Il nodo irrisolto del massacro di Piazza Tienanmen vent’anni dopo ritorna nella Cina di adesso: il benessere del Paese andrà avanti solo se ci sarà democrazia

Il rivoltoso sconosciuto di Piazza Tienanmen (foto di Jeff Widener, Associated Press)
Il rivoltoso sconosciuto di Piazza Tienanmen (foto di Jeff Widener, Associated Press)

…”E’ il 5 giugno 1989, già da 24 ore procede implacabile l’intervento militare per schiacciare la “primavera democratica”, quando diversi fotografi occidentali affacciati alle finestre del Beijing Hotel riprendono la scena. Una colonna blindata scende lungo il Viale della Pace Eterna, di colpo è costretta a immobilizzarsi. Un giovane si è piazzato in mezzo alla strada, blocca il carroarmato di testa.
Sta ritto in piedi, con la mano sinistra tiene la giacca a penzoloni, con la destra due sacchetti di plastica della spesa. La scena sembra irreale: i tank fermi uno dopo l’altro in fila indiana, quella figura esile che sembra soggiogarli. L’autista del primo blindato fa manovra, cerca di aggirare il ragazzo sulla destra. Lui gli si para davanti di nuovo, allarga le braccia come si fa per domare una bestia. Poi il giovane fa un salto, sale sul carroarmato per parlare col soldato visibile dalla feritoia. “Tornate indietro! Smettete di uccidere il nostro popolo!” è l’urlo che i testimoni ricordano. Poi tutto accade in un attimo: il ragazzo è sceso dal blindato, ora è circondato da amici che lo aiutano a scappare.
La sua sorte è rimasta un mistero affascinante. In Occidente quelle foto divennero il ricordo di un coraggio inaudito, rafforzarono la solidarietà verso la protesta studentesca. Si è creduto che il regime cinese avrebbe fatto il possibile per catturare il protagonista di quel gesto sfrontato. Nel ventesimo anniversario del massacro, ricostruire quelle ore aiuta a capire la strategia della repressione: chi fu colpito, come, con quali priorità. La Cina di oggi è figlia del dopo-Tienanmen, quando il regime stabilì un ordine e una logica nel castigo”…(Federico Rampini, da “la Repubblica” del 4-6-09).

E’ POSSIBILE LA DEMOCRAZIA IN UN PAESE DI UN MILIARDO E 300 MILIONI DI PERSONE?       Volevamo in questo blog parlare della Cina nel ventesimo anniversario dei giorni del massacro di Tienanmen. Già il 15 aprile di quell’anno (il 1989) erano iniziate manifestazioni di cordoglio da parte di studenti per la morte del politico riformista Hu Yaobang. Il 22 aprile, il giorno dei funerali, gli studenti a Pechino scendono in piazza Tienanmen, e chiedono un’evoluzione in senso democratico della Cina. Il 26 aprile in un editoriale del Quotidiano del Popolo l’allora leader delle forze armate Deng Xiaoping accusa gli studenti di complottare contro lo Stato; ma la protesta aumenta. Il 13 maggio inizia lo sciopero della fame degli studenti riuniti in Piazza Tienanmen. Il 19 maggio, nella notte, il segretario del partito, Zhao Ziyang (leader moderato) si reca in piazza per convincere gli studenti a fermare lo sciopero e l’occupazione. Il 20 maggio viene introdotta la legge marziale e l’esercito occupa Pechino. Il 3-4 giugno 1989, dopo giorni di stallo, nella notte scatta la repressione. Centinaia le vittime fra gli studenti (migliaia secondo alcune stime).              Terribile in quell’occasione fu la dichiarazione che fece Deng Xiao Ping alle rimostranze di qualche giornalista occidentale sul “massacro dei giovani”. Deng disse che in un paese di un miliardo di persone (com’era la Cina di allora) se protestano e dissentono l’uno per cento della popolazione (una percentuale irrisoria) vuol dire che i dissidenti sono 10 milioni… pertanto qualche centinaio, qualche migliaio di studenti sono un nulla che in fondo si può sopprimere….        Questo tragico conto matematico percentuale del cinismo del potere ci fa comunque domandare se in un paese che ora conta ben 1 miliardo e 300milioni di persone si possano stabilire regole democratiche che partano dal rispetto dei diritti della singola persona… se pertanto possano esistere dei meccanismi democratici di tutela di ogni singolo individuo….          Sulla “possibilità della democrazia” in grandi paesi viene a dare una risposta il paese che nei prossimi vent’anni è possibile che supererà in popolazione la Cina: cioè l’India. L’India che ora conta su un miliardo e 150mila persone, e che in questi giorni “esce” da una competizione elettorale che anche osservatori internazionali hanno definito saldamente democratica.           Nell’articolo che proponiamo, del quotidiano Avvenire del 3-6-09, si dice che le sempre più diffuse rivolte popolari in Cina (e l’inquinamento, i disastri ambientali…), proprio in questa fase di recessione economica che colpisce particolarmente anche questa parte dell’Asia dopo anni di incredibile ipersviluppo, dimostrano che “il nodo Tienanmen” è rimasto irrisolto in questo paese: cioè che solo attraverso riforme democratiche la Cina può consolidare la propria crescita, ed eliminare quella differenziazione tra una popolazione di poverissimi, persone ridotte alla fame (quasi un miliardo) rispetto a chi ha avuto benefici dalla crescita economica. E quel che si decide in Cina in questo momento inciderà in molti modi sulla vita di tutto il pianeta.

Tienanmen vent’anni dopo: in Cina cova la nuova protesta

(da Avvenire – 4 giugno 09 – di Bernardo Cervellara)  – La Pechino di oggi sembra tutta un’altra cosa rispetto alla città che vide il massacro di Tienan­men 20 anni fa. Grattacieli e alberghi modernissimi in acciaio, alluminio e vetro hanno sostituito le grigie co­struzioni in stile stalinista; biciclette e tricicli con cui i giovani trasportava­no i morti e i feriti sanguinanti sono quasi scomparsi, rimpiazzati da auto di lusso, pullman e metropolitana su­perveloce.
Il Paese è cambiato: riven­dica il secondo posto nell’economia globale e se la crisi sta minando i suc­cessi degli ultimi due decenni, la Ci­na rimane comunque la speranza più forte per la ripresa mondiale. I giova­ni, a causa della censura e del silen­zio del regime, non sanno nemmeno che cosa sia accaduto 20 anni fa; gli studenti di oggi studiano e lottano per vincere la concorrenza nella corsa a un posto di lavoro, e hanno dimenti­cato Tienanmen. Ma proprio questa Cina modernissi­ma e internazionale, nel bene e nel male, è frutto di quel massacro. L’’ac­celerazione delle riforme’, lanciata da Deng Xiaoping nel ’92, è stato il ten­tativo di far rinascere nella gente la stima per il Partito che aveva ucciso i loro figli. Il tentativo di rendere ‘ric­chi e gloriosi’ i cinesi doveva servire da sedativo, così che il benessere can­cellasse il ricordo di quella notte di sangue e il popolo tornasse a onora­re l’imperatore garante di stabilità e consumismo. Deng e Jiang Zemin so­no arrivati perfino a giustificare il mas­sacro come «un male minore», il prez­zo pagato per garantire la «stabilità» e raggiungere lo sviluppo che ne è se­guito.
Ma, all’indomani di Tienanmen, le a­desioni al Partito sono crollate fino al 70% e la gente ha compreso che i ‘li­beratori’ dall’invasione giapponese e i ‘timonieri’ dell’unità e delle rifor­me sono soltanto un’oligarchia che domina il popolo a proprio vantag­gio. La disillusione verso il regime è andata crescendo. Mentre i leader at­tuali predicano la «società armonio­sa », le dissonanze divengono insoste­nibili: il divario fra ricchi e poveri (un esercito di circa 900 milioni) ha rag­giunto livelli da Terzo mondo; i segre­tari di Partito e i capi-villaggio depre­dano terre e case di contadini per rivenderle e operare speculazioni edi­lizie; i migranti che hanno fatto bella la Pechino delle Olimpiadi non hanno salario, né sanità, né istruzione per i propri figli; lo sviluppo selvaggio di questi 20 anni ha reso la Cina il Paese più inquinato della Terra, dove ogni anno muoiono 400mila persone per malattie respiratorie.
La nazione di oggi è frutto di quanto il massacro ha fermato. Al Partito che aveva operato le 4 modernizzazioni e­conomiche, i giovani chiedevano la ‘quinta modernizzazione’, la demo­crazia, senza di cui la società sarebbe stata ingoiata dalla corruzione e dal­l’ingiustizia. I continui scandali alimentari (il latte alla melamina), quelli finanziari che coinvolgono pezzi grossi del Partito (a Shanghai, Xiamen, Guangzhou…), quelli delle scuole del Sichuan, crolla­te nel terremoto come ‘budini di to­fu’ uccidendo 8mila bambini, mo­strano che la Cina di oggi è ancora più corrotta di quella dell’89 e continua a produrre massacri. Nonostante ciò, il governo di Pechino mette a tacere gli scandali, annacqua le sentenze e vie­ta alle vittime di cercare giustizia per vie legali.
La Cina di oggi, senza democrazia né libertà di parola, è il frutto incompiu­to del movimento di Tienanmen. Ma in questi 20 anni quel movimento si è diffuso in modo capillare, generando una società civile più consapevole: at­tivisti per i diritti umani, avvocati che difendono i poveri, giornalisti e inter­nauti che diffondo l’informazione ne­gata. La massa di operai sfruttati, di contadini defraudati, di famiglie av­velenate genera ogni giorno un fiume di petizioni, dimostrazioni e richieste che mettono in crisi la stessa capacità di governo del Partito.
Secondo il mi­nistero della Sicurezza, vi sono alme­no 87mila «incidenti di massa» (scon­tri fra polizia e manifestanti) ogni an­no; le cause di lavoro – per salari non pagati o licenziamenti – nel 2008 so­no state un milione. Davanti alle richieste della società ci­vile, il governo-Partito si trova, come ai tempi di Tienanmen, davanti a un crocevia: deve decidere se seguire un sentiero di dialogo e democrazia o la via della repressione. Nessuno degli attivisti cerca oggi di rovesciare il si­stema o di condannare il Partito co­munista: chiedono giustizia e dialogo all’interno della risicata cornice lega­le disponibile. Molti di coloro che sol­lecitano le riforme sono membri del Partito e personalità dell’intellighen­zia statale.
Eppure, la risposta del re­gime è la stessa di 20 anni fa: silenzio, arresti, divieti di associazione e di pub­blicazione via Internet o sui giornali di riflessioni su scandali, corruzione e democrazia. Nessuno sa fin quando potrà durare questo contenimento fatto di controlli polizieschi e militari. Ma certo un con­fronto aperto sul massacro di 20 anni fa e il riconoscimento delle colpe aiu­terebbe alla riconciliazione. Purtrop­po, la Cina sembra dirigersi in modo pericolosissimo verso una ripetizione amplificata di quel massacro. Vale anche la pena mettere in luce il legame fra movimento democratico e libertà religiosa. Nei primi anni dopo l’89, il braccio di ferro fra i dissidenti e il Partito è rimasto troppe volte a li­vello di rivendicazione economica o di libertà individuale.
Ma ormai in Ci­na si diffonde sempre più una cultu­ra che mette al centro la persona e i suoi diritti inalienabili, rispettando il potere dello Stato, ma criticando la sua dittatura autoritaria. Ciò è avvenuto ‘grazie’ a Tienanmen: diversi dissi­denti, espulsi o imprigionati, hanno avuto contatto con comunità cristia­ne. Personalità come Gao Zhisheng, Han Dongfang, Hu Jia hanno scoper­to la fede quale base del valore asso­luto della persona, fondamento della difesa dei diritti umani. Questo inne­sto fra impegno civile e libertà religio­sa è uno dei frutti che fa più sperare per un futuro di giustizia.  (Bernardo Cervellera)

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… A PROPOSITO DELLA FOTO DEL GIOVANE CHE FERMA I CARRIARMATI…

Il rivoltoso sconosciuto    – Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il Rivoltoso Sconosciuto, o “Tank Man“, è il soprannome di un ragazzo anonimo che divenne famoso in tutto il mondo quando fu filmato e fotografato durante la protesta di piazza Tiananmen il 5 giugno 1989. Sono state scattate diverse fotografie del ragazzo, in piedi di fronte ai carri armati modello 59 del governo cinese, sbarrandogli il passo. La versione più diffusa della famosa immagine è quella scattata dalla fotografa Jeff Widener (Associated Press) dal 6 piano dell’hotel di Pechino, lontano all’incirca 1 km, con una lente da 400 mm.

Un’altra versione è quella del fotografo Stuart Franklin della Magnum Photos. La sua fotografia è più vasta rispetto a quella della Weider, e mostra più carri armati di fronte al ragazzo. Nel 2003 è stata inserita nella rubrica “Le 100 foto che hanno cambiato il mondo” del magazine Life. Varie versioni dell’immagine sono state trasmesse dalla CNN e la BBC, attraverso dei filmati, in tutto il mondo. Nel 1989 il fotografo Charlie Cole, Newsweek, vinse il premio World Press Photo con lo scatto che è diventato il simbolo della rivolta contro il governo cinese.

Quell’immortale fotografia raggiunse tutto il mondo in brevissimo tempo. Divenne il titolo di testa di tutti i giornali e delle maggiori riviste, divenendo il personaggio principale di innumerevoli articoli in tutto il mondo; nell’aprile del 1998, la rivista Time ha incluso “Il Rivoltoso Sconosciuto” nella sua lista de “Le persone che più hanno influenzato il XX secolo”.

Dietro l’immagine

L’incidente ebbe luogo nella grande avenue di Chang’an, vicinissima a Piazza Tiananmen e lungo la strada verso la Città Proibita di Beijing, il 5 giugno 1989, il giorno dopo che il governo cinese incominciò a reprimere brutalmente la protesta. L’uomo si mise in mezzo alla strada e ingaggiò i carri armati. Teneva due buste, una per mano. Appena i carri armati giunsero allo stop il ragazzo sembrò volerli scacciare. In risposta, i carri armati provarono a girargli intorno, ma il ragazzo li bloccò più volte, mettendosi di fronte a loro ripetutamente, adoperando la resistenza passiva. Vedendo le foto è evidente, utilizzando le strisce sulla strada come riferimento, che i carri armati si sono mossi in avanti. Dopo aver bloccato i carri armati il ragazzo si è arrampicato sulla torretta del carro armato e si è messo a parlare con il guidatore. Diverse sono le versioni su cosa si siano detti, tra le quali “Perché siete qui? La mia città è nel caos per colpa vostra”; “Arretrate, giratevi e smettetela di uccidere la mia gente”; e “Andatevene!” Un quotidiano britannico ha inoltre diffuso la notizia che fosse stato giustiziato, giorni dopo l’accaduto, ma questa notizia non è stata ancora confermata.

Significato dell’immagine

In Occidente l’immagine del Rivoltoso Sconosciuto divenne un emblema della rivolta popolare contro la repressione in Cina. Nella Repubblica Popolare Cinese l’immagine fu usata come simbolo della cura che l’esercito popolare cinese metteva nel proteggere la sua gente: nonostante l’ordine di avanzare il carro armato rifiutò di eseguire l’ordine per paura di ferire un cittadino inerme. Come molti fatti legati alla Protesta di piazza Tiananmen il mistero sul rivoltoso sconosciuto divenne presto, e ancora è, uno dei tabù sulla politica in Cina.

Biografia

Si sa poco dell’identità del ragazzo. Poco dopo l’incidente la rivista britannica Sunday Express suppose si trattasse di Wang Weilin, uno studente di 19 anni; comunque, la veridicità dell’informazione resta incerta. Diverse altre ipotesi sono poi state avanzate sull’identità del ragazzo, ma nessuna è stata mai provata.

Ci sono diverse versioni a proposito di ciò che successe al ragazzo dopo la dimostrazione. In un discorso al Circolo Presidenziale nel 1999, Bruce Herschensohn – uomo molto vicino al presidente degli Stati Uniti Richard Nixon – disse che fu ucciso 14 giorni dopo la manifestazione; altre versioni ipotizzano che fu giustiziato da un plotone d’esecuzione pochi mesi dopo la protesta di piazza Tiananmen. In Red China Blues: My Long March from Mao to Now, Jan Wong scrisse che l’uomo era, ed è, ancora vivo e risiede in Cina.

La versione di un testimone oculare dell’evento pubblicata nel 2005, da Charlie Cole, un fotografo della rivista Newsweek, affermò che fu arrestato sul posto dal governo cinese e portato via.

Il governo della Repubblica Popolare Cinese diede poche informazioni a proposito dell’incidente e del ragazzo sconosciuto. Nel 1990, intervistato da Barbara Walters, l’allora Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, Jiang Zemin, alla domanda su cosa fosse successo al ragazzo rispose “Penso non giustiziato”.

In un articolo l’ Apple Daily di Hong Kong affermò che l’uomo risiede ora a Taiwan.

All’inizio del 2009, secondo l’agenzia di stampa AsiaNews, Wang Lianxi, rilasciato nel 2007 dopo 18 anni di carcere, prima delle Olimpiadi di Pechino è stato internato in un ospedale psichiatrico dove sarebbe tuttora trattenuto.

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