EUROPOLI: il pensiero forte della rete delle CITTA’, oltre ogni stato-nazione (e chi non abita in questi luoghi? che si organizzi)

Benjamin Barber
Benjamin Barber

Riportiamo qui di seguito una parte dell’intervento che il politologo americano Benjamin Barber ha tenuto l’11 maggio scorso a Milano in un incontro organizzato dalla rivista Reset sul tema de “L’arte dello spazio comune” (lo abbiamo ripreso da un articolo de “La Repubblica”). Benjamin Barber è tra i più importanti studiosi internazionali sulla trasformazione in atto della società, delle città, dell’interdipendenza globale che si è creata. E’ noto per il suo bestseller del 1996, tradotto in più di venti lingue, Guerra santa contro Mc Mondo” (Pratiche Editrice, nell’edizione italiana del 1998, ma con molte nuove edizioni) (alla fine di questo articolo vi proponiamo due pagine strepitose di questo libro, che parlano della filosofia insita nei McDonald e nei Centri Commerciali americani).

Docente di Scienze Politiche presso l’Università del Maryland, Barber da anni si interessa ai fenomeni dell’interdipendenza e della democrazia partecipativa su scala globale. E’ stato consigliere politico di Bill Clinton. Attualmente è a capo della Ong internazionale CivWorld at Demos e della Giornata annuale dell’Interdipendenza. Collabora con The New York Times, The Washington Post, Le Nouvel Observateur, Die Zeit e La Repubblica).

In quest’intervento, che è stato intitolato BENVENUTI NELLE CITTA’ GLOBALI Benjamin Barber parla dell’Europa; e di come lui individui qui lo sviluppo di un fenomeno tipico di altre parti del pianeta: c’è sempre di più il crescere di “aree metropolitane”, che spesso interagiscono tra loro, a prescindere dalle nazioni dove ciascuna si trova. Un fenomeno mondiale ma che sta divenendo anche europeo. E qui Benjamin Barbon parla di interdipendenza, sviluppi commerciali e interscambi economico-culturali, immigrati che vengono a vivere in queste aree; nuovi meccanismi urbani che richiedono capacità di (ri)progettare queste città affinché il sistema democratico (nato e ora tutto concentrato sui parlamenti, sugli stati nazione…) funzioni anche in queste nuove realtà dominanti che non hanno più bisogno dello stato.

A noi (geografi) interessa in particolare rilevare questa trasformazione delle aree urbane: pensiamo, nel caso dell’Italia settentrionale, alla megalopoli padana; oppure nel Nord-Est alla “città diffusa”, al crescere di una metropoli nel Veneto centrale, cosiddetta PATREVE (il triangolo fra Padova, Treviso e Venezia). E qui l’organizzazione che ci si sta dando (nei servizi, come il sistema ferroviario metropolitano di superficie, nell’economia, oppure nella gestione della formazione, delle università…) è ancora molto da costruire, ma, dobbiamo dirlo, c’è sempre più una chiarezza nel “progetto”; cioè nella creazione della METROPOLIS.

Diversa è la situazione per le altre aree (di collina, di pedemontana, montane, costiere…) fuori dai gradi meccanismi della città allargata metropolitana: per un certo verso sembrerebbe che lì la qualità della vita sia migliore, meno frenetica. Ma non è proprio così. Chi corre meno, si trasforma anche meno; e rischia di perdere il treno di una società sì globalizzata (se vogliamo intendere la cosa problematicamente), ma piena anche di stimoli a una positiva innovazione culturale ed economica, e personale di ciascun individuo. Insomma (per farsi capire con un esempio) un giovane, un ragazzo, un bambino che vive in aree urbane in trasformazione, viene ad avere molte più opportunità di un suo coetaneo che vive in un paese medio-piccolo  fuori dai meccanismi dell’attuale cambiamento. Si sta rischiando di non rispettare un PRINCIPIO DI CITTADINANZA, che dovrebbe riconoscere pari opportunità a tutti…. Anche per questo la lettura delle trasformazioni urbane che descrive Benjamin Barbon, possono essere strumento di nostra conoscenza per un’azione consapevole al cambiamento.

BENVENUTI NELLE CITTÀ GLOBALI

(da la Repubblica del 11-5-09) (Dalla prima età della democrazia, fondata sulle comunità e i villaggi, alle “cosmopoli” di oggi, dove la cultura della convivenza impone una nuova architettura civica. Ecco qui di seguito una parte dell’ intervento che il politologo americano Benjamin Barber ha tenuto l’11 maggio scorso a Milano nell’ambito dell’incontro organizzato dalla rivista “Reset” su “L’ arte dello spazio comune”)

Le Nazioni Unite sono un’assemblea composta dagli stati nazionali. Quando i governi prendono in considerazione la governance globale sostengono che loro ne saranno i mattoni costitutivi e che il governo internazionale sarà costruito a partire dal congresso delle nazioni, quando in realtà quello che l’interdipendenza rende obsoleto è proprio il concetto di Stato.         Come fa la democrazia a sopravvivere? Ha un futuro se la forma dello stato diventa superata? Un autista di taxi a Londra recentemente mi ha raccontato di aver lavorato a New York, a Nuova Delhi e a Londra e che stava pensando di raggiungere un parente che faceva lo stesso mestiere a Città del Messico. Gli ho chiesto quale paese gli fosse piaciuto di più, ma il tassista sembrava non capire la domanda: aveva vissuto in un mondo fatto di metropoli diverse tra di loro, ma con una familiarità urbana più significativa, per lui, delle differenze nazionali dei singoli paesi a cui queste città appartenevano.

Considerato che la componente della popolazione mondiale che si riversa tra cittadine e centri urbani, tra cui le metropoli (le «megalopoli») che contano dai dieci ai venticinque milioni di abitanti, sta diventando sempre più rilevante, l’esperienza di quel tassista è destinata a diventare sempre più comune. Dopotutto, perché gli abitanti multiculturali e migranti di queste città non dovrebbero sentire un legame più forte con la rete di metropoli in cui vivono e lavorano piuttosto che con i paesi a cui teoricamente appartengono e in base ai quali viene definita la loro cittadinanza?           Nelle sua prima età, quella della partecipazione, la democrazia era fondata su piccole comunità e villaggi, mentre nella sua fase rappresentativa è caratterizzata dai governi basati sullo stato nazionale e il criterio orientativo è diventato quello di “popolo”.         Per la democrazia, andare oltre il concetto di Stato e le sue frontiere significa individuare un nuovo elemento fondante, un nuovo mattone costitutivo, che sia appropriato all’architettura civica di un mondo globalizzato.

Qui si contesta la convenzione comune per cui il governo globale debba essere il riflesso ampliato del governo nazionale, come se il mandato dei singoli governi possa essere esteso su scala globale o determinato da un congresso democratico degli stati nazionali.         Questa è l’ idea alla base delle Nazioni Unite, ma anche di gran parte delle istituzioni internazionali post-moderne composte da membri che rappresentano gli stati nazionali (il G-8, il G20 o il G-qualcosa!). Io sostengo invece che la governance globale debba essere costruita sulla base delle associazioni regionali e delle città globali associate in reti virtuali o confederali in cui lo stato nazione tradizionale rivesta un ruolo prominente, ma sempre più debole rispetto a questo attuale.

Gli stati nazionali non spariranno, ma non sono i candidati ideali o preferenziali per impostare nuovi approcci alla governance globale.         Nondimeno, enti transnazionali composti da singoli stati come Europa, Nord America (NAFTA), l’ Unione Africana o l’Organizzazione degli Stati Americani, costituiscono delle entità sovranazionali in grado di facilitare la transizione degli stati verso il governo globale.          All’interno delle nazioni, le città globali possono diventare elementi ancora più solidi e appropriati per alimentare l’appeal della democrazia globale. Nella prima età della democrazia le città sono nate come piccoli centri e sono prosperate come centri industriali, culturali e commerciali solo nella sua seconda fase.

Sono proprio le attività commerciali, comunicative, finanziarie, i sistemi di trasporti e la creatività culturale delle città globali a renderle indispensabili nella prefigurazione della governance globale. Ovviamente queste città non possono essere in sè le basi della rappresentatività, escludendo le comunità rurali o i centri minori dalla partecipazione politica. Tuttavia, sono destinate a occupare un ruolo dominante, rappresentando lo scheletro interconnesso di una politica globale confederata; non parleremo più di un mondo di stati o di regioni, ma di un “mondo di città”.

Le città sono connesse da rapporti commerciali, finanziari e comunicativi e da reti di lavoro più concrete delle relazioni giuridiche formali che le legano ai governi nazionali di appartenenza. Tutti i cittadini, a prescindere dai centri in cui abitano, devono essere adeguatamente rappresentati, ciò non toglie che le città possano scoprire di avere un ruolo speciale da giocare nelle definizione dell’architettura della governance globale.         Proprio le caratteristiche che le definiscono, il cosmopolitismo, la connettività, l’urbanità, la densità, il multiculturalismo e la creatività, saranno i caratteri costitutivi delle nuove cosmopoli, il cui ruolo è simbolico e metaforico ma anche critico.

Oggi le città globali sono legate le une alle altre e ai mercati globali in modo più vincolante rispetto agli stati nazione a cui convenzionalmente appartengono, e per questo sono gli elementi ideali per costruire il nuovo ordine globale.         I centri destinati al commercio e alla comunicazione, definiti dai loro rapporti con la tecnologia e i trasporti, sono più adatti alla virtualità rispetto ai singoli stati nazione. Dire Barcellona, Marsiglia e Milano o Rotterdam, Francoforte e Londra non significa più dire Spagna, Francia e Italia od Olanda, Germania e Inghilterra, ma significa dire Europa, e anche più di questo: significa dire “Europoli”, una nuova rete cosmopolita di partnership commerciale e civica.

Tutti i cittadini richiedono equa rappresentazione e pertanto le città non potranno avere diritti di voto specifici, ma non è necessario continuare a riferirsi agli stati nazionali per costruire l’architettura della nuova governance globale. – BENJAMIN BARBER

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Sul Convegno che si è tenuto a Milano l’11 maggio:

Urbanisti e amministratori alla ricerca di una nuova architettura civica – Progettare la cultura della convivenza

Il politologo Benjamin Barber: «Nelle global cities si costruisce la democrazia globale»

MILANOLe città globali come Milano sono chiamate a sperimentarsi come luoghi per costruire la cultura della convivenza, attraverso i loro «spazi comuni»: piazze, teatri, musei, luoghi simbolo. Una sfida per l’Italia intera, «parte di un mondo multietnico e culturalmente indipendente», nelle parole di Benjamin Barber, politologo americano che è intervenuto al convegno organizzato da Reset-Dialogues on Civilizations, dal titolo «La città, uno spazio comune, molte culture».

Il tema dell’incontro – «L’arte dello spazio comune» – architetti e artisti sono chiamati a concepire spazi pubblici adatti a rappresentare il nuovo cittadino globale. Un approccio che evidenzia il ruolo degli artisti nell’alimentare l’immaginario collettivo, valicare confini e pensare spazi comuni in un mondo che tende sempre più ai localismi e alla privatizzazione degli spazi.

Nel corso del dibattito si sono confrontate le proposte di urbanisti, architetti, amministratori, rappresentanti di diverse comunità culturali. Con il direttore di Reset, Giancarlo Bosetti, intervengono Gae Aulenti, Mauro Bellini, Stefano Boeri, Pierluigi Cerri, Gianni Biondillo, il direttore della Casa delle Culture di Berlino Bernd Scherer, don Virginio Colmegna, Finazzer Flory, Francesco Micheli. In apertura, la relazione di Benjamin Barber, secondo il quale l’esperienza multiculturale in corso nelle global cities, molto più che negli Stati nazionali, accumula «mattoni per la costruzione di una democrazia globale», sulla base della capacità di accogliere immigrati e di adattarsi ai mutamenti demografici in atto anche attraverso le risorse nel campo della comunicazione, della tecnologia, del commercio, della finanza, delle arti. «Se vogliamo sopravvivere nel mondo dell’interdipendenza e preservare sia la libertà che la sicurezza nelle condizioni create dalla globalizzazione, dobbiamo ri-concepire l’idea stessa di democrazia e determinare se accanto alle forze “negative” di una “malevola interdipendenza” come il riscaldamento globale e il terrorismo, non ci siano anche le forze globali costruttive di una democrazia transnazionale sulla quale si possa basare un “paradigma di una globalizzazione affermativa”, il paradigma della “interdipendenza benevola”», dice Barber, che propone la strategia al centro del dibattito, che affida, appunto, alle future global cities «l’arte dello spazio comune».

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Sul pensiero di Benjamin Barber: La globalizzazione impone nuovi modelli di cittadinanza e democrazia, che rischiano di essere impraticabili se di pari passo non si promuove la formazione di una nuova coscienza civile. Barber suggerisce un programma per diffondere la consapevolezza dell’interdipendenza delle problematiche del mondo. Come strumento per la formazione di una nuova sfera pubblica su scala globale, propone l’educazione civica, i servizi civili e sociali dei giovani nel mondo e la creazione di luoghi ed edifici che ospitino, nelle città globali, la pluralità delle culture.

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“Riuscirà il thè asiatico, e quella che è la cultura religiosa e familiare che ne accompagna il rito, a sopravvivere all’assalto della commercializzazione globale della CocaCola? Il pranzo in famiglia sopravvivrà al fast food, puntato al consumatore singolo, con abitudini alimentari da rifornimento di carburante, che si nutre a spuntini? Riusciranno le culture cinematografiche nazionali di paesi come il Messico, la Francia o l’India a sopravvivere ai colossal di Hollywood tarati sui gusti universali dei teen agers, radicati nella violenza e nel facile sentimentalismo? Dov’è lo spazio per la preghiera, per i riti religiosi comuni, per i beni spirituali e culturali in un mondo in cui l’economia globale gira grazie alla commercializzazione di beni materiali. Quei milioni di famiglie di Cristiani Americani che scelgono per i loro figli l’istruzione a domicilio, perché spaventati dalla cultura commerciale e violenta che aspetta i ragazzi fuori dalla porta di casa, non sono forse altro che Taliban americani? E i cosmopoliti laici delle città costiere americane si accontentano di essere nutriti dallo schermo, dagli onnipresenti computer, dalle tv e dai multisala?

Il terrore ovviamente non è una risposta, ma chi è davvero disperato può accontentarsi anche del terrore, in risposta al fatto che non riusciamo neppure a porci queste domande. Per i guerrieri annientatori della Jihad la questione si pone naturalmente oltre questi timori: implica devozione assoluta a valori assoluti. Eppure molti che inorridiscono di fronte al terrorismo ma restano indifferenti all’America, potrebbero vedere una dimensione assolutista nelle aspirazioni materialiste dei nostri mercati. La nostra cultura del mercato globale a noi appare sia volontaria che salutare, ma ad altri può sembrare sia forzata (nel senso di obbligatoria) che corrotta, non precisamente coercitiva, ma capace di sedurre i bambini introducendoli ad un materialismo laico determinato ma corrosivo. Che cosa c’è di male in Dysneyland e nelle Nike? Non facciamo altro che “dare alla gente quello che vuole”. Ma questo sogno commerciale è una forma di romanticismo, l’idealismo dei mercati neoliberali, il comodo idillio secondo cui l’abbondanza materiale può soddisfare il desiderio spirituale così che la caccia al profitto può diventare sinonimo di conquista della libertà.

È il nuovo realista democratico ad accorgersi che se l’unica scelta che abbiamo è quella tra i mullah e i centri commerciali, tra l’egemonia dell’assolutismo religioso e quella del determinismo del mercato, né la libertà né lo spirito umano possono prosperare. Considerando i costi sia del terrorismo fondamentalista che del combatterlo, non dovremmo forse chiederci come mai quando vediamo che la religione colonizza qualunque altro campo della vita umana la chiamiamo teocrazia e sentiamo puzza di tirannia e quando vediamo che la politica colonizza ogni altro campo della vita umana la chiamiamo assolutismo e tremiamo alla prospettiva del totalitarismo, ma quando vediamo che le relazioni di mercato e il consumismo commerciale tentano di colonizzare ogni altro campo della vita umana li chiamiamo libertà e celebriamo il loro trionfo?” (Benjamin Barber)

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Dal blog Kill a Multi – Tactical Media Crew

Benjamin R. Barber
IL MONDO COME PARCO A TEMA

tratto dal libro “Guerra Santa contro McMondo; neoliberismo e fondamentalismo si spartiscono il pianeta” – Pratiche editrice 1998

Non esiste emblema della trasformazione della realtà operata dal commercio che sia significativo quanto la sostituzione dell’immaginazione attiva del lettore con la ricezione passiva dello spettatore, e quanto la presenza dei parchi tematici commerciali che punteggiano in quantità crescente i nostri paesaggi. I parchi tematici sono i templi della modernità, le nostre chiese secolari nelle quali i valori del gioco, della salute, del divertimento, del viaggio, del tempo libero e dello stile di vita americano vengono santificati nell’ambito di una facile liturgia che accomuna intrattenimento, informazione e una punta di istruzione senza fatica. I temi nei parchi del McMondo sono i temi del McMondo.

L’espressione “parchi tematici” va intesa in senso lato: non mi riferisco infatti solo ai parchi Six Flags, Walt Disney Worlds e MGM Studios, ma agli spazi commerciali sulle autostrade, ai centri commerciali e alle catene di ristorazione. In questo senso McDonald’s può essere definito un parco tematico: una catena di fast food che presenta un suo Topolino (Ronald McDonald), i suoi tipici “spazi gioco” all’esterno l’associazione commerciale con personaggi famosi come Michael Jordan e Larry Bird e con film come Balla coi lupi, Batman – Il ritorno e Jurassic Park e il suo richiamo costante allo stile di vita americano, tutte cose per cui e molto più che una catena di fast food.

Il suo rapporto annuale si focalizza giustamente sul ruolo di “uno dei più grandi marchi del mondo, riconoscibile all’istante”, che cerca di posizionarsi come “il principale servizio di ristorazione nel mercato globale del consumo”. Apre fino a mille nuovi punti ogni anno, e può vantarsi del fatto che uno dei più recenti è situato su Piazza Tienanmen dove, in un tempo che sembra lontanissimo, un giovane ha catturato l’immaginazione del mondo quando si e posto come ostacolo a una colonna di carri armati che lo ha travolto con il suo avanzare sferragliante. McDonald’s spende 1,4 miliardi di dollari annui in pubblicità e ha in progetto di aprire nel mondo quarantaduemila locali (per ora ne sono stati costruiti solo quindicimila).
Jim Cantalupo, che dirige le iniziative internazionali, spiega che McDonald’s “è più che una questione di prezzo. E’ un’esperienza che i nostri clienti possono aspettarsi solo da McDonald’s. Sono i “drive-thru” […] gli spazi gioco […] i sorrisi al banco […] E tutte queste cose […] è un’esperienza”. I marchi vendono un’esperienza e l’esperienza diventa l’attributo che definisce un posto di ristoro che è anche un teatro del consumo è un parco il cui tema è lo stile di vita.

L’esperienza che viene venduta deve essere molto più che un pasto veloce. Il fast food inserisce la vita nella traccia veloce dei computer, negli impulsi e nei byte che lanciano la nostra mente e il nostro corpo a velocità folle, durante tutta la giornata, senza perdere un secondo.

Mangiate velocemente e servite il dio dell’efficienza del mondo degli affari. Servitevi da soli e riducete così i posti di lavoro.         Mangiate in piedi o portatevi via il pranzo e trasformate il pasto da attività sociale in occupazione solitaria. Passate (nei paesi orientali) dal riso e dalle verdure alla carne e aumentate l’apporto di grassi, le spese mediche e la pressione sull’agricoltura (coltivare foraggio per il bestiame che diventerà la carne che mangiamo è radicalmente inefficace, perché significa utilizzare una quantità di cereali dieci volte superiore a quella consumata dagli esseri umani che hanno i cereali nella loro dieta).

Lo stile di nutrizione dei McDonald’s è uno stile di vita: un’ideologia del parco a tema molto più intrusiva (e molto più subdola) quella che avrebbero potuto concepire Marx o Mao.” La metafora del parco a tema riposa sulla sua realtà effettiva.         I parchi tematici hanno la loro origine nelle fiere e nelle esposizioni industriali che, nel diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo, si proponevano come una vetrina dello spirito illuministico e della speranza di un futuro migliore da parte delle persone che trasformavano la scienza in industria e tecnologia e commercio per un mercato che già allora stava diventando globale.

Nel suo brillante saggio “Ci vediamo a Disneyland” Michael Sorkin cita il discorso di apertura del principe Alberto all’Esposizione di Londra del 1851. Newt Gingrich non ha niente del principe Alberto, che era incredibilmente aggiornato nel suo entusiasmo verso il futuro: “Stiamo vivendo in un meraviglioso periodo di trasformazione che mira rapidamente a conseguire quel grande fine cui punta la storia, la realizzazione dell’unità dei popoli […] Le distanze che separano le diverse nazioni e parti del mondo stanno svanendo rapidamente davanti alla realizzazione delle invenzioni moderne, e possiamo ormai superarle con grande facilità […] Il pensiero viene comunicato con la rapidità e persino la potenza del fulmine […] i prodotti provenienti da tutte le parti del mondo sono a nostra disposizione, e dobbiamo solo scegliere qual’è il migliore è il meno caro per i nostri scopi; e i poteri della produzione sono affidati allo stimolo della competizione e del capitalismo”.

Se, come suggerisce Sorkin, “l’allusione del principe consorte a un mondo rimpicciolito dalla tecnologia e dalla divisione del lavoro evoca il tema originario dei parchi tematici”, allora questo sarà anche il Leitmotiv del McMondo e dunque il principe Alberto è il progenitore di Ronald McDonald (Sorkin definisce il principe un “mouse-chettiere avant la lettre”) e anche del cyberentusiasta Gingrich.          Qualunque sia la genealogia dei parchi tematici, essa trova il suo sbocco comune odierno non nelle fiere specializzate di Anaheim e Orlando, ma nei centri commerciali di tutto il paese. Questi centri commerciali sono infatti luoghi di intrattenimento costruiti intorno al multiforme piacere dello shopping.
Una volta i negozi trovavano posto nei quartieri centrali, fra laboratori di artigiani, chiese, ristoranti, teatri, scuole e municipi, come elementi integranti di un architettura dello spazio pubblico che associava l’atto dell’acquisto ad altre attività pubbliche e, allo stesso tempo, dava al commercio un ruolo propriamente utilitario e complementare.          L’isolamento degli spazi commerciali da qualsiasi altro tipo di spazio pubblico, anticipato dalle esposizioni universali e confermato dallo sviluppo dei centri commerciali, ha permesso che il consumismo commerciale dominasse lo spazio pubblico, trasformando ogni altra attività pubblica in una variazione del vendere e comprare.

Margaret Crawford, un’acuta studiosa della cultura dei centri commerciali, ha notato che il preciso scopo dei costruttori di questi centri è contenere l’intero mondo nel centro commerciale. In proposito, cita uno dei costruttori del maggiore centro commerciale del mondo, che, alla cerimonia di apertura, ha esclamato: “Quello che abbiamo fatto significa che non dovete più andare a New York o a Parigi o a Disneyland o alle Hawaii. Abbiamo quello che volete in un posto solo, a Edmonton, Alberta, Canada! “.           Joan Didion ha suggerito che i centri commerciali sono, in realtà, luoghi che danno assuefazione, spazi “dove una persona si muove come fluttuando in una sorta di sospensione, non solo di luce ma anche di giudizio, e non solo di giudizio ma anche di personalità”.

I confini che separano il centro commerciale dal mondo esterno vogliono eliminare ogni distinzione fra quello che succede al suo interno e nel mondo di fuori: vi sono pochissime uscite, non ci sono orologi. Come i fast food stimolano i clienti allo shopping (“pranzare” sottrae tempo agli acquisti) e i cinema multisala forniscono divertenti incentivi al consumo, così la stessa architettura del centro commerciale, con la localizzazione delle scale mobili, il raggruppamento dei negozi per livello di prezzi, le loro diverse tipologie, l’incanalamento dei pedoni, hanno l’unico obiettivo di facilitare il consumo.

Il centro commerciale non è parte della periferia nella sua essenza; piuttosto le periferie stesse sono andate assumendo l’aspetto proprio dei parchi tematici. Un opuscolo dell’Ufficio del turismo della California invita i lettori a dare un occhiata alla Orange County (questo prima che l’amministrazione andasse a gambe all’aria per bancarotta, il che conferisce alle frasi seguenti una ancor più comica incisività): “E’ un parco tematico – settecentottantasei miglia quadrate di parco tematico – e il tema è: ‘Puoi avere tutto quello che desideri’. E’ il posto più californiano di tutta la California: quello più simile ai film, più simile alle storie e più simile ai sogni. Orange County è il Paese del domani è il Paese della frontiera, fusi insieme e inseparabili… Vieni a Orange County. Non esiste nessun posto che sia come casa tua”.

I centri commerciali sono parchi tematici; i parchi tematici sono intere province periferiche, e le province periferiche sono centri commerciali.           E, naturalmente, i negozi dei centri commerciali esibiscono “temi” propri e si specializzano nello shopping impulsivo. I punti vendita di articoli di uso quotidiano come attrezzi, francobolli, medicinali e tradizionali empori di articoli vari a poco prezzo sono quasi interamente assenti. Al loro posto fioriscono negozi di prodotti naturali, museum shop, boutique in stile New Age, negozi di musica e videogiochi, minimarket di consumo come The Sharper Image e Bookstone che non vendono quello di cui hai bisogno, ma tutto quello che desideri – una volta che sei entrato nel negozio.

Accanto ai minimarket vi sono i grandi magazzini di marca e i rami commerciali dei grandi parchi tematici. Centinaia di negozi Disney, entrati subito nella marea dei centri commerciali, ora sono in competizione con gli altri negozi di studi cinematografici come la Warner Brothers e la MGM.            In occasione della sua apertura, il negozio Warner a Manhattan esibiva i rivali di Topolino, Bugs Bunny e Titti, che invitavano i sofisticati newyorchesi (animali e umani) indossando cappelli a cilindro di seta, a scoprire “la nuova esperienza di shopping del divertimento a New York”, rispondendo in questo modo alla domanda: “Quando un negozio diventa un parco?”. La risposta e semplice: quando diventa “un’esperienza di shopping del divertimento”.

Per assicurare che i centri commerciali siano divertimento puro, molti costruttori installano sale giochi ad alta tecnologia, di costo considerevole (fino a due milioni di dollari), facendo così crollare ulteriormente la distinzione fra Disneyland, McDonald’s (che sta sperimentando questi giochi) e i centri commerciali di periferia.         Un analista di investimenti prevede che “per i centri commerciali potrebbe essere necessario offrire questi tipi di intrattenimento per continuare a essere una meta”. Quando centri commerciali e parchi tematici sono localizzati in prossimità gli uni degli altri diventano destinazioni sicure per tutti, uomini e donne, visto che nelle periferie urbane (dove ormai vive la metà della popolazione americana) il centro commerciale e “il vicinato” è lo spazio commerciale e l’unico spazio disponibile per la comunità.

Parchi tematici che sono veri centri commerciali e centri commerciali che sono parchi tematici si trovano dappertutto. Gli studi cinematografici li hanno costruiti come veri e propri monumenti del mondo reale che celebrano le loro fantasie di altri mondi, i produttori di beni durevoli ne hanno fatto il “braccio” di intrattenimento delle loro strategie commerciali (come i negozi Nike Town, di cui si è parlato) e il governo e lo stato li sponsorizzano nella speranza di dare smalto alla propria immagine, o per commemorare un passato o ricavare un profitto.

Lo stesso governo francese, che ha ottenuto di escludere l’industria nazionale del cinema dagli ultimi accordi GATT, ha giocato un ruolo fondamentale, qualche anno fa, (insieme alle più importanti istituzioni finanziarie francesi) per accaparrarsi la proprietà e la costruzione degli alberghi di EuroDisney. Ha perfino creato una stazione di TGV che è l’orgoglio della Francia. Il settore privato francese detiene oggi il 51 percento del capitale azionario di EuroDisney, anche se gli scarsi risultati dei primi anni hanno lasciato l’amaro in bocca agli investitori e alla Disney la prospettiva del suo primo fiasco commerciale.

Nello spirito autolesionistico del governo assediato, lo stato è rimasto quasi sempre nelle retroguardie. Le autorità locali hanno il diritto di esigere che i costruttori paghino le concessioni di permessi per interventi edilizi, ma di fatto si sono comportate come zelanti servitori delle imprese, anziché esercitare un pubblico controllo, e hanno preteso poco. H. Wayne Huizenga, il magnate di Blockbuster, che e anche proprietario di diversi club sportivi, ha recentemente realizzato una fusione con Viacom, la società che ha acquisito Paramount, e ha convinto l’amministrazione della Florida a permettergli di costruire un parco Blockbuster su venticinquemila acri di palude a nord di Miami come una specie di sessantottesima contea della Florida.

Una legislazione accomodante definisce l’operazione “Distretto speciale multigiurisdizionale per il turismo, lo sport e il divertimento”, mentre i locali lo chiamano “Wayne’s World” (dall’omonimo film demenziale di Mike Meyers). Un consiglio di cinque membri che rappresentano i proprietari dei terreni di quel distretto governerà la zona. Comunque esiste solo un padrone: Blockbuster. Il collaborativo presidente della Commissione della Dade County (Miami) spiega: “Stiamo operando ai margini estremi della democrazia come la conosciamo: è la privatizzazione dello stato”.

Non molto tempo fa una simile frase sarebbe sembrata un ossimoro, o forse solamente stupida. Se c’è un’istituzione di irriducibile carattere pubblico, per definizione questa è lo stato. Ma la sovranità dello stato sembra terminare al cancello dei parchi tematici. Non conoscere confini, e perciò non rendere conto a nessuna autorità pubblica, non è più solo una metafora del Planet Reebok.           I parchi tematici della realtà hanno molti fanatici anche in Europa. Guidati dal manager berlinese Frank Georgi (che è fuggito dalla Repubblica democratica tedesca nel 1989), uomini d’affari della ex Germania orientale stanno discutendo in questo periodo di un “Ossi Park”, esposizione tematica in una base militare di cinquecento acri vicino a Wandlitz, in Brandeburgo, nel cui sottosuolo si trova quello che fu il rifugio atomico del leader orientale Erich Honecker.

Secondo i progettisti, i visitatori di “Ossi Park” (il nome viene da un termine gergale che si riferiva ai tedeschi orientali durante la guerra fredda) faranno esperienza di un tipico anno di vita, condensato, nell’era comunista della Repubblica democratica tedesca, incluse le celebrazioni di massa organizzate dallo stato, come il 1° Maggio. La visita sarà di un solo giorno e i visitatori dovranno uscire entro la mezzanotte, come succedeva nella “Repubblica democratica”; guardie pattuglieranno i confini; tentativi di fuga porteranno alla detenzione per ore. I visitatori saranno costretti a cambiare una somma prestabilita in moneta dell’Est […] La cronaca politica sarà disponibile su un canale pirata ricostruito come nella RDT; le trasmissioni della Tv tedesca occidentale saranno disturbate; ci saranno il mercato nero e l’opposizione clandestina. L’intero parco saranno circondato da filo spinato e da un muro e includerà negozi mal forniti, spioni della polizia di stato (Stasi) e carta igienica ruvida conosciuta con il nome di “vendetta di Stalin” la cui fibra, secondo una vecchia barzelletta, assicurava che “tutti i culi fossero rossi”.

Se questo progetto, sicuramente idiota, ma non più idiota di qualcuno dei progetti che la Disney sta portando avanti, vedrà la luce, non sarà certo nelle travagliate condizioni finanziarie della Germania di oggi.         Il fatto che sia stato concepito suggerisce però quanto avanti si sia spinta l’ideologia del parco tematico dai suoi inizi nel 1851 o dal suo secondo avvento (con Disney) ad Anaheim nel 1955.         Walt Disney World è il salotto principale del McMondo. La trasformazione della realtà in cartone animato, iniziata da Disney con il suo primo parco ad Anaheim quasi mezzo secolo fa, preludeva alla miscela seducente di commercio, illusione, desiderio manipolato e soddisfazione immaginaria del McMondo.

Nel primo annuncio pubblicitario si leggeva: “ Disneyland sarà dedicato agli ideali, ai sogni e ai fatti reali che hanno creato l’America. Sarà attrezzato in maniera unica per rappresentare questi sogni e questi fatti e farli viaggiare come sorgente di coraggio e ispirazione per tutto il mondo. Disneyland sarà qualcosa di simile a una fiera, una mostra, un parco giochi, un centro comunitario, un museo vivente e un luogo di bellezza e magia. Sarà pieno delle imprese, delle gioie, delle speranze del mondo in cui viviamo. E ci ricorderà e ci mostrerà come far diventare quelle meraviglie parte della nostra vita.”         In verità, non si è trattato né di “fatti reali” né di “parte della nostra vita”.       Eileen Orgintz scrive, in quello che presumibilmente vuole essere un elogio (nel Los Angeles Times): “Disney World è un posto irreale e non aspettatevi che la realtà entri. Tutti sono felici e ben nutriti. Tutto è pulito. Tutti sono cortesi. Non siate sospettosi. Aspettate di tornare a casa per sentirvi colpevoli dei mali del mondo”.

Così come una volta si diceva che il sole non tramontava mai sull’impero britannico, così oggi la Disney può dichiarare: “Il divertimento segue il sole intorno al mondo”.         Disneyland di Anaheim, modello per tutti i parchi che lo hanno seguito, sta per arrivare al giro di boa dei cinquant’anni, Walt Disney World compie più di vent’anni, Disneyland di Tokyo (con la sua nuova Splash Mountain) ha più di dieci anni e nel 1992 ha aggiunto altri sedici milioni di visitatori ai suoi cento milioni e più durante i nove anni precedenti.

Le coppie giapponesi sono fra quelle che scelgono i parchi Disney per i loro viaggi di nozze postmoderni. EuroDisney di Parigi è stato l’eccezione alla regola: anche se non è diventato la prima Disney-Bancarottalandia, faticherà a far presa nel problematico mercato europeo.

Perché l’Europa è il luogo dove il sogno muore: i sognatori sono emigrati verso i climi più caldi dell’America. La Florida, il parco giochi dell’America, è sempre stata una sede naturale per la Disney: anche se per un certo periodo è apparsa ad alcuni turisti europei diffidenti come Omicidiolandia, essa offre le promesse del Walt Disney World, dei parchi Disney-MGM Studios, di Disney Dixie Land Resort, del Bonnet Creek Gold Club, del Disney Vacation Club Resort, dell’Epcot Center e della nuova Città delle celebrazioni Disney, ancora in fase di progetto.

I parchi Disney di tutto il mondo fruttano 3,3 miliardi di dollari dei 7,5 miliardi annui della Disney, con i film che contribuiscono per altri 3,1 miliardi e con vari prodotti di consumo (parchi tematici e associazioni con i film) che ammontano a 1,1 miliardi di dollari. Tutte e tre le divisioni Disney prendono ispirazione da un set di immagini tratte da cartoni animati sbocciati da una serie infinita di variazioni del Dipartimento per “l’immagingegneria” responsabile della ridefinizione della nostra realtà.          In anni recenti, la Disney Company si è proposta di virtualizzare la storia americana e di mettere in cartoni animati la sua politica. Il Walt Disney World in Florida ha recentemente aggiunto Bill Clinton al suo popolare Salone dei presidenti. Come Abraham Lincoln prima di lui, anche Bill Clinton è stato “immagingegnerizzato” come un robot in Audio-Animatronic e può camminare e parlare, esibendosi in un discorso sorprendentemente chiaro.”

La società era quasi riuscita a impiantare un parco sul tema della Guerra civile americana presso Manassas, dove la più cruenta delle guerre americane doveva essere riconsacrata in forma di spettacolo a pagamento, reso in tutta la sua distruzione fratricida (in conformità con il “corretto” realismo che ci si aspetta ai nostri tempi).

L’opposizione politica in Virginia e nel distretto della Columbia, insieme a una campagna nazionale promossa da storici indignati, hanno bloccato l’impresa di Manassas all’ultimo minuto, ma quelli della Disney stanno ancora cercando di costruire un parco della storia americana.           Poiché l’iniziativa del parco della finta Guerra civile, con villaggi indiani finti, la replica di una fattoria, false battaglie e una falsa fiera, tutte “a portata di voce” da veri sentieri indiani, da vere fattorie, da un sito fieristico della contea e da una cittadina che fu saccheggiata e bruciata dall’esercito dell’Unione, è stato avallata da storici rispettabili.

Gli accademici dibattono sul valore, in termini di conservazione, di questi nuovi parchi mentre la Disney cerca di avvicinarsi ai requisiti da loro richiesti, ma il punto non è la conservazione e c’è stato qualcosa di quasi comico nell’assicurarsi un lasciapassare accademico per creare una realtà virtuale nelle immediate prossimità dei luoghi reali della Guerra civile che si intendevano riprodurre.         Le creazioni della Disney, comunque, non aspirano alla verità ma alla verosimiglianza: una metaverità della virtualità.           Non puoi fare sesso nel Covo dei pirati o andare in Germania facendo un giro turistico nel castello bavarese disneyano o assassinare Lincoln nel Salone dei presidenti.

Tutto quello che puoi fare è comprare il biglietto per guardare: guardare senza conseguenze, guardare senza partecipare e guardare senza responsabilità. Forse questa è la ragione per cui Dexter King (il figlio minore di Martin Luther King) ha incontrato così tanta resistenza contro il suo progetto di trasformare il monumento a suo padre ad Atlanta in un parco in stile Disney, che doveva chiamarsi “Macchina del tempo e museo interattivo di Martin Luther King jr.”           La famiglia King è una cosa, la Disney un’altra; non si dovrebbe chiedere alla Disney di assumersi responsabilità che non siano quelle relative al ruolo di società che si occupa di intrattenimento. Lo scopo della società e abbastanza innocente, persino accattivante: non è una modificazione della realtà, ma solo qualche ora o qualche giorno (o, preferibilmente, se vogliono riempire gli alberghi, qualche settimana) di relax e di evasione per le masse stanche.

I parchi non stanno solo formando, ma sono anche formati dal più grande McMondo di cui manifestano i valori. In un certo senso, lo stesso McMondo è un parco tematico – un parco chiamato Mercatolandia – dove tutto è in vendita, e qualcun altro è responsabile, dove non ci sono beni comuni o interessi pubblici; e dove tutti sono uguali fino a quando possono permettersi il prezzo del biglietto di entrata e si accontentano di guardare e consumare.

Il McMondo come Mercatolandia non è, comunque, un’entità naturale “immagingegnerizzata” da qualche divinità benevola. E’ fabbricato e posseduto, e la maniera in cui è posseduto ci dice molto sulla sua natura. (Benjamin Barber, da “Guerra Santa contro MC Mondo“)

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