Abruzzo, un mese dopo (tra memorie dolorose, sciame sismico e come ricostruire)

una donna lascia la sua casa all'Aquila (dal settimanale Panorama)
una donna lascia la sua casa all’Aquila (dal settimanale Panorama)

Ore 3.32 del 6 aprile scorso: l’ora della catastrofe. Prima un grande boato poi il terremoto devastante che ha raso al suolo L’Aquila e provincia. I sismografi registrano un sisma di magnitudo 5.8, poi si parlerà di 6.3. I morti sono 298, i feriti più di 1500. Da quel lunedì nulla è stato più come prima in Abruzzo. A distanza di un mese si ricorda il sisma e le vittime.      Circa 70 mila abruzzesi ancora oggi non dormono sotto il tetto di casa. All’opera ci sono migliaia di volontari, ma il patrimonio artistico è a pezzi e l’economia locale è in macerie. Finito il sisma resta la paura, per lo sciame sismico che continua a terrorizzare gli sfollati.
Ora la lunga difficile e impegnativa strada della ricostruzione. Su questo, come geografi, abbiamo proposto l’idea sì di una recupero dei luoghi urbani (l’Aquila e i 48 medio-piccoli comuni colpiti) là dove essi sono sempre stati (cioè non costruire nuovi quartieri, nuove città, ma “recuperare l’esistente”). Però, oltre a il recupero di qualità (antisismica, con la coinbentazione e risparmio energetico) di quello che può ancora essere in grado di venir efficacemente recuperato, noi pensiamo che le abitazioni da rifare, i quartieri da demolire e ricostruire quasi integralmente possono (devono), secondo noi, poter seguire criteri architettonici diversi da quelli precedenti al sisma. Insomma, la tragedia del terremoto può portare a una ricostruzione più intelligente di città (l’Aquila) e di tutti i paesi colpiti, anche con modi urbanistici (case, condomini, piazze, edifici pubblici…) diversi da quelli prima esistenti, più belli, moderni e razionali. E’ la preoccupazione che alla fine prevalga una mera ricostruzione di “tal quale com’era prima”, non considerando la possibilità di fare di quella parte urbana dell’Abruzzo un luogo che possa anche superare le brutture urbanistiche dei decenni del dopoguerra.

In ricordo di quel che è accaduto un mese fa riportiamo un doloroso racconto di un giornalista, Giustino Parisse, di Onna, che quella notte del 6 aprile ha perso i due figli, racconto scritto qualche giorno dopo …sui figli perduti, sul suo paese distrutto… (racconto più che mai dolente ma lucidissimo).

QUANTO ERA BELLA LA MIA ONNA

di Giustino Parisse (da “Il Centro”, quotidiano abruzzese, 14/4/09) (Giustino Parisse, i figli e il paese distrutto: tutto è finito quella notte)

Quanto era bella Onna quella notte, prima dello scossone orrendo. La luna rischiarava i vicoli: via dei Calzolai, via Oppieti, via dei Martiri, via Ludovici, via della Ruetta, via delle Siepi. Dentro, mille anni di storia e milioni di storie: uomini e donne che quel piccolo paese in fondo alla Valle dell’Aterno avevano costruito e amato. In quella orrenda notte abbiamo perso tutto: le vite umane, le case, il nostro paese.
Non sentirò più gli odori: da bambino a ogni passo c’era una stalla. Sotto gli animali, sopra gli uomini. Nei giorni di festa i profumi del pomodoro fresco per fare il sugo rallegrava il palato ancor prima di consumare il pasto. E poi le voci, la colonna sonora di un paese di gente semplice. Quella notte dopo lo scossone orrendo le voci non c’erano più. La luna rischiarava il silenzio. Il dolore tanto forte da spezzare le corde vocali. Quella notte era una bella notte. Nella mia casa c’erano due angeli, erano nel loro lettino. Riposavano. Attendevo già il rumorio di un mattino normale. Quando si alzavano per contendersi il bagno. La mamma che li chiamava: sbrigatevi, è tardi, la scuola vi attende. L’ultima carezza, l’ultima rassicurazione.
L’orrendo scossone. La corsa verso quelle camerette, il grido spezzato: papà, papà. Domenico arrivo, arrivo. Resisti, resisti. Polvere, sassi, disperazione. Dall’altra parte della casa il grido della mamma: Maria Paola è qui. Lo sento. Un barlume: arrivo ad aiutarti. No, è solo speranza. L’orrendo scossone non perdona. Nella notte, sul tetto che non è più un tetto, l’abbraccio di un padre e una madre. Quella casa che diventa una tomba, la tomba dei sogni, la tomba dei tuoi figli per i quali hai lottato e poi quella notte scopri che li hai solo portati nel baratro. E’ la tua storia che finisce, è la tua casa che sparisce, il tuo paese che non c’è più. Poi le luci del giorno beffarde. C’è il sole, sullo sfondo brilla il Gran Sasso. Gli uccelli cantano la primavera. Tu sei lì, a guardare il vuoto. Arrivano gli amici, i soccorsi. E inizia il rosario della morte: Gabriella, Luana, Berardino, Susanna, Fabio e poi ancora, ancora e ancora: fino a 38. Era quella la mia gente, è quella la mia gente anche nella morte.      I miei bambini estratti dalle macerie. Nemmeno il coraggio di guardarli. La morte non deve avere un volto. La vita deve trionfare: il ricordo è del sorriso, degli occhi pieni di gioia, non del ghigno mortale di una faccia disfatta. Mamma che si salva: il volto insanguinato non lo riconosco. Papà è ancora seppellito sotto una montagna di macerie. Si lavora per portarlo via. Poi vado via anche io, fuggo dall’orrore. Fuggo dalla mia storia. Fuggo dalla mia vita. Tutto finisce nella notte dell’orrendo scossone. Non sento la radio, non guardo la tv. Poi, qualche sera dopo, incrocio con gli occhi l’immagine della chiesa parrocchiale: lì si sono sposati mia madre e mio padre, lì sono stato battezzato, lì ho pregato con la mia gente la statua della Madonna delle Grazie. Mi dicono che devono portarla via. Era nella sua nicchia dalla fine del 1400, quando la mano ispirata dell’artista Carlo dell’Aquila l’a veva modellata. Siam peccatori ma figli tuoi, Maria di Grazie prega per noi: il canto è risuonato milioni di volte, almeno venti generazioni di onnesi hanno toccato quella statua, l’hanno baciata e hanno sfiorato quel bambino Gesù che stringe forte forte fra le manine un uccellino. La Madonna se ne va, depositata dentro un container. Terremotata anche lei. Tornerà, sì tornerà, quando le macerie risorgeranno.
Via dei Martiri non c’è più: nel 1944 la mano cattiva dell’uomo l’aveva resa simbolo della sofferenza, dell’uomo che si accanisce sull’ uomo. Diciassette onnesi, la mia gente, annientati dalla follia di una guerra senza senso. Quella strage mi ha perseguitato per trenta anni: ho cercato di capire, di spiegare, di dare una ragione a quella violenza tanto assurda. Ho sperato anche di dare uno spunto per cercare giustizia. Oggi via dei Martiri piange altri morti: stavolta l’assurdo è il tremendo scossone. Tanti anni fa scavando nella storia del mio paese mi sono imbattuto nelle carte dell’archivio parrocchiale. Mi colpì una data: 2 febbraio 1703. Il parroco di quel giorno scrisse: ora sesta, orrendo scossone, la chiesa parrocchiale per intercessione di San Piero Apostolo è rimasta in piedi, una sola persona è morta.     Nel 1753 fu costruito il campanile, intorno una scritta a ricordo del parroco che lo aveva fatto realizzare: Beneditus Pezzopan, Unda prepositus. Due giorni fa i vigili del fuoco hanno preso la campana grande recuperata fra le macerie del campanile. L’hanno fatta suonare nella tendopoli. Sarà rinascita? Alla mia gente dico andate avanti, io non so se ce la farò, non so nemmeno come sono riuscito e scrivere questi pochi pensieri. Grazie alla mia seconda famiglia: gli amici e colleghi de il Centro. Grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato e confortato in questi giorni. Quanto era bella Onna quella notte prima dello scossone orrendo.  GIUSTINO PARISSE

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Da INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia):

La sequenza sismica de L’Aquilano (… I sismografi registrano un sisma di magnitudo 5.8, poi si parlerà di 6.3…)

creato da emergenza sala sismica — Ultima modifica 06/05/2009 09:29 ultimo aggiornamento 6 maggio 2009

Il 6 Aprile 2009 alle ore 03:33 la zona de l’Aquila è stata colpita da un forte terremoto. La magnitudo della scossa principale è stata valutata sia come magnitudo Richter (Ml) 5.8 che come magnitudo momento (Mw) 6.3. La sequenza sismica continua la sua evoluzione, con moltissime repliche che vengono localizzate dal personale INGV in turno H24 con i dati della Rete Sismica Nazionale integrati da ulteriori stazioni sismiche installate subito dopo la scossa principale nell’area epicentrale.
Tre eventi di M>5 sono avvenuti il 6 aprile (Ml=5.8), il 7 aprile (Ml=5.3) e il 9 aprile (Ml=5.1). I terremoti di Ml compresa tra M=3.5 e 5 sono stati in totale 31. Dall’esame dei segnali riconosciuti automaticamente alla stazione INGV MedNet de L’Aquila (AQU, ubicata nei sotterranei del castello cinquecentesco), sono state conteggiate oltre 20.000 scosse.
La distribuzione in pianta delle repliche evidenzia molto bene l’area interessata dalla sequenza sismica che si estende per oltre 30 km in direzione NO-SE, parallelamente all’asse della catena appenninica. La replica più forte, registrata alle 19:47 del 7 aprile, ha interessato il settore più meridionale dell’area, in prossimità dei centri di San Martino d’Ocre, Fossa, San Felice d’Ocre, dove erano state localizzate piccole scosse nella stessa giornata. L’evento del 9 aprile di Ml=5.1 è localizzato invece più a nord, lungo una struttura di più limitata estensione, sempre parallela alla catena appenninica.
I terremoti della sequenza sono avvenuti principalmente nella crosta superiore, entro 10-12 km di profondità. Solo l’evento Ml=5.3 del 7 Aprile a SE di L’Aquila ha una profondità di circa 15 km. I dati raccolti finora (sismicità, GPS, SAR, geologia) concordano nell’identificare la struttura responsabile della scossa principale come una faglia con movimento diretto che si estende per circa 15 km in direzione NO-SE ed immersione SO e la cui estensione in superficie si localizza in corrispondenza della faglia di Paganica.
Il danneggiamento nella zona epicentrale è determinato, oltre che dalla grandezza del terremoto (e quindi dalla magnitudo) anche dalla direzione di propagazione della rottura e dalla geologia dei terreni. In particolare, i danni maggiori si osservano nella direzione verso cui si propaga la fagliazione (effetto di direttività della sorgente) e vengono amplificati nelle aree dove in superficie affiorano sedimenti  “soffici”, quali depositi alluvionali, terreni di riporto, ecc.
Nel caso del terremoto dell’Aquila, la rottura associata all’evento del 6 aprile si è propagata dal basso verso l’alto (quindi verso la città dell’Aquila) e da nordovest a sudest, verso la Valle dell’Aterno.

Aggiornamento sulla sequenza – 1 maggio 2009. La sequenza continua la sua evoluzione, con molte repliche localizzate ogni giorno dal personale INGV in turno H24. Ad oggi (1 maggio ore 16) sono stati localizzati accuratamente oltre 4700 terremoti dopo il 6 aprile, la maggior parte dei quali strumentali e non avvertiti dalla popolazione. Gli eventi sismici di Magnitudo
Richter (Ml) maggiore di 3 sono stati ad oggi 157 (scarica lista .pdf 37.9kb). Stimiamo che il numero totale dei terremoti rilevati dalla stazione INGV dell’Aquila (posta nel Castello) abbia superato quota 20.000.
Nella giornata di oggi, 1 Maggio 2009, fino alle ore 15 si sono localizzati 88 terremoti, il più forte dei quali alle ore 7:12 con Ml=3.8. Questo andamento è da considerare normale per una sequenza di repliche di un
terremoto di Ml=5.8. Il numero e la magnitudo massima delle repliche sono gradualmente diminuiti giorno dopo giorno, come era aspettato. Questa tendenza generale continuerà nei prossimi giorni, anche se sono probabili altre repliche al di sopra della soglia dell’avvertibilità. Sono in corso di analisi tutti i dati della sequenza, allo scopo di individuare con precisione l’estensione delle faglie attivate con i forti eventi del 6, 7 e 9 aprile, per comprendere meglio il fenomeno e fare previsioni sulla sua evoluzione futura. Questo lavoro si basa sull’analisi dei dati delle numerose stazioni sismiche permanenti della Rete Nazionale, della Rete Regionale INGV in Abruzzo (link) e delle numerose stazioni temporanee installate subito dopo la scossa principale del 6 Aprile: circa 100 sismometri e accelerometri stanno registrando in continuo i movimenti del suolo nella regione abruzzese.

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SCIAME SISMICO: L’ONDA LUNGA CHE DURERA’ UN ANNO

La Repubblica, 11/4/09, Luigi Bignami

Il terremoto della notte del 6 aprile ha spostato L’ Aquila di 15 centimetri. Lo rivelano i satelliti dell’ Agenzia spaziale italiana.     Ma l’attenzione dei geologi è concentrata sui movimenti delle faglie e sullo sciame sismico che producono.     Dal 6 aprile comunque si sono contate oltre 8 mila scosse. Solo un migliaio, tuttavia, sono state localizzati con precisione, gli altri verranno studiate in seguito. Lo studio delle onde sismiche ha permesso agli esperti di stabilire che la struttura geologica che sta producendo i terremoti si allunga per circa 40 chilometri, con L’Aquila più o meno al centro. Secondo le prime analisi è possibile paragonare il terremoto principale e la prima fase delle scosse di assestamento al sisma umbro-marchigiano del 1997.         Per questo c’è da aspettarsi un lungo periodo di repliche. Allora, infatti, le scia di scosse durò un anno intero. La sequenza di Colfiorito, in particolare, fu quella che più di tutte mostrò una forte tenuta nel tempo: varie scosse, con un’ intensità che più di una volta superarono il quinto grado Richter, si ripeterono a più riprese. In quel caso si registrò anche un tortuoso fenomeno di migrazione degli epicentri, che dalla faglia principale passarono a faglie contigue.        Ma conosciamo davvero il fenomeno delle scosse di assestamento? Secondo Karen Felzer dell’ U.S. Geological Survey (Usa), che ha pubblicato una ricerca a tal proposito su Nature, non lo conosciamo affatto. «Analizzando decine di terremoti in prossimità della Faglia di San Andreas- ha detto- abbiamo scoperto che scosse di assestamento avvengono anche a distanze ritenute fino a oggi improbabili. Ne abbiamo viste alcune che si sono originate anche a 50 chilometri dall’ epicentro del sisma principale che si è verificato all’interno di faglie di pochi chilometri di lunghezza». Quindi l’idea che le scosse di assestamento possono avvenire in un’area non superiore al doppio della lunghezza della faglia che ha originato il sisma non può essere ritenuta valida. «In realtà per fare una previsione bisogna guardare al modo con cui le onde sprigionate dal terremoto principale si attutiscono con la distanza. Ma questo è un lavoro complesso che richiede anche una grande quantità di sismografi sul territorio», ha spiegato Felzer. L’ incertezza, dunque, resta. Lo dimostra anche la varietà di situazioni prodotte dai più violenti sismi italiani. Dal lungo sciame del terremoto del 1997 alla sorpresa di una scossa di assestamento a distanza di 4 mesi, che, dopo il sisma principale del Friuli del mese di maggio del 1976, si ripresentò con un’ intensità di poco inferiore. – LUIGI BIGNAMI

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COME RINASCE UNA CITTA’

Il 23 dicembre 2008, quattro mesi fa, Michele Botta, sindaco di Menfi, ha dato il grande annuncio. «Finalmente – ha rivelato ai suoi amministrati- siamo riusciti a ottenere la quota 2008 per la ricostruzione post-terremoto. Quattro milioni e 200 mila euro che immediatamente abbiamo provveduto a concedere dando la possibilità ai nostri concittadini di iniziare i lavori già nel 2009».         C’è un’ involontaria ironia in quel “già”. Perché Menfi, 13 mila abitanti in provincia di Agrigento, è uno dei 15 comuni distrutti dal terremoto del Belice, il 15 gennaio 1968: sono trascorsi 41 anni. Con l’ Irpinia, il Belice è uno degli esempi di come non si deve fare. Ed è anche il territorio in cui è stato sperimentato, con scarso successo, il modello della “new town”, della città totalmente nuova costruita a una certa distanza da quella distrutta. «Te la do io Brasilia» è l’ ironico titolo con cui racconta la vicenda un libro scritto dal giornalista Mario La Ferla.      All’ estremo opposto della scala delle ricostruzioni sta invece il Friuli: i terremotati di Gemona e Tarcento hanno saputo uscire dall’ emergenza in tempi relativamente rapidi. «Il segreto – confessava tre anni fa Franceschino Barazzuti, presidente dell’ associazione dei comuni terremotati – è stato quello di decentrare ai comuni le scelte della ricostruzione e di difendere la propria cultura e la propria storia da chi voleva realizzare una sorta di Udine 2».          Quello che è stato definito il “modello Friuli” ha fatto scuola in Umbria, nel 1997. Il principio ispiratore, ricostruire la casa distrutta «dov’ era, com’ era», è l’esatto opposto della new town. Che i friulani fossero particolarmente attaccati alle loro radici lo si era capito nei giorni immediatamente successivi alla scossa del maggio 1976. Quando insieme alle colonne di auto e roulotte affluiva da ogni parte d’ Italia un vero esercito di volontari che avrebbero trascorso l’ estate a scavare intorno alle case danneggiate per rinforzarne le fondamenta.         A Gemona e Tarcento ci volle poco più di un decennio per tornare alla normalità. E in quel decennio, come aveva voluto Aldo Moro, presidente del consiglio nel maggio ‘ 76, lo Stato delegò alla Regione e questa ai Comuni le scelte urbanistiche per rimettere in piedi i paesi.      Vent’ anni dopo, la rinascita dell’ Umbria sarebbe stata realizzata seguendo gli stessi criteri: oggi, a dodici anni di distanza dal terremoto del settembre 1997, si sta completando la ricostruzione di Nocera, uno dei centri più colpiti, con 9 abitanti su dieci costretti, nell’ emergenza, a ripararsi nei campi profughi.      New town o old town, il modello certamente da evitare è quello dell’ Irpinia, dove il terremoto è diventato un business al punto che è incerto anche il numero reale dei comuni disastrati: 70 secondo le prime stime, lievitati a centinaia qualche mese dopo. Raramente, nonostante speculazioni e clamorose vicende di corruzione, in Irpinia e Basilicata si sono realizzate città ex novo trasferendo in massa gli abitati. Gran parte dei 150 mila nuovi alloggi sono rimasti all’ interno dei territori comunali preesistenti. Ancora oggi,a quasi trent’anni dal disastro del novembre 1980, ci sono famiglie che vivono nei prefabbricati.        Il fascino del nuovo inizio, del reset che tutto azzera per ricostruire dal nulla, del prato verde su cui sorge una nuova città, non ha attirato i friulani che si opposero a Udine 2 e i sindaci umbri dopo il terremoto del ’97.      Nel Belice, invece, la nuova Gibellina sorge oggi a 20 chilometri dal paese distrutto nel ‘ 68. Per realizzarla furono chiamati artisti e architetti di fama da ogni parte d’ Europa. Con risultati controversi per l’ effetto laboratorio che produsse. «Costruire nel Trapanese case che ricordano i quartieri di Copenaghen – disse l’ architetto Calogero Di Stefano- non rispetta per niente la cultura e le tradizioni di un popolo».            C’è da chiedersi se quel modo di realizzare le new town sia l’ unico possibile. Se, insomma, ci siano città costruite dal nulla in grado di rispettare la storia del territorio. E se sia lecito spingere fino alle sue estreme conseguenze urbanistiche l’ occasione di trasformazione che sempre tragedie come un terremoto si portano dietro.        Trent’ anni fa Giuseppe Zamberletti, commissario straordinario in Friuli, il padre della protezione civile italiana, nella battaglia ideologica tra old e new town rifiutava di schierarsi e diceva: «La nuova Lioni, nell’ Avellinese, sorge quasi attaccata al vecchio centro storico. La nuova Laviano, invece, è stata piantata in un’area completamente staccata dal paese. Una soluzione non esclude l’ altra». – (da “La Repubblica”, 10-4-09, PAOLO GRISERI )

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One thought on “Abruzzo, un mese dopo (tra memorie dolorose, sciame sismico e come ricostruire)

  1. DOMENICO STRAMERA domenica 17 maggio 2009 / 9:57

    Gentilissimo Direttore.

    Le crisi ed i terremoti, se da un lato, fanno male, dall’altro, aiutano le collettività a ripensare alle regole con le quali operano per vivere meglio e progredire.

    Uno degli aspetti su cui ci si dovrebbe soffermare é il motivo per cui lesioni e crolli si sono verificati nelle stesse zone in cui altri edifici sono rimasti integri.

    Le ricognizioni effettuate sui luoghi, dimostrano che molti edifici sono stati costruiti non soltanto senza rispettare le norme antisismiche, ma addirittura, senza rispettare le più elementari regole di costruzione, utilizzando materiali scadenti, edificando su terreni inadatti, risparmiando sull’ armatura, sul cemento, ecc, mettendo a repentaglio non solo la collaudabilità dell’opera, ma anche la vita di molte persone.

    Ciò nonostante, talune opere sono state realizzate con la mancanza assoluta di controlli e successivamente collaudate, presumo, da tecnici compiacenti, i quali hanno falsamente dichiarato, che le opere sono state realizzate a perfetta regola d’arte, nel rispetto dei progetti approvati ed alle norme di legge (anche antisismiche).

    Per quanto sopra, ci ritroviamo, edifici e manufatti costruiti da pochi anni, (che dovrebbero in teoria resistere a terremoti di forte intensità, proprio perché costruiti con tecniche antisismiche), che si afflosciano al suolo come se fossero di cartone, causando numerose vittime.

    Illustri professori universitari, con cui concordo perfettamente, sostengono che è inutile emanare nuove norme antisismiche:

    Ad ogni nuova scossa c’é chi chiede una nuova norma.

    I livelli di conoscenza ingegneristica sul sisma sono molto elevati, di norme ce ne sono anche troppe, piuttosto occorre procedere sulla strada della verifica della qualità costruttiva.

    E’ necessario procedere ad un sistema di controlli sulla qualità, sui conglomerati utilizzati, sulla messa in opera corretta, sulle armature e quindi sui collaudi: un insieme di controlli il cui fine sia appunto la garanzia delle prestazioni indicate nel progetto.

    Nella maggior parte dei casi, a mio avviso, si sono evidenziate proprio queste carenze.

    Dobbiamo chiederci, come mai nessuno dei soggetti coinvolti nella realizzazione delle opere crollate: Progettisti, Organismi preposti all’approvazione ed ai controlli, Imprese esecutrici, si è accorto dell’errore? Eppure tutti hanno competenze tecniche tali, da valutare se vi erano deficienze.

    Sorge legittimo il sospetto dell’esistenza di

    CRITICITÀ ALL’INTERO SISTEMA ORGANIZZATIVO, e DEI CONTROLLI .

    Il primo passo sarà dare una casa a chi l’ ha persa, in una parola, ricostruire. Ma come?

    È a mio avviso, un grave errore ricostruire la città dell’ Aquila ed attuare il nuovo piano casa con le vigenti norme e regole in materia di costruzioni.

    L’esperienza ci insegna che per tutte le opere realizzate con tali procedure, sono state necessarie in corso d’opera, numerose varianti e modifiche, che hanno fatto slittare notevolmente i tempi di realizzazione, determinando una perdita di controllo dei costi.

    I progetti così concepiti e redatti, nella quasi totalità, non assicurano la certezza dei costi dell’opera e dei tempi di realizzazione.

    Gli stessi pur essendo in teoria progetti esecutivi, in realtà non lo sono quasi mai, (e potremmo anche togliere il “quasi”) proprio perché il sistema dei controlli é frazionato in una miriade di autorizzazioni e competenze che finisce per deresponsabilizzare il sistema.

    L’evoluzione tecnica e l’utilizzo nell’edilizia di materiali e componenti tecnicamente sempre più evoluti, orientati al contenimento energetico e all’utilizzo di energie alternative e bioarchitettura, comportano sempre più che i progetti debbano necessariamente essere redatti in maniera dettagliata, per ogni categoria di lavori e per ogni singolo elemento e/o componente costruttivo, anche a tutela della professionalità del progettista/i.

    È necessario, pertanto, apportare modifiche alle norme, sistema di approvazione e sistema dei controlli dell’intero processo che regolamenta le costruzioni, non per complicarlo, ma per semplificarlo, in modo da eliminare nel contempo tutta una serie di incongruenze e complicazioni tipiche del settore e per annullare e/o ridurre il ricorso all’autorità giudiziaria per controversie che irrimediabilmente si determinano.

    Oggi, il sistema dei controlli é frazionato e consiste in una miriade di autorizzazioni e competenze che finisce per deresponsabilizzare tutti i suoi attori.

    Non esiste normativa che responsabilizzi gli (Organismi di Controllo) che rilasciano i pareri di conformità del progetto, i quali, eseguono un controllo (teorico) di conformità dello stesso alle norme di loro competenza e rilasciano o negano l’autorizzazione:

    Ufficio Tecnico Comunale, Genio Civile, Ente Parco, Sovrintendenza alle Belle Arti, Corpo Forestale, AUSL Ufficio Sanitario, Vigili del Fuoco – Prevenzione incendi , Valutazione Impatto Ambientale ai sensi della Direttiva 337/85/CEE (e successive modifiche e integrazioni), Commissione Edilizia Comunale e/o Conferenza di Servizi – Sportello Unico Ecc.

    I suddetti Organismi una volta espresso il loro parere positivo, certificano la cantierabilità ed esecutività del progetto, che viene ritenuto “Definitivo, completo di tutte le autorizzazioni necessarie alla cantierabilità dello stesso”, e viene affidato all’impresa esecutrice.

    I tempi di rilascio delle suddette autorizzazioni da parte dei sopra indicati organismi, sono molto lunghi e rendono incerte le scelte progettuali e la stessa approvazione del progetto, in quanto, sono legate a volte alla discrezionalità del funzionario, più che a norme certe e di facile interpretazione, che stabiliscano con assoluta chiarezza, vincoli in conformità alle norme di salvaguardia e tutela del territorio, del patrimonio artistico e delle leggi dello Stato.

    Nessuno dei superiori organi, che ha espresso il proprio parere (e che ha facoltà di imporre modifiche) al progettista, ha responsabilità durante la realizzazione dell’opera.

    Inoltre, non esistono norme di riscontro delle ipotesi progettuali, considerato che, il progetto viene ritenuto esecutivo perché munito di tutti i pareri di conformità.

    Se in corso d’opera viene riscontrata una difformità all’ipotesi progettuale, diventa difficile provare e/o dimostrare l’errore progettuale.

    Lo stesso per il nostro ordinamento deve essere accertato dal Giudice nel corso di un giudizio, e la giustizia, non è in grado di dare risposte in tempi brevi per la lunghezza dei processi.

    Le certificazioni alle imprese ed ai progettisti se pur validi per la fase di pre qualificazione non assicurano che l’opera venga realizzata a perfetta regola d’arte, anche per errori che possono verificarsi nel corso dei lavori o in fase di progettazione.

    L’ attribuzione di tali errori (e della responsabilità) è oggi, con le attuali norme , difficilissima, anche per la lungaggine e l’intasamento della giustizia penale/ civile e la maggior parte rimangono impuniti, comportando lungaggini, disagi ed aggravio di costi, a discapito degli utenti finali, cioè dei cittadini.

    Eppure i cittadini hanno il diritto di avere una casa (frutto a volte dei sacrifici di una vita) e/o una opera pubblica sicura, che non pregiudichi la qualità della vita, il patrimonio o l’incolumità.

    Che fare allora?

    Bisogna preliminarmente riaffermare il diritto, e la libertà del cittadino che effettua un investimento, di avere un progetto esecutivo nei minimi particolari, di conoscere con certezza, preventivamente, il costo dell’opera ed il tempo necessario per realizzarla, e che la stessa venga eseguita nel rispetto dell’incolumità del personale addetto alla costruzione e delle persone che ne fruiranno.

    Per fare ciò, sono necessarie regole che concorrano a determinare, per ogni tipo di investimento privato o pubblico, certezza dei tempi e dei costi di realizzazione.

    In sostanza chi investe il denaro pubblico o privato vuole e deve conoscere, il costo certo della opera e quando l’investimento effettuato produrrà utili e/o benefici.

    Innanzitutto dobbiamo migliorare il processo di ideazione e progettazione :

    · corretta determinazione dei costi dell’opera con la redazione di un progetto accurato, redatto nei minimi particolari, che contenga tutti gli elementi necessari a determinarli con un elevato grado di affidabilità;

    · approfondite indagini sulla natura dei terreni in cui deve insistere l’opera e su tutti gli elementi che evitino, i cosiddetti “imprevisti” che comportano varianti in corso d’opera e fanno lievitare, a volte considerevolmente, il costo dell’opera ed i tempi di realizzazione;

    · conformità a tutte le norme di tutela e di salvaguardia del territorio, del patrimonio artistico e delle leggi dello Stato.

    Inoltre, a mio avviso, dovrà essere modificata, la seguente dichiarazione in uso dagli attuali Organismi di Controllo (Collaudatori – Direttori dei lavori):

    “ Per le parti non più ispezionabili, di difficile ispezione o non potute controllare, l’Impresa ha assicurato, a seguito di esplicita richiesta verbale del sottoscritto ( Organo di Controllo), la perfetta esecuzione secondo le prescrizioni contrattuali e la loro regolare contabilizzazione ed in particolare l’Impresa, per gli effetti dell’art. 1667 del codice civile, ha dichiarato non esservi difformità o vizi.”

    È necessario, accentrare la responsabilità di approvazione e controllo durante le fase esecutiva ed istituire nuovi “Organismi di Controllo” ai quali devono essere devoluti i seguenti compiti:

    1) l’ approvazione dei progetti ritenuti idonei, cioè esecutivi, perché redatti e dettagliati nei minimi particolari in conformità alle norme di tutela e di salvaguardia del territorio, del patrimonio artistico e delle leggi dello Stato;

    2) la verifica che il progetto redatto contenga una dichiarazione del progettista, con assunzione di responsabilità, garantita da polizza fideiussoria che il costo del progetto esecutivo redatto nei minimi particolari, è la somma dei costi delle singole lavorazioni necessarie al completamento dell’opera, e la somma dei tempi per l’esecuzione delle singole categorie dei lavori, é il tempo previsto per il completamento;

    3) l’obbligo e la responsabilità di seguire insieme al Progettista, all’Organo Tecnico dell’impresa esecutrice, tutto il ciclo di realizzazione dei lavori (con la presenza continua in cantiere);

    4) il controllo durante la fase esecutiva, sulla qualità di tutti i materiali , sui conglomerati utilizzati, sulla messa in opera corretta, sulle armature e quindi sui collaudi.

    Un insieme di controlli, il cui fine sia appunto, la garanzia delle prestazioni indicate nel progetto, riscontrando i disegni e gli elaborati esecutivi redatti dal progettista, secondo la sequenza necessaria per l’esecuzione, redigendo appositi documenti di conformità.

    Tale documentazione, terminati i lavori, dovrà essere archiviata e custodita in moto sicuro, e solo dopo l’Ente che ha rilasciato la concessione potrà rilasciare l’idoneità all’uso dell’opera.

    La responsabilità sulla regolare esecuzione, deve essere ripartita su tutti i soggetti che partecipano alla realizzazione dell’opera, secondo le specifiche competenze stabilite in modo chiaro e attribuite a ciascuno di essi, per l’individuazione certa e celere della responsabilità nel caso di non conformità o vizi dell’opera.

    In caso di non conformità, o impossibilità di esecuzione di una o più categorie di lavori, dovrà essere verbalizzato se è un problema di carenza degli elaborati progettuali o di difformità nell’ esecuzione, attribuendo la responsabilità a chi ha commesso l’errore, e proponendo le eventuali rettifiche che devono essere poste a carico del soggetto che lo ha commesso, tenendo conto anche nella quantizzazione del danno, dell’eventuale maggior tempo necessario per l’esecuzione dell’opera.

    Pertanto, per qualsiasi opera pubblica o privata, la certezza dei tempi e quindi del costo, viene determinata dalla redazione di un progetto accurato, di cui il progettista ed un apposito “Organismo di Controllo” devono assumersene la responsabilità, ognuno per le proprie competenze, durante tutto il ciclo dei lavori, prestando idonee polizze fidejussorie a garanzia.

    Il cittadino deve essere tutelato anche dall’ eventuale fallimento del promotore finanziario.

    Una volta determinato l’importo del progetto, l’Ente che rilascia la concessione edilizia (il Comune) dovrà accertare la disponibilità liquida da parte del promotore finanziario dell’opera, della somma necessaria al completamento (copertura finanziaria) delle stessa, somma che verrà vincolata e potrà essere utilizzata solo per la costruzione dell’opera per la quale viene rilasciata la concessione.

    I maggiori costi o maggiori tempi, vengono posti a carico di chi li ha determinati (progettista per errori di progettazione, impresa per errori di esecuzione, l’Organismo di Controllo per approvazione in difformità alle norme o per errori derivanti dalla mancata vigilanza), e tutti tre i soggetti devono fornire le dovute garanzie a mezzo di polizze fidejussorie a prima richiesta.

    In tale modo si ha la certezza di disporre dei tre elementi indispensabili per la realizzazione dell’opera:

    PROGETTO – CONTROLLO – COPERTURA FINANZIARIA.

    Il sistema, pertanto , deve essere completamente rivisto, secondo le seguenti considerazioni logiche:

    1) Il promotore finanziario (pubblico o privato) del progetto non deve necessariamente avere competenze tecniche, e non è giusto che sia gravato di costi suppletivi per imprevisti necessari alla realizzazione di un’opera a causa di un progetto carente;

    2) lo stesso, d’altronde, si rivolge a un tecnico o un gruppo di tecnici (società di ingegneria) i quali hanno le competenze specifiche e vengono remunerati per redigere un progetto esecutivo accurato, preventivarne i tempi e i costi di realizzazione, assumendosene la responsabilità, durante tutto il ciclo dei lavori;

    3) il promotore deve solo reperire le somme necessarie alla copertura finanziaria dei costi preventivati per la realizzazione dell’opera, in modo che la stessa possa essere completata, nei modi e nei tempi previsti.

    4) Il progetto deve essere conforme a tutte le norme di tutela e di salvaguardia del territorio, del patrimonio artistico e delle leggi dello stato.

    Solo cosi il cittadino inteso anche come fruitore di un opera pubblica o acquirente di una determinata opera in costruzione, sarà garantito:

    a) dalla certezza del costo dell’ opera;

    b) dal rispetto dei tempi di realizzazione, ad esempio se acquista dei locali avendo certezza sui tempi di consegna potrà programmarne l’utilizzo per uso personale (abitativo ad esempio matrimonio) apertura di attività imprenditoriale e/o affitto;

    c) dal ritorno economico dell’investimento effettuato, che gli consenta un indebitamento/investimento programmato;

    d) dall’ approvazione veloce dei progetti, in conformità alle norme di salvaguardia e tutela del territorio, rispetto delle leggi antisismiche ecc;

    e) dal controllo incrociato tra il progetto approvato dall’ “Organismo di Controllo”, e la realizzazione dello stesso nelle sue varie fasi, fino al completamento;

    f) dalla garanzia fidejussoria a prima richiesta, prestata dal Progettista, “Organismo di Controllo” e Impresa che copra i rischi degli errori in fase progettuale , esecutiva o di controllo;

    g) dalla certezza che l’opera verrà ultimata con le somme allo scopo vincolate.

    L’Italia per posizione geografica e per le risorse naturali uniche al mondo, può sfruttare al massimo la propria capacità economica ed attrarre masse enormi di investimenti, a condizione che si diano a chi investe il proprio denaro tali certezze.

    La formulazione e l’applicazione di tali regole, non solo, è necessaria per il superamento della crisi e della recessione, ma è indispensabile in un sistema globalizzato, per non perdere il livello di tenore di vita, oggi minacciato da recessione e disoccupazione.

    Solo le comunità che riescono a dotarsi di tali regole e principi coerenti, possono mantenere le proprie attività ed avere tassi di crescita.

    E non è solo un problema di risorse finanziarie, basti pensare che molte regioni hanno restituito alla Comunità Europea, inutilizzati, una miriade di finanziamenti.

    Solo in tale modo il “promotore dell’opera” pubblico o privato, (che non deve necessariamente, avere conoscenze tecniche), potrà valutare con certezza l’investimento da realizzare, i tempi di rientro e la remunerazione del capitale investito (utile e/o benefici per la collettività).

    Chi dispone di capitali, anche di piccolo importo, a causa dell’ incertezza determinata dall’attuale sistema non investe e si accontenta della bassa remunerazione offerta dal sistema creditizio, annullando tale incertezza, i capitali confluirebbero nel sistema produttivo rilanciando l’economia.

    La mancanza di tali regole, è aggravata dall’intasamento della giustizia, la quale non è in grado di dare risposte per la lunghezza dei processi.

    Inoltre, la mancanza di regole certe ed efficaci espone il cittadino, imprenditore, promotore, investitore a rischi non preventivabili ed ipotizzabili, e la lunghezza dei tempi della giustizia vanifica il ricorso alla stessa.

    Possiamo ancora tollerare che valide e utili “opere – attività produttive”, non vengano realizzate per la mancanza di regole efficaci?

    Possiamo continuare a perdere posti di lavoro che altre nuove opere ed attività imprenditoriali potrebbero offrire?

    L’applicazione delle regole sopra indicate contribuirà ad eliminare la recessione e a fungere da volano per lo sviluppo e ammodernamento del PAESE, ridurrà e ottimizzerà i costi di costruzione, migliorerà la qualità e durabilità delle opere, faciliterà la realizzazione delle opere di messa in sicurezza degli edifici esistenti, migliorerà le tecniche di costruzione, e rilancerà l’edilizia di qualità .

    Domenico Stramera

    domenico@greenphilosophy.eu

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