Il Match Point asiatico, tra integralismo talebano e società dei diritti (specie per le donne), si gioca in Pakistan

Pakistan (la Valle di Swat è poco a nord-est della città di Peshawar)
Pakistan (la Valle di Swat è poco a nord-est della città di Peshawar)

In Pakistan, poco a nord-est della città di Peshawar (che potete vedere indicata nella mappa qui a fianco) c’è la Valle di Swat, suggestiva meta turistica (una specie di Valgardena) dove negli ultimi due anni ci sono stati oltre 1.200 morti e migliaia di sfollati, a causa delle incursioni dei taleban afghani in trasferta, e alla controffensiva americana a base di missili “intelligenti”. Un angolo di paradiso dove impiccagioni e decapitazioni pubbliche sono all’ordine del giorno, e la giustizia viene amministrata a suon di botte e a colpi di frusta. Qui l’abitudine insana di voler istruire le figlie femmine è stata debellata facendo saltare per aria oltre 200 scuole.       Ed è appunto qui (più che in Afghanistan) il vero nodo del conflitto tra un integralismo talebano (alimentato da Al Qaeda e da tutti i terrorismi coalizzati dell’estremismo islamico) e dall’altra la possibilità di superare questo “nodo terroristico” che minaccia il mondo in molte delle sue parti.     Pertanto protagonista di tutto viene ad essere il Pakistan, ufficialmente schierato (anche con il proprio esercito, in questi giorni) contro i talebani e Al Qaeda, ma che di fatto mostra di avere un atteggiamento ambiguo (specie negli alti gradi dell’esercito) e di non amare particolarmente il mondo occidentale, gli americani; e sembra seppur non dichiaratamente appoggiare le forze estremistiche integraliste.          E’ uno scontro di guerra, di civiltà (e quella occidentale non può perdonarsi di certo il fatto di aver creato essa stessa il fenomeno “talebani”, sponsorizzandoli quando negli anni ottanta essi combattevano l’esercito sovietico). Molte cose sembrano mischiarsi nel “marasma Pakistan” (in particolare negli apparati militari): affermazione della propria esistenza autonoma minacciata dalla presenza al nord (come nella, all’inizio citata, Valle di Swat) dei talebani afghani; spinte di appoggio magari nascosto e indiretto, a questi stessi integralisti talebani che si dice di voler combattere (ma si condivide l’odio per gli americani e l’occidente) E, e qui la cosa diventa ancor di più interessante, “paura” dell’installarsi di una nuova civiltà in quel paese, cioè un pensiero laico, che esprime parità nel rapporto tra uomo e donna.     E’ quest’ultimo il vero tema, a nostro avviso, di buona parte delle violente reazioni integraliste alle istanze di modernità che provengono “da fuori”. Lungi dal pensare che queste “modernità” siano tutte positive (per niente), ma alcuni temi sui diritti delle persone, sul cambio di mentalità (la donna che acquista indipendenza, può studiare, essere autonoma economicamente, muoversi…) forse impauriscono (ancor di più delle controffensive americane) il mondo maschilista lì insediato.         E il Pakistan, paese che vanta di avere la bomba nucleare (e che in questi giorni il congresso americano accusa di dirottare i soldi dati loro per combattere il terrorismo a incentivare l’arsenale nucleare) questo Paese vive una profonda contraddizione tra spinte moderate e di protagonismo (che ad esso viene chiesto a livello internazionale) come fautore di dialogo pacifico in quest’area del mondo, e dall’altra voglia di rafforzare il suo ruolo nazionale e militare in senso integralista.            In Pakistan si gioca pertanto una partita “ultima” un match point (parafrasando anche un famoso film di Woody Allen), un punto finale, dove (metaforicamente rifacendosi alla pallina del tennis che va da una parte all’altra della rete, del campo) basta “un nulla” che il gioco lo vinca una parte (gli integralisti estremisti) o l’altra (i moderati innovatori). Ora la pallina del match è sospesa a fil di rete… può cadere da una parte o dall’altra e determinare la vittoria dei contendenti…          Vi diamo qui di seguito alcuni resoconti di notevole interesse (in particolare due dell’inviato a Peshawar di Repubblica Guido Rampoldi). 

L’ ULTIMA RIVOLUZIONE DEI TALIBAN

(da la Repubblica, 8-5-09, dall’inviato Guido Rampoldi). Peshawar –    Interpellare la Rivoluzione che avanza non è difficile, basta comporre il numero di un cellulare e ascoltare l’inglese fluente di Muslim Khan, portavoce di un’ insurrezione che ha portato i Talibana 100 chilometri dalla capitale. Più complicato è capire se da qui a qualche settimana quel barbuto sessantenne appassionato di decapitazioni sarà prigioniero, cadavere, fuggiasco; o invece celebrerà con i confratelli di al-Qaeda un successo, o perlomeno uno stallo, che li rafforzerebbe nella convinzione di essere vicini al traguardo, la nascita dell’ Emirato atomico del Pakistan.

Sulla carta nulla giustifica le risate omeriche che Muslim Khan mi offre mentre i suoi seimila Taliban (in realtà un migliaio, i rimanenti sono gangster e giovani reclute) si barricano nel capoluogo e nei villaggi dello Swat, la Val Gardena del Pakistan. Intorno alle loro postazioni la fuga degli abitanti presto farà il vuoto; perso quello scudo, come potranno reggere all’ attacco del settimo esercito più poderoso della Terra?

Eppure le cose non sono così semplici, altrimenti oggi i Taliban non scorrazzerebbero sul 12% del territorio pachistano. E Muslim Khan non sarebbe così ilare quando mi racconta di generali e ministri a suo dire stipendiati da Washington, servi e ipocriti per i quali sarebbe scoccata l’ora della verità. «Noi vogliamo che questo Paese diventi quello che non è ma voleva essere dalla sua nascita, un sistema islamico», dice. «Ora l’ esercito deve decidere se combatte per l’islam o per i nemici dell’islam. Nel secondo caso, non lo lasceremo scappare dallo Swat». Stando ai quotidiani pachistani, l’esercito ha deciso. Sulle prime pagine ammazza Taliban ad una media di quaranta-cinquanta al giorno dall’ inizio della settimana. Però quei cadaveri finora nessuno li ha visti, e gli americani non si fidano. Da tre giorni i loro aerei senza pilota sono per la prima volta nei cieli dello Swat, forse per capire se sul terreno l’esercito faccia davvero quel che racconta ai giornali. Ci sono state scaramucce, ma lo stato maggiore esita a lanciare l’attacco nei centri abitati, per ragioni comprensibili. Combattere dentro Mingora, 600mila abitanti intrappolati in città dalle mine che i Taliban hanno disseminato per le strade, significa provocare stragi di civili, ben più dei 40 rimasti uccisi mercoledì. E un’ offensiva quasi imposta da Washington che comportasse la morte di tanti cittadini sarebbe disastrosa per le Forze armate. Inoltre molti quadri militari recalcitrano alla prospettiva di togliere di mezzo i Taliban. Fino a ieri anche i generali rifiutavano di cacciarli a fucilate dallo Swat. E non è detto che li abbiano convinto i 400 milioni di dollari in aiuti militari promessi in settimana dall’ amministrazione Obama.

Retrovia di questa sfida e ormai assediata su tre lati dal Talibanistan pachistano, Peshawar è una città depressa e confusa. I poliziotti che devono difenderla da nemici ben equipaggiati comprano di tasca propria perfino le mostrine («Quelle che ci danno sono ridicole»). E anche se nel commissariato dell’università lo negano, i Taliban ormai sono dentro le mura. Una campagna sistematica di lettere minatorie, inviate per posta o affisse sull’uscio di casa, ha preso di mira le docenti universitarie (le donne non devono insegnare), i barbieri (gli uomini non devono radersi), i sarti (le femmine non devono essere femminili), i venditori di cd (i ragazzi non devono farsi stregare da musica e cinema occidentali), i giornalisti (i media non devono criticare i Taliban) e i guaritori, qua e là ammazzati in tutto il Pakistan affinché la loro morte sia d’ ammonimento a tutti. Nel campus incontro studentesse inferocite. Odiano i Taliban con una sana intensità. Gira voce, raccontano, che «quella gente schifosa» si prepari a mandare i loro kamikaze all’università, per massacrarvi le ragazze che osano studiare e aspirare ad un lavoro. Non poche, impaurite, ormai disertano i corsi («Non noi. Noi siamo la rivoluzione, e la rivoluzione non si ferma», mi dice una studentessa del Waziristan, la regione più talibanizzata del Pakistan).

I kamikaze per adesso non si dedicano alle ragazze ma al loro bersaglio tradizionale, i poliziotti e i passanti. Martedì un uomo-bomba ha fatto strage di agenti e civili ad un posto di blocco in periferia. I commenti raccolti in quelle ore dalle tv rendevano l’ immagine di una società smarrita, in cui pare ormai normale sentir dire che questi attentati li allestisce il governo per spillare soldi agli americani. Sia i giornali sia l’uomo della strada ormai leggono il marasma pachistano nei termini di cospirazioni interne o trame internazionali, insomma congiura di «misteriose forze che controllano la scena restando dietro le quinte» (così un editoriale di The News ).

Questa percezione ha un fondamento reale: sul confine afgano da tempo si intravede un affollamento di spionaggi, un moltiplicarsi di operazioni segrete. Migliaia di guerrieri pashtun sono sul mercato, ed è lecito domandarsi, per esempio, se a pagare ai Taliban dello Swat stipendi, vitto e munizioni (per un totale, grossomodo, di almeno 200mila euro al mese) bastino le “attività di autofinanziamento” come rapine e sequestri di persona. Ma siamo ben al di là di un ragionevole sospettare quando un editoriale del Frontier Post, il quotidiano in lingua inglese di Peshawar, può scrivere: «L’ intelligence indiana agisce su istruzione dei suoi padroni ebrei e italiani, uniti nel progetto di distruggere tanto l’ India quanto il Pakistan» (finalmente qualcuno che ci prende sul serio: purtroppo un imbecille).

Spettacolari e pericolose, queste frequenti derive paranoiche segnalano la fatica del Pakistan a trovare il senso della propria storia. Fino a ieri una larga maggioranza considerava i Taliban confratelli un po’ stralunati cui era giusto accordare indulgenza perché combattevano per l’ islam. Oggi perfino il conservatorismo musulmano si è in parte ricreduto, e finalmente il Paese può affrontare le questioni in cui si è smarrito da molto tempo.

Il problema è che la società arriva a ridiscutere la propria identità proprio nel mezzo di una crisi che ormai allinea tutti gli elementi di un caos pre-rivoluzionario. Vuote le casse dello Stato. Screditate le istituzioni. Debole il governo. Al collasso lo Stato di diritto, con il 60% dei magistrati che per ammissione dei vertici giudiziari vendono le sentenze. In crescita i nazionalismi etnici. E sottotraccia, un grandioso lavorio di servizi segreti. Al punto in cui è arrivato, il Pakistan può solo rimbalzare o cominciare a sgretolarsi. Nel secondo caso, Muslim Khan ha ottime probabilità di essere nella partita. Interessante personaggio, il portavoce. Proviene dai ranghi della sinistra pachistana, era un seguace del “socialismo islamico”. Deluso dal Ppp dei Bhutto, emigrò in Kuwait. Tornato nello Swat si legò ad un barcarolo di fiume noto come mullah Fazlullah. Questo Fazlullah nel 2001 condusse in Afghanistan un migliaio di ragazzi dello Swat, per combattere gli americani. Non spararono un colpo: la metà fu sterminata dall’aviazione, gli altri tornarono indietro. I genitori degli uccisi cercarono a lungo Fazlullah, per ucciderlo. Lo salvò la galera. Quando i pachistani lo scarcerarono, i Taliban dello Swat gli affidarono un programma nella loro emittente. Fazlullah diventò “mullah Radio”, il predicatore in modulazione di frequenza; e l’emittente, lo strumento di una strategia del tutto inusuale, una miscela bolscevica di terrore e di consenso cui non è estraneo Muslim Khan.

Il consenso arrivò ai Taliban non dalle concioni sull’ islam, ma dalla “lotta di classe”: la radio prese di petto i proprietari terrieri e li costrinse a scappare dallo Swat. Le loro terre furono distribuite dai Taliban ai contadini che avevano arruolato. Medici considerati arroganti ricevettero “lettere di avvertimento” che li invitavano a comportarsi meglio: obbedirono. Malgrado avessero vietato alle bambine di frequentare la scuola dopo i nove anni, nello Swat i Taliban divennero popolari. «Erano riusciti a infilarsi nel vuoto tra la gente e amministrazioni corrotte», mi dice Rashid Iqbal, direttore del Chand, il quotidiano dello Swat pubblicato a Peshawar. «Se non avessero lanciato quella campagna di omicidi, il loro consenso non sarebbe crollato al 10-15% attuale».

A partire dal 2007 i Taliban dello Swat hanno assassinato avversari politici, poliziotti, funzionari pubblici. Gli omicidi erano preannunciati dalla radio: chi non scappava l’indomani veniva ucciso, quasi sempre sgozzato con il coltello. Sovente il cadavere era decapitato ed esposto in un luogo pubblico (l’ultima decapitazione, due giorni fa). La paura istillata da questi metodi è tale che perfino a Peshawar i giornalisti sono reticenti quando chiedo di Muslim Khan. «Un uomo pericolosissimo», si schermisce uno. Un altro mi racconta di un suo collega dello Swat, Moussa, ammazzato di recente perché parlava male dei Taliban. Un terzo ha un tono deferente e intimidito quando chiama Muslim Khan al telefono e gli domanda se intende parlare con il giornalista italiano. Muslim Khan è il tipo di islamista che regala titoli ad effetto alla stampa occidentale. «Nostro fratello Osama». «Colpiremo i governanti del Pakistan nelle loro città». «Le organizzazioni non governative vogliono togliere il velo alle nostre donne, vogliono allontanarci dall’islam». E’ schietto. Quando gli contesto la “crudeltà” dei Taliban, conferma: «E’ vero, i Taliban sono crudeli» («Con quelli che lo meritano»). Diventa elusivo solo quando gli domando della Rivoluzione. La Rivoluzione islamica e sociale che appare in controluce, per la prima volta, dietro questo confuso agitarsi di guerrieri. «Deciderà la gente», dice.

Eppure gli eventi di questi mesi sembrano rispondere ad un piano predefinito. All’ inizio dell’ anno l’inazione dell’esercito obbligò il governo regionale a negoziare la pace con una delegazione guidata da Islam Khan. Si arrivò ad un accordo che impegnava i Taliban a deporre le armi, e in cambio affidava a corti islamiche l’ amministrazione della giustizia nel Malakand, la regione di cui fa parte lo Swat. I Taliban incassarono la vittoria politica, e vi aggiunsero una vittoria militare: invece di deporre le armi, entrarono in massa nella valle del Buner, avvicinandosi alla capitale. A quel punto le reazioni internazionali costrinsero l’esercito ad intervenire, al fianco della polizia. E adesso? Se le menti politiche che finora hanno guidato con successo i Taliban dello Swat hanno un progetto rivoluzionario, come tutto lascia credere, questo necessariamente prevede un estendersi dell’ insurrezione alle piane del Punjab meridionale, lì dove un altro fondamentalismo armato figliato dalla setta Deobandi, la stessa dei Taliban, sta imponendo la sua legge su vasti territori. Sono zone rurali dove qualsiasi estremismo islamico e in armi oggi riuscirebbe a costruire una miscela rivoluzionaria agganciando gli interessi di masse contadine e bissando la “lotta di classe” dello Swat contro l’ aristocrazia terriera. Sarà un caso, però nei più recenti raduni di quel fondamentalismo Umme Hassan, la vedova di un predicatore ucciso dall’ esercito, va eccitando folle immense ripetendo quel che tanti vogliono sentire, e probabilmente Muslim Khan progetta: «In tre mesi vi porteremo la rivoluzione islamica». (Guido Rampoldi)

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Un popolo in fuga dai Taliban sul fronte di guerra del Pakistan. Tra i disperati che lasciano la valle dello Swat circondata dall’esercito

(la Repubblica,11 maggio 2009) “Quelli che trovo all’imbocco dello Swat non credono che i militari stiano facendo sul serio” “Ormai anche nei licei delle grandi città accade che vengano banditi i blue-jeans” Le Forze armate gridano alla vittoria, i miliziani smentiscono via cellulare

di Guido Rampoldi – Arrivano dentro furgoncini stipati oltre il verosimile, le donne inscatolate nel cassone, gli uomini pencolanti all’esterno, i bambini sul tettuccio insieme a bagagli, a qualche provvista, al ragazzino poliomielitico legato sulla sua carrozzella. Duecentomila profughi, finora l’unico risultato visibile della guerra che oppone l’esercito e i Taliban nella verde vallata dello Swat, a nord di Peshawar. Chi non ha parenti in grado di ospitarlo si affaccia nel campo di raccolta di Mardan, una polverosa città agricola all’imboccatura dello Swat. Alveari, campi di canna da zucchero, mandrie di bufali a mollo fino alla gola dentro pozze fangose; e adesso l’andirivieni disordinato degli sfollati. Quelli che incontro tra le duemila tende dell’Alto commissariato per i rifugiati sono convinti che la situazione sia tragica ma non seria. Tutto questo è teatro, mi dicono. L’esercito finge, come sempre. Vuole compiacere gli americani, non liberarci dei Taliban. Vuole convincere, non vincere.

I sospetti dei profughi sono ragionevoli (e i loro racconti, come vedremo, esemplari). Ma questa volta potrebbero essere eccessivi. I generali non hanno scelta. Le loro casse, le casse dello Stato, sono vuote. Possono tentare di ingannare, ancora una volta, gli americani. Ma non possono ingannare se stessi. Come avverte il premier Gilani, la guerra dello Swat «è la guerra per la sopravvivenza del Paese». Della sua unità territoriale. Della sua dignità statuale. E delle sue élites, all’improvviso folgorate da una terrificante consapevolezza: i Taliban non sono più gli innocui selvaggi o gli utili idioti cui il Pakistan ricorreva per le sue grandi manovre nell’area. Entrati nell’orbita di al Qaeda, stanno diventando l’avanguardia di una rivoluzione islamica che potrebbe spazzare via tutto – ricchezze, libertà, diritti, futuro, cultura, privilegi, tutto ciò che, nel bene come nel male, la classe dominante rappresenta.

Il problema è che nelle Forze armate molti quadri intermedi non sembrano ostili alla prospettiva di una rivoluzione puritana. Detestano l’America, considerano la democrazia una deviazione occidentale, insomma sono un prodotto di quella “talibanizzazione delle menti” denunciata in questi giorni da alcune opinioniste. Ormai anche nelle maggiori città del Paese accade che licei femminili bandiscano i blue-jeans, che donne siano apostrofate da passanti o da tassisti se i loro abiti non appaiono abbastanza “islamici”, che gli altoparlanti di centri commerciali come il Liberty Market di Lahore invitino le frequentatrici a coprirsi la testa.

Quel che rende questa deriva più preoccupante è la saldatura in corso tra il fondamentalismo più violento e i risentimenti di masse contadine o proletarie che il sistema neo-feudale condanna agli orrori della povertà più abietta. Non è troppo tardi per fermare la deriva. Il Pakistan non è uno Stato fallito, ha una buona classe media, buoni giornali, un buon tessuto industriale, perfino un’ottima letteratura, e quel che più conta, la consapevolezza di quali mostruosi massacri comporterebbero il fallimento del progetto nazionale e la disgregazione. Ma adesso la parola è alle armi. E se l’esercito fallisse anche quest’ultima prova, così come finora hanno sempre fallito (dal 2004 non ha mai vinto uno scontro con i Taliban), le conseguenze sarebbero disastrose.

Le Forze armate sostengono che l’offensiva dello Swat va benissimo: i Taliban «sono in fuga», le loro perdite enormi. I comandanti Taliban che non temono di usare il cellulare smentiscono. Gli uni e gli altri si premurano di non avere giornalisti tra i piedi. Dunque i profughi sono gli unici testimoni di questa mischia senza immagini. Quelli che trovo a Mardan, nel campo di raccolta, non riescono a credere che l’esercito faccia davvero la guerra ai Taliban, che ne ammazzi centinaia al giorno, che la vittoria sia vicina. Chi ha visto cadaveri di Taliban? Nessuno. «Muore solo la gente come noi, i civili», dicono. «L’esercito ci invita a scappare e ci bombarda mentre fuggiamo. Ordina il coprifuoco, e tira sulle nostre case. Che senso ha tutto questo?». «Se volesse davvero liquidare i Taliban, dovrebbe mettere gli stivali sul terreno. Invece si affida ad aerei ed elicotteri». «Vuole soltanto disperderli, creda a me, non ucciderli». «I Taliban veri sono pochi, ma quelli non si arrenderanno mai». «Andrà come due anni fa. Offensiva dell’esercito per compiacere gli americani. Poi il grosso delle truppe se ne va e tornano i Taliban».

Il sospetto che snerva i profughi dello Swat è lo stesso che inquieta i liberali pachistani (e forse Washington): com’è possibile che dal giorno alla notte le Forze armate considerino un nemico quelli con i quali fino a ieri convivevano? Che si trattasse di rapporti amichevoli o di una non belligeranza utilitaristica, è un capitolo piuttosto indecente, se stiamo ai racconti dei profughi. Tre mesi fa, all’alba, un uomo va nella piazza principale di Matta per aprire la propria bottega, e scopre quattro cadaveri decapitati, legati agli alberi. Hanno la divisa nera dei Frontier Corps, un corpo di polizia, e la testa tra le cosce, per un estremo insulto; uno dei quattro ha le guance mangiucchiate dai cani. Un foglio affisso su un tronco ordina di non rimuoverli prima delle 11 di quella mattina. Tutta la cittadinanza si raduna nella piazza, qualcuno chiama la polizia, qualcun altro avverte la caserma dell’esercito, ma nessuno, né cittadino né rappresentante dello Stato, osa contravvenire al volere degli assassini. I quattro cadaveri saranno rimossi solo dopo la scadere del termine fissato dai Taliban.

Un altro commerciante sostiene che spesso i militari lo incaricavano di portare viveri ai Taliban. Un terzo mi segnala che i Taliban hanno scannato nello Swat trecento persone, soprattutto poliziotti, ma non un solo  ufficiale dell’esercito: non uno. Un quarto mi fa presente che i guerriglieri adottano un fucile mitragliatore in dotazione delle Forze armate, il GIII, non reperibile sul mercato clandestino. L’aneddotica è copiosa, e spiega perché tanti ora abbiano l’impressione di rischiare la pelle sul palcoscenico di una farsa. Nel principale ospedale di Mardan, il Dhq, il dottor Mumtaz mi dice che la gran parte dei 25 feriti sono stati colpiti da schegge, insomma dall’aviazione di quell’esercito che non difese i pachistani dello Swat quando doveva. Una bambina di 11 anni, Shaista, ha visto morire il fratello, due sorelle e la madre quando una bomba ha colpito la sua casa, a Mingora, il capoluogo dello Swat. Una donna, Shams ul Qamar, ha perso il figlio, ucciso nel fuoco incrociato. La sua è una storia particolarmente atroce. L’anno scorso i Taliban avevano assassinato, mitragliandole in casa, le sue due sorelle e una nipote, colpevoli di fornire cibo ai Frontier Corps.

Prima di lanciare la guerra dello Swat il governo e le Forze armate hanno voluto garantirsi il consenso delle principali forze politiche. Ma se l’offensiva risultasse inconcludente e moltiplicasse i lutti, l’accordo tra maggioranza e opposizione si sfilaccerebbe, l’esercito perderebbe il mandato che ha ottenuto dal parlamento, e l’intera operazione entrerebbe in crisi. Questo è il calcolo dei Taliban, ed è un calcolo ragionevole, come confermava ieri la prima dimostrazione “pacifista”, organizzata da un partito fondamentalista. Dunque i generali devono riuscire a sbandare in fretta il nemico (a “decapitarlo”, nelle loro parole).

Al momento i Taliban sono ancora padroni delle due principali città dello Swat, ma la fuga di quasi tutta la popolazione li ha privati di uno scudo. Prima o poi saranno costretti alla ritirata e tenteranno di riorganizzarsi nelle vallate circostanti, dove sono già presenti. Potrebbero impedirglielo le milizie di villaggio, così come richiesto dall’esercito. Ma quasi tutte si sono rifiutate, perché non credono nella determinazione dei militari o perché temono la ferocia dei Taliban, grossomodo cinquemila, un migliaio dei quali con una lunga esperienza guerrigliera alle spalle. La struttura di comando disporrebbe di copiosi finanziamenti e di un ottimo servizio segreto, al comando di un ex funzionario statale.   (Guido Rampoldi)

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Kabul, Obama e sua maestà

Da “IL SOLE 24 ORE” di mercoledì 13 maggio 2009

GUERRA AL TERRORISMO: Washington ha riconosciuto che la lotta ai talebani va allargata all`intera regione – Fattore essenziale: risolvere la tensione militare fra India e Pakista      RAPPORTI FRA ALLEATI Britannici e americani sono impegnati a elaborare un piano comune, ma tensioni e discordie sulle scelte sono inevitabili -di Max Hastings-

E’ frustrante per il governo americano elaborare la strategia per un fronte militare sapendo che l’esito strategico della guerra sarà deciso su un altro fronte. Gli attuali ridispiegamenti di truppe in Afghanistan avvengono nella consapevolezza che più dell’Afghanistan, molto più dell`Afghanistan, quello che conta è il Pakistan. Il cambiamento più importante tra quelli avvenuti nello scorso anno è il riconoscimento, da parte di Washington e dei suoi alleati, di stare combattendo la guerra sbagliata, o quantomeno una guerra secondaria.   Lo scopo dell’invasione americana del 2001 era impedire che i terroristi potessero contare su un rifugio sicuro in Afghanistan.

Ma oggi al Qaida in quel Paese gioca un ruolo marginale, mentre ha messo solide radici in Pakistan. Le forze occidentali si ritrovano impegnate in una campagna mal congegnata per stabilizzare la società tribale afghana, mentre non sono in grado di usare la forza militare al di là del confine, dove la maggior parte dei pachistani è ferocemente ostile agli Usa.

Non è una di quelle situazioni che semplificano il lavoro di chi deve stabilire il da farsi. I britannici stanno facendo tutto il possibile per elaborare una strategia comune con gli Stati Uniti. Il mantenimento dell’alleanza atlantica è, come sempre, l’obiettivo prioritario del governo Brown. L’amministrazione Obama è sinceramente riconoscente a Londra per il suo sostegno, diventato particolarmente importante col peggioramento della situazione in Afghanistan. Ma tensioni e discordie sono inevitabili. Tanto per cominciare, il prestigio dell’esercito di Sua Maestà ha subito un duro colpo con quella che le forze armate Usa percepiscono come la sconfitta britannica nell`Iraq meridionale.  La dignitosa cerimonia di congedo del mese scorso, nella base militare britannica fuori Bassora, non può mascherare il fatto che laggiù il Regno Unito, secondo gli americani, ha fallito.

In Afghanistan, britannici e americani si lanciano critiche a vicenda sul modo di condurre la guerra. Alcuni soldati americani sono convinti che i britannici a Helmand siano diventati guardinghi, che cerchino prima di tutto di non subire perdite e che gestiscano i rapporti con gli afghani in maniera poco accorta. I soldati di Sua Maestà, a loro volta, considerano gli americani troppo disinvolti quando si tratta di “danni collaterali” ai civili, in particolare con i raid aerei. Contestano l`utilità dei raid con i missili Hellfire per colpire talebani e leader di al Qaida all`interno del Pakistan, rispetto alla rabbia che suscitano tra la popolazione. Sono scettici sull’efficacia di uno degli elementi chiave della politica americana, l’ambizioso progetto di espansione dell’esercito afghano.   Gli inglesi considerano ormai esaurite le scorte di ufficiali e sottufficiali afghani credibili.   Gli americani sono partiti con il rafforzamento del contingente (aunilasoldati in più) prima di aver individuato una serie di obiettivi operativi coerenti.

Lo scopo è consentire allo scricchiolante e corrotto governo centrale di Hamid Karzai a Kabul di estendere la sua influenza a tutto il Paese? Oppure gli alleati dovrebbero sostenere e sovvenzionare signori della guerra locali e leader tribali se questi rinunciassero solennemente a combattere le forze alleate e cessassero di sostenere al Qaida? La politica dell`amministrazione Bush si basava sulla grossolana convinzione che la democrazia fosse in grado di promettere paradisi in terra alle società islamiche.  Londra e Washington oraconcordano che si trattava di una scriteriata illusione.

Ma i governi occidentali incontrano grandi difficoltà a delineare un`alternativa accettabile, o una modifica, al modello democratico. Con tutto questo non voglio dire che gli americani o i britannici abbiano intenzione di fare le valigie e abbandonare l`Afghanistan.

Al contrario, sono convinti sia a Londra che a Washington che un ritorno al potere dei talebani a Kabul affretterebbe l’implosione del Pakistan. Ma anche quelli tra noi che condividono que- sto punto di vista sono tormentati dal dubbio che le forze angloamericane stiano battendosi per tenere in piedi un’entità politica insostenibile.

L’entusiasmo degli alleati per l’idea di “dare un volto afghano alla campagna” è giustificato. Ma dove sono gli afghani non corrotti e amministrativamente competenti per trasformare questo sogno in realtà? W ashington e Londra concordano sul fatto che per “salvare” l’Afghanistan serve un impegno di lungo periodo, e questo potrebbe rivelarsi problematicó con il vacillare del consenso per la guerra. Se non si riuscirà a realizzare progressi visibili nel giro, diciamo, di due anni, tutto può succedere. Gli afghani che guardano laCnn e aijazeera sono abbastanza numerosi da percepire una cosa del genere, non importa quale sia il messaggio che americaniebritannicivogliono far passare.

Il lato positivo della medaglia è che americani e britannici finalmente si stanno ponendo le domande corrette. A Washington si riconosce che bisogna affrontare la questione a livello dell`intera regione, e questa consapevolezza trova riscontro nella riunione congiunta tra il presidente Barack Obama e i leader di Pakistan e Afghanistan. Una volta terminate le elezioni indiane, i diplomatici statunitensi affronteranno quello che riconoscono come un fattore essenziale della questione: la tensione militare tra India e Pakistan. Solo rinunciando alla sua ossessione per i confini del Kashmir, l’esercito pachistano saràingrado di contrastare credibilmente la guerriglia interna.  Ma è una realtà molto più facile da individuare che da cambiare.

L’aspetto più evidente della guerra afghana nei mesi a venire è che verrà, per usare l`espressione indelicata dei soldati Usa, “riamericanizzata”. Gli americani percepiscono la Nato come un organismo mancante dei mezzi e della volontà necessari per prendere seriamente in mano la situazione. La priorità maggiore per Washington è stabilire con precisione che cosa spera di ottenere con il suo impegno militare, invece di cercare di appurarlo in corso d’opera.

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