fa discutere architetti, urbanisti, ingegneri. E politici, ovviamente: dicono tutti no, o quasi, dai Comunisti italiani all’Udc, dai Verdi al Pd. Berlusconi ha detto poche parole, l’altra sera: la new town «può essere costruita vicino all’Aquila vecchia, un insediamento da far sorgere accanto al centro storico così da dare continuità alla realtà abitativa e alle radici del posto». L’idea, urbanisticamente parlando, «è vecchiotta— come spiega uno degli architetti più affermati di questo territorio, il settantaseienne Giuseppe Santoro — e può essere considerata purché nel rispetto della storia, che non può essere né abbattuta né sostituita».

È legata alla ricostruzione di Londra, l’idea, dopo la Seconda guerra mondiale, anno 1945. «Sarà anche vecchia — dice il presidente regionale di Ala assoarchitetti, Maurizio Sbaffo—ma le frazioni di questa città sembrano fatte apposta per questo progetto. Di certo, Berlusconi non pensi di venire qui a costruire Milano2: se questo è ciò che intende fare, rinunci. Se invece l’obiettivo è quello di abbattere e ricostruire le parti degradate, quelle di un’edilizia commerciale e di scarsa qualità, allora se ne discuta». Il mondo politico ha già cominciato a discutere. Gli ambientalisti di Legambiente hanno bocciato l’annuncio del governo: «Non è il momento per strumentalizzare la tragedia lanciando proclami di new town». L’Udc ripete il concetto, ma con più sarcasmo: «Noi diciamo di no, non vogliamo l’Aquila2». Anche colui che con Veltroni è stato ministro ombra dell’Ambiente, cioè Ermete Realacci del Pd, boccia il progetto: perché, spiega, «costruire una città accanto a quella danneggiata dal terremoto è idea sbagliata. Invece, credo sia necessario ricostruire L’Aquila lì dov’è, dov’era da secoli».

Anche i Verdi, con l’ex capogruppo alla Camera Angelo Bonelli, sono critici: «È sbagliato pensare a una new town a L’Aquila. Ciò che bisognerebbe fare, senza esitazioni, è rifare il centro storico. Per un motivo semplice: fa parte del cuore della nazione». E il no all’idea di Berlusconi unisce due realtà lontanissime tra loro, Comunisti italiani e La Destra di Francesco Storace. I compagni la bocciano come «pura e semplice propaganda, niente di più», i neri ribadiscono che «la città deve rinascere nel suo centro storico». Insomma: chi non è al governo, dice di no. Il sindaco della città è preso dal dramma di questi giorni, e ripete che bisogna «ricostruire, restaurare, consolidare. A noi serve un contributo importante, svariati miliardi. Si discuta dell’idea, la valuteremo». Anche Nicola Amorosi, dirigente del settore opere pubbliche, è perplesso ma non chiude: «Ciò che bisognerebbe fare è girare edificio per edificio, prima di decidere cosa fare. Di certo, le nostre 68 frazioni sono quasi tutte danneggiate… ».

«L’idea della new town è percorribile — dice l’architetto Santoro— ma con quella condizione imprescindibile, rispettare la storia del luogo. Il nostro impianto urbanistico risale all’epoca angioina, ai primi anni del 200. Possiamo anche considerare la proposta di Berlusconi, ma purché essa contenga il necessario rispetto per questa città». Maurizio Sbaffo non ha dubbi: «Parliamo della new town, approfondiamo, studiamo. Ciò che è fondamentale, però, è che si costruisca, o si ricostruisca, seguendo i criteri più avanzati». La paura è che si ripetano gli errori del passato: «Molti palazzi crollati in questi giorni—allarga le braccia il dirigente del settore opere pubbliche del Comune—erano nuovi, costruiti venti o trenta anni fa. Sono andato a vedere: sono saltate le tamponature tra travi e pilastri…». Nel dibattito scatenato dalla proposta di Berlusconi interviene anche don Pietro Bez, parroco di Longarone durante il disastro del Vajont, anno 1963: lui ricorda che qualcuno aveva ipotizzato di costruire Longarone altrove, ma altrettanto bene non dimentica «la sollevazione popolare che si scatenò, perché la gente vuole tornare sulle proprie origini, sul luogo dove c’è il ricordo dei morti ».

Invece Roberto Silvestri, l’architetto genovese che ha progettato piazze in molte zone d’Italia, dice sì, lui è favorevole. Ma forse bisognerà attendere prima di capire quale strada sia meglio seguire, bisognerà valutare con attenzione dopo che i lutti di questi giorni avranno lasciato il posto alla voglia di ricostruire. Perché adesso, in queste ore, L’Aquila è ridotta così: «Non sono più agibili le sedi della prefettura, della questura, della Provincia e del Comune, e anche le scuole, non ne possiamo riaprire neanche una». Il sindaco aggiunge anche altre parole, per spiegare il momento: «Non c’è neanche una chiesa agibile per la Pasqua, e a noi servono aiuti, aiuti, aiuti ».   (Alessandro Capponi)

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NEW TOWN L’AQUILA? GLI URBANISTI: RISCHIO GHETTO

Gli architetti Fuksas, Gregotti e Oblach non sono d’accordo di costruire Milano 2 in Abruzzo: matti non sono. (La Repubblica, 8 aprile 2009 – Caterina Pasolini)

Costruire una new town all’Aquila, in tempi rapidi per dare una casa agli sfollati. Una città nuova, altrove, distante dalle strade dove sono crollati i palazzi, dove la gente ha vissuto, dove ha ricordi e radici. Lancia l’idea il premier Berlusconi, memore forse della «sua» Milano2, con un occhio alle new town inglesi, alle città satellite parigine. Ma l’idea non piace agli addetti ai lavori, dall’architetto Fuksas all’urbanista Gregotti. Dubbiosi anche psicologi e sociologi, capaci di leggere la trama delle esistenze urbane ricordando la storia recente che racconta di banlieu francesi diventate da sogno di città giardino a sobborghi in fiamme, come sottolinea il sociologo Duccio Scatolero che paventa proprio il rischio di nuovi ghetti. Lontani dalle città ideali immaginate nel Rinascimento e segnate oggi da edifici di scarso valore architettonico, un mondo a parte. Semplicemente un’altra periferia.
Perché qui non si crea dal nulla, come è stato per la capitale Brasilia. «Qui c’è una città con una lunga storia. Vedo difficile abbandonare, lasciare i ruderi come se fossero le rovine di Paestum e rifare tutto altrove. Anche perché le new town erano nate per altri motivi: decongestionare Londra o riorganizzare la periferia parigina», commenta Vittorio Gregotti. Un sogno comunque fallito secondo Massimiliano Fuksas. «Oggi nessuno le fa più perché non hanno dato risultati positivi, si è cercato di riprodurre l’effetto città senza successo: non sono campagna, non sono città».
Media Giuseppe Roma, architetto direttore del Censis che ricorda come ci provò De Gasperi a fare un nuovo quartiere per gli abitanti degli insalubri Sassi di Matera. «Ma la gente si ritrovò persa nel nuovo centro: troppo asettico, mancava la vita comune». Così propone di ristrutturare parte del centro all’Aquila – «perché in una città le radici sono tutto» – e costruire quartieri nuovi ma «con edifici di alto livello e qualità, non palazzoni popolari tutti uguali. E soprattutto sentendo la gente perché non sia un progetto calato dall’alto».Parole confermate dall’esperienza di Fabio Oblach, architetto impegnato in Friuli dopo il sisma. «La gente venne coinvolta in assemblee durante le quali ragionò coi tecnici sulla riedificazione. E fondamentale fu la conservazione della memoria: se le case furono costruite un determinato posto c’è una ragione», dice contrario allo spostamento dei terremotati d’Abruzzo nella new town. Uno spostamento dai luoghi in cui la gente è cresciuta che può provocare una perdita di sicurezza, di identità ed equilibrio, secondo lo psichiatra Francesco Cro. Ma che può in alcuni casi lenire il dolore di chi non reggerebbe a continuare a vivere nei quartieri dove ha visto morire figli, amici, genitori.

QUINDICI MILIONI GLI ITALIANI A RISCHIO (radiografia dell’Italia minacciata)

MARIO TOZZI da “La Stampa” del 8/4/2009

Negli ultimi mille anni i terremoti hanno ucciso otto milioni di persone sulla Terra e tutto lascia intendere che le cose potrebbero andare peggio nel prossimo futuro: ogni anno muoiono, in media, fra le 10.000 e le 15.000 persone a causa dei terremoti, se si considerano anche i maremoti, le carestie e le pestilenze connesse. Ma un terremoto provoca vittime e danni solo se ci sono edifici mal costruiti o male ubicati, specialmente in Italia, come dimostra drammaticamente questo sisma. Il 45% del territorio italiano è catalogato ufficialmente come sismico e su questo insiste quasi il 40% della popolazione, vale a dire circa 25 milioni di compatrioti: mediamente l’edilizia antisismica è stata messa in opera quasi soltanto sulle nuove costruzioni e il dato è molto variabile dal Friuli alla Calabria. Si può ragionevolmente pensare che un quarto degli edifici sia in grado di reggere a terremoti forti senza presentare lesioni di rilievo, come a dire che almeno 15 milioni di italiani alloggiano, invece, in abitazioni non sicure da un punto di vista del rischio sismico.
Mattoni e cemento
La situazione poi si aggrava se si considerano le abitazioni abusive in aree a rischio naturale, che certo non obbediscono ad alcun criterio di sicurezza, e quelle in cui i proprietari hanno agito contro le regole sopraelevando o intaccando i muri maestri (in zone sismiche anche i muri secondari svolgono funzione portante ai piani bassi). Inoltre il 65% delle abitazioni civili della penisola è comunque poco sicuro anche al di fuori delle aree sismiche, come testimoniano i diversi crolli e le lesioni da Roma a Foggia. Sono 2.965 su 8.102 i comuni a rischio, dove per rischio sismico si intendono i danni che provocherebbe un futuro, eventuale, terremoto in una certa regione, in rapporto con la probabilità che esso si verifichi in un certo periodo di tempo e considerando anche la densità di popolazione e la quantità e il tipo delle abitazioni e delle strutture (ponti, strade, edifici pubblici) presenti. E’ un fattore complesso che non dipende solo da quanto si prevede possa essere intenso un terremoto futuro, ma anche da quali danni potrebbe provocare se ci fossero 1.000 abitazioni alte 40 metri, costruite in cemento armato e separate da strade molto strette, oppure 100 case basse, costruite in mattoni e sparse per la campagna. Le costruzioni in cemento armato sono certamente più resistenti, ma se ce ne sono molte, molto vicine e piuttosto alte aumenta il rischio rispetto alle case in mattoni basse, poche e distanziate fra loro. Tutto questo ammesso che i materiali adoperati siano di qualità: come a dire che il cemento è armato solo se c’è abbastanza ferro dentro e poca sabbia.
Catania rischio
In termini di scenari futuri i 400.000 attuali abitanti di Catania (rischio elevatissimo) si ridurrebbero di 50.000 unità se si scatenasse quel terremoto che si paventa da decenni. Solo il 5% delle abitazioni di Catania è a prova di terremoto – almeno in teoria -, tre abitanti su quattro sarebbero comunque coinvolti (per confronto, a Campobasso, un abitante su sei). Per restare al Sud, quella fra Messina e Reggio Calabria è forse l’area a più elevato rischio sismico dell’intero Mediterraneo, i centri storici delle due città non sono adeguati al forte terremoto prossimo venturo: si calcola che solo un quarto delle abitazioni sia in grado di reggere un sisma violento come quelli che si ipotizzano qui. Ma la situazione è in realtà più grave: se si considerano pericolose anche le aree che hanno già subìto terremoti del VII-VIII grado Mercalli, allora quel 45% diventa più grande e coinvolge anche zone ritenute – a torto – immuni. In Italia il rapporto fra intensità del terremoto e numero delle vittime è ancora troppo alto, non accettabile in un paese civile che dispone ormai di strumenti e di conoscenze di base alla pari con quelli degli statunitensi e dei giapponesi. Ma da noi qualcuno bara….

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One thought on “Come e dove ricostruire dopo il sisma

  1. DOMENICO STRAMERA mercoledì 6 maggio 2009 / 1:02

    Ritengo che i principi e regole sotto indicate , anche se da sviluppare ed approfondire, potranno risolvere molte problematiche che interessano il settore delle costruzioni pubbliche/private e RILANCIARE L’ECONOMIA.

    Le crisi ed i terremoti, se da un lato, fanno male, dall’altro, aiutano le collettività a ripensare alle regole con le quali operano per vivere meglio e progredire.

    Uno degli aspetti su cui ci si dovrebbe soffermare é il motivo per cui lesioni e crolli si sono verificati nelle stesse zone in cui altri edifici sono rimasti integri.

    Le ricognizioni effettuate sui luoghi, dimostrano che molti edifici sono stati costruiti non soltanto senza rispettare le norme antisismiche, ma addirittura, senza rispettare le più elementari regole di costruzione, utilizzando materiali scadenti, edificando su terreni inadatti, risparmiando sull’ armatura, sul cemento, ecc, mettendo a repentaglio non solo la collaudabilità dell’opera, ma anche la vita di molte persone.

    Ciò nonostante, talune opere sono state realizzate con la mancanza assoluta di controlli e successivamente collaudate, presumo, da tecnici compiacenti, i quali hanno falsamente dichiarato, che le opere sono state realizzate a perfetta regola d’arte, nel rispetto dei progetti approvati ed alle norme di legge (anche antisismiche).

    Per quanto sopra, ci ritroviamo, edifici e manufatti costruiti da pochi anni, (che dovrebbero in teoria resistere a terremoti di forte intensità, proprio perché costruiti con tecniche antisismiche), che si afflosciano al suolo come se fossero di cartone, causando numerose vittime.

    Illustri professori universitari, con cui concordo perfettamente, sostengono che è inutile emanare nuove norme antisismiche:

    Ad ogni nuova scossa c’é chi chiede una nuova norma.

    I livelli di conoscenza ingegneristica sul sisma sono molto elevati, di norme ce ne sono anche troppe, piuttosto occorre procedere sulla strada della verifica della qualità costruttiva.

    E’ necessario procedere ad un sistema di controlli sulla qualità, sui conglomerati utilizzati, sulla messa in opera corretta, sulle armature e quindi sui collaudi: un insieme di controlli il cui fine sia appunto la garanzia delle prestazioni indicate nel progetto.

    Nella maggior parte dei casi, a mio avviso, si sono evidenziate proprio queste carenze.

    Dobbiamo chiederci, come mai nessuno dei soggetti coinvolti nella realizzazione delle opere crollate: Progettisti, Organismi preposti all’approvazione ed ai controlli, Imprese esecutrici, si è accorto dell’errore? Eppure tutti hanno competenze tecniche tali, da valutare se vi erano deficienze.

    Sorge legittimo il sospetto dell’esistenza di

    CRITICITÀ ALL’INTERO SISTEMA ORGANIZZATIVO, e DEI CONTROLLI .

    Il primo passo sarà dare una casa a chi l’ ha persa, in una parola, ricostruire. Ma come?

    È a mio avviso, un grave errore ricostruire la città dell’ Aquila ed attuare il nuovo piano casa con le vigenti norme e regole in materia di costruzioni.

    L’esperienza ci insegna che per tutte le opere realizzate con tali procedure, sono state necessarie in corso d’opera, numerose varianti e modifiche, che hanno fatto slittare notevolmente i tempi di realizzazione, determinando una perdita di controllo dei costi.

    I progetti così concepiti e redatti, nella quasi totalità, non assicurano la certezza dei costi dell’opera e dei tempi di realizzazione.

    Gli stessi pur essendo in teoria progetti esecutivi, in realtà non lo sono quasi mai, (e potremmo anche togliere il “quasi”) proprio perché il sistema dei controlli é frazionato in una miriade di autorizzazioni e competenze che finisce per deresponsabilizzare il sistema.

    L’evoluzione tecnica e l’utilizzo nell’edilizia di materiali e componenti tecnicamente sempre più evoluti, orientati al contenimento energetico e all’utilizzo di energie alternative e bioarchitettura, comportano sempre più che i progetti debbano necessariamente essere redatti in maniera dettagliata, per ogni categoria di lavori e per ogni singolo elemento e/o componente costruttivo, anche a tutela della professionalità del progettista/i.

    È necessario, pertanto, apportare modifiche alle norme, sistema di approvazione e sistema dei controlli dell’intero processo che regolamenta le costruzioni, non per complicarlo, ma per semplificarlo, in modo da eliminare nel contempo tutta una serie di incongruenze e complicazioni tipiche del settore e per annullare e/o ridurre il ricorso all’autorità giudiziaria per controversie che irrimediabilmente si determinano.

    Oggi, il sistema dei controlli é frazionato e consiste in una miriade di autorizzazioni e competenze che finisce per deresponsabilizzare tutti i suoi attori.

    Non esiste normativa che responsabilizzi gli (Organismi di Controllo) che rilasciano i pareri di conformità del progetto, i quali, eseguono un controllo (teorico) di conformità dello stesso alle norme di loro competenza e rilasciano o negano l’autorizzazione:

    Ufficio Tecnico Comunale, Genio Civile, Ente Parco, Sovrintendenza alle Belle Arti, Corpo Forestale, AUSL Ufficio Sanitario, Vigili del Fuoco – Prevenzione incendi , Valutazione Impatto Ambientale ai sensi della Direttiva 337/85/CEE (e successive modifiche e integrazioni), Commissione Edilizia Comunale e/o Conferenza di Servizi – Sportello Unico Ecc.

    I suddetti Organismi una volta espresso il loro parere positivo, certificano la cantierabilità ed esecutività del progetto, che viene ritenuto “Definitivo, completo di tutte le autorizzazioni necessarie alla cantierabilità dello stesso”, e viene affidato all’impresa esecutrice.

    I tempi di rilascio delle suddette autorizzazioni da parte dei sopra indicati organismi, sono molto lunghi e rendono incerte le scelte progettuali e la stessa approvazione del progetto, in quanto, sono legate a volte alla discrezionalità del funzionario, più che a norme certe e di facile interpretazione, che stabiliscano con assoluta chiarezza, vincoli in conformità alle norme di salvaguardia e tutela del territorio, del patrimonio artistico e delle leggi dello Stato.

    Nessuno dei superiori organi, che ha espresso il proprio parere (e che ha facoltà di imporre modifiche) al progettista, ha responsabilità durante la realizzazione dell’opera.

    Inoltre, non esistono norme di riscontro delle ipotesi progettuali, considerato che, il progetto viene ritenuto esecutivo perché munito di tutti i pareri di conformità.

    Se in corso d’opera viene riscontrata una difformità all’ipotesi progettuale, diventa difficile provare e/o dimostrare l’errore progettuale.

    Lo stesso per il nostro ordinamento deve essere accertato dal Giudice nel corso di un giudizio, e la giustizia, non è in grado di dare risposte in tempi brevi per la lunghezza dei processi.

    Le certificazioni alle imprese ed ai progettisti se pur validi per la fase di pre qualificazione non assicurano che l’opera venga realizzata a perfetta regola d’arte, anche per errori che possono verificarsi nel corso dei lavori o in fase di progettazione.

    L’ attribuzione di tali errori (e della responsabilità) è oggi, con le attuali norme , difficilissima, anche per la lungaggine e l’intasamento della giustizia penale/ civile e la maggior parte rimangono impuniti, comportando lungaggini, disagi ed aggravio di costi, a discapito degli utenti finali, cioè dei cittadini.

    Eppure i cittadini hanno il diritto di avere una casa (frutto a volte dei sacrifici di una vita) e/o una opera pubblica sicura, che non pregiudichi la qualità della vita, il patrimonio o l’incolumità.

    Che fare allora?

    Bisogna preliminarmente riaffermare il diritto, e la libertà del cittadino che effettua un investimento, di avere un progetto esecutivo nei minimi particolari, di conoscere con certezza, preventivamente, il costo dell’opera ed il tempo necessario per realizzarla, e che la stessa venga eseguita nel rispetto dell’incolumità del personale addetto alla costruzione e delle persone che ne fruiranno.

    Per fare ciò, sono necessarie regole che concorrano a determinare, per ogni tipo di investimento privato o pubblico, certezza dei tempi e dei costi di realizzazione.

    In sostanza chi investe il denaro pubblico o privato vuole e deve conoscere, il costo certo della opera e quando l’investimento effettuato produrrà utili e/o benefici.

    Innanzitutto dobbiamo migliorare il processo di ideazione e progettazione :

    · corretta determinazione dei costi dell’opera con la redazione di un progetto accurato, redatto nei minimi particolari, che contenga tutti gli elementi necessari a determinarli con un elevato grado di affidabilità;

    · approfondite indagini sulla natura dei terreni in cui deve insistere l’opera e su tutti gli elementi che evitino, i cosiddetti “imprevisti” che comportano varianti in corso d’opera e fanno lievitare, a volte considerevolmente, il costo dell’opera ed i tempi di realizzazione;

    · conformità a tutte le norme di tutela e di salvaguardia del territorio, del patrimonio artistico e delle leggi dello Stato.

    Inoltre, a mio avviso, dovrà essere modificata, la seguente dichiarazione in uso dagli attuali Organismi di Controllo (Collaudatori – Direttori dei lavori):

    “ Per le parti non più ispezionabili, di difficile ispezione o non potute controllare, l’Impresa ha assicurato, a seguito di esplicita richiesta verbale del sottoscritto ( Organo di Controllo), la perfetta esecuzione secondo le prescrizioni contrattuali e la loro regolare contabilizzazione ed in particolare l’Impresa, per gli effetti dell’art. 1667 del codice civile, ha dichiarato non esservi difformità o vizi.”

    È necessario, accentrare la responsabilità di approvazione e controllo durante le fase esecutiva ed istituire nuovi “Organismi di Controllo” ai quali devono essere devoluti i seguenti compiti:

    1) l’ approvazione dei progetti ritenuti idonei, cioè esecutivi, perché redatti e dettagliati nei minimi particolari in conformità alle norme di tutela e di salvaguardia del territorio, del patrimonio artistico e delle leggi dello Stato;

    2) la verifica che il progetto redatto contenga una dichiarazione del progettista, con assunzione di responsabilità, garantita da polizza fideiussoria che il costo del progetto esecutivo redatto nei minimi particolari, è la somma dei costi delle singole lavorazioni necessarie al completamento dell’opera, e la somma dei tempi per l’esecuzione delle singole categorie dei lavori, é il tempo previsto per il completamento;

    3) l’obbligo e la responsabilità di seguire insieme al Progettista, all’Organo Tecnico dell’impresa esecutrice, tutto il ciclo di realizzazione dei lavori (con la presenza continua in cantiere);

    4) il controllo durante la fase esecutiva, sulla qualità di tutti i materiali , sui conglomerati utilizzati, sulla messa in opera corretta, sulle armature e quindi sui collaudi.

    Un insieme di controlli, il cui fine sia appunto, la garanzia delle prestazioni indicate nel progetto, riscontrando i disegni e gli elaborati esecutivi redatti dal progettista, secondo la sequenza necessaria per l’esecuzione, redigendo appositi documenti di conformità.

    Tale documentazione, terminati i lavori, dovrà essere archiviata e custodita in moto sicuro, e solo dopo l’Ente che ha rilasciato la concessione potrà rilasciare l’idoneità all’uso dell’opera.

    La responsabilità sulla regolare esecuzione, deve essere ripartita su tutti i soggetti che partecipano alla realizzazione dell’opera, secondo le specifiche competenze stabilite in modo chiaro e attribuite a ciascuno di essi, per l’individuazione certa e celere della responsabilità nel caso di non conformità o vizi dell’opera.

    In caso di non conformità, o impossibilità di esecuzione di una o più categorie di lavori, dovrà essere verbalizzato se è un problema di carenza degli elaborati progettuali o di difformità nell’ esecuzione, attribuendo la responsabilità a chi ha commesso l’errore, e proponendo le eventuali rettifiche che devono essere poste a carico del soggetto che lo ha commesso, tenendo conto anche nella quantizzazione del danno, dell’eventuale maggior tempo necessario per l’esecuzione dell’opera.

    Pertanto, per qualsiasi opera pubblica o privata, la certezza dei tempi e quindi del costo, viene determinata dalla redazione di un progetto accurato, di cui il progettista ed un apposito “Organismo di Controllo” devono assumersene la responsabilità, ognuno per le proprie compentenze, durante tutto il ciclo dei lavori, prestando idonee polizze fidejussorie a garanzia.

    Il cittadino deve essere tutelato anche dall’ eventuale fallimento del promotore finanziario.

    Una volta determinato l’importo del progetto, l’Ente che rilascia la concessione edilizia (il Comune) dovrà accertare la disponibilità liquida da parte del promotore finanziario dell’opera, della somma necessaria al completamento (copertura finanziaria) delle stessa, somma che verrà vincolata e potrà essere utilizzata solo per la costruzione dell’opera per la quale viene rilasciata la concessione.

    I maggiori costi o maggiori tempi, vengono posti a carico di chi li ha determinati (progettista per errori di progettazione, impresa per errori di esecuzione, l’Organismo di Controllo per approvazione in difformità alle norme o per errori derivanti dalla mancata vigilanza), e tutti tre i soggetti devono fornire le dovute garanzie a mezzo di polizze fidejussorie a prima richiesta.

    In tale modo si ha la certezza di disporre dei tre elementi indispensabili per la realizzazione dell’opera:

    PROGETTO – CONTROLLO – COPERTURA FINANZIARIA.

    Il sistema, pertanto , deve essere completamente rivisto, secondo le seguenti considerazioni logiche:

    1) Il promotore finanziario (pubblico o privato) del progetto non deve necessariamente avere competenze tecniche, e non è giusto che sia gravato di costi suppletivi per imprevisti necessari alla realizzazione di un’opera a causa di un progetto carente;

    2) lo stesso, d’altronde, si rivolge a un tecnico o un gruppo di tecnici (società di ingegneria) i quali hanno le competenze specifiche e vengono remunerati per redigere un progetto esecutivo accurato, preventivarne i tempi e i costi di realizzazione, assumendosene la responsabilità, durante tutto il ciclo dei lavori;

    3) il promotore deve solo reperire le somme necessarie alla copertura finanziaria dei costi preventivati per la realizzazione dell’opera, in modo che la stessa possa essere completata, nei modi e nei tempi previsti.

    4) Il progetto deve essere conforme a tutte le norme di tutela e di salvaguardia del territorio, del patrimonio artistico e delle leggi dello stato.

    Solo cosi il cittadino inteso anche come fruitore di un opera pubblica o acquirente di una determinata opera in costruzione, sarà garantito:

    a) dalla certezza del costo dell’ opera;

    b) dal rispetto dei tempi di realizzazione, ad esempio se acquista dei locali avendo certezza sui tempi di consegna potrà programmarne l’utilizzo per uso personale (abitativo ad esempio matrimonio) apertura di attività imprenditoriale e/o affitto;

    c) dal ritorno economico dell’investimento effettuato, che gli consenta un indebitamento/investimento programmato;

    d) dall’ approvazione veloce dei progetti, in conformità alle norme di salvaguardia e tutela del territorio, rispetto delle leggi antisismiche ecc;

    e) dal controllo incrociato tra il progetto approvato dall’ “Organismo di Controllo”, e la realizzazione dello stesso nelle sue varie fasi, fino al completamento;

    f) dalla garanzia fidejussoria a prima richiesta, prestata dal Progettista, “Organismo di Controllo” e Impresa che copra i rischi degli errori in fase progettuale , esecutiva o di controllo;

    g) dalla certezza che l’opera verrà ultimata con le somme allo scopo vincolate.

    L’Italia per posizione geografica e per le risorse naturali uniche al mondo, può sfruttare al massimo la propria capacità economica ed attrarre masse enormi di investimenti, a condizione che si diano a chi investe il proprio denaro tali certezze.

    La formulazione e l’applicazione di tali regole, non solo, è necessaria per il superamento della crisi e della recessione, ma è indispensabile in un sistema globalizzato, per non perdere il livello di tenore di vita, oggi minacciato da recessione e disoccupazione.

    Solo le comunità che riescono a dotarsi di tali regole e principi coerenti, possono mantenere le proprie attività ed avere tassi di crescita.

    E non è solo un problema di risorse finanziarie, basti pensare che molte regioni hanno restituito alla Comunità Europea, inutilizzati, una miriade di finanziamenti.

    Solo in tale modo il “promotore dell’opera” pubblico o privato, (che non deve necessariamente, avere conoscenze tecniche), potrà valutare con certezza l’investimento da realizzare, i tempi di rientro e la remunerazione del capitale investito (utile e/o benefici per la collettività).

    Chi dispone di capitali, anche di piccolo importo, a causa dell’ incertezza determinata dall’attuale sistema non investe e si accontenta della bassa remunerazione offerta dal sistema creditizio, annullando tale incertezza, i capitali confluirebbero nel sistema produttivo rilanciando l’economia.

    La mancanza di tali regole, è aggravata dall’intasamento della giustizia, la quale non è in grado di dare risposte per la lunghezza dei processi.

    Inoltre, la mancanza di regole certe ed efficaci espone il cittadino, imprenditore, promotore, investitore a rischi non preventivabili ed ipotizzabili, e la lunghezza dei tempi della giustizia vanifica il ricorso alla stessa.

    Possiamo ancora tollerare che valide e utili “opere – attività produttive”, non vengano realizzate per la mancanza di regole efficaci?

    Possiamo continuare a perdere posti di lavoro che altre nuove opere ed attività imprenditoriali potrebbero offrire?

    L’applicazione delle regole sopra indicate contribuirà ad eliminare la recessione e a fungere da volano per lo sviluppo e ammodernamento del PAESE, ridurrà e ottimizzerà i costi di costruzione, migliorerà la qualità e durabilità delle opere, faciliterà la realizzazione delle opere di messa in sicurezza degli edifici esistenti, migliorerà le tecniche di costruzione, e rilancerà l’edilizia di qualità .

    Domenico Stramera

    domenico@greenphilosophy.eu

    mobile 388 187 52 44

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