L’EXPO 2015 riuscirà a resuscitare l’interesse per una MILANO ora poco attraente?

expo2015

Più di un anno fa (il 31 marzo 2008) Milano si è aggiudicata la gara internazionale per l’esposizione universale: un evento di portata mondiale che dovrebbe portare nella città almeno 30 milioni di persone (ma sarà così?). Il tema dell’esposizione sarà cosa non da poco: “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”.  Eventi come questi dovrebbero (dovrebbero?) servire a dare una mano concreta a risolvere i grandi dilemmi del mondo (come ben specificato nel titolo dell’evento). Ma servono anche a mettere in bella mostra la città che ospita la manifestazione, con finanziamenti cospicui del governo (per Milano sono stati stanziati, o si dovranno trovare, 13 miliardi di euro), più l’indotto finanziario ed economico che dovrebbe generare questa manifestazione. Non entriamo qui in merito alla congruità di investire somme enormi per eventi di tal genere (noi siamo piuttosto critici con questi megaprogetti); ma diamo per scontato che, piaccia o no, la cosa si farà. E che, in quest’ottica, può essere un’occasione per la città-metropoli di Milano di rendere efficiente la rete dei trasporti, per migliorare l’urbanistica, per un’edilizia di qualità… Insomma per riqualificarsi.     E qui sta il punto. Milano in questi decenni non è riuscita a seguire il trend a volte di grande qualità delle metropoli europee: è mancata completamente nel rinnovo urbanistico. Milano non è una metropoli con appeal (se un turista deve scegliere, si indirizza verso altri grandi centri europei). Parigi, Berlino, Londra, Lisbona, Stoccolma, Barcellona, Lione… sono tante le città-metropoli europee che hanno avuto un grande sviluppo urbanistico e nei servizi in questi anni: e che è interessante andarci, andare a vederle. Milano invece è una metropoli vecchia e grigia. Ha perduto, con tangentopoli, nei primi anni ’90, il ruolo di “capitale morale d’Italia”. E’ sempre stata una città molto inquinata (ora è al secondo posto tra le metropoli europee per inquinamento da polveri sottili e biossido d’azoto). Ha perso in questi anni irrimediabilmente ogni vocazione industriale (sono sparite Innocenti, Pirelli, Alfa Romeo, Maserati… sostituite, nei loro luoghi di lavoro e produzione, da speculazioni immobiliari). Nel trasporto e nella mobilità è una città intasata e poco efficiente (vedi il faraonico e poco utile progetto di costruire un aeroporto internazionale, Malpensa, in un’area di difficoltosa raggiungibilità…). Milano è una tra le città più care al mondo (viverci costa molto…). Abbiamo dimenticato qualcosa?  SI. Milano è brutta urbanisticamente e poco attraente per un viaggiatore che viene da fuori. E’ mancato quello che invece molte altre metropoli europee sono riuscite a fare o stanno facendo: una pianificazione urbanistica all’insegna della modernità (Lisbona, Parigi, Lione, Stoccolma…), dove viverci non è caro (vedi Berlino, ma non solo), con trasporti adeguati (Barcellona, Lisbona, per non parlare di Parigi e Londra…).      Per questo l’Expo potrebbe essere un’occasione importante di riqualificazione. I primi passi fanno presagire il peggio (in un anno non si è fatto niente, solo una lotta per le nomine alle principali poltrone…). Ma noi crediamo che Milano non possa perdere questo treno per diventare una città-metropoli appetibile per chi ci vive e per chi vuole andare a visitarla.         Riportiamo qui un articolo ripreso dal “Financial Time” (quotidiano britannico) tradotto dalla rivista settimanale Internazionale (che potete trovare nelle edicole ogni venerdì), articolo questo positivamente possibilista di un miglioramento di Milano con l’Expo. Più critici gli altri articoli che vi proponiamo di seguito.

LA CENERENTOLA D’EUROPA

(di Emily Backus, “Financial Time”, Gran Bretagna – pubblicato e tradotto in Italia dal settimanale “Internazionale”)

Milano si vanta di essere la capitale mondiale del design. Sede delle case di moda Prada, Armani e Versace e di grandi nomi dell’arredamento come Poltrona Frau. Ha ottime ragioni per rivendicare il titolo. Ma il capoluogo lombardo perde il confronto con Parigi, New York e altre città minori in una categoria importante: la pianificazione urbanistica. Centri come Lisbona e Lione sono riusciti a liberarsi delle peggiori eredità dello sviluppo industriale del dopoguerra investendo nel rinnovamento urbano, negli spazi pubblici e nei trasporti. Milano, la cenerentola d’Europa, è rimasta a guardare.

Nonostante il suo dinamismo, le molte attrattive e il ruolo centrale dell’economia italiana, Milano ha edifici brutti e antiquati, pochi spazi verdi, parecchie barriere architettoniche, un traffico caotico e un’aria tra le più inquinate del continente. Il direttore d’orchestra milanese Claudio Abbado ha accettato di tornare a dirigere l’orchestra della Scala solo a patto che il comune piantasse 90mila nuovi alberi.

Eppure, malgrado la contrazione del credito e lo stallo del mercato immobiliare, sembra che si stiano creando le condizioni per un ampio e necessario rinnovamento. Un intervento da 13 miliardi di euro dovrebbe modernizzare il sistema dei trasporti pubblici in vista dell’esposizione universale del 2015. Probabilmente saranno riesaminati anche i criteri di sviluppo urbanistico per favorire la creazione di centri che si espandono in verticale, densamente popolati, dotati di servizi pubblici, collegati da percorsi pedonali e circondati da parchi. Dovrebbero cambiare anche le regole che impediscono di riconvertire vecchie strutture industriali in loft come quelli di New York.

Nel 2008, dopo aver vinto la gara per l’Expo, l’assessore allo sviluppo del territorio di Milano Carlo Masseroli era entusiasta. “Milano sta vivendo un momento magico”, aveva dichiarato. “Sta riconsiderando il suo sviluppo. Non succedeva dal 1954”. Il suo tono era enfatico e la voce un po’ rauca, tipica di chi ha tenuto molti discorsi. Masseroli era impegnato in una maratona per convicere alcuni gruppi d’interesse che il suo piano di governo del territorio poteva trasformare Milano: da città intasata e concentrata intorno a un minuscolo centro, a rete integrata di una ventina di “epicentri” di attività, dotati di negozi e servizi pubblici.

Secondo il piano di Masseroli, gli spazi verdi dovrebbero aumentare dagli attuali 12,7 metri quadri per abitante a più di trenta, anche se la popolazione passerà da 1,3 a due milioni dopo gli interventi urbanistici. Inoltre, gli scali ferroviari inutilizzati e le aree dismesse – la cui superficie complessiva è il doppio di quella del centro storico e una volta e mezzo quella delle aree edificate dopo il 1980 – dovrebbero trasformarsi in piacevoli quartieri residenziali e commerciali.

59 mesi per un permesso

Le imprese edili avrebbero davvero scommesso miliardi di euro in progetti così ambiziosi? Il mercato immobiliare di Milano è sempre stato difficile a causa della poca trasparenza nei procedimenti burocratici, del peso dei legami personali a livello politico e della mancanza d’investimenti nelle infrastrutture pubbliche. Tutti elementi che influenzano negativamente le valutazioni di rischio e i bilanci. “I progetti invecchiano ancora prima di nascere”, spiega Claudio De Albertis, presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili, sottolineando che per ottenere il permesso per un grosso progetto bisogna aspettare in media 59 mesi.

Le linee guida dello sviluppo urbanistico di Milano risalgono agli anni cinquanta e non sono adatte al mercato di oggi. Per questo Masseroli propone una soluzione radicale che spera di vedere approvata entro la fine del 2009: scambiare in una borsa pubblica i permessi di costruire come se fossero azioni.

La città sarebbe divisa in aree di conservazione e aree di costruzione, e ogni proprietà avrebbe una quantità teorica di volumi edificabili. Questi “diritti” di costruire non potrebbero essere usati nei siti protetti, ma i proprietari – governo compreso – sarebbero liberi di venderli ai titolari di terreni edificabili. Così i costruttori potrebbero accumulare diritti per creare strutture molto più grandi di quelle consentite dalle regole fino a un tetto che deve ancora essere stabilito. Ogni lotto i cui diritti di costruzione sono stati venduti diventerebbe di proprietà pubblica, permettendo alla città di guadagnare spazio senza doverlo pagare o confiscare. Allo stesso tempo, il denaro che il governo otterebbe dalla vendita dei diritti dei parchi potrebbe finanziare il rinnovamento urbano.

“E’ un progetto positivo”, afferma Carlo Romanò, capo dell’ufficio immobiliare di Doughty Hanson a Milano. “Le regole attuali non sono chiare ed è difficile trattare con gli investitori stranieri quando non hanno un’idea di cosa potrebbero ottenere”.

Ma c’è anche chi è scettico sulla fattibilità del piano. “Le idee sono interessanti, ma complicate a livello tecnico e operativo”, sostiene Matteo Bolocan Goldstein, urbanista del Politecnico di Milano. Molri temono anche una colata di cemento e un aumento del traffico. Masseroli, però, assicura che i nuovi residenti alimenteranno il rinnovamento urbano, incoraggiando la conservazione degli spazi aperti e sostenendo i costi di servizi e infrastrutture. Secondo lui Milano ha lo spazio necessario per crescere: Parigi è tre volte più densamente popolata, Barcellona due e Londra 1,5.

Bisognerà anche riuscire ad attirare investimenti privati. Ora che Milano si è aggiudicata l’Expo 2015, dovrà rinnovare le sue infrastrutture entro un termine stabilito. L’amministrazione cittadina e lo stato italiano si sono impegnati a spendere 13,2 miliardi di euro, che comprendono anche 10 miliardi di progetti precedentemente approvati e mai realizzati.  Oltre alla costruzione del sito dell’Expo, Milano estenderà le linee della metropolitana, migliorerà le strade e le connessioni ferroviarie. Naturalmente non mancano i problemi: i preparativi per l’Expo sono già stati rimandati di un anno e il reperimento degli ultimi miliardi di euro di fondi pubblici è sempre più difficile.

“Il grande problema di Milano è lo stesso da quarant’anni: trasporti, trasporti, trasporti”, dice Massimo Tarabusi, ex dirigente della società immobiliare Cushman and Wakefield. Tarabusi pensa che i futuri interventi potrebbero trasformare il mercato immobiliare milanese da un sistema in cui è la vicinanza al centro a determinare il presso di una proprietà a un sistema in cui altri valori (innovazione, qualità di progettazione e costruzione, servizi) possono fare la differenza. E cita diversi progetti che, andando in quella direzione, hanno nobilitato quartieri periferici come i Navigli, Maciachini e la Bovina, ormai punti di riferimento per la scienza, le tecnologie e le case dai prezzi ragionevoli.

Nuovi progetti griffati

Le imprese costruttrici stanno anche cambiando il volto di una grossa fetta di terreni vicino al centro. Entro il 2015 Porta Nuova dovrebbe diventare un quartiere ciclabile e pedonale, ad alta efficienza energetica. Il progetto City Life, invece, prevede la costruzione nei prossimi cinque anni di 1.500 appartamenti firmati da grandi nomi dell’architettura come Daniel Libeskind e Zaha Hadid. Saranno abitazioni spaziose, vicine a un nuovo parco, con un sistema di raccolta pneumatica dei rifiuti e diversi posti auto (i milanesi hanno più macchine della maggior parte degli europei e in città il parcheggio selvaggio è la norma).

Tarabusi spera che i proprietari di case nel centro di Milano seguano l’esempio di questi interventi, ristrutturando le loro vecchie proprietà. Ma naturalmente tutto dipende dal mercato. I debiti hanno già mandato in fumo i piani del costruttore Luigi Zumino per due progetti firmati dagli architetti Norman Foster e Renzo Piano.

I massicci investimenti pubblici necessari ad allestire un’esposizione universale non sono sempre una garanzia di guadagno né di rinnovamento urbano, come dimostrano le città che hanno ospitato le ultime edizioni. Siviglia si è ritrovata con molte case più del necessario, mentre Hannover ha perso centinaia di milioni di euro. Tuttavia, se il comune di Milano realizzerà i suoi piani con rapidità e giudizio, potrebbe attirare investimenti internazionali in un periodo difficile.

Per ora il rumore dei macchinari, le strade sventrate e altri inconvenienti stanno creando disagi in alcuni quartieri di Milano. Non solo: secondo Fabiana Megliola, dell’agenzia immobiliare Tecnocasa, stanno anche causando una riduzione generalizzata dei prezzi delle case.

Ma in futuro i miglioramenti urbanistici aumenteranno la qualità della vita e il valore delle proprietà. Il valore delle case vicine a una nuova fermata della metropolitana potrebbe crescere del 5-7 per cento. Per quelle che si affacciano su un nuovo parco l’aumento potrebbe essere del 10-15 per cento. “Milano avrà un volto nuovo”, dice Megliola.    (Emily Backus, “Financial Time”, da “Internazionale”)

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L’ EXPO PERDUTA

(la Repubblica — 23 marzo 2009 – Alberto Statera)

Altro che “Grosse Koalition” all’ombra della Madonnina, come scrisse il Financial Times quando Milano, regnante ancora per pochi giorni il governo Prodi, si aggiudicò la gara internazionale per l’ Esposizione universale del 2015.

Un anno è passato da quel 31 marzo del 2008 e la litigiosissima “kleine koalition” di destra che governa la ex capitale morale e la Lombardia, adesso di conserva con il governo di Roma, la Madonnina la sta facendo lacrimare. Sono passati ingloriosamente dodici mesi tra risse politiche invereconde, diktat reciproci, nomine, dimissioni. E nulla di concreto si è ancora fatto per l’ Expo. Se non una girandola di poltrone.

Non un mattone, non un centimetro d’asfalto, non un metro di rotaia è stato posato, non un euro speso. Nulla si è mosso per le opere essenziali, tra gli scontri dei potentati politici ed economici, la caccia alle poltrone, la degenerazione dei progetti indotta dai signori degli appalti, gli appetiti crescenti nella colossale operazione immobiliare al tempo della crisi, che all’ombra dei finanziamenti pubblici dovrebbe trasformare Milano in una città “verticale” da due milioni di abitanti. Il tutto sull’ onda montante dell’ “anticollettivismo” berlusconiano, che sui metri cubi vuole gli italiani “liberi tutti”, sognando un paese di poeti, navigatori e palazzinari.

Tanto che, di fronte alle difficoltà politiche e finanziarie, è spuntato persino il partito provocatorio della rinuncia all’ Expo, di cui si è fatto primo portavoce l’ architetto Vittorio Gregotti, ricordando la saggia rinuncia di Mitterrand ai faraonici progetti per la celebrazione del bicentenario della rivoluzione francese nel 1989.

Intanto, su uno dei tanti fronti milanesi, stravolgendo il programma fin qui accreditato, incede il partito del “Bucone”, il tunnel di 14 chilometri che dovrebbe collegare, traforando le viscere dell’ intera città, l’area in cui sorgerà l’ Expo con l’ aeroporto di Linate. Costa, all’ingrosso, 3 miliardi, lo vogliono adesso fortemente Roberto Formigoni e l’ assessore comunale ciellino Carlo Masseroli, quello che progetta grattacieli in ogni centimetro libero, dalle aree delle caserme a quelle delle stazioni e dei binari ferroviari dismessi, per fare di Milano una piccola Londra con 2 milioni di abitanti. Oltre, naturalmente, alla Torno, società alquanto problematica titolare del progetto, di cui l’ italo argentino Carlos Bulgheroni ha ceduto quote rilevanti all’ Abm Merchant, del finanziere Alberto Rigotti, basato in Lussemburgo, che se il Bucone si farà aspira alla gestione del passaggio a pagamento per sessanta o almeno quarant’ anni.

E le due nuove linee del metrò, la quattro e la cinque? E le altre infrastrutture ? Letizia Moratti nicchia, dopo aver impiegato un anno per rinunciare al controllo della Società di gestione dell’ Expo attraverso il suo uomo, dopo scontri epocali con il ministro dell’ Economia Giulio Tremonti, con Formigoni, con la Lega, tutti impegnati non a metter giù rotaie e parcheggi ma, “culi sulle sedie”, come dice, chiedendo l’ anonimato, uno dei protagonisti di quest’ anno di operose lotte di potere nella destra meneghina.

Già gli esordi furono cupi: non cosa, come e quando fare, ma chi doveva controllare il ben di dio di 12 miliardi pubblici da spendere, più un indotto stimato in 44 miliardi. Il sindaco, il presidente della regione, il presidente della Provincia, il ministro dell’ Economia, la Lega Nord, la famiglia La Russa, protesi di Salvatore Ligresti, Berlusconi stesso. O domineddio? La Moratti scelse come suo domineddio quel Paolo Glisenti che Vittorio Sgarbi, ex assessore alla Cultura milanese, ha definito «l’ elaborazione intellettuale del nulla». Detto “Pennacchione” quando a Roma faceva il giornalista, si era preparato il potere assoluto e uno stipendio da otto milioni di euro o giù di lì fino al 2015. Ma è stato smascherato dalle truppe di Bossi: «Quando ci siamo seduti a un tavolo- ha confessato Dario Fruscio, presidente bossiano del collegio dei sindaci della società di gestione prima di dare le dimissioni da quell’inferno – ho capito che di aziende lui capisce poco o niente». Così Glisenti ha dovuto mollare. In vista del compimento del compromesso politico, faticosamente impostato in una cena ad Arcore che ha visto persino il “lider maximo” tirato per la giacca, ha dato le dimissioni dal consiglio d’ amministrazione pure l’ ex rettore della Bocconi Angelo Provasoli, in attesa di presiedere il collegio dei sindaci, e dell’ arrivo dei nuovi plenipotenziari, Leonardo Carioni, l’ uomo designato da Bossi, e Lucio Stanca, l’ ex ministro berlusconiano, del quale, per la verità, non si ricordano strabilianti performance al dicastero dell’ Innovazione, cui è riservato adesso il posto di amministratore delegato, con presidente Diana Bracco. Presidente anche dell’ Assolombarda, la più potente organizzazione territoriale della Confindustria, con quel che fin qui si è visto nessuno sembra aver niente da ridire sul fatto che gli interlocutori della Bracco a caccia di appalti miliardari saranno i suoi stessi soci confindustriali: Ligresti, Caltagirone, Impregilo, Astaldi, Pirelli RE, Risanamento, Cabassi, Gavio, Benetton. Un patente conflitto d’ interessi.

Ma che volete che sia rispetto allo spettacolo degenere che si è dato al mondo dal 31 marzo dell’ anno scorso, quando quegli ingenui simpaticoni del Financial Times decretarono che sull’ Expo si era compattata un’Italia bipartisan vogliosa di Grosse Koalition. Figurarsi, non ha resistito neanche la più modesta piccola coalizione di destra, berlusconiani, bossiani, formigoniani e partito trasversale degli affari.

Un anno dopo, la nuova rete metropolitana, la grande via d’ acqua, la grande via di terra, i padiglioni internazionali, il grande ponte pedonale, i parcheggi sotterranei, le autostrade? Giacciono tutti i progetti, mentre l’ assessore Masseroli, testa di ponte formigoniana e per ovvia traslazione della potente Compagnia delle Opere, calcola la “perequazione delle volumetrie”, cioè, tentando di tradurre in italiano, le colate di cemento che più o meno potrà far scorrere nella “città verticale” da due milioni di abitanti, nella colossale operazione immobiliare della “Grande Milano”.

Resta magari da spiegare chi verrà mai ad occupare tanti metri cubi svettanti verso la Madonnina con l’ esca degli investimenti dell’ Expo.

Visto che a Milano ci sono già un milione e 640 mila appartamenti. Ma ottantamila sono desolatamente vuoti. Gli uffici sfitti non si contano. Come dire la desolazione in un’ area pari a trenta grattacieli Pirelli, secondo il calcolo dell’ architetto Stefano Boeri. Ma che ce ne importa se si attiva la leva finanziaria della banche per i costruttori? D’ altra parte, tra pochi mesi anche del Pirellone dovremo decidere che fare, visto che è quasi pronto il Formigone, il grattacielo di 167 metri che Roberto Formigoni ha fatto erigere a suo perenne ricordo per quando sarà chiamato ad ancora più alte responsabilità istituzionali. E probabilmente sarà inseguito da vicende giudiziarie, viste le inchieste che già si aprono sulla distrazione di denaro pubblico negli aggiornamenti in corso d’ opera.

Trecentocinquanta giorni sono già passati in una storia ingloriosa di poltrone e di potere da quel 31 marzo 2008. Abbiamo assistito all’ iperfetazione policentrica dei poteri, in una logica di «investimento segmentale», privo di «un quadro di riferimento complessivo», come dice il professor Matteo Bolocan Goldstein, docente al Politecnico.

Diciamo, per tradurre, il dipanarsi irresponsabile di una molteplicità di azioni in proprio svolte a spennare risorse pubbliche.

Così si è perso un anno. Un tempo più che sufficiente alla ‘ ndrangheta per organizzarsi al banchetto dell’ Expo 2015, con accordi di spartizione che prevedono fette della torta a Cosa nostra e alla Camorra. «Gli interessi in gioco con Expo 2015-è scritto nell’ ultima relazione della Direzione nazionale antimafia- sono maggiori persino di quelli ipotizzabili dalla realizzazione del Ponte sullo stretto di Messina». Mille grattacieli invece di due piloni e un’ arcata sospesa. – ALBERTO STATERA

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Expo 2015, tutti gli errori di un anno: l’elenco delle scadenze non rispettate

A dodici mesi dall’assegnazione a Milano un documento riservato fa l’elenco delle scadenze non rispettate. Per il completamento di tutte le opere occorrerebbero 77 mesi ma all’inaugurazione ne mancano soltanto 72 – di Giuseppina Piano – Repubblica.it – 29/3/2009

Undici pagine e un titolo impegnativo («Master program Expo 2015») nel giugno 2008 fissarono la strettissima tabella di marcia per arrivare al 2015: quantificando in 77 mesi il tempo necessario per progettare e costruire i padiglioni a Rho-Pero e le nuove strade, metrò e ferrovie per arrivarci. Ma 77 mesi all’apertura dell’Esposizione universale di Milano non ci sono già più: ne restano 72 al primo maggio 2015.
Sta tutto in questi due numeri, il caso-Expo. In quella tabella di marcia terremotata da un anno in cui è successo di tutto, quanto a liti di potere. Ma in cui di fatto non è successo niente: la società speciale che dovrà progettare, realizzare e gestire la sede espositiva e i cinque mesi di evento non ha mai iniziato a lavorare.
Quelle undici pagine sono una lunga lista di appuntamenti saltati. E oggi, un anno dopo l’assegnazione, per il primo compleanno della vittoria dell’Expo nessuna festa è in programma. Il sindaco è in missione in Sud America. Il risultato di Parigi, le urla e i proclami sul «gioco di squadra» che segnarono l’assegnazione dell’Esposizione a Milano alle 18.32 del 31 marzo 2008, martedì prossimo non verrà celebrato da nessuno.
La realtà oggi è il ritardo clamoroso. Sulle opere di Rho-Pero e sul mastodontico capitolo (11,7 miliardi) dei nuovi collegamenti tra Milano e Lombardia: ancora 2,3 miliardi da «individuare» per nuovi metrò e ferrovie, un conto già salatissimo a cui aggiungerne altri 1,4 con la sorpresa del maxi-tunnel da Rho a Linate saltata fuori all’ultimo minuto.
E davanti l’inconfessabile rischio che l’Expo salti: entro il 30 aprile 2010 bisognerà tassativamente «registrare» tutta l’operazione al Bie, il Bureau des expositions, pena la perdita dell’Esposizione. Non è per niente una formalità e l’iter tecnico ma soprattutto burocratico per arrivarci è lunghissimo.       Expo già fuori tempo massimo? «Possiamo ancora farcela ma siamo al limite», dice l’allarme dei tecnici che hanno lavorato al dossier. Come? Con un «master program» che nel frattempo è stato riaggiornato, impietosamente compresso accorciando tutte le fasi, recuperando sei mesi e arrivando giusto al limite dell’apertura dei padiglioni.
I tabù oggi si chiamano «Accordo di programma», «Valutazione di impatto ambientale» e «Concorsi internazionali di progettazione». E non sono formalismi. Due i processi irrinunciabili. Il primo: la progettazione e realizzazione delle opere in 73 mesi. Il primo gennaio scorso, diceva il «master program», doveva partire il lunghissimo iter per padiglioni e parco a Rho-Pero, con svariati concorsi internazionali di architettura. Anche qui niente è partito. La beffa: mercoledì prossimo si fissava l’inizio delle prequalifiche. Secondo capitolo dei ritardi da recuperare a tempo record: bisognerà dimostrare al Bie entro l’aprile 2010 che Rho-Pero è formalmente nella disponibilità della società speciale Expo spa, ma per farlo bisogna chiudere l’Accordo di programma per le aree, in pratica formalizzare cosa farci prima ma soprattutto dopo il 2015. Ancora dal «master program»: la procedura richiede 346 giorni, si arriverà dunque più che pericolosamente a ridosso del time out del 30 aprile 2010. La trattativa doveva partire il 15 ottobre ma finora non si è andati oltre l’atto formale di apertura. L’accordo è tutto da fare, per arrivare a una mediazione con i proprietari privati di Rho-Pero, la Fiera e il Gruppo Cabassi.
La maxi-variante urbanistica che dovrà derivare dall’Accordo di programma dovrà definire quante case si potranno costruire dopo che i padiglioni saranno smontati. E c’è un punto fondamentale: perché l’Expo non sia solo un grande business per chi oggi ha aree agricole e domani le riceverà indietro costruibili e infrastrutturate (il loro valore potrebbe salire di qualcosa come 600 milioni di euro, dice una stima non ufficiale), bisognerà inventarsi e far accettare ai privati che dopo il 2015 resti anche una funzione pubblica.
Nel «master program» e nelle altre carte preparate a giugno «per la presentazione dello stato di avanzamento al Bie» — tutte carte ovviamente rimaste riservatissime — la lista degli appuntamenti saltati nell’anno di paralisi: il 15 ottobre doveva iniziare l’Accordo di programma, il 28 novembre la procedura per la «Valutazione di impatto ambientale» (e ci vorranno 20 mesi), l’1 dicembre la «Redazione del piano strategico per le infrastrutture». A ottobre l’iter per lo spostamento del centro Poste di Roserio, che verrà inglobato nell’area dei padiglioni, a Mazzo di Rho. Nebbia fitta su tutto.
Anche le tabelle del capitolo infrastrutture, dalla Brebemi alla Tem ai nuovi metrò 4 e 5, hanno visto aggiornamenti. E rinvii. Il via al prolungamento del metrò 1 a Monza ma soprattutto i cantieri per la nuova linea 4 erano datati 2009, nell’ultimo schema sono passati al febbraio 2010. Le opere ferroviarie sono traslate dal 2010 al 2011.

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