Profughi – l’Europa che deve affrontare unita l’emergenza umanitaria del sud del mondo

zona SAR: Search and Rescue - ricerca e soccorso
zona SAR: Search and Rescue - ricerca e soccorso

La vicenda dei 145 immigrati, per lo più nigeriani, ghanesi e liberiani, che dopo tre tragici giorni prigionieri in mare, nel Canale di Sicilia tra la Libia e la Sicilia (prigionieri di uno scontro politico-diplomatico tra Italia e Malta, dopo essere stati presi a bordo da un encomiabile comandante di un mercantile turco, la Pinar) è una vicenda che mostra ancora una volta le difficoltà di realizzazione di un’Europa unita, che quasi sempre deve mediare tra stati nazione. La mappa qui sopra riportata mostra come vi sia una “incomprensione” tra Malta e Italia sulla SAR, che segna la delimitazione di “Search and Rescue”, ricerca e soccorso; cioè di chi è la competenza territoriale tra le acque dei due paesi per soccorrere persone in mare in difficoltà. Questo per uno “strappo” alle regole dell’Unione Europea da parte di Malta, che di fatto “allarga” la sua SAR (perché collegata alla possibilità di poter anche sfruttare economicamente quelle acque), ma non è in grado (o non vuole) prestare soccorso a chi è in difficoltà in mare.   Qui di seguito riportiamo la vicenda dei tre giorni di sofferenza (e morte di una ragazza nigeriana, di 18 anni, incinta) a bordo della Pinar, per il braccio di ferro diplomatico tra Italia e Malta (per fortuna conclusosi alla fine del terzo giorno con l’accoglienza italiana); con l’Unione Europea ancora una volta superata dalla contesa tra stati nazione.  La vicenda ve la riportiamo ripresa da una corrispondenza de “la Repubblica” e dal suo inviato (Francesco Viviano) riuscito, con i giornalisti del programma televisivo “Le Iene”, a salire sul mercantile, e che ha assistito all’agonia di tre giorni (per fortuna cessata) dei profughi, e dei marinai del Pinar, anche loro vittime del blocco diplomatico che si era creato.     E poi riportiamo un articolo su che cos’è la SAR e la ZEE (Zona Economica Esclusiva)

Sulla nave dei disperati – “I nostri tre giorni d’inferno”

Il reportage. I racconti dei migranti bloccati a bordo della Pinar. Il cadavere di una donna incinta resta per ore tra i rifiuti. “Sarebbe stato meglio morire, così non avremmo sofferto più”
(da “la Repubblica” del 20-4-09, FRANCESCO VIVIANO)

Neanche da morta, Esceth Ekos, che aveva 18 anni e veniva dalla Nigeria, ha avuto pace. Il suo cadavere con in grembo il corpicino del suo bimbo mai nato, è ancora lì, rinchiuso in un sacco di plastica bianco. Attorno le girano i gabbiani, il vento le scopre il volto.
E’ quello di una ragazzina che aveva attraversato il mare per cercare un futuro ed una vita migliore, per lei e per il suo nascituro. Ma è morta annegata durante la traversata del Canale di Sicilia. Sembrava che l’odissea dei suoi compagni dovesse finire, quando giovedì è apparso all’orizzonte il mercantile turco Pinar, intervenuto su segnalazione delle autorità di Malta. Invece era solo l’inizio. Quando i 145 immigrati, nigeriani, ghanesi, liberiani e di altre nazionalità, sono stati issati a bordo della Pinar, per quattro notti e tre giorni, tutti sono rimasti prigionieri sulla nave. Fino alla tarda serata di ieri, quando la notizia delle loro incredibili condizioni ha fatto il giro del mondo ed è stato evidente a tutti che la situazione a bordo era drammatica. Tutti stremati, anche il comandante e i dodici uomini dell’equipaggio: avevano paura di perdere il controllo della nave, che scoppiasse una rivolta, con molti immigrati che minacciavano di buttarsi in acqua pur di non restare ancora prigionieri su quel mercantile che li aveva salvati.
Siamo saliti a bordo con i colleghi delle Iene, dopo una traversata di oltre due ore a bordo di un gommone con mare forza 4 e con onde che superavano i tre metri. Abbiamo avvistato il Pinar e la corvetta della marina militare italiana Lavinia che la scortava, impedendole di muoversi per non farla attraccare a Lampedusa. Il gommone saltava ad ogni onda. Per qualche minuto abbiamo avuto anche paura di finire in mare. Poi, una volta giunti quasi sottobordo del mercantile, il gommone ha avuto una avaria al motore e siamo rimasti bloccati. Ci hanno soccorso loro, i marinai del mercantile turco che hanno calato una scialuppa, raggiungendoci e trainandoci fin sotto la nave, dove sui parapetti s’erano intanto affacciati decine e decine di extracomunitari, almeno quelli che avevano la forza di farlo. Gli altri sono rimasti sotto le coperte. Stanchi, sfiniti, affamati. E quando siamo saliti a bordo è sembrato di entrare nell’inferno.
Il cadavere della giovane ragazza era sul pozzo di poppa del mercantile accanto a grandi sacchi di immondizia, il fetore che proveniva da quel sacco bianco era insostenibile. Esceth era morta da cinque giorni e dimenticata da tutti, dai governi maltese ed italiano. Soltanto a tarda sera quando alla Pinar è stato finalmente consentito di fare rotta verso la terraferma, Esceth Ekos è stata trasferita dal cimitero a cielo aperto del mercantile turco a bordo di una motovedetta della capitaneria di porto che l’ha poi trasferita a Lampedusa. Le hanno riservato un’accoglienza di riguardo. Per non fare vedere quel cadavere hanno steso dei teli bianchi tra la passerella della motovedetta e la banchina. C’erano poliziotti dappertutto, anche sugli scogli, nessuno doveva vedere quella vergogna, quel cadavere ormai in putrefazione che per cinque giorni è stato in balia di tutto, del vento, del sole, del freddo, dei gabbiani, sepolto in mezzo all’immondizia a poppa del Pinar mentre Malta e Roma litigavano.
A bordo, uomini e donne sfiniti, ammalati, ustionati, che non avevano neanche la forza di parlare. Disperati: quasi tutti raccolti a prua della nave, ammassati come carne da macello, in mezzo a bottiglie d’acqua di plastica vuote, cartacce, residui di biscotti e pane che le autorità italiane avevano inviato per non farli morire anche di fame. Quando ci vedono a bordo gli extracomunitari esultano, pensano che siamo venuti a salvarli, a portarli finalmente sulla terraferma. Molti di loro sono scalzi, molti altri non hanno le coperte, ma il girone dell’inferno non è ancora finito. In sala macchine troviamo decine di extracomunitari rannicchiati in mezzo alle coperte, apriamo altri locali della nave che una volta erano cucine, magazzini, ripostigli e alloggi dei marinai, e scopriamo che ci stanno da giorni decine e decine di esseri umani. Ci guardano, non riescono neanche a parlare. Qualcuno, che ancora non è preso dalla disperazione, risponde alle nostre domande. Ma sono loro che sommergono di domande: “Perché ci tengono ancora chiusi qua dentro? Molti di noi stanno male – dice un giovane nigeriano, scalzo e con una coperta addosso – sarebbe stato meglio morire come la nostra amica, così non soffriremmo più. Che abbiamo fatto di male? Siamo fuggiti dal nostro paese per la fame e per la guerra, ci avevano detto che l’Italia e gli italiani sono un paese e gente caritatevole. Aiutateci, fate qualcosa per noi…”.
Un altro dice che se continua ancora così si butterà in mare e mima un tuffo. Il comandante turco e i marinai del mercantile non dormono da molte notti, sono sempre lì a controllare il via vai, avanti e indietro sul ponte, sopra e sotto coperta. “Non è possibile sostenere questa situazione – si sfoga il giovane comandante turco, Asik Tuygun, 36 anni – noi li abbiamo salvati perché ce lo hanno detto le autorità italiane e maltesi, ma poi hanno abbandonato noi e questi disperati”.
Accanto a lui c’è il secondo ufficiale di coperta, un giovane turco di 22 anni, Soner Karakas. Ha gli occhi arrossati dalla stanchezza, vigila continuamente, dice agli immigrati che vanno verso poppa di tornare indietro. Alza la voce: “Ma il mio cuore è in pena, vorrei fare di più per loro, invece sono impotente, ci ordinano di stare fermi, bloccati qui, ma è giusto tutto questo?”. E’ stato proprio lui a recuperare il cadavere galleggiante di Esceth Ekos in mezzo ad altri che si erano tuffati in mare dai barconi e che rischiavano di annegare. “Ma di questa storia non voglio parlare, la vedo lì chiusa nel sacco tutti i giorni con il suo corpo gonfio”.
A bordo ci sono anche altre due donne incinte, stanno accovacciate nell’alloggio del comandante, è più caldo, più confortevole, ma tutti gli altri stanno all’addiaccio. Hanno passato quattro notti a guardare da lontano le luci dell’isola di Lampedusa. Una delle ragazze incinte parla a fatica: “Salvate almeno questa creatura che porto in grembo, sono incinta di tre o quattro mesi, ancora non lo so, ho sofferto per raggiungere la Libia dove ho aspettato a lungo prima di imbarcarmi. Mi hanno sfruttato, facendomi lavorare come una schiava per mesi e mesi e quando ho raccolto i soldi per pagarmi il viaggio in barca sono partita da Al Zuwara con tutti gli altri. Quando è arrivata la nave turca pensavo di essere salva, invece sono diventata una prigioniera”.
Poco prima di sera arriva un elicottero della Guardia Costiera, cala a bordo con un verricello, imbracandole, due dottoresse di un’associazione umanitaria, inviate in fretta e furia da Roma, per verificare la situazione che fino a poche ore prima, era definita ufficialmente tranquilla e senza nessun problema. Ma non era così. Le due donne fanno subito una relazione via radio avvertendo il Viminale ed altre autorità, che a bordo della nave la situazione è insostenibile. Via radio continuano a chiamare, anche la Marina Militare italiana, che dice al comandante turco di non fare salire a bordo giornalisti. “Siete arrivati tardi, ormai sono qui a bordo”. E poi rivolto ai giornalisti, chiede: “Ma secondo voi, non ho fatto abbastanza?”.

Il ping-pong e le regole

di Vittorio Longhi (da “la Repubblica” del 18-4-2009)

CHI deve accogliere i 153 migranti soccorsi in mare dal mercantile turco Pinar, l’Italia o Malta? Dove deve sbarcare la nave, a Lampedusa o a La Valletta? E che cosa prevedono gli accordi e le convenzioni internazionali invocate dai due paesi per giustificare il diniego allo sbarco?

Il rimpallo di responsabilità tra Italia e Malta sulla sorte dei naufraghi e del mercantile che da tre giorni è al largo di Lampedusa si basa su interpretazioni degli accordi europei e su convenzioni internazionali che necessitano un chiarimento.

Dopo le accuse del ministro Maroni al governo di Malta, il ministro degli Esteri Frattini ha rivolto un appello all’Unione europea affinché Frontex, l’agenzia per la gestione e il controllo delle frontiere esterne, assicuri una soluzione urgente alla vicenda del mercantile. In base agli accordi di Frontex lo stato che richiede l’avvio dell’operazione di pattugliamento delle acque se ne assume anche le responsabilità, inclusa la gestione, e quindi l’accoglienza, dei migranti soccorsi in mare. Ma secondo il ministro dell’Interno maltese Bonnici sarebbe proprio l’Italia ad avere bloccato le operazioni di questa agenzia nell’area, previste per aprile.

“Esistono comunque le convenzioni che regolano il diritto internazionale marittimo”, spiega Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, facendo riferimento all’Organizzazione marittima internazionale, Imo, agenzia autonoma delle Nazione unite. In particolare, in questi casi si fa riferimento alle Convenzioni per la sicurezza della vita in mare del 1974, Solas, e la convenzione sulla ricerca e soccorso in mare del 1979, Sar. Alcuni importanti emendamenti di queste convenzioni prevedono che all’obbligo del comandante della nave di prestare assistenza segua l’obbligo degli stati di cooperare nelle situazioni di soccorso, sollevando il comandante della responsabilità di prendersi cura dei sopravvissuti e consentendo ai migranti di essere trasferiti in un luogo sicuro. Il contrasto tra Italia e Malta per l’assistenza ai migranti ha però anche un’altra origine, che riguarda la delimitazione degli spazi marittimi del Mediterraneo e le aspirazioni di Malta (si ricordi l’episodio della piattaforma Saipem II del 1980) ad essere titolare di una amplissima piattaforma continentale e di una ugualmente estesa “Zona Economica Esclusiva”. In attesa di un accordo fra Italia, Tunisia, Libia e la stessa Malta sulle “Zee”, i maltesi hanno allargato la loro zona Sar (Search and Rescue) in modo da precostituire una basa per le richieste economiche. Nella cartina (che riportiamo all’inizio dell’articolo di questo blog, n.d.r.) si vede come la Zona Sar maltese, quella in cui uno stato deve prestare assistenza e soccorso, si sovrappone in più punti a quella italiana. Malta non ha i mezzi, oltre che l’interesse politico, a presidiare la sua Sar, e questo aggiunge una spiegazione al contenzioso di queste ore con le autorità italiane. (18 aprile 2009)

“Il problema è che questi emendamenti non sono stati firmati dal governo maltese e quindi è come se i due paesi facessero riferimento a due protocolli che non necessariamente combaciano”, precisa Laura Boldrini. “Poiché queste situazioni si ripetono con una certa frequenza, mettendo a ulteriore rischio la vita dei migranti e in sicura difficoltà le navi che li soccorrono – aggiunge – sarebbe più efficace trovare in sede europea delle regole comuni e condivise a cui gli stati membri dell’Unione poi siano tenuti ad attenersi”.

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One thought on “Profughi – l’Europa che deve affrontare unita l’emergenza umanitaria del sud del mondo

  1. Grazietta Caredda domenica 30 ottobre 2011 / 4:34

    Più che commenti , c’è da piangere perchè parliamo di esseri umani
    la cui vita dipende dalle burocrazie e dalle leggi che non ne tengono conto. Che tristezza!!!!

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