TAV Firenze-Bologna: com’era verde la mia valle (descrizione di un disastro)

foto-tav-mugello I giudici hanno condannato il disastro dei lavori TAV (la ferrovia per i treni ad alta velocità) fatti in Toscana nel territorio del Mugello: 27 persone condannate a varie pene (riportiamo qui nel secondo articolo) con risarcimenti per 150 milioni di euro. Danni ambientali comunque quantificabili oltre il miliardo di euro. I treni ad alta velocità tra Firenze e Bologna faranno risparmiare ai passeggeri ventidue minuti di viaggio. Un disastro ambientale fatto di distruzioni idriche: torrenti e falde che non esistono più. Riportiamo qui per primo un articolo di Paolo Rumiz apparso su “la Repubblica” del 22 marzo scorso che descrive in modo impressionante il nuovo paesaggio di quella zona appenninica distrutta dai cantieri e dai lavori della TAV.     Che dire?  L’idea di un sistema di trasporto ferroviario di persone e merci veloce e razionale poteva essere attuato attraverso quella che viene chiamata “l’alta capacità”: con la possibilità di curare altresì non solo i viaggi a lunga distanza, di attraversamento di territori, ma anche di servire con efficienza e razionalità i sistemi locali (pertanto chi usa il treno ogni giorno anche per fare poche decine di chilometri, cioè la maggior parte dei pendolari, studenti e lavoratori). Un esempio interessante, seppur limitato a una sola parte del Veneto (Venezia-Padova-Treviso) è l’ SFMR (Sistema Ferroviario Metropolitano di Superficie), ora in fase di costruzione: treni veloci e frequenti che utilizzano i sedimi ferroviari esistenti, e aiutano la mobilità proprio di chi deve fare, spesso ogni giorno, pochi chilometri. L’Alta velocità ferroviaria è problematica nell’impatto ambientale, “salta” stazioni, città e territori considerati “minori”, e in definitiva il costo dell’impatto ambientale che procura non vale il risparmio di tempo che viene a dare (come detto, ventidue minuti tra Firenze e Bologna). Vi invitiamo a leggere questo articolo di Rumiz, che assume un carattere impressionante nel descrivere lo scempio ambientale che quest’opera ha procurato. 

Appennino, i torrenti inghiottiti dalla Tav

di Paolo Rumiz (da “la Repubblica” del 22/3/09)

Nelle valli senz´acqua spariscono anche piante e animali. Viaggio nel Mugello dove il sistema idrico è stato distrutto e le falde sono precipitate di centinaia di metri. Dove un tempo proliferavano trote, gamberi e vegetazione protetta ora ci sono solo profondi canyon. Il Carza era il più bel fiume della zona Oggi è diventato solo un misero scolo fognario

San Piero a Sieve- Non servono sismografi per capire dove passa il tunnel della Tav tra Bologna e Firenze. Basta seguire una traccia di foreste rinsecchite, alvei vuoti, macerie. Persino i cinghiali rifiutano di vivere lassù. Sopra la “grande opera” esiste una scia di “grandi disastri” che la segnala fedelmente. L’abbiamo percorsa, verso Nord, e per capire ci è bastata la parte toscana. Il Mugello, snodo cruciale dello scavalco appenninico.

I danni li hanno appena quantificati i giudici: 150 milioni di euro solo per lo smaltimento abusivo dei terreni di scavo. Poi vengono i cantieri abbandonati, le cave e le frane.

Il peggio è il sistema idrico distrutto: per ripagarlo non basterebbe una mezza finanziaria. Fra 750 milioni e un miliardo 200 milioni, per ventidue minuti di viaggio in meno. Spariti o quasi 81 torrenti, 37 sorgenti, 30 pozzi, 5 acquedotti: in tutto 100 chilometri di corsi d’ acqua.

Ma le cifre non sono niente. Per farsi un’ idea bisogna sentire il tanfo polveroso della montagna morta. Rifare i sentieri della Linea Gotica, tra i rovi, come in guerra. Solo che stavolta i danni non li hanno fatti i generali ma gli ingegneri, che possono essere peggio. Le ferite delle bombe si rimarginano. Queste restano per sempre.

Siete avvertiti: non siamo di fronte a un evento naturale, ma a qualcosa di biblico.

Tace la valle del torrente Carzola. Niente più uccelli. La falda è precipitata di trecento metri e la montagna è sotto choc idrico. Ha piovuto tutto l’inverno, ma le conifere sono morte, le querce moribonde. C’erano salmoni, trote, gamberi: ora più nulla. Un catastrofe come il Vajont, ma alla rovescia. Polvere, silenzio.

Nel canyon si spalanca una finestra di servizio. È sguarnita, potrebbero entrarci uomini e bestie. Cento metri sotto, il tunnel che ha inghiottito tutto. I tecnici ricordano quando avvenne. Esplose un getto da 400 litri al secondo a tredici atmosfere. Da allora, anche se in superficie la valle scende a Nord, le falde scaricano a Sud, verso Firenze. E del Mugello a secco chi se ne frega.

Paolo Chiarini, 30 anni, ingegnere ambientale, è cresciuto sui fiumi e, quando il Carza sparì di colpo un giorno di febbraio di 11 anni fa, fu il primo ad accorgersene. Corse in Comune ad avvertire, ma gli risposero giulivi: «Per forza, non è nevicato». Capì subito che l’ unica acqua che interessava gli italiani era quella del rubinetto, e fece l’ unica scelta possibile: combattere da solo. Da allora Paolo ha battuto ogni rigagnolo e raccolto dati. Oggi ci fa da guida su questa strada partigiana.

A Campomigliaio c’era la piscina naturale dei fiorentini. Poi è arrivata la talpa maledetta che ha “impattato” la falda e oggi sul greto resta solo un ridicolo cartello “Divieto pesca” e, a monte, uno scolo fognario a secco. Il Carlone era il paradiso dei pescatori. Oggi è ingombro di bungalow dai vetri rotti, rottami, tubi, cisterne, caterpillar arrugginiti. Su un muro, la scritta “Ciao, è stato bello”. Sotto, un torrente in agonia.

Ma a monte è peggio. Una strada bianca in mezzo a una foresta sbiadita, fiancheggiata dai tubi che fino a ieri hanno pompato acqua per tenere in vita il torrente. Una finzione. Sopra, una montagna di rocce intrise di asfalto collante, oli e bitumi. Quando piove, la morchia scola sulla vasca di captazione del comune di Vaglia, che raccoglie la poca acqua.

Purissima, era, da imbottigliare senza filtro. Tutto quel materiale poteva essere reimpiegato nel tunnel, come in Svizzera nella galleria del Gottardo. Qui invece s’è portato tutto in superficie. E nel buco hanno portato ghiaia fresca, aprendo decine di cave inutili sul monte. Ecco perché la Tav è costata il quintuplo del previsto. A San Piero a Sieve la ferrovia veloce esce a palla di fucile e s’infila sotto l’autodromo del Mugello.

Siamo nel cuore della conca, l’Appennino perde asprezza, l’orrore diventa bucolico. Tra le fattorie il torrente Bagnone è scomparso. Poco in là, anche il Bosso. Nove anni fa le sorgenti saltarono tutte assieme, ricorda l’avvocato Marco Rossi che segue le cause civili.

«Quando sparì il torrente la gente pensò che sarebbe tornato. Invece non tornò. Finita. Arrivarono le autobotti. Poi il disseccamento salì fino a Farfereto e Striano».

A Sergio Pietracito hanno fatto di tutto. Gli hanno tolto l’acqua per gli animali, fatto franare il bosco, aperto crepe in casa, semidistrutto i frutteti con le polveri, terremotato il sonno con esplosioni, ventole al massimo, bip di cicalini, fischio di allarmi, rombo di tir in retromarcia. Poi, a cantiere chiuso, gli hanno ripristinato i terreni con zolle miste a cemento, plastica e ferri arrugginiti. Pietracito ha speso 30 mila euro in avvocati, senza aiuto degli enti locali. L’italiano è solo davanti al potente. Lui non molla, ma molti altri sono stanchi. Sanno che, più dei danni, sono i processi a mangiarti la vita. Finisce che sei tu a dover pagare. La politica cala le brache: è già tanto se i sindaci sono riusciti a farsi dare il tracciato della galleria.

Risaliamo verso il Giogo della Scarperia. Ormai è un “trek” nella devastazione. Conifere moribonde, castagni in sofferenza. Fra un mese gli animali scapperanno anche da qui. A Lugo hanno visto «i caprioli scendere a valle per bere dai sottovasi dei giardini». Non era mai successo prima del 2006, quando la Tav ha smesso di pompare acqua “finta” in quota. Dopo il crinale, il versante del Santerno ci sbatte davanti l’ ultimo sacrilegio. Sul lato della Sieve avevamo censito pozzi defunti col nome di santie beati. Qui, nell’ abbazia di Moscheta, succede di peggio. Hanno rubato l’ acqua santa. La pieve, per riempire il suo secolare abbeveratoio rimasto a secco, deve farsi sparare acqua da Fiorenzuola.

Sempre per quei maledetti ventidue minuti.

Oltre si spalanca un abisso dantesco, il canyon chiamato Inferno. Era il top del Mugello, segnato su tutte le guide. Trote, gamberi, muschi. Sopra, il sentiero dove un tempo Dino Campana andava a Firenze incontrando bande di musicanti e pescatori di fiume. Oggi si cammina a secco tra massi enormi e smerigliati, segno della sacra potenza uccisa dall’ uomo.

Chi pagherà tutto questo? Quale nazione chiederà il conto? Il fiume infernale si butta nel Santerno, dove s’ apre il cratere della colossale stazione intermedia della Tav. Intorno, la devastazione. Novanta cave. Novanta cicatrici. Ed è solo il preludio dell’ ultima è più spaventosa ferita. La più lontana, la meno visibile. La condanna, esecuzione e morte del torrente Diaterna, con la doppia sorgente biforcuta sotto il Sasso di San Zanobi.

Ora si procede solo a piedi, tra ghiaie terribili, guadi algerini, qui nell’Italia di mezzo a fine inverno. Tre anni fa Chiarini vide e fotografò vasche piene di pesci putrefatti. Da allora è morte biologica. Querce cadute, polvere, vento, lucertole. Sotto, la galleria spara la sua traiettoria in un fondale umido carico di bitumi. Qui sopra, il biancore abbacinante di un greto.

La frazione di Castelvecchio – sopra l’ ultima finestra della Tav in terra toscana – ha perso il suo acquedotto nel ’98. Ora vorrebbero costruire un invaso per compensare lo scippo. Ma per metterci quale acqua? Con quale canalizzazione? Cementificando gli impluvi? Ricoprendoli di resine? Coprendo lo scempio con uno scempio ulteriore? La parola catastrofe non basta.

Il viaggio è finito.

«Cosa ci riserva il futuro Dio solo sa» brontola Piera Ballabio, della Comunità montana del Mugello. «Con la nuova legge sulle grandi opere, i Comuni avranno ancora meno voce in capitolo. Siamo vicini a una militarizzazione del territorio. Alla faccia del federalismo». – PAOLO RUMIZ

……………………

…e ancora (sul Mugello e la condanna dello scempio):

Danni in Mugello, Cavet condannato per la Tav

Repubblica — 04 marzo 2009 IL TERRITORIO del Mugello è stato duramente sacrificato a una grande opera di ingegneria realizzata con scarsissima attenzione per l’ambiente. E’ la conclusione del processo sulla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità (Tav) fra Emilia Romagna e Toscana: 79 chilometri di cui 73 in galleria.

Cominciato oltre quattro anni fa, il 26 novembre 2004, il processo si è chiuso ieri, dopo 100 udienze, con la condanna di 27 persone per reati ambientali, a pene comprese fra 5 anni di reclusione e 3 mesi di arresto. Tredici dei 27 condannati sono dirigenti, ingegneri e tecnici del Consorzio Cavet, il general contractor dell’ opera, il cui capofila è Impregilo. Il giudice Alessandro Nencini ha condannato a 5 anni l’ amministratore delegato di Cavet Alberto Rubegni, gli ex direttori generali Carlo Silva e Giovanni Guagnozzi, i direttori di tronco Franco Zambon e Franco Castellani, accusati di aver disseminato il territorio del Mugello, e non solo, di discariche di materiali di scavo delle gallerie e di fanghi contaminati da idrocarburi e da cemento, e di aver organizzato un traffico illecito di rifiuti. Il Cavet, responsabile civile, dovrà risarcire, insieme con tutti i condannati, le parti civili. A titolo di anticipo dovrà versare 50 milioni di euro al Ministero dell’ Ambiente, 50 milioni alla Regione Toscana, 50 alla Provincia di Firenze, più somme minori ad altri enti pubblici.

Le accuse formulate dai pm Giulio Monferini e Gianni Tei, che hanno coordinato le indagini dei tecnici dell’ Arpat, della polizia municipale e dei carabinieri, erano numerosissime e occupavano oltre 200 pagine. Molti dei reati, però, si sono prescritti durante il processo.

L’Italia è, a quanto pare, l’unico paese nel quale i termini di prescrizione continuano a decorrere anche dopo l’avvio dei processi.

Fra le accuse prescritte anche quella di truffa ai danni della Regione.

Sul reato ritenuto più grave dalla procura, quello di furto aggravato di acque pubbliche, il giudice Nencini ha disposto uno stralcio dal procedimento principale e la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.

Secondo le accuse, Cavet ha utilizzato senza autorizzazioni non meno di 5 milioni di acque pubbliche per gli impianti di betonaggio, il lavaggio di mezzi meccanici e altre attività di cantiere. La legge Galli del ‘ 99 ha depenalizzato l’illecito impossessamento di acque pubbliche per usi industriali. Ne deriva che chi ruba una mela rischia una condanna penale, chi preleva illecitamente un bene prezioso come l’acqua per usarla in un cantiere rischia una sanzione amministrativa (così come, prima dell’ intervento della Corte Costituzionale, chi falsificava le firme sulle liste elettorali rischiava meno di chi apponeva una firma falsa su un documento privato). Secondo il giudice Nencini, la norma che depenalizza il furto di acque per usi industriali è viziata da irragionevolezza e grave contraddizione e confligge con il diritto fondamentale a mantenere integro il patrimonio ambientale. Di qui la decisione di rimettere la questione alla Corte Costituzionale.

L’ inchiesta sui danni causati dai cantieri Tav era divisa in due filoni principali: quello della contaminazione dei terreni e delle acque per effetto dello smaltimento delle terre e dei fanghi delle lavorazioni in galleria, e quello del drammatico prosciugamento delle sorgenti e dei fiumi del Mugello, una delle regioni più ricche di acqua d’ Italia.

Secondo le accuse, a causa dei lavori in galleria e della intercettazione «selvaggia» delle acque di falda, si sono seccati 57 km di fiumi, la portata di altri 24 km di corsi d’ acqua si è drasticamente ridotta, sono state prosciugate 37 sorgenti e 5 acquedotti. Un disastro ambientale per il quale la procura contestava il danneggiamento aggravato, un reato volontario. Il giudice ha ritenuto invece che questi gravissimi danni siano stati causati da negligenza o imperizia, cioè siano colposi, e il codice penale non prevede il reato di danneggiamento colposo. Da questa accusa, perciò, tutti gli imputati sono stati assolti. Tuttavia le famiglie e le aziende danneggiate potranno chiedere i danni in sede civile. I danni complessivi al territorio del Mugello sono stati valutati in almeno 741 milioni di euro. Dopo il giudice penale, si appresta a muoversi anche la procura della Corte dei Conti, che potrebbe chiedere i danni anche a chi, negli enti pubblici, avrebbe dovuto vigilare e non lo ha fatto a sufficienza. Il reato di furto aggravato di acque pubbliche stralciato alla Corte Costituzionale.

Le tappe

L’ inchiesta. È il 1999 quando si apre l’ inchiesta sulla Tav e sui guai ambientali causati nell’ alto Mugello.

L’ accusa. I danni in quella zona: 57 chilometri di fiumi seccati, sorgenti scomparse, corsi d’ acqua ridotti.

Il processo. Comincia nel febbraio del 2004. L’ accusa ha chiesto 43 condanne dai 10 anni a due mesi.

Gli imputati. Nei guai i dirigenti della Cavet, il consorzio di imprese e anche autotrasportatori –

(FRANCA SELVATICI , la Repubblica)

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