Elezioni poco interessanti per il Parlamento europeo. Proposta: poter votare almeno un terzo dei parlamentari in liste paneuropee, oltre la propria nazione

Strasburgo (Francia): sullo sfondo il parlamento europeo (foto di Vincent Lebrou)
Strasburgo (Francia): sullo sfondo il parlamento europeo (foto di Vincent Lebrou)

In un contesto di disinteresse generalizzato per una politica unitaria (unica) europea (con la creazione di un vero Stato federalista d’Europa), e il concentrarsi su interessi strettamente nazionali o regionali, nascono (nella politica europea) gruppi nuovi, a volte interessanti. In fondo a questa pagina, come ultimo articolo, ve ne presentiamo uno di assolutamente particolare nato in Svezia: quello dei “Pirate Bay”, la “Baia dei Pirati”, nuova formazione politica (all’8% dei consensi elettorali svedesi previsti per queste elezioni europee) che si batte per la libertà e l’indipendenza di internet in un’epoca in cui stanno nascendo nuove forme di cittadinanza virtuale (e per una riforma delle leggi sul copyright e una migliore tutela della privacy su internet); insomma un fine nobile e condivisibile: la libertà generalizzata di informazione e contro i copyright che danneggiano chi non ha mezzi finanziari. In altri contesti sono invece le destre nazionaliste e xenofobe che stanno crescendo… è la difficoltà dei paesi (degli stati nazionali) europei a “mettersi assieme”, riconoscersi in un’unica entità politica (pur in un disegno federalista dove ogni potere, a seconda della sua competenza, è assegnato all’entità più vicina e adatta a gestirlo: la municipalità, la città, la regione, lo stato, fino all’Europa…).        E il Parlamento europeo pertanto ora non lo è in una pienezza di poteri e funzioni; resta marginale; e considerato un ripiego per politici che magari non sono potuti emergere nel contesto nazionale, un “contentino” per loro.         Noi riteniamo che questa situazione potrà (dovrà) cambiare molto presto, nell’immediato futuro: emergenze ed urgenze internazionali (sul tema ambientale, della pace, dell’economia…) costringeranno gli stati nazionali europei alla creazione dell’“entità Europa” come qualcosa di forte e strutturato. E’ nello spirito del Trattato di Lisbona (per capire il Trattato vi invitiamo a riprendere le osservazioni contenute su questo blog alcune settimane fa: Il lento (ma importante) cammino di un’Europa unita, oltre gli stati nazionali).           Interessante poi è la proposta di Daniel Cohn-Bendit (deputato europeo franco-tedesco) di creare uno spazio elettorale unico, nei 27 paesi, per almeno un terzo dei deputati al Parlamento Europeo da eleggere. Ciò provocherebbe la creazione di leaders europei a prescindere dalla nazionalità dell’elettore: una lista paneuropea forse sconvolgerebbe i “giochi” di basso potere delle politiche nazionali, iniziando un processo di integrazione vera (…vorremmo fare nostra questa proposta, inserendola tra le utopie concrete per una vera Europa oltre gli stati nazionali).          Vi diamo qui conto di un articolo del giornale britannico The Economist (pubblicato in Italia da “Internazionale”) che parla dell’attuale clima scialbo delle attuali elezioni europee, non solo pertanto in Italia, ma un po’ in tutti i paesi dell’Unione.

UN PARLAMENTO POCO AMATO

da THE ECONOMIST, Gran Bretagna (tradotto e pubblicato in Italia da “Internazionale”, 29/5/2009) – L’assemblea di Strasburgo funziona male. E spesso i partiti la usano per risolvere i contrasti interni e accontentare i politici delusi. L’opinione dell’Economist –

Le strade d’Europa sono piene di manifesti azzurri che informano i cittadini sulle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo. Si tratta di una campagna voluta dallo stesso parlamento di Strasburgo. L’iniziativa ha un obiettivo difficile: spiegare agli elettori cosa decidono con il voto del 7 giugno. Alle elezioni europee non ci sono mai vincitori né vinti. Il risultato serve soprattutto a stabilire il peso dei principali blocchi politici: un centrodestra scialbo e un centrosinistra inconsistente, con in mezzo una confusa coalizione liberale. Su uno dei manifesti si legge: “Mercati finanziari: come domarli?”. Sotto il titolo ci sono un leone feroce e un tenero gattino. L’immagine vorrebbe comunicare equilibrio, ma la  realtà è un’altra. I parlamentari europei pensano che bisogna regolamentare tutto: la maggior parte di loro vorrebbe davvero addomesticare i mercati. Qualcuno vorrebbe addirittura ridurli all’impotenza.

Ma questi manifesti non sembrano in grado di centrare il loro obiettivo principale: convincere gli europei a votare. L’affluenza alle urne è scesa a ogni elezione (dal 63 per cento del 1979 al 46 per cento del 2004), anche se l’importanza del parlamento è aumentata negli anni, e sarà ancora maggiore se nel 2010 entrerà in vigore il trattato di Lisbona. Secondo un recente sondaggio di Eurobarometro, a giugno andrà a votare solo il 34 per cento degli europei. E in passato i dati sull’affluenza sono stati spesso sovrastimati dai sondaggi.

Buoni propositi. Ad aprile il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha dichiarato che l’affluenza “dipenderà soprattutto da quanto saremo capaci di parlare in termini positivi dell’Europa e del processo di riforme” introdotto con il nuovo trattato. Purtroppo, di tutti questi buoni propositi non c’è traccia nella propaganda del suo partito, l’Spd. Sui manifesti affissi a Berlino i liberali della Fdp sono rappresentati come “squali della finanza”, i militanti della Linke come asciugacapelli che sparano aria fritta, e i cristianodemocratici come “ammazza salari”, simboleggiati da una moneta che si affloscia. Del trattato di Lisbona non si parla.

Altri partiti hanno l’abitudine di riempire il parlamento europeo di politici falliti e portaborse. Il presidente Nicolas Sarkozy ha lanciato un appello affinché la Francia “mandi in Europa i suoi uomini migliori”. E una volta eletti, ha aggiunto, i parlamentari dovranno restare in carica per l’intera durata del mandato. Ma molto probabilmente Miche Barnier, capolista alle europee per l’Ump, il partito di Sarkozy che è al governo di Francia, rinuncerà al suo seggio a Strasburgo. La sua è una candidatura simbolica, dato che aspira a diventare commissario europeo. Un’altra candidatura dell’Ump, Rachida Dati, sarà spedita a Strasburgo dopo un’esperienza fallimentare al ministero della giustizia.

Non è messo molto meglio il Partito socialista francese, che sta assegnando seggi sicuri a esponenti di tutte le sue correnti, a prescindere dal merito. Entrambi i partiti hanno silurato parlamentari volenterosi per favorire gli oligarchi interni.

In Italia Silvio Berlusconi è finito su tutti i giornali perché voleva candidare otto modelle e attrici nelle liste del Popolo della libertà. La moglie Veronica Lario ha parlato di “ciarpame senza pudore”. Ora il presidente del consiglio nega tutto e alla fine si è rassegnato a candidare una sola ex reginetta di bellezza, accusando gli altri partiti di presentare candidati “maleodoranti” e “malvestiti”.

In Gran Bretagna i conservatori, che sono all’opposizione, hanno basato tutta la campagna elettorale sulla richiesta che il governo laburista convochi un referendum sul trattato di Lisbona. Il vero obiettivo, ovviamente, sono le elezioni politiche del 2010: i parlamentari europei, infatti, non hanno nessun potere in materia di referendum nazionali.

Secondo molti eurodeputati, sono proprio questi atteggiamenti a provocare l’indifferenza degli elettori. La politica nazionale, osserva un europarlamentare tedesco, “risolve sempre più i suoi contrasti interni mandando a Stasburgo gente che non sa niente dell’Europa”. Un eurodeputato belga dice sconsolato che raramente il lavoro dell’assemblea suscita l’interesse della stampa. La politica nazionale è molto più “litigiosa”, spiega.

Il vero lavoro del parlamento europeo si svolge nelle commissioni. I dibattiti, in cui quasi tutti gli interventi si limitano per regolamento a sessanta secondi, sono una “sequenza di monologhi”. Molti deputati si lamentano del fatto che la stampa è ossessionata dagli scandali sulle spese e sulle gratifiche dei parlamentari.

Ci sono però alcune ragioni strutturali per spiegare perché le elezioni europee non entusiasmano gli elettori di alcuni paesi, come la Gran Bretagna, la Francia e la Spagna, dove i governi possono essere mandati a casa da un giorno all’altro con il voto.

Facendo un paragone di tipo economico, possiamo dire che la camera dei comuni britannica è come un soggetto che opera nel libero mercato, dove il vincitore si prende tutta la posta in gioco, un discorso brillante può far decollare una carriera e gli equilibri di potere si spostano con una velocità impietosa.

Il parlamento europeo, invece, è come un’assemblea corporativa, in cui i grandi partiti governano attraverso il consenso e il voto di scambio, gli incarichi sono assegnati a rotazione e i notabili hanno sempre un rifugio sicuro.

Enoch Powel, un celebre uomo politico britannico, diceva che tutte le carriere politiche finiscono con il fallimento. Al parlamento europeo le carriere politiche finiscono nella commissione affari costituzionali.

Ma il parlamento non è solo noioso: il problema è che non funziona. Come un comitato studentesco (ma con spese molto più alte), Strasburgo spreca una quantità di tempo incredibile in materie, per esempio la politica estera e la difesa, che non rientrano nelle sue competenze. A volte le sue posizioni tradiscono una mancanza di realismo quasi adolescenziale: per usare le parole di un diplomatico di Bruxelles, “quel posto è come una gigantesca e orribile ong”.

E i suoi membri sono ottusamente intolleranti verso ogni forma di dissenso. Durante una cena a Bruxelles c’erano dei parlamentari che urlavano “fatelo smettere” a un conservatore britannico che aveva osato ipotizzare il fallimento dell’euro.

Euroscettici e federalisti. Ironia della sorte, gli analisti più lucidi del parlamento sono spesso gli euroscettici e i federalisti. “Pochi deputati danno l’impressione che questo sia il lavoro della loro vita”, dice il verde franco-tedesco Daniel Cohn-Bendit, secondo il quale bisognerebbe eleggere un terzo del parlamento con liste paneuropee, per dare “spazio pubblico europeo”. Cosa difficile, perché ci vorrebbe una campagna elettorale in 23 lingue e in 27 paesi, ognuno con la sua cultura politica. Per gli euroscettici, invece, la risposta è il ritorno del potere ai parlamenti nazionali.

Ma sia i federalisti sia gli euroscettici sono d’accordo su un punto: il sistema attuale manca di legittimazione. E non hanno torto.

(da The Economist, pubblicato e tradotto in Italia dalla rivista settimanale “Internazionale”)

……………………..

Verso le elezioni europee
Parlamento di Strasburgo: un ermafrodito da riformare
Francesco Gui, Giulia Vassallo
26/05/2009 da http://www.affarinternazionali.it/ (rivista online di politica, strategia ed economia)  L’appello ai partiti politici, ai candidati e ai futuri europarlamentari recentemente diffuso dallo IAI, da Notre Europe e da altri autorevoli centri di ricerca dell’Ue ha richiamato l’attenzione sull’importanza delle prossime elezioni del Parlamento europeo. Quest’ultimo appare l’istituzione maggiormente legittimata a promuovere l’auspicato rilancio dell’Unione, in quanto sede della rappresentanza dei cittadini europei. Si legge infatti nell’appello:
Il Parlamento europeo (…), a differenza delle altre istituzioni dell’Ue, ha una legittimazione democratica diretta, piena indipendenza e un legame istituzionale con l’opinione pubblica tramite i partiti politici. Con questi assi nella manica e un uso deciso di tutti i suoi poteri, esso (…) può svolgere un ruolo decisivo (…) nella definizione di un programma che guidi le istituzioni europee durante la prossima legislatura, nella formazione della nuova Commissione e nell’uso del bilancio dell’Ue per far avanzare le politiche comuni (…). [Inoltre:] Anche a trattati vigenti è possibile legare le prossime elezioni alla scelta del futuro presidente della Commissione: è un’opportunità importante, che non va sprecata.

Una posizione pienamente condivisibile, che fonda sul principio democratico la speranza di far progredire l’Unione verso traguardi di maggiore sovranazionalità e accresciuta capacità decisionale, tanto sul quadro globale che in riferimento alle più importanti questioni interne.

Criteri di rappresentanza discutibili
Esiste tuttavia, per quanto negletta, una questione pregiudiziale, che è la seguente: l’assemblea di Strasburgo riflette in maniera corretta la volontà degli europei? La risposta è negativa, dal momento che i criteri di rappresentanza adottati si discostano dal principio “una testa, un voto”, assicurando ai paesi di minore consistenza demografica un numero di seggi proporzionalmente maggiore rispetto agli altri.

Non si tratta certo di una novità. Fin dagli inizi della costruzione europea si è consentito un simile riguardo ai “piccoli”, anche per permetter loro di partecipare in maniera adeguata alla vita del Parlamento, compresi i lavori delle commissioni. Tuttavia, la crescita di importanza dell’istituzione strasburghese, mano a mano dotata di un potere di codecisione rispetto al Consiglio, unitamente all’ingresso di molti nuovi paesi, costringe a riflettere con attenzione sugli aspetti tecnici sopra menzionati. Si aggiunga in proposito che il trattato di Lisbona, prevedibilmente in vigore entro l’anno prossimo, introdurrà in via definitiva il principio della proporzionalità decrescente. In pratica, nessuno stato dell’Unione, per quanto minimo, avrà meno di 6 parlamentari, mentre i maggiori, vedi la Germania (e, mettendo le mani avanti, la Turchia), non potranno averne più di 96.

Senza entrare nella complicata dissertazione sul numero dei seggi attuali, su quelli che il Parlamento avrà con le prossime elezioni e su come essi verranno ancora modificati con il trattato di Lisbona – si rimanda in proposito alla rivista on-line EuroStudium3w, 4/2008 – quel che va qui sottolineato è che le deformazioni della rappresentanza presenti e future risultano tutt’altro che trascurabili. Ad esempio, se ad un deputato tedesco, o spagnolo o italiano, corrispondono circa 800 mila abitanti, per uno cipriota o maltese la quota scende a 70-80 mila, mentre gli irlandesi, con il trattato di Lisbona, staranno a circa 366 mila.

Un problema di legittimità
Quali sono, in definitiva, i riflessi più evidenti di tale dato di fatto? Riassumiamoli per punti.

a) Dal momento che la composizione del Parlamento non rispecchia in modo preciso la volontà dei cittadini europei, il voto a maggioranza semplice appare in via di principio destituito della necessaria legittimità per fare dell’assemblea il codecisore, insieme al Consiglio, delle normative europee. E lo stesso vale per ogni deliberazione adottata dal Parlamento con il medesimo criterio, ivi compresa l’elezione del presidente della Commissione europea, da molti auspicata.

b) In linea di massima, il Consiglio – le cui decisioni, ove non sia necessaria l’unanimità, richiedono non soltanto l’avallo di una maggioranza di stati, ma anche, specie dopo Lisbona, il requisito che ad essi corrisponda una quota più che maggioritaria di popolazione – figura essere più legittimato a interpretare la rappresentanza complessiva dell’Unione di quanto non sia il Parlamento, con evidente detrimento di quest’ultimo.

c) L’idea di impostare la campagna elettorale su schieramenti politici europei concorrenti, ai fini della determinazione del gruppo parlamentare di maggioranza in seno all’assemblea, risulta inficiata dal principio (che già oggi è pratica) della proporzionalità decrescente. Non solo: l’adozione dello schema maggioranza-opposizione appare ancora più discutibile in riferimento alla designazione e successiva elezione del presidente della Commissione europea. A ben vedere, il presidente della Commissione, per essere realmente autorevole, oltre a possedere indiscusse qualità personali, dovrebbe appoggiarsi su un largo consenso del Parlamento, piuttosto che sul sostegno di una parte soltanto, la quale potrebbe ridursi, a rigore, al puro 51% dei seggi. Semmai sarà la scelta del presidente dell’assemblea a rispecchiare i rapporti fra i gruppi.

Una riforma ineludibile
d) Appare pertanto urgente avviare una riflessione approfondita su varie questioni di natura istituzionale divenute ineludibili: per esempio – accanto alla disamina del principio in sé della proporzionalità regressiva – si potrebbe valutare la possibilità che anche nel Parlamento le decisioni vengano adottate con criteri come il voto ponderato. Da ricordare, peraltro, che il voto ponderato, tanto in Parlamento che in Consiglio, rende comunque più lunghe e laboriose le decisioni. È inevitabile poi interrogarsi sulla validità della contaminatio introdotta nelle istituzioni legiferanti dell’Unione, in forza della quale, rispetto allo schema federale classico, che separa la rappresentanza degli stati e dei cittadini in due camere distinte, la duplice rappresentanza è stata invece fatta valere in ambedue i consessi, ovvero sia nel Consiglio dei ministri (camera, in verità, sui generis) che nel Parlamento. Si tratta, viene da chiedersi, di un’originale variante del modello federale? O piuttosto di una soluzione pasticciata? Giuliano Amato, a proposito dell’Unione, parla autorevolmente di ermafrodito, con la tendenza a evolvere lentamente in femmina a tutti gli effetti, stante che il funzionalismo mantiene comunque l’obiettivo federale sullo sfondo. Ma la battuta mostra il disagio del giurista, laddove si tratta di garantire ai cittadini-elettori il rispetto dei principi su cui si fondano le istituzioni democratiche.

e) Per quanto la situazione appaia già preoccupante – si pensi alle possibili pressioni esterne sugli elettori dei paesi piccoli, ma iper-rappresentati, per indurli ad un voto che potrebbe risultare determinante nella formazione delle maggioranze parlamentari – un’ulteriore minaccia grava sull’Unione per effetto del fenomeno di balcanizzazione, già avviato con i recenti allargamenti e destinato ad inasprirsi nel futuro. Una quantità di nuovi membri, nati in gran parte dalla frammentazione della ex Jugoslavia, bussa alle porte dell’Ue, ognuno con le proprie prerogative di stato nazionale sovrano e attendendosi di essere trattato come gli attuali membri. In che modo negare dunque ai prossimi membri il principio della proporzionalità decrescente o regressiva, che fa sì che un abitante della Slovenia valga quasi quattro volte uno della Puglia, o che gli ex paesi comunisti contino a Strasburgo molto, molto più del loro 20% di popolazione dell’Unione? Non sia mai che qualcuno in Italia sollevi magari un obiezione (per francesi e soprattutto tedeschi, invece, dopo l’entrata della Croazia, sarà il caso di metter mano a qualche riforma, se non di bloccare i nuovi arrivi).

f) Ultimo punto, o la vendetta di Altiero Spinelli. La moltiplicazione degli stati sovrani, o presunti tali, all’interno della Ue non minaccia solo la credibilità del Parlamento. Di fatto, sta delegittimando l’intera Unione: in primo luogo per i micidiali diritti di veto che sono attribuiti ad ogni paese membro, ma anche per il principio che garantisce un posto a pieno titolo in Commissione, nella Corte di Giustizia, o nella Corte dei Conti. Fra breve, tanto per dire, gli ex paesi comunisti potrebbero disporre ovunque della maggioranza dei seggi, benché, si è detto, rappresentino un 20% rispetto alla popolazione della Ue. L’Europa formale, insomma, si distacca sempre più da quella reale.

Concludendo: ogni prospettiva di progresso dell’Ue richiede di svincolare le istituzioni dall’invadenza incombente degli stati nazionali, facendo leva sul principio della volontà popolare, ovvero dei cittadini europei. Solo così sarà possibile fondare un apparato legislativo, giudiziario ed esecutivo, con relativi indirizzi di governo, realmente credibile, legittimo ed efficace. In tal caso, lo si conceda, non ci si potrà però sottrarre all’auspicata, quanto negletta, rimeditazione sulla proporzionalità decrescente che altera la composizione del Parlamento europeo, non meno che sulle procedure di decisione adottate in Consiglio, nel contesto, peraltro, di una risistemazione del modello istituzionale scaturito dalle interminabili riforme dell’Unione, che mescola rappresentanza degli stati e rappresentanza dei cittadini. Mai come ora il compito risulta ineludibile, oltre che suggestivo, per studiosi, politici e osservatori, soprattutto giovani.

Francesco Gui è professore ordinario di Storia moderna, Dipartimento di Storia moderna e contemporanea, Università di Roma “La Sapienza”..

Giulia Vassallo è dottore di ricerca in Storia dell’Europa, curatrice dell’edizione critica del Manifesto di Ventotene

Si veda anche:

Appello: diamo voce ai cittadini europei

Intervista a Carlo Azeglio Ciampi di R. Matarazzo: Ciampi: un nucleo d’avanguardia per portare l’Europa fuori dalla crisi

E. Greco: L’anello mancante della democrazia europea

Bonvicini, Tosato, Matarazzo: I partiti politici europei e la candidatura del Presidente della Commissione

…………………..

IN SVEZIA E’ NATO IL “PIRATE BAY”

da: http://www.internazionale.it/home/?p=1022

“Alle elezioni europee voterò per il Partito dei pirati”, ha scritto sul suo blog lo scrittore e poeta Lars Gustafsson, uno degli intellettuali svedesi più conosciuti a livello internazionale. Secondo Gustafsson, questa formazione politica garantirà meglio di molte altre la libertà e l’indipendenza di internet in un’epoca in cui stanno nascendo nuove forme di cittadinanza virtuale.

L’appoggio di uno scrittore così famoso è solo un segno della crescente popolarità e serietà del progetto politico del partito fondato nel 2006 dall’ex programmatore Microsoft Rickard Falkvinge.

Come riferisce il sito The Local, secondo un recente sondaggio sulle intenzioni di voto degli svedesi alle elezioni del 7 giugno, i Pirati sono il terzo partito del paese con il 7,9 per cento delle preferenze, subito dopo i socialdemocratici (che hanno più del 35 per cento) e i moderati del primo ministro Fredrik Reinfeldt (con il 24,1 per cento).

Con queste percentuali il partito di Falkvinge riuscirebbe a mandare un suo rappresentante all’europarlamento, spostando su un piano più ampio la sua battaglia per una riforma delle leggi sul copyright e una migliore tutela della privacy su internet.

Il successo dei Pirati è ancora più sorprendente se si considera che alle elezioni politiche del 2006 avevano raccolto solo lo 0,6 per cento dei consensi. La loro popolarità è cresciuta enormemente dopo il 17 aprile, quando i quattro fondatori del sito di download Pirate bay (che non è legato al partito di Falkvinge) sono stati condannati da un tribunale svedese a un anno di carcere e al pagamento di una multa da milioni di euro per violazione delle leggi sul copyright.

“La bandiera nera dell’anarchia ha ricominciato a sventolare”, commenta il quotidiano finlandese Helsingin Sanomat. “È tempo di nuovi desideri e della formazione di nuove forze e idee. Che, come cent’anni fa, si scontrano con i valori tradizionali”.-Francesca Sibani

per saperne di più sul “pirate Bay”: http://it.wikipedia.org/wiki/The_Pirate_Bay –    http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Pirata

One thought on “Elezioni poco interessanti per il Parlamento europeo. Proposta: poter votare almeno un terzo dei parlamentari in liste paneuropee, oltre la propria nazione

  1. paolomonegato martedì 2 giugno 2009 / 15:42

    Ci sono già delle liste paneuropee: ad esempio c’è Newropeans una lista che si presenta in Germania, Francia e Olanda… In Italia non si presente perché non è riuscita a tirar su le firme.

    La proposta di Cohn-Bendit mi sembra difficile da realizzare. Sarebbe impossibile fare campagna elettorale e verrebbe meno il legame tra l’eletto e il territorio.
    Avrebbe molto più senso presentare come liste i gruppi parlamentari del parlamento europeo, che sono 7-8, invece dei vari partiti nazionali (che magari sono 20 e poi si riuniscono nei 7-8 gruppi europei).

    Per quanto riguarda i pirati… segnalo che c’è anche in Italia e il suo presidente si candida come indipendente nelle circoscrizione Nord Est ospitato da un’altra lista.

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