Paesaggi rurali da salvare (e ampliare, in un grande progetto di ripristino)

le "risare" delle abbadesse - a poche centinaia di metri dalle "risare" (risaie) delle Abbadesse, ai confini tra le provincie di Padova e Vicenza, si aprono gli sconquassi del cantiere dell'autostrada A31 Valdastico
le "Risare" delle Abbadesse - a poche centinaia di metri dalle "risare" (risaie) delle Abbadesse, ai confini tra le provincie di Padova e Vicenza, si aprono gli sconquassi del cantiere dell'autostrada A31 Valdastico

Parliamo qui di paesaggio rurale, venendo in mente anche gli splendidi paesaggi agricoli abruzzesi, ora in buona parte devastati, nella parte “dell’abitare umano” dal terremoto dei giorni scorsi. Perché, da un punto di vista del valore, la penisola italica è fatta non solo di centri urbani (motivo principale di attrazione turistica) ma anche del paesaggio rurale storico, che vede, nelle varie parti d’Italia, esempi di grandi rilievo e bellezza. Tra le innumerevoli possibilità che si possono immaginare (dalla Sicilia, alla Toscana, ai territori alpini…) un gruppo di esperti (una settantina, su commissione del Ministero per le politiche agricole e forestali) ha messo insieme un “catalogo del paesaggio rurale storico italiano” venendo a censire 136 tipi di paesaggi rurali che da secoli si mantengono sufficientemente integri. Boschi, orti, risaie, vigneti, colline… tutte cose da tutelare per la loro unicità. Questo “catalogo” ha suscitato subito molte polemiche nei giorni scorsi nel napoletano: uno dei paesaggi inseriti sono le “terrazze di Chiaiano” e le masserie che lì ci sono, proprio dove è tornata in funzione da poco tempo una discarica di rifiuti indifferenziati (ne abbiamo parlato anche su questo blog il 24 marzo scorso). Comunque su questa catalogazione di paesaggi rurali storici italiano  Vi riportiamo qui un articolo ripreso da “La Repubblica” del 2 aprile scorso che parla appunto di questa raccolta di “paesaggi”. Il discorso si innesta non solo sulla necessità di tutelare “quello che è rimasto”; ma incominciare a pensare a forme di ripristino di quello che è andato perduto. E la cosa non appaia impossibile. Pensiamo ad esempio alle alberature (devastate e “sparite” molte volte anche a causa dello sviluppo dell’agricoltura meccanizzata). Chiediamo: è pensabile ripristinare alberataure e siepi nell’ambito di forme agricole di qualità, biologiche, con prodotti che possano avere un mercato di consumo favorevole?  E’ altrettanto pensabile “nascondere” determinate opere umane, infrastrutture come elettrodotti o grandi vie di comunicazione, facendole passare sottoterra nei luoghi ambientalmente più delicati?  (l’interramento degli elettrodotti garantirebbe pure un minor pericolo da inquinamento elettromagnetico) (e le strade in galleria minor inquinamento con gli impianti di depurazione dell’aria). Insomma vogliamo dire che sarebbe interessante trovare opportune modifiche alle strutture umane che hanno devastato il paesaggio rurale tradizionale. Non limitandosi solo a pensare a salvare quello che è rimasto, ma anche a ripristinare quello che è andato perduto.

CARTOLINE DAL BELPAESE DA SALVARE (di Francesco Erbani) nel censimento del Ministero delle politiche agricole, i 136 paesaggi che bisogna tutelare: li minaccia l´avanzare del cemento e l´abbandono delle colture. E il piano-casa)

Ci sono l’Italia della pellecchiella, un’albicocca che matura sui ciglioni del Monte Somma, accanto al Vesuvio, e l’Italia della vite maritata, che nel casertano si arrampica su un nodoso fusto di pioppo. Per la prima volta vengono censiti in un catalogo i paesaggi rurali che da secoli si mantengono sufficientemente integri e che, nella loro varietà, sono i più rappresentativi dell’identità multipla, tanto ricca quanto minacciata, della nostra penisola. Sono centotrentasei. Dai Quadri di Fagagna e dalle colline moreniche del Friuli agli orti e ai castagneti terrazzati di Liguria fino al bosco della Ficuzza fra Corleone e Monreale, dalla risara delle Abbadesse, pochi chilometri fuori Vicenza, passando per il parco della Moscheta in Toscana e arrivando agli altipiani di Castelluccio a Norcia.
Il Catalogo del paesaggio rurale storico italiano è il frutto di un lavoro compiuto da una settantina fra i massimi esperti di colture agricole, ma anche di storia e di discipline territoriali (Piero Bevilacqua, Diego Moreno, Giuseppe Barbera, Saverio Russo, Antonio Di Gennaro, Franco Cazzola, Lionella Scazzosi, Tiziano Tempesta, Massimo Quaini, Alberto Magnaghi, Paolo Baldeschi, Claudio Greppi). Il coordinatore è Mauro Agnoletti, che insegna alla facoltà di Agraria di Firenze. L’iniziativa è promossa dalla Direzione generale Sviluppo rurale del ministero dell’Agricoltura. Ogni paesaggio agricolo, forestale o pastorale ha la sua scheda (valori estetici, di biodiversità, economici, stato di conservazione, assetti geomorfologici e di colture). E di ognuno si racconta la vulnerabilità.
A poche centinaia di metri dalla risara delle Abbadesse, per esempio, si aprono gli sconquassi del cantiere dell’A 31 Valdastico, un’autostrada che attraversa quella parte di Veneto compresa fra i Monti Berici e i Colli Euganei, e distesa lungo pianure e valli parzialmente intonse, un paesaggio mosso dalle colline e attraversato da filari di gelso e dalle rogge, i corsi d’acqua che, per volontà della Serenissima, irrigavano i campi. Ma in tempi di “piano casa” e di fervore cementizio, fa impressione sentire che la multiforme ricchezza del paesaggio rurale italiano è minacciata certo dall’espansione urbana, ma anche – e anzi soprattutto – dalla sua “banalizzazione”, da quel velo di uniformità che si posa su di essa a causa dell’abbandono di molte colture (le estensioni coltivate sono passate da 23 milioni di ettari degli anni Trenta ai 13 milioni attuali). O anche perché si diffondono incontrollati i boschi (nei primi decenni del Novecento la loro superficie era di circa 3 milioni e mezzo di ettari, oggi occupano 10 milioni di ettari). O, infine, come conseguenza di concimi chimici e agricoltura industriale, che fanno scomparire paesaggi tradizionali ritenuti di ostacolo alle produzioni intensive: e così, laddove c’erano campi promiscui con vegetazione e colture diverse, ora si espandono monocolture: tutto mais, tutto girasole, tutto vite, tutto ulivi.
Un esempio? La Toscana. Fino a tutto l’Ottocento, racconta Agnoletti, in un’area di circa mille ettari si potevano contare almeno 24 tipi di seminativi arborati, 25 tipi fra pascoli e prati, 6 tipi di boschi, per un totale di 65 usi diversi del suolo organizzati in circa 600 “tessere” di un ricchissimo mosaico paesaggistico. Ora su quella stessa estensione di usi se ne contano diciotto.
Sono l’abbandono, spiega Agnoletti, e la troppa natura alcuni dei fattori che minacciano i paesaggi rurali italiani, che invece hanno come elemento tipico la manipolazione dell’uomo, il quale nei secoli ha creato, regione per regione, luogo per luogo, assetti diversi. «Chi viene in Italia – dice – non è richiamato dalla naturalità del paesaggio, altrimenti se ne andrebbe in Amazzonia o sul Grand Canyon».

Nel catalogo sfilano pascoli arborati e orti periurbani, limonaie e filari di gelso. «È un catalogo – afferma Marco Magnifico, direttore generale del Fai (Fondo ambiente italiano) – che documenta anche come in Italia l’uomo abbia integrato i paesaggi, ma senza occuparli e stravolgerli». Ma Agnoletti osserva: «Nel Nord sono ormai scarse le aree estese che conservano i caratteri tradizionali del paesaggio rurale. La montagna alpina presenta spesso zone con pascoli e terrazzi a vigneto, come in Valtellina o in Trentino. Sopravvivono le foreste cinquecentesche che i veneziani usavano per la costruzione delle navi. La pianura padana, però, ha perso gran parte del paesaggio storico: troviamo tracce di fontanili, marcite, cascine e risaie, ma con pochissime alberature, un tempo invece estesissime». Delle regioni centrali il catalogo sottolinea la permanenza dei castagneti da frutto in Toscana, «vecchi anche trecento, quattrocento anni», oppure le alberature nelle Marche, i tracciati della transumanza in Abruzzo. «Al Sud, poi, la dotazione è molto più ricca: i mandorleti terrazzati del Gargano, i pistacchieti di Bronte, le viti maritate dell’aversano, una coltura vecchia anche duemila anni, citata da Columella, Varrone e Plinio, o ancora il paesaggio agrario della Valle dei Templi di Agrigento».

Molti dei centotrentasei paesaggi hanno grandi attrattive per un turismo selezionato, ma in costante crescita. «Nelle regioni meridionali – ricorda Agnoletti – l’offerta agrituristica è cresciuta negli ultimi anni dell’ottanta per cento». Ma è fondamentale che quei paesaggi restino vivi, insiste il professore, che chi li abita non sia costretto ad abbandonarli e che si incentivino le produzioni di qualità: «Il rapporto fra il buon cibo, il buon vino e un territorio ben conservato è un valore che il nostro paese sfrutta ancora poco, a differenza di altri. Ci siamo molto concentrati sui prodotti, poco sui paesaggi che li esprimono. Eppure gli esperti di marketing sanno che è indispensabile costruire “una storia” per vendere bene un formaggio o un olio: i nostri paesaggi sono ricchissimi di queste “storie”».

Non c’è solo la semplificazione dei paesaggi a mettere a repentaglio la multiforme varietà dell’Italia rurale. Le città si espandono, dilaga la cosiddetta “città diffusa”, quella delle villette che potrebbero ampliarsi del 20 per cento o del 30-35 se abbattute e ricostruite anche in deroga a tutte le norme urbanistiche. E gli spazi rurali periurbani sono i primi a soccombere. «Il cosiddetto “piano casa” è rischiosissimo», insiste Magnifico del Fai. «Quasi il nove per cento di tutta la superficie agricola italiana si trova intorno a grandi aree urbane, fra le quali le più importanti sono Milano o Napoli», calcola Agnoletti. I territori dell’agro romano fanno gola a nuovi e vecchi palazzinari. E una vera devastazione interessa l’area fiorentina, dove il paesaggio rurale della piana a ovest della città sta scomparendo e si sta realizzando la saldatura fra il capoluogo e gli insediamenti della provincia: uno degli ultimi baluardi di verde è l’area di Castello, sulla quale dovrebbero abbattersi più di un milione di metri cubi (la vicenda è ora in mano alla magistratura).

Sfogliando il catalogo sono molte le pagine in cui suonano i campanelli d’allarme. Ma una in particolare si segnala, quella dedicata al paesaggio agrario del Parco delle colline a nord di Napoli, un’area di oltre duemila ettari che dalle pendici della collina dei Camaldoli, dalle conche dei Pisani e di Pianura si infila fin dentro il centro storico della città, con le sue macchie di vegetazione e di giardini. L’area è saldamente tutelata e valorizzata dal piano regolatore, ma la sua vulnerabilità è massima. Lungo i confini meridionale e occidentale si aprono le voragini di numerose cave, profonde fino a ottanta metri, ora dismesse (quelle che si vedono nelle inquadrature del film “Gomorra”). In una di queste, a Chiaiano, è stata sistemata l’imponente discarica che adesso viene riempita con l’immondizia dei napoletani. (da La Repubblica del 2 aprile 2009)

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OGGI CERTE FOTO NON POTREI PIU’ FARLE

«Da quando abbiamo smesso di guardarli, hanno cominciato a devastarli». Gianni Berengo Gardin ha quasi smesso di fotografare paesaggi. Dopo averne catturati a migliaia con la sua Leica per oltre cinquant’ anni della sua grande carriera, quindici dei quali come prima firma fotografica del Touring Club Italiano e dell’ Istituto Geografico De Agostini. Non li trova più? «No, volendo qualcuno si trova ancora. Ho appena fatto un giro in Toscana e mi sono sorpreso, ci sono ancora angoli non compromessi. Il fatto è che non sembra interessino più a nessuno, le fotografie di paesaggio». Abbiamo chiuso gli occhi? Guardiamo da un’ altra parte? «Fotografare il paesaggio è più difficile che fare un ritratto. Prima di tutto è fatica: bisogna girare, girare tanto, fare chilometri. In tutto il mio archivio, i paesaggi che considero eccezionali non sono più di un centinaio. Poi bisogna capire, sapere cosa cercare. In Toscana cercavo il dialogo frai crinaliei campi, in Siciliai grumi di case sulla terra ruvida, in Polesine il doppio orizzonte degli argini e dell’ acqua… Il paesaggio italiano non è il sublime naturale, è la terra dell’ uomo». “Paesaggio con figure” è un suo titolo celebre. «L’ uomo, nelle mie fotografie, c’ è anche quando non c’ è. Il paesaggio in cui vive l’ ha costruito, ma non ne è il padrone assoluto, non lo sovrasta. Almeno era così fino a un paio di decenni fa. Adesso i segni dell’ uomo sono prepotenti, invadenti, e brutti. Certi scatti oggi non li potrei più fare. Prenda questo, vede, era dalle parti di Siena: bene, la stradina serpeggiante l’ hanno raddrizzata e asfaltata, gli alberi sono stati tagliati e laggiù c’ è un parcheggio. O questo paesino in Sicilia, con le case tutte simili, varianti dello stesso tipo: adesso ci sono condomini a otto piani e un centro commerciale». Colpa degli uomini, insomma. «Anche la natura si pente e cambia i suoi paesaggi. Crescono gli alberi, cambiano i corsi dei fiumi. Anche la storia cambia il paesaggio: un campo arato col trattore non è bello come un campo arato coi buoi, ma non ci possiamo fare nulla. Invece la decadenza dell’ architettura, l’ orrore delle case “geometrili” e delle periferie industriali poteva essere evitato». Vincoli, leggi, divieti? «La tutela più forte, per un paesaggio, è l’ attenzione e il piacere di guardarlo. Finché il paesaggio viene osservato, goduto, e quindi anche fotografato, è più difficile devastarlo. Lo abbiamo tenuto d’ occhio noi fotografi, il paesaggio italiano, per decenni. Ma i fotografi di paesaggio sono quasi scomparsi. Forse perché non si fanno più libri di fotografie di paesaggio. I miei colleghi o fanno cose concettuali, o scelgono di raccontare la decadenza delle periferie e il disordine urbano. A me viene ancora voglia di fare qualche bella veduta, ma mi accorgo che tendo a ripetermi, a cercare i “miei” posti, che sono sempre meno». – MICHELE SMARGIASSI (da La Repubblica del 2-4-09)

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