Elezioni europee: come arrivare a una vera Europa unita? (oltre gli stati nazionali)

l'Europa geopolitica, anche degli Stati non nell'Unione Europea
l'Europa geopolitica, anche degli Stati non nell'Unione Europea

Insistiamo in questo momento (nell’approssimarsi delle elezioni del Parlamento Europeo) col parlare di Europa. E lo facciamo qui con tre articoli interessanti apparsi rispettivamente su il Corriere della Sera, Il Messaggero e la Stampa. Il primo, di Angelo Panebianco, che fotografa la situazione di scarso interesse (in Italia, ma in altri stati è anche peggio) di una politica di rafforzamento europeo. Il secondo articolo, di Giovanni Sabbatucci, auspica un governo europeo che abbia molti più poteri di quello che ha ora la Commissione (spesso in balìa dei governi nazionali). Il terzo intervento, di Enzo Bettiza, coglie il tema dell’allargamento europeo ad altri stati, in particolare qui si parla della Turchia (e dei timori di una sua introduzione nel contesto dell’Unione europea). Ma il problema dell’allargamento riguarda anche le ex repubbliche sovietiche aventi la loro presenza territoriale geografica in quella che viene considerata Europa. Insomma c’è un’Unione Europea da consolidare e affermare (superando le rigidità e chiusure degli stati nazionali) ma c’è un’ “Europa fuori dell’Unione Europea” che merita di essere al più presto messa al confronto con un progetto unitario europeo (con i suoi parametri di democrazia, di rispetto dei diritti delle persone, di politica estera per il perseguimento della pace nel pianeta e di lotta alla fame, con le sue regole civili ed economiche…). E la Turchia potrebbe diventare un magnifico “ponte” dialogo con il mondo mussulmano (da qui l’appello di Obama rivolto ai paesi dell’Unione Europea di non trascurare questo aspetto, e accogliere al più presto quel Paese nel contesto europeo).   Insomma siamo in un’epoca di grandi trasformazioni geopolitiche, e la lettura e l’attenzione alle trasformazioni del mondo diventa necessità di mettersi virtuosamente in gioco in quello che ciascuno può (e dovrebbe) fare nelle sue singole possibilità personali di vita, nella sua professione, nei suoi studi, nel suo essere cittadino europeo (e del mondo).

UN CONTINENTE MARGINALE

(da “Il Corriere della Sera”, di Angelo Panebianco)

Con la crisi mondiale siamo entrati in una fase di accelerazione della storia. Processi in atto da tempo arrivano, inaspettatamente, a maturazione.    Fino a poco tempo addietro si riteneva che ci sarebbero voluti ancora molti anni, forse decenni, prima che la Cina potesse pretendere per sé il ruolo di co-gestore, su un piano di parità con gli Stati Uniti, degli affari mondiali. Invece, a causa della crisi, è quanto ora sta avvenendo.        Il messaggio più chiaro del G20 (tenutosi a Londra nei primi giorni di aprile, ndr), moralismo dei Paesi europei sui paradisi fiscali a parte, è che la crisi finirà, quando finirà, in virtù dell’azione congiunta di Stati Uniti e Cina.       La ricca Europa rischia così una progressiva emarginazione, un ruolo sempre più subalterno nella governance del sistema internazionale. La controprova, questa volta sul piano politico-strategico, si è avuta al vertice dell’Alleanza atlantica (sempre dei primi giorni di aprile, ndr).          Sembra che l’ Europa (i governi non meno delle opinioni pubbliche) abbia fatto finta di non capire che cosa intendesse dire Obama quando ha sostenuto che Al Qaeda è più pericolosa per gli europei che per gli americani. Intendeva dire: la guerra in Afghanistan vi riguarda molto da vicino, se perdiamo là, se l’islamismo radicale vince in Afghanistan galvanizzando ovunque gli estremisti, voi europei pagherete un prezzo molto più alto di noi americani. Dal momento che nei vostri territori (e non in America) l’estremismo islamico è di casa, dal momento che siete voi il ventre molle dell’ Occidente.       Come ha reagito l’ Europa? Con una promessa di maggiore impegno che non può non essere giudicata da Obama irrisoria (tremila soldati in più per il periodo delle elezioni in Afghanistan e centomila dollari in più per la ricostruzione). L’America di Obama porterà il proprio contingente a 68 mila uomini. Gli europei o continueranno a non essere presenti o ad esserlo con contingenti insufficienti tenuto conto della gravità della situazione.       D’altra parte, non è pensabile che anche quei Paesi europei della Nato che sono intervenuti in Afghanistan possano fare di più. Per la ristrettezza delle risorse e soprattutto per ragioni politiche, a causa del fatto che, complessivamente, la maggioranza degli europei non si sente coinvolta, non pensa che valga la pena di morire per Kabul.        Tutto ciò è più che comprensibile ma l’ ineluttabile conseguenza è che, con un impegno massiccio dell’ America in Afghanistan e un’ Europa o assente o presente in modo insufficiente, comunque vada a finire la guerra, la Nato ne uscirà male.         Di sicuro, gli europei non potranno aspirare, come alcuni hanno immaginato in tempi passati, a «riequilibrare» politicamente i rapporti fra Stati Uniti e Europa dentro l’ alleanza. Non solo, ma gli americani dovranno per forza interrogarsi su quanto serva la Nato quando i giochi diventano davvero pesanti. Ciò non segnerà la fine dell’alleanza ma ridimensionerà la sua importanza agli occhi dell’Amministrazione americana.         Perderà peso l’unica arena nella quale gli europei potrebbero svolgere un ruolo politico-strategico rilevante. Per contro, crescerà presumibilmente la tendenza degli Usa ad investire nel rapporto con singole potenze Nato giudicate strategicamente rilevanti (come la Turchia, per il suo ruolo in Medio Oriente).        A un ridimensionamento dell’ Europa nella governance dell’economia mondiale andrebbe a sommarsi l’archiviazione della sua aspirazione a contare di più nelle questioni geo-strategiche.         Ma se l’ Europa perde peso su tutti i tavoli, è difficile che ciò non comporti, presto o tardi, conseguenze negative anche per la sua posizione economica nel mondo.        Ritualmente, bisognerebbe ora dire che l’Europa potrà contrastare il processo di emarginazione approfondendo la sua unione.         Ma non ci sono indizi che ciò possa accadere nel prossimo futuro. Anzi, ci sono indizi del contrario. Spaventate dalla possibilità che la crisi provochi convulsioni sociali nei loro Paesi le classi politiche europee cercano soprattutto «vie nazionali» alla salvezza (come provano le misure protezioniste adottate da tanti governi negli ultimi mesi).     Ciò che sarebbe «collettivamente» razionale (più unità, più integrazione) diventa difficile perché si scontra con le esigenze politiche a breve termine degli attori coinvolti. È in questa situazione assai critica per l’Europa che cadranno le imminenti elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.         Possiamo aspettarci, come sempre, una campagna elettorale nella quale, in Italia come in tanti altri Paesi (quelli dell’ Est esclusi, probabilmente), si parlerà di politica nazionale più che del futuro dell’ Europa. E nella quale i candidati, per lo più, non saranno stati scelti per le loro idee sul che fare in Europa.         Mi rendo conto di violare un tabù ma se non si trova il modo di attribuire all’assemblea molti più poteri, e poteri che siano chiaramente percepiti come tali dalle opinioni pubbliche europee, non sarebbe forse il caso di rimettere in discussione il principio dell’elezione popolare? Non sarebbe il caso di tornare alla designazione dei parlamentari europei da parte dei Parlamenti nazionali? Che ce ne facciamo di una elezione che, a differenza di tutte le altre (locali, regionali, nazionali) non serve alla formazione di un governo e si riduce pertanto a una specie di sondaggio nazionale sulla distribuzione dei consensi ai partiti di governo e di opposizione? Che ce ne facciamo di una elezione che ha, per le classi politiche come per le opinioni pubbliche, un valore prevalentemente «domestico», nazionale?           Le funzioni che il Parlamento europeo svolge potrebbe svolgerle ugualmente in caso di designazione da parte dei Parlamenti nazionali. Anche la forza dei gruppi parlamentari europei corrisponderebbe maggiormente al reale consenso popolare dei gruppi dal momento che dipenderebbe dai risultati conseguiti in elezioni politiche «vere» (quelle nazionali). Ci sarebbe un costo da pagare sul piano simbolico.        Compensato però dal fatto che, sul piano pratico, si potrebbe rinunciare a molta ipocrisia. Coloro che non sono d’accordo pensano che le campagne elettorali (che saranno tante quanti sono i Paesi aderenti) serviranno davvero a discutere dei problemi dell’Unione in una fase così critica della sua storia. Pur sperando che essi abbiano ragione è lecito rimanere scettici.       (Angelo Panebianco, il Corriere della sera del 6-4-09)

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L’EUROPA HA BISOGNO DI UN VERO GOVERNO

di Giovanni Sabbatucci (da “Il Messaggero”, 11-5-09)

IL PARADOSSO è evidente e lo ha sottolineato ancora ieri, su queste colonne, l’ex premier Romano Prodi. L’Europa geografica, che oggi, Russia esclusa, coincide in larga parte con l’area coperta dall’Unione europea, è, se considerata nel suo complesso, la prima potenza economica del globo: inferiore per popolazione solo ai due giganti asiatici, Cina e India, prima per prodotto lordo e volume delle esportazioni, probabilmente prima (ma questi sono dati difficilmente quantificabili) per qualità della vita, produzione di cultura e livello delle pubbliche libertà.        Nella gerarchia del potere mondiale e del peso negli affari internazionali (per non parlare della forza di dissuasione militare), quella stessa Europa si trova però collocata assai più in basso, fino a sfiorare una condizione di irrilevanza.
Le ragioni sono anch’esse evidenti: una frammentazione politica che resiste alla lenta (e non inesorabile) avanzata del processo di integrazione avviato oltre mezzo secolo fa e che a sua volta rinvia a una pluralità di lingue, di storie e di culture non facilmente assimilabili a un progetto unitario; una palese difficoltà di omologazione delle politiche economiche e dei trattamenti fiscali, che a sua volta rende problematica una governance comune, al di là dei risultati raggiunti in termini di moneta e di finanza pubblica; una naturale ripugnanza verso la politica di potenza, maturata con la catastrofe della guerra e coltivata in decenni di comoda dipendenza dall’ombrello americano.         Ma anche, e più in profondo il discorso vale soprattutto per le nazioni ricche e appagate: un complessivo esaurimento di quello slancio individuale e collettivo che, all’indomani della seconda guerra mondiale, animò la ricostruzione economica e l’avvio dell’integrazione politica nel vecchio continente.        Sono gli stessi livelli di benessere conquistati e ancora intaccati solo marginalmente da una crisi forse sopravvalutata nei suoi effetti a indurre sentimenti di prudenza e a suscitare resistenze al cambiamento. Un atteggiamento per molti aspetti comprensibile, che però ignora o sottovaluta alcuni pesanti dati di fatto.       Per gli Stati, o le associazioni fra Stati, vale in parte lo stesso principio che vale per le imprese (o i conglomerati di imprese): come dimostra da ultimo il caso della Fiat, che ha davanti a se un cammino difficile ma almeno ha saputo scommettere sui grandi numeri; il semplice mantenimento delle posizioni acquisite, o delle nicchie conquistate, può, in tempi di grandi mutamenti, rivelarsi impossibile.         E può risolversi, in ultima analisi, nella perdita di quelle stesse posizioni. O si cresce e ci si integra, o si scende e ci si marginalizza, fino a scomparire dalla scena internazionale. Il “modello svizzero” per secoli esaltato come isola di civiltà ed esempio di virtù repubblicane non è estensibile alle dimensioni di un continente, né proponibile nell’età della globalizzazione (non è un caso, del resto, che in Svizzera si parli oggi di ingresso nell’Unione europea).
Certo, uno Stato, tanto più nella vecchia Europa, madre dei moderni nazionalismi, è cosa diversa da un’impresa, per quanto importante. È depositario non di un marchio e di una ragione sociale, ma di un patrimonio di tradizioni e di valori che non può essere liquidato né trascurato: a meno che non si riesca a trasfonderlo in una nuova e superiore entità, capace di suscitare non solo calcoli di convenienza, ma anche sentimenti di identificazione e di lealtà.         Non necessariamente un superstato ricalcato sui modelli otto-novecenteschi, ma qualcosa di più di una semplice sommatoria fra Stati tradizionali.       Una costruzione diversa da quelle sinora conosciute, eppure capace di una personalità autonoma e una sua dinamica presenza internazionale.        Non è oggi questa la realtà dell’Europa, né si può pretendere che lo diventi da un momento all’altro. Nulla però ci vieta di auspicare che le generazioni future si identifichino più profondamente con l’Europa di domani.        Intanto possiamo sperare che si facciano progressi concreti in materia di coordinamento delle politiche statali, non solo economiche (penso al problema dell’immigrazione). E che le principali tematiche europee diventino oggetto di un dibattito capace di attraversare i confini fra Stato e Stato, di concentrarsi sui temi di interesse comune, senza passare obbligatoriamente per il filtro deformante delle contese politiche nazionali. (Giovanni Sabbatucci (da “Il Messaggero”, 11-5-09)

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CHI HA PAURA DEL FANTASMA TURCO

(di Enzo Bettiza, da “La Stampa”)

L’ombra della Turchia si è inserita, con tutto il suo peso enigmatico, nel primo incontro del neopresidente americano con i 27 leader dell’Unione europea. Il suo fantasma erratico si è profilato come un improvviso convitato di pietra al gran banchetto di Praga, rovinando l’atmosfera di festa e di apparente concordia tra la nuova amministrazione di Washington e il nucleo duro europeo, l’asse Sarkozy-Merkel, che aveva già preso le distanze da Obama nel corso del G20 di Londra.

La contrapposizione tra una Casa Bianca che invita gli europei ad aprire le porte ad Ankara e l’Eliseo che rifiuta di schiuderle ha fatto riemergere, di colpo, un nodo tradizionale e mai chiaramente sciolto delle politiche occidentali: nello scontro sulla questione turca tra Obama e Sarkozy si è ripetuto, pari pari, lo stesso dissidio già a suo tempo acuto tra Bush e Chirac. Il presidente francese ha ribadito per l’ennesima volta, con inequivocabile chiarezza, il veto di Parigi, mentre l’americano tornava a ribattere che l’unico modo di ancorare la Turchia all’Occidente era quello di farla entrare a pieno titolo nel concerto europeo. La cancelliera Merkel, pur appoggiando nella sostanza Sarkozy, nella forma è stata più levigata ricordando che l’Ue sta valutando tempi e modi di una trattativa graduale, che potrebbe garantire ai turchi una «partnership privilegiata» in alternativa all’adesione piena. Il presidente del Consiglio italiano, che vanta un’amicizia personale con il premier turco Erdogan, si è inserito una volta di più da mediatore nel gioco dei grandi ventilando il progetto di un compromesso di non facile attuazione: accettare l’ingresso di Ankara, rinviando però a data indeterminata l’alluvione dei migranti anatolici sui mercati di lavoro europei.

Tutti discorsi a lunga gittata politica e tecnica. Basti pensare che la scadenza di una possibile affiliazione della Turchia all’Europa, come partner o di socia, potrebbe scattare appena tra il 2015 e il 2017. Comunque, a parte il calendario, il problema resta serio e spinoso. La situazione interna in area anatolica è tutt’altro che chiara. Il partito della Giustizia e dello Sviluppo di Erdogan (Akp) è uscito severamente limato dal voto delle elezioni amministrative del 29 marzo, al quale il primo ministro dava un valore di referendum sul suo operato. Non battuto dai rivali, l’Akp è però sceso al 39% dal 47 raggiunto alle elezioni politiche del 2007, con la perdita di 12 città, tra cui due importanti centri urbani curdi nel Sud-Est del Paese.

Alle spalle di questa sottrazione elettorale, di sensibile valore simbolico e psicologico, rimangono tre problemi pesanti e sempre irrisolti: il rapporto del governo con l’incombente irredentismo dei partiti curdi, il rafforzamento dei gruppi fondamentalisti più aggressivi e, in particolare, la tensione mai spenta tra il partito dominante e il contropotere rappresentato dalle forze armate che si ritengono garanti del laicismo kemalista e non vedono di buon occhio né il capo del governo Erdogan né il presidente della Repubblica Abdullah Gul. I generali antireligiosi continuano in sostanza a diffidare dell’uno e dell’altro, sospettati di voler imporre con manovre morbide la legge della sharia e del velo banditi dal fondatore della Repubblica secolare, Atatürk.

Sul piano economico la Turchia di Erdogan, importante piattaforma di passaggio energetico per l’Europa, aperta all’economia di mercato, intenta agli scambi commerciali anche in questo periodo di crisi, è un Paese in sviluppo che merita attenzione e collaborazione dall’Ue. Ma la sua schizofrenia d’identità, oscillante tra costumi islamici di ritorno e codici democratici non sempre rispettati, suscita nella metà degli Stati europei impulsi di precauzione profilattica se non di rigetto. Si aggiunga la polveriera di Cipro, col divieto turco di aprire porti e scali a navi e aerei ciprioti greci, e si avrà un quadro d’insieme quanto mai problematico. Ecco perché i negoziati per l’associazione turca all’Europa, avviati tra mille cavilli e perplessità nel 2005, tendono ad allungarsi all’infinito.

In verità Erdogan e Gul, pur imponendo il velo alle rispettive mogli, hanno appianato diversi ostacoli per sgombrare la strada che un giorno potrebbe condurre 70 milioni di musulmani nell’ambito di Bruxelles. Purtroppo, sull’argomento che permane scottante, non c’è più oggi in Turchia l’unanimità d’una volta. Almeno un terzo di turchi, delusi dalle lungaggini del negoziato, urtati dai persistenti monitoraggi europei sui diritti civili delle minoranze etniche e religiose, non considerano più l’approdo comunitario come qualcosa d’inevitabile. Altresì mezza Europa non considera auspicabile l’aggregazione della Turchia, e il fronte del rifiuto assomma al «no» secco della Francia il «ni» ambiguo della Germania, le due locomotive di punta del recalcitrante convoglio europeo. Insomma, nonostante le molte e clamorose affermazioni di Erdogan, un tempo lodato come efficiente liberista dalla grande stampa anglosassone, il dubbio dopo le recenti elezioni amministrative è tornato a dilagare di là e di qua dai Dardanelli.

Intanto il dilemma che, da Bush a Obama, continua ad assillare gli americani, resta essenzialmente strategico e connesso all’incubo del terrorismo. Washington teme che la Turchia, abbandonata dall’Europa, possa sprofondare interamente nell’Asia minacciando di diventare con il suo notevole peso demografico e militare una delle più importanti e insidiose componenti dell’Islam contemporaneo. Già l’islamologo americano Daniel Pipes ammoniva: «Il fatto che un pezzetto del territorio turco sia in Europa non rende completamente europea la Turchia».  (da “La Stampa” del 7/4/09)

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One thought on “Elezioni europee: come arrivare a una vera Europa unita? (oltre gli stati nazionali)

  1. paolomonegato lunedì 18 maggio 2009 / 14:04

    La continua spinta statunitense per l’ingresso della Turchia nella UE dovrebbe far pensare…

    Molti non vogliono la Turchia per motivi religiosi (e con Bosnia, Albania e Kossovo come la mettiamo?), altri non la vogliono per questioni legate ai diritti umani/civili e/o al mancato riconoscimento del genocidio armeno. Ma se entra la Turchia perché non entrano anche Libano e Israele o altri? A mio modo di vedere l’Europa non può espandersi all’infinito. Farei entrare solo la regione di Istanbul e lascerei fuori il resto (ovviamente all’interno di un’Europa delle regioni e non degli stati come quella attuale)

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