Primo sì dell’Unesco alle Dolomiti come “patrimonio dell’umanità” (ma a cosa serve questo riconoscimento?)

dolomiti

Il Gazzettino del 12 maggio (dal quale abbiamo ripreso questa splendida immagine del rifugio sulla vetta del monte Nuvolau, nel territorio di Cortina d’Ampezzo)  ha riportato, in un ampio e documentato articolo, la notizia che l’Unesco (l’organizzazione dell’ONU “per l’Educazione, la Scienza e la Cultura” che dovrebbe tutelare i grandi patrimoni artistici, urbanistici e naturalistici nelle varie parti del pianeta) ha dato la prima approvazione (quella definitiva sarà a fine mese) a una proposta della Provincia di Belluno di inserire le Dolomiti nell’elenco dei luoghi da tutelare come “patrimonio dell’umanità”.     E’ da capire la valenza di questa proposta di tutela e valorizzazione, e se rappresenta un trend nuovo all’inesorabile crisi che sta vivendo la montagna, le Alpi, e con esse le Dolomiti. Crisi di identità e di proposta (economica, culturale, globale) di vita per chi in particolare ci abita e per chi decide di andare a visitarla (la montagna). Ne abbiamo ampiamente parlato, in questo blog, in un articolo il 9 febbraio scorso, relativamente a un grande complesso alberghiero approvato ai piedi della Marmolada.         Montagna, Alpi (e area dolomitica) protesa solo a un turismo di massa, spesso (quasi sempre) aggressivo, mordi e fuggi, con modelli di economia turistica uguali a quelli delle città d’arte, delle coste adriatiche e così via. La specificità della montagna manca. Manca un’economia fiorente di prodotti agroalimentari “di nicchia”, di alta qualità. Manca una proposta culturale che ponga la montagna in modo propositivo e perlomeno paritario alle altre aree dalla geomorfologia: di pianura, o collinare, di costa… E il rincorrere un riconoscimento internazionale (dell’Unesco) per un luogo che, verrebbe da dire, non dovrebbe averne per niente bisogno, riconosciuto da secoli per la sua straordinaria bellezza, denota ancor di più questa crisi di identità economica e culturale.    E poi, siamo sicuri che l’essere iscritti dall’Unesco tra i luoghi “patrimonio dell’umanità” è un vantaggio, “porta bene”? … in un recente articolo del quotidiano inglese “The Indipendent” (ripreso in Italia da “Il Giornale”; e noi ve lo proponiamo qui di seguito) i luoghi tutelati dall’Unesco, dopo il riconoscimento sono diventati ancora più problematici nelle gestione quotidiana: è massicciamente aumentato un turismo di massa di grande impatto ambientale, e spesso questi posti sono stati ancor di più snaturati nella loro essenza e bellezza originaria.          Resta così da realizzarsi, nelle Dolomiti come nella montagna tutta, uno sviluppo economico e culturale, una “ricerca di identità vera, propria e genuina”, ambientalmente compatibile, unico modo per esprimersi positivamente, delle popolazioni che lì vivono, nel mondo globale contemporaneo.

PRIMO SI’ ALLE DOLOMITI PATRIMONIO DELL’UMANITA’

– Prossimo passo una Fondazione con Trento, Bolzano, Udine e Pordenone. L’appello del Cai: attenti, la montagna non può applicare i modelli delle città   – L’Unesco giudica ammissibile la richiesta, a fine mese la decisione definitiva. Belluno: per noi è un’occasione unica –

Martedì 12 Maggio 2009, Belluno – da “il Gazzettino”, di Giovanni Santin e Gianfranco Giuseppini
È stato di buon auspicio l’augurio che domenica, a Latina, al passaggio delle penne nere bellunesi lo speaker della manifestazione ha rivolto alla folla di alpini presenti all’82esima adunata nazionale: «Belluno e le sue Dolomiti sono candidate a diventare patrimonio dell’umanità, riconosciute dall’Unesco. E noi tutti speriamo che l’esito sia felice».

La notizia che la candidatura di Belluno, e con essa delle province di Trento, Bolzano, Udine e Pordenone, aveva superato il primo gradino, è giunta ieri a Belluno nel primissimo pomeriggio e subito il presidente uscente della Provincia Sergio Reolon ne ha dato notizia al consiglio provinciale convocato per l’ultima volta prima delle elezioni.
È stato l’Iucn, l’organismo tecnico che ha il compito di segnalare all’Unesco l’ammissibilità delle richieste, a esprimere un primo parere favorevole. La decisione definitiva, che di norma non si scosta da questo giudizio, arriverà a fine mese. La proclamazione è infine prevista per il 27 giugno a Siviglia. L’inserimento delle Dolomiti tra le bellezze patrimonio dell’umanità diventerà un volano per un turismo che si andrà ad aggiungere a quello invernale, con il Bellunese destinato a diventare meta di studiosi e naturalisti. L’importante risultato ragggiunto offre a Reolon anche l’occasione per togliersi qualche sassolino: «È vero, ci sono state anche posizioni contrarie, per esempio da parte di sindaci che temevano nuovi vincoli in grado di limitare lo sviluppo della montagna: ma è normale ci siano idee diverse. Quel che dispiace è il mettersi di traverso per presa di posizione, sin dall’inizio, da parte della Regione che, convocata insieme a noi nel 2005 dal ministero dell’Ambiente, non ha mai sostenuto il nostro progetto. Speriamo che le cose ora cambino». Per l’assessore all’Urbanistica Irma Visalli è l’occasione anche per sganciarsi da Venezia: «Questa è la dimostrazione che il marchio ce l’abbiamo qui in casa, senza dover cercare di mettersi per forza al traino del capoluogo lagunare come vorrebbe qualcuno».
Iniziato nel 2005, l’iter era stato bloccato due anni fa dallo stesso Iucn perché due delle quattro ragioni per cui era stata presentata la candidatura, non erano esclusive delle Dolomiti, non erano cioè caratteristiche uniche: comuni anche ad altre zone gli aspetti delle biodiversità e dell’ecologia; i due criteri riconosciuti tipici delle Dolomiti erano quelli legati alla geologia e al paesaggio d’estetica.
Il passo successivo ora sarà la creazione della Fondazione, nella quale con Belluno entreranno anche le province di Trento, Bolzano, Udine e Pordenone, le tre regioni di competenza e tutti gli enti portatori d’interesse, insieme per sostenere il marchio e proporre iniziative che mettano in rete ciò che ogni singolo territorio già produce e fa.
E proprio ieri Annibale Salsa, presidente generale del Cai, nel corso di due incontri, il primo ad Auronzo con gli studenti, il secondo a Pieve di Cadore con amministratori, imprenditori e cittadini, ha spiegato quanto «la montagna abbia bisogno di essere rivitalizzata». «La montagna che è sentita estranea dagli stessi abitanti appiattiti nel conformismo imperante, nella superficialità, nella omologazione – ha detto – secondo modelli propri delle città. In particolare sul versante italiano delle Alpi, dove sono scomparsi fra le giovani generazioni orgoglio, fierezza, spirito delle comunità di montagna strette attorno al proprio campanile, segno di specificità. In sostanza i giovani non si riconoscono più nei villaggi di montagna. È invece necessario conoscere il proprio territorio, in una parola praticare la cultura della montagna e le sue radici. Siate orgogliosi e fieri di vivere in montagna» ha concluso Salsa.

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Da Wikipedia: Normalmente con il termine Dolomiti si è soliti riferirsi a quell’insieme di gruppi montuosi, caratterizzati da una prevalente presenza di roccia dolomitica, convenzionalmente delimitati a nord dalla Rienza e dalla Val Pusteria, a ovest dall’Isarco e l’Adige con la valle omonima, a sud dal Brenta da cui si stacca la Catena del Lagorai al confine con la Val di Fiemme e a est dal Piave e dal Cadore.     L’esistenza delle Dolomiti d’Oltrepiave, situate a est del fiume Piave, nelle province di Belluno, Udine e Pordenone (e anche in parte dell’Austria, in bassa Carinzia), delle Dolomiti di Brenta, collocate nel Trentino occidentale, delle Piccole Dolomiti, fra Trentino e Veneto, e di affioramenti sparsi sulle Alpi (ad esempio la cima del Gran Zebrù nel gruppo Ortles-Cevedale) evidenzia la natura puramente convenzionale di questa delimitazione territoriale (talvolta si parla anche di Dolomiti Orientali per riferirsi alla parte sopra menzionata, e di Dolomiti Occidentali, per riferirsi alle Dolomiti di Brenta).   L’area dolomitica si estende tra le province di Belluno – entro i cui confini è situata la parte più rilevante – Bolzano, Trento, Udine e Pordenone.  La SOIUSA, basandosi su criteri di delimitazione soltanto geografici, adotta confini diversi: inserisce in altre sezioni ammassi dolomitici come le Piccole Dolomiti e le Dolomiti di Brenta, mentre include nella sezione 31 degli ammassi porfirici come il Lagorai e la Cima d’Asta.

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Carrozzone Unesco: tutti i disastri di chi deve tutelare i tesori del mondo

(da “il Giornale” del 6-5-09, Luigi Mascheroni)

L’ultimo caso risale a poche settimane fa: il National Trust of Scotland, l’ente che tutela il patrimonio culturale scozzese, ha lanciato l’allarme per l’aumento delle strutture turistiche nella cittadina di Harris che spingerà nuove orde di turisti nel paradiso naturalistico dell’arcipelago di St. Kilda, al largo delle isole Ebridi. Da quando, nel 1986, l’Unesco lo ha inserito nella lista dei siti «Patrimonio dell’Umanità», St. Kilda ha visto aumentare l’afflusso di sterline ma soprattutto di «truppe» di visitatori equipaggiati con zaini, scarponi e sacchi a pelo. Per l’equilibrio del delicato ecosistema un rischio superiore ai benefici economici.
In Giappone, invece, ancora non si sono placate le polemiche scatenate dall’inserimento nella prestigiosa lista-Unesco, nel 2007, dopo una pesante attività di lobbying da parte di potenti uomini d’affari locali, delle antiche miniere d’argento di Iwami Ginzan, e ciò benché l’Icomos, l’organismo che gioca un ruolo determinante nella individuazione dei beni culturali considerati patrimonio dell’umanità, avesse dato parere negativo in quanto non ritenute di evidente valore universale. In un anno dalle miniere sono transitati un milione di visitatori, contro i 15mila in media degli anni precedenti, tutti educatamente in fila con i loro cestini da picnic e le macchine fotografiche. La stragrande maggioranza dei quali, però, è rimasta delusa. Quando si è messa in viaggio era probabilmente convinta di andare a vedere le Grandi Piramidi o il Taj Mahal. O Angkor, in Cambogia, il gigantesco complesso monumentale-religioso che tra IX e XV secolo ospitò le capitali dell’Impero Khmer, un gioiello del Sud-est asiatico che fa parte del «World Heritage List» dal 1992. Oggi accoglie due milioni di turisti all’anno, un’orda che ha finito per trasformare la vicina città di Siem Reap in un agglomerato di hotel, ristoranti, aeroporti e negozi… Mentre le millenarie pietre dei templi Khmer sono consumate da milioni di flip-flop e scarpe da trekking. Non è – si è chiesto recentemente con una lunga inchiesta il quotidiano britannico The Independent – che l’Unesco stia in realtà danneggiando i suoi tesori?
Individuare e preservare i capolavori artistici e naturali del pianeta è una nobile missione. Ma in molti casi l’inserimento di un sito nella lista dei luoghi considerati «Patrimonio dell’Umanità» (tenuto conto della spinta all’economia locale) può avere un paradossale effetto controproducente. Il marchio Unesco comporta infatti pericoli imprevisti: devastante turismo di massa, crescita disordinata di strutture, inquinamento, dissesto ambientale, stravolgimento della cultura locale. A questo punto la domanda che ci si pone, in molti casi, è: ma ne valeva la pena? Tanto più che preparare il dossier a supporto della propria candidatura costa alla località richiedente centinaia di miglia di euro.
Poi, c’è lo «scandalo» burocratico: la complessa macchina organizzativa del «World Heritage Center» dell’Unesco macina una quantità inimmaginabile di energie e risorse. Per scegliere i nuovi siti da inserire nella «lista d’oro» lavorano due organismi: l’Icomos e l’Iucn. Quindi una commissione di esperti consegna il risultato all’Unesco, il quale affida la decisione finale al Comitato intergovernativo che rappresenta gli Stati membri, 190 al momento. L’iter dura fra i tre e i quattro anni e a volte porta a scelte incomprensibili, che finiscono per avallare le frequenti accuse rivolte all’Unesco di subire influenze esterne, giochi politici e interessi economici. Nel 2005, ad esempio, tra le «new entry» comparve a sorpresa il «Limes» germanico, la linea di fortificazioni che da Coblenza a Ratisbona nel II secolo dopo Cristo rappresentava il confine orientale dell’Impero romano: una serie discontinua di rovine, spesso ricostruite, «visitate da sporadici appassionati e da mucche al pascolo» – come scrisse all’epoca la prestigiosa rivista tedesca Merkur – la cui protezione costituisce la prova, a detta dello storico dell’arte Wolfgang Kemp, che l’Unesco concede il suo prestigioso sigillo con troppa facilità.

Critiche pesanti, ma tutto sommato inferiori rispetto a quelle suscitate dalla macchina burocratica, per tenere in moto la quale l’Unesco impiega quasi la metà dei fondi. Gli ultimi dati mettono a nudo l’imbarazzante sproporzione tra le spese per l’organizzazione dei programmi e quelle per realizzarli: il «World Heritage Center» usa per sopravvivere il 45% dei fondi. E per tutelare i luoghi che decide di eleggere a Patrimonio dell’Umanità, alla fine non resta molto. Le verifiche di routine sono previste ogni sette anni e le (poche) ispezioni che seguono le denunce di abusi e minacce che coinvolgono i tesori dell’Unesco – scempi edilizi, devastazioni, incuria – rimangono lettera morta. Al più, la località viene «spostata» in una danger list, una lista «d’attesa». E così, anche in Italia – tra i nuovi candidati compaiono le Dolomiti e le Colline metallifere di Grosseto – sono sempre di più a chiedersi: perché inserire nuovi siti, se l’Unesco non è in grado di proteggere quelli che ha già?

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DA SOLI NON POSSIAMO SALVAGUARDARE TUTTI I SITI

Intevista a Francesco Bandarin, Direttore del World Heritage Center

da “IL GIORNALE” di mercoledì 6 maggio 2009

“L’Unesco da sola non può salvare il patrimonio dell`umanità”, ammette il direttore del World Heritage Center, il veneziano Francesco Bandarin.

Il britannico, «Indipendent si chiede se l`Unesco stia rovinando i tesori mondiali invece di proteggerli. Qual è stata la sua reazione alla polemica?

«Sono molto contento quando i giornali si occupano di patrimonio, comunque vada.

Quelli dell’Indipendent non le ho prese come polemiche. L`articolo solleva una domanda: ce la fa o no l’Unesco a occuparsi di tutto il patrimonio?».

«Da solo non ce la fa. Stiamo parlando di 878 siti e ogni anno il numero cresce. L`Unesco può essere un promotore, un aiuto, ma non può occuparsi da solo della salvaguardia del patrimonio mondiale».

Auspica dunque un maggior lavoro di squadra?

«Manca un lavoro di squadra. Abbiamo soltanto un’autorità morale su questi luoghi, Lavoriamo con il Paese che ha voluto l’iscrizione. Facciamo molto monitoraggio: ogni anno monitoriamo il 20 per cento degli 878 siti».

L’inserimento sulla lista rischia oggi di attirare orde di turisti, rovinando così la zona?

«E un rischio peri siti minori o meno noti. Ma il turismo non arriva soltanto perché un luogo è iscritto nella lista. Abbiamo fatto alcuni studi. Nelle zone meno conosciute, l’afflusso è misurabile. In Francia è stata per esempio iscritta la città di Le Havre.   Da quando è sulla lista, secondo il sindaco, il turismo è aumentato del 40 per cento. Se prendiamo il Colosseo, che sia iscritto o no non cambia nulla.  Nel caso dei templi di Angkor, in Cambogia, il turismo non è esploso per l’iscrizione, ma perché gli uomini d’affari asiatici hanno fatto investimenti».

Esiste un codice, un insieme di regole per ogni sito?

«Certo, c’è un procedimento piuttosto lungo per stabilire il modello di conservazione».

Qual è la situazione dei finanziamenti?

«Esistono due tipi di finanziamento: il primo è legato al contributo degli Stati membri dell’Unesco.  La somma non è alta: ammonta a circa 10 milioni di dollari l’anno. Il secondo sono i soldi che arrivano da enti pubblici e privati: sono circa 30 milioni l’anno e il bilancio alla fine, 40 milioni di dollari, non è per nulla impressionante. Per salvare il mondo non è nulla».

Una delle accuse rivolte all’Unesco è quella d’essere un’organizzazione troppo burocratizzata e lenta, è vero?

«L’Unesco ha tutta la burocrazia che serve a gestire 193 Stati membri. Nella sezione del WorId Heritage lavorano 80 persone. Duemila all’Unesco. Il problema non è tanto la burocrazia ma la complessità del meccanismo a causa del numero dei membri. Nel World Heritage sono rappresentati 186 Paesi».

Che soluzione proporrebbe?

«Esistono vari modelli di finanziamento. Quelli europei sono pubblici. Poi c’è il modello americano: facilitare i privati. Dobbiamo trovare un equilibrio tra i due».

C’è chi sostiene che alcuni siti siano stati inseriti nella lista per motivi politici.

«Rifiuto quest’idea. So quanto tempo e quanta fatica ci vogliono a iscrivere un luogo e chi arriva nella lista ha meriti».

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3 thoughts on “Primo sì dell’Unesco alle Dolomiti come “patrimonio dell’umanità” (ma a cosa serve questo riconoscimento?)

  1. giannarciso sabato 31 ottobre 2009 / 12:29

    buon giorno
    è possibile avere in tettaglio una cartografia dove vengano indicati i territori dolomitici tutelati dall’UNESCO e capire com’è possibile che siano tutelati allo stesso modo quando lo strapotere politico ed economico delle due province autonome (trento bolzano) hanno a disposizione fondi finanziari molto superiori agli altri?
    grazie
    durigon giannarciso

    • Luca Piccin mercoledì 11 agosto 2010 / 6:00

      Per la cartografia :

  2. Walter Högart venerdì 11 gennaio 2013 / 16:17

    Posti stupendi! Amo le Dolomiti e non vedo l’ora di tornare quest’ anno. Ancora 5 mesi 🙂 Un sito che si deve raccomandare è http://www.dolomiti.eu/. L’ultimo anno l’ho trovato in Internet quando ho prenotato l’albergo. Gli immagini e panorami di 360° sono fantastici, dovete vederli. Uno è delle 3 Cime di Lavaredo!

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