Immigrati in mare: come verificare il diritto di asilo e lo status di rifugiato con il respingimento automatico?

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Sulla grave questione “profughi in mare” (cioè di quei disperati, donne, uomini, bambini che dall’Africa del nord vengono verso le nostre coste meridionali) come problema lo abbiamo trattato in questo blog il 20 aprile scorso (vi invitiamo a leggerlo o rileggerlo), relativamente allora al caso della vicenda dei 145 immigrati, per lo più nigeriani, ghanesi e liberiani, che dopo tre tragici giorni prigionieri in mare, nel Canale di Sicilia tra la Libia e la Sicilia (prigionieri di uno scontro politico-diplomatico tra Italia e Malta, dopo essere stati presi a bordo da un encomiabile comandante di un mercantile turco, la Pinar), dopo tre giorni di stenti e in una situazione drammatica, sono potuti sbarcare a Lampedusa. Ora è accaduto, la scorsa settimana, che la nostra Guardia di Finanza, su ordine del Ministero degli Interni e approvazione della Libia, riportasse 200 disperati sulle coste libiche. Questa decisione ha suscitato non poche reazioni contrapposte: approvazione delle forze di governo (qualcuno per la verità ha taciuto) e grande disapprovazione in particolare da parte degli Organismi Internazionali, come l’Onu: per la prima volta non si verificava, non si controllava, da parte di una nazione europea (l’Italia) lo status dei profughi che andavano verso l’Europa, verso l’Occidente ricco; cercando pertanto di capire se vi erano ragioni di persecuzione che potesse far attribuire loro la condizione di “rifugiati politici” con il diritto all’asilo; ma li si respingeva tout-court, senza seguire la normale prassi di appunto verifica della garanzia umanitaria prevista per i rifugiati dalla Convenzione di Ginevra (convenzione firmata anche dall’Italia nel 1954).

Di tutta questa vicenda il vero problema (che potrete trovare ben sottolineato negli articoli, nella rassegna stampa che qui di seguito vi proponiamo) è prima di tutto la mancanza di controllo internazionale di tutela delle garanzie sui diritti dell’uomo da parte di alcuni paesi: ci riferiamo alla Libia, paese dittatoriale. Che ne sarà dei rifugiati respinti verso quella nazione?  Qui, verrebbe da dire, “sta il nodo”. L’impossibilità di organismi internazionali di incidere sui diritti fondamentali delle persone in alcuni stati del mondo. Importante comunque che le proteste internazionali nei confronti dell’Italia, e l’attenzione sulla vicenda dei mass-media, ha fatto sì che la Libia si premurasse a dimostrare che lei non violenta le donne e rende schiavi gli uomini, mostrando campi di accoglienza compatibili con il diritto internazionali. Almeno questa bagarre mediatica è servita a non lasciare mano libera alla Libia sulla vita di quei 200 disgraziati…

E cosa sarebbe costato all’Italia ricevere dignitosamente i 200 disperati? …rifocillarli, e da lì, se non c’erano le condizioni, rimandarli negli stati di origine con prassi normale, in ogni caso in garanzia di tutela dell’incolumità di quelle persone?… sì, sicuramente sarebbe costato qualcosa finanziariamente, ma almeno avremmo salvato una dignità nazionale e una garanzia di tutela dei diritti umani (e la violazione delle regole e dei diritti della persona, per opportunismo politico, non porta mai nel tempo a cose positive).

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“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” (articolo 2 della Costituzione Italiana) (da Peacelink)

Illegale e vergognoso il respingimento in Libia degli immigrati

Non era mai successo che il Ministro dell’Interno si vantasse pubblicamente di aver attuato (“per la prima volta”) un respingimento senza identificazione, in aperta violazione della Convenzione di Ginevra del 1954 oltre che della Costituzione Italiana. Ferma condanna di PeaceLink. 8 maggio 2009 – Alessandro Marescotti

PeaceLink ritiene illegale e vergognoso il respingimento in Libia degli immigrati, in violazione delle convenzioni internazionali e dell’articolo 2 della Costituzione italiana: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo

E’ la prima volta che accade in Italia. Lo afferma lo stesso Maroni: “Vorrei confermare una notizia che è apparsa oggi e che è davvero molto importante perché rappresenta una svolta nel contrasto all’immigrazione clandestina: per la prima volta nella storia siamo riusciti a rimandare direttamente in Libia i clandestini che abbiamo trovato ieri in mare su tre barconi. Non è mai successo, fino ad ora dovevamo prenderli, identificarli e rimandarli nelle nazioni di origine. Per la prima volta la Libia ha accettato di prendere cittadini extracomunitari che non sono libici ma che sono partiti dalle coste libiche”. (1)

La cosa paradossale è che il ministro Maroni entra in contrasto con la stessa Polizia di Stato che nel suo sito web ha pubblicato una pagina sul diritto di asilo in cui si legge: “In base alla Convenzione di Ginevra, la richiesta di asilo politico, può essere presentata dal cittadino straniero all’ufficio di polizia di frontiera, al momento dell’ingresso in Italia”. (2)

Il Ministro degli Interni Maroni invece, violando la Convenzione di Ginevra, si vanta di respingere in Libia gli immigrati.

Vorremmo ricordare che in passato vi è stato un bombardamento, sempre di quelli “umanitari”, dei caccia Usa contro di “dittatore Gheddafi”, che ora invece è nostro alleato nella “pulizia” delle coste.

  1. Per “ridare i diritti umani” agli afghani.

Ora tutta questa messa in scena diventa patetica, oltre che disgustosa. Esibiamo intenti di redenzione dell’umanità con missioni militari all’estero per poi mostrare un assoluto dispregio dei diritti degli uomini che si avvicinano alle nostre coste fuggendo dalla miseria e dalle dittature. E offriamo nelle mani di un dittatore coloro di cui ci vogliamo sbarazzare.

Catalogare come “clandestini” quei migranti che fuggono da violenze o persecuzioni è ridicolo: come fuggivano gli ebrei dal nazismo se non clandestinamente?

Con ministri come Maroni “clandestino” rischia di diventare in Italia il senso della legalità e della solidarietà.

Concludiamo, per i ragazzi che ci stanno leggendo, queste semplici informazioni che potete trovare sulla Wikipedia.

“Hanno diritto di asilo i “rifugiati”. Quello di “rifugiato” è uno status riconosciuto, secondo il diritto internazionale (art. 1 della Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati del 1954), a chiunque si trovi al di fuori del proprio paese e non possa ritornarvi a causa del fondato timore di subire violenze o persecuzioni. Il riconoscimento di tale status giuridico è attuato dai governi che hanno firmato specifici accordi con le Nazioni Unite, o dall’UNHCR secondo la definizione contenuta nello statuto dell’Alto Commissariato”. (3)

C’è un governo che fa affidamento su chi ignora queste cose.
PeaceLink fa affidamento su chi le conosce e vuole che i diritti umani vivano nel cuore delle persone. Perché se si spegne il senso della solidarietà e dell’indignazione muore il futuro.

Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink
http://www.peacelink.it

(1) http://www.adnkronos.com/IGN/Politica/?id=3.0.3287347037
(2) http://poliziadistato.it/articolo/212-Richiesta_di_asilo_politico
(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Diritto_di_asilo

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Diritto di asilo

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il diritto di asilo è un diritto umano fondamentale che comincia nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo all’art. 14, come diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni, non invocabile, però, da chi sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai princìpi delle Nazioni Unite.

Hanno dunque diritto di asilo i “rifugiati“. Quello di “rifugiato” è uno status riconosciuto, secondo il diritto internazionale (art. 1 della Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati del 1954), a chiunque si trovi al di fuori del proprio paese e non possa ritornarvi a causa del fondato timore di subire violenze o persecuzioni. Il riconoscimento di tale status giuridico è attuato dai governi che hanno firmato specifici accordi con le Nazioni Unite, o dall’UNHCR secondo la definizione contenuta nello statuto dell’Alto Commissariato.

In questo senso, l’asilo politico è un caso particolare di diritto di asilo, è il diritto di asilo, cioè, di chi è perseguitato per le proprie opinioni politiche, e che è perciò un rifugiato politico.

Nota: solo in italiano, accanto a “rifugiato”, è ormai consuetudinario l’uso improrio del termine “profugo” per definire chi, costretto a lasciare il proprio Paese a causa di guerre, persecuzioni, violazioni di diritti umani e catastrofi nazionali, non possiede tuttavia il riconoscimento dello status di rifugiato. In altre lingue, infatti, “profugo” è tradotto con parole tipo refugee, réfugié.

Diritto di asilo e diritti dei rifugiati nel Diritto internazionale

Convenzione ONU relativa allo status dei rifugiati (Ginevra, 1951)

Convenzione OUA sui rifugiati (Addis Abeba, 1969)

Dichiarazione di Cartagena (Cartagena, 1984)

Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 1950)

Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti (New York, 1984)

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Li avete mandati al massacro in quei lager stupri e torture

La Repubblica — 08 maggio 2009 –  LAMPEDUSA – «Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no».

Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le «fortunate» che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar.

Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti «nell’ inferno libico», dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione.

Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove «erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini». I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai.

Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L’ ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l’ ha chiamata «Sharon», ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l’ avrà mai. «Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace».

Accanto a Florence, c’ è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell’ inferno. «Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell’ incubo finisse». Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. «Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giornie giorni, sperando di ottenere altro denaro».

Il racconto s’ interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l’ altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. «È ancora li, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere “israelita”. Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l’ anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace».

Le settimane, i mesi, trascorsi nelle «prigioni» libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. «Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell’ inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?». «Noi eravamo sole, ma c’ erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l’ impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo.

Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare».

Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c’ era anche un’ amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. «Come possiamo dimenticare queste cose? Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tuttii soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l’ Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito». – DAL NOSTRO INVIATO FRANCESCO VIVIANO

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Parla un immigrato nigeriano “respinto” con altri duecento sulle coste della Libia  –    Il presidente del Consiglio dei rifugiati: “Non ci autorizzano ad entrare nei centri”

Dalla prigione l’appello dei dannati
“Ci trattano come bestie, salvateci”

dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO – la Repubblica 10/5/2009

LAMPEDUSA – “Due donne sono morte, sono morte poco dopo che siamo sbarcati a Tripoli dalle motovedette italiane. Erano sfinite, come tanti altri… Ci hanno lasciati sulla banchina, sotto il sole per ore e ore. E quelle due donne, trascinate sulla banchina, non ce l’hanno fatta. Altri due uomini sono in fin di vita. Aiutateci, veniteci a salvare, vi chiediamo di avere pietà. Ci sono altre donne e dei bambini, non lasciateci qui”.
Il grido di dolore, di disperazione, arriva da una prigione libica, a Al Zawia, a pochi chilometri da Tripoli, dove da giovedì scorso si trovano rinchiusi decine di immigrati “respinti” dalle motovedette della Guardia di Finanza e dalla Guardia Costiera, che inizialmente li avevano soccorsi a bordo di tre barconi nel Canale di Sicilia. L’uomo che parla è un nigeriano, ha 22 anni, è con la moglie di 18 anni, che ha abortito dopo i giorni in mare e ora nella prigione libica. E tra le donne rispedite a Tripoli, due, come conferma Christopher Hein, presidente del Cir (Consiglio Internazionale per i Rifugiati) erano incinte.
“Una di loro – afferma Hein – era in gravi condizioni. Il rappresentante a Tripoli del Cir ha visto che è stata trasferita d’urgenza in un ospedale di Tripoli. Finora nessuno degli esponenti delle organizzazioni umanitarie ha avuto la possibilità di entrare nei centri e vedere cosa accade. Le autorità libiche non ci hanno concesso i permessi, le pratiche burocratiche sono lunghe e difficili. Sono seriamente preoccupato”.
Ma come sono morte queste donne? Chiediamo al “prigioniero”: “Sono morte alcune ore dopo essere state lasciate sulla banchina insieme agli altri. I militari libici trascinavano le donne che erano prive di sensi per la stanchezza mentre altri, anche loro svenuti, venivano lasciati a terra senza nessuna assistenza. Adesso ci hanno ammassato in queste prigioni, stanno separando i cristiani dai musulmani e abbiamo molta paura. La polizia libica e quella italiana lavoravano insieme, gli italiani ci hanno salvati ma poi ci hanno lasciati a Tripoli”.
Il caos che regna dentro la prigione arriva anche alle nostre orecchie, l’uomo parla tentando di non farsi vedere dai militari libici. “Sono cattivi qui, non ci danno da mangiare, ci trattano come animali. Stiamo soffrendo tutti, in questo momento ci sono due uomini privi di conoscenza a causa della grande fatica che abbiamo affrontato e delle botte dei poliziotti. Vi preghiamo: fate qualcosa. Fateci andare via da qui, qualsiasi posto va bene per noi, abbiamo bisogno di voi ora, stiamo soffrendo”.
Spesso la conversazione telefonica è disturbata, cade la linea, riproviamo a chiamare e per fortuna il “prigioniero” ci risponde.
Il suo nome è contenuto nella lunga lista dei 238 (e non 223 come detto dalle fonti italiane) extracomunitari rispediti in Libia, quasi tutti nigeriani, etiopi, eritrei e somali. Ci dice che è nigeriano e che, come tutti gli altri, prima di arrivare in Libia ha fatto un lungo viaggio con la moglie. “Siamo stati in Libia tanto tempo, ci maltrattavano, e quando finalmente ci hanno concesso di partire l’abbiamo fatto, ma è stato tutto inutile. Molti di noi sono morti durante la traversata del deserto e quelli che sono sopravvissuti speravano di avere finalmente raggiunto l’Italia”.
Il nostro interlocutore ci comunica che uomini e donne sono rinchiusi in prigioni separate. “Anche mia moglie è stata portata via, ho paura che possano farle del male come spesso è accaduto a tante donne che sono state in Libia. Molte di loro vengono violentate e restano anche incinte. Mia moglie l’ho sempre protetta, ma adesso è sola e non so cosa possa accadere. Vi supplichiamo, aiutateci, non ci abbandonate”.
La conversazione con il “prigioniero” nigeriano si conclude con una frase paradossale: “Grazie – dice al cronista – e che Dio vi benedica”.
(10 maggio 2009)

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Originari di Ghana e Sierra Leone, riaccompagnati nei loro Paesi entro 2 settimane

Libia, nel centro dei «respinti» «Ma proveremo a ritornare»  Tripoli: i clandestini? Possiamo portarveli a San Pietro

dal nostro inviato Fiorenza Sarzanini (Corriere.it del 10-5-09)
TRIPOLI — La luce filtra dalle sbarre del­le finestre, loro stanno accasciati sulle stuo­ie, sono scalzi, hanno lo sguardo smarrito. Appena la porticina si apre balzano in piedi, cercano di uscire nel cortile. Vogliono spie­gare, raccontare, chiedere aiuto. C’è chi co­nosce qualche parola di inglese, chi si arran­gia con il francese. Hanno la pelle molto scu­ra, la maggior parte sembra provenire dai Paesi dell’Africa subsahariana. I poliziotti li ammassano contro il muro, intimano loro di stare seduti. «Potete parlare, se qualcuno di voi ha qualcosa da chiedere può farlo», gridano. Un ragazzo che dice di avere 16 an­ni quasi implora: «Mi chiamo Emmanuel, vengo dalla Sierra Leone, i miei genitori so­no a Londra. Ero partito per raggiungerli. I soldi per il viaggio me li ha dati mia nonna. Adesso non ho più niente, ma voglio anda­re da loro. Vi prego ci sarà un modo per riu­scire a tornare dì là».

Centro di accoglienza di Twescha, 35 chi­lometri a sud di Tripoli. Eccoli gli immigrati che la Libia ha accettato di riprendersi. Mer­coledì scorso erano sui barconi intercettati nelle acque maltesi. Nella notte sono stati trasferiti sulle motovedette italiane che han­no effettuato l’operazione di respingimen­to, provocando un caso internazionale, e so­no tornati in porto. Li hanno divisi per na­zionalità e ora li tengono in questi stanzoni in attesa di riportarli a casa. Non c’è alcuna speranza che possano rimanere, entro due settimane saranno organizzati i voli per il rientro. E tutto ricomincerà daccapo. Per­ché, come chiarisce Suleyman, ghanese di 24 anni «noi non possiamo restare in Afri­ca. Vogliamo andare in Europa, raggiungere la Grecia. E prima o poi ci riusciremo. Met­tiamo i soldi da parte, lavoriamo per pagare i trasferimenti. Un pezzo di strada per volta fino alla costa. Poi ci imbarcano». C’è chi sogna la Germania, chi sostiene di avere parenti in Italia. Samwi ha 19 anni, gli ultimi quattro mesi li ha trascorsi in un casa di Al Zwara — la cittadina all’estremo sud del Paese dove i mercanti di uomini ammas­sano la loro «merce» — ad aspettare l’ok de­gli scafisti. Pensava di esserci riuscito e inve­ce la sua traversata non è durata neanche 100 miglia e si dispera. Traore, 20 anni, tira fuori un documento per dimostrare che lui è già entrato nel programma di protezione per i rifugiati, dice che lo ricevuto ad Abi­djan, in Costa d’Avorio. Ma se gli chiedi co­me mai era su una di quelle barche non sa rispondere, non è in grado di spiegare per­ché non ha sfruttato questa occasione per provare ad avere una nuova vita. I centri di accoglienza qui sono gestiti dalla polizia, gli agenti di guardia che chiariscono di aver già avviato le verifiche sul tesserino sosten­gono che potrebbe essere falso.

Dopo le accuse di violazione dei diritti umani arrivate nelle ultime ore, le autorità libiche hanno deciso di consentire una visi­ta nelle strutture, vogliono mostrare al mon­do come vengono trattate queste persone. Quando si apre il padiglione dove sono i ni­geriani e i ghanesi, la scena vista all’inizio si ripete. Sono quasi tutti ragazzi. Si tirano su, ti circondano «perché devi mandare un messaggio, dire che stiamo bene ma che vo­gliamo essere liberi». Negano di aver ricevu­to maltrattamenti, non hanno segni visibili di percosse. Ricordano di essere rimasti per ore e ore su quei barconi che rischiavano di andare alla deriva. «Abbiamo avuto tanta pa­ura, era buio, potevamo morire», ripetono come in una litania. Fram ha la faccia da ra­gazzino, racconta di avere 17 anni, di essere giunto dal Gambia. E sostiene di non sapere dove si trova. «Libia? Non capisco. Io vole­vo andare a Malta». Le donne che erano sui barconi sono state trasferite nel centro di Zawia, 40 chi­lometri a nord della capitale. Lì finiscono anche i bambini, ma la polizia locale assi­cura che a bordo l’altra sera non ce n’era nemmeno uno. Le femmine erano 37 e una ventina erano con il marito. «Li abbia­mo messi insieme, ma anche loro dovran­no lasciare il Paese», chiariscono i respon­sabili delle strutture.

I centri di accoglienza sono cinti da un muro alto, circondati dal filo spinato. I por­toni sono di ferro, la sorveglianza è affidate alle guardie armate. Non ci sono limiti di permanenza, ma si cerca di non farli restare più di 15 giorni. «Perché — chiarisce il di­rettore di Twescha — siamo sempre in emergenza, anche in questi giorni ci sono 400 persone in più». Al ministero dell’Inter­no dicono che in Libia ci sono «almeno un milione e mezzo di stranieri che vuole rag­giungere l’Europa. Noi spendiamo ogni an­no due miliardi e mezzo di dollari per gesti­re il fenomeno dell’immigrazione clandesti­na e non siamo più in grado di sostenere il fenomeno». Abdal Muammed, un alto funzionario della sicurezza che ha trattato con l’Italia l’accordo per effettuare i pattugliamenti congiunti, sa bene quante critiche si siano scatenate dopo le operazioni effettuate in acque internazionali. Ma non appare dispo­sto a subire gli attacchi: «Non credo possibi­le che qualcuno pensi di aver risolto il pro­blema dell’immigrazione clandestina man­dando sei motovedette a controllare il ma­re. Noi siamo pronti a collaborare con il go­verno di Roma e lo stiamo dimostrando. Ma è l’Europa che deve farsi carico di que­sta situazione, avviare quei progetti negli Stati d’origine che promette da anni. E so­prattutto, l’Unione deve rispettare gli impe­gni presi nei mesi scorsi: quando abbiamo condotto la mediazione per liberare le infer­miere bulgare, sono stati siglati accordi per l’avvio della sorveglianza radar delle nostre frontiere meridionali. Non ne abbiamo sa­puto più nulla».

Alla durissima presa di posizione del Va­ticano, il rappresentante del governo libi­co risponde con altrettanta fermezza: «Quando abbiamo allentato i controlli sia­mo stati accusati di mandare la gente a mo­rire. Ora che abbiamo deciso di potenziarli ci accusano di violare i diritti umani. Noi siamo aperti a tutti i tipi di cooperazione, se volete possiamo portare a piazza San Pie­tro tutti gli stranieri che le vostre navi han­no portato qui. Bisogna capire che la Libia da sola non ce la fa, queste persone scappa­no dalla fame, non dalla guerra. La coscien­za dell’Europa deve svegliarsi perché noi proveremo a fermare chi affronta il mare per avere una vita migliore, però saremo costretti a fermarci se continueremo ad es­sere il luogo di transito di tutta l’Africa. E saremo costretti a sospendere i controlli delle frontiere verso l’esterno qualora ci rendessimo conto che il peso migratorio sta diventando troppo pesante».   10 maggio 2009

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