Geolibri – Requiem per un albero. Resoconto dal Nord Est di Matteo Melchiorre

Requiem per un albero “Missione umana antica è dunque la decifrazione delle tracce degli sconosciuti che sono transitati in un certo luogo, che hanno lasciato qualcosa di sé […]. Cerchiamo dunque i viottoli, i tratturi, le rughe sulla terra tracciate dagli uomini soltanto per inseguirli in un gioco d’agosto o perché è la memoria ancestrale, il sentirne il richiamo, a spingerci a cercare di salvarli? Restituendoli ai fantasmi di chi li inventò”, così Duccio Demetrio nel suo Filosofia del camminare (Raffaello Cortina Editore, Milano 2005, p.16).
Appena lette le ultime parole del libro di Matteo Melchiorre (Requiem per un albero. Resoconto dal Nord Est, Edizioni Spartaco, 2007, ed.or. 2004, 12 euro) ho pensato che mi sarebbe piaciuto iniziare la recensione del testo con questa citazione. Melchiorre infatti ci guida, con punto di partenza l’Alberón di Tomo e il suo destino (la scomparsa dal paesaggio), attraverso luoghi, simboli, strade e sentieri del paese, nel tentativo di decifrare tracce e significati apparentemente difficili da cogliere. L’autore si interroga, non si ferma a raccontare soltanto la storia del grande olmo, ma ricerca e delinea, in modo illuminato, i legami, ora forti e saldi ora sfibrati, tra l’uomo abitante e il luogo abitato; muovendosi e giocando tra la dimensione spaziale e quella temporale, camminando e abitando i luoghi, parlando e ascoltando.
Attraverso il vuoto lasciato dalla caduta dell’albero, da Tomo, da un piccolo paese, con il procedere del racconto, si osservano passato, presente e futuri (probabili e possibili) non soltanto del Feltrino, mentre si cerca di misurare la dimensione di questo vuoto. Si percepisce l’ultimo bagliore di una cultura in tracollo, indebolita dall’emorragia demografica che, come ci ricorda l’autore, ha dimezzato la popolazione negli ultimi 50 anni, e si assiste all’avanzata di una civiltà urbanoide, in cerca di spazi da colonizzare con villette e capannoni, di luoghi da rifunzionalizzare, che tra l’altro trova già non pochi neofiti in loco. Tomo appare così come baluardo ultimo le cui mura iniziano a sgretolarsi quasi fossero state penetrate dal “bissón” che avrebbe divorato l’interno, l’anima, dell’albero come descritto da Melchiorre, ma che ciononostante resistono ancora:
“A Tomo c’è poco di nuovo. Ci sono cortili seicenteschi, rovinati da qualche restauro anni Sessanta. Ma a parte asfalto, cavi della luce e del telefono, lampioncini e poche case nuove le memorie del paesaggio sono vive. I rapporti tra umano e non umano sono inalterati.
Dentro il non umano, però, il prato è schiacciato dal bosco.
Fosse stato in altri paesi del Feltrino non ci sarebbe stato un Alberón, ma una villetta” (p. 112, edizione 2007).
Tra le mani ci si ritrova un libro che sorprende e stupisce, un libro insolito. Franco Marcoaldi di Repubblica lo definisce così: “qualcosa a cavallo tra la microstoria e l’indagine giornalistica, il récit e il diario di bordo”. Un libro onesto, con le dovute citazioni, ma soprattutto a colpire sono la sincerità dell’autore nell’ammettere di non conoscere certe cose, di essersi fermato per cercare delle risposte che talvolta non sono state del tutto complete e soddisfacenti, assieme alla non facile immersione nell’intricato universo della memoria dei luoghi.
Una lettura consigliata, geograficamente (e non) parlando.

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