Jacques Attali: “La necessità che vi sia un governo mondiale” (e Obama al Cairo si rivolge al miliardo e mezzo di musulmani con un “Salaam Aleikum”, la pace sia con voi)

Jacques Attali
Jacques Attali

Vi proponiamo qui uno strano, ma doveroso, insieme di proposte che caratterizzano la Geopolitica di questi mesi, e sicuramente in senso positivo, di “scommessa per un futuro migliore”. Dapprincipio troverete un’intervista (del quotidiano Avvenire) a Jacques Attali, economista e filosofo francese che, dopo essere stato per molti anni consigliere del presidente Francois Mitterand, di lui se ne è parlato molto in questi ultimi due anni per essere stato nominato dal presidente Nicolas Sarkozy (di opposta tendenza politica, Sarkozy è di destra, Attali di sinistra… per far capire che molti contesti non hanno più colore politico) a capo della Commissione “per la liberazione della crescita”: un incontro di intellettuali francesi ed europei, esperti in varie materie, sulla Francia futura, sulle riforme necessarie (la Commissione presieduta da Attali ha proposto 316 riforme su tutti i campi del vivere collettivo). Ora Jacques Attali ha scritto un libro dal titolo “La crisi e poi?” (in Italia edito da Fazi) dove appunto, partendo dalla crisi economico-finanziaria che il mondo sta ora vivendo, lui parla e prospetta la nascita di un governo mondiale, concentrandosi inoltre sui grandi temi del presente e del futuro: tecnologia, risparmio, popolazione. E anche nell’intervista che riportiamo Attali parla della necessità di uno stabile (e credibile) governo mondiale: in base al principio di sussidiarietà che caratterizza la visione federalista della società (cui noi geografi crediamo molto) c’è un “livello di competenze” (pensiamo ad esempio al problema dei cambiamenti climatici) che non può essere appannaggio dei singoli stati e neppure della sola Europa o Stati Uniti, o grandi Stati come India e Cina… la globalità dei problemi, dell’ambiente, dell’economia, delle sopraffazioni di popoli, dei mercati… richiede appunto la presenza di un autorevole autorità planetaria (questo è il tema trattato da Attali). Di seguito all’intervista Vi proponiamo un resoconto (del Gazzettino) a un convegno a Treviso cui lo stesso Attali era il protagonista, e dove le parole popolazione, tecnologia, risparmio sono state alla base del progetto per il futuro prospettato dall’economista-filosofo. Infine, ma non certo da ultimo, merita di essere letto il discorso tenuto il 4 giugno al Cairo da Barack Obama rivolto al variegato mondo arabo, musulmano… una mano tesa verso la pace mondiale; nuovi equilibri dove più persone possibili possano vivere senza la “necessità della guerra”. E’ pur a noi evidente che la continua (ri)proposizione di vertici mondiali più o meno allargati (G8, G20, G24, eccetera) su temi strategici per l’umanità (l’ambiente, l’economia, la risoluzione di crisi tra popoli o stati…), tutto questo mostra la necessità di un “qualcosa” di più razionale e continuo… cioè del governo mondiale qui prospettato da Attali (ma non è solo una sua idea; anche in Italia il movimento federalista, da Altiero Spinelli in poi, ha sempre parlato di una necessità simile). Insomma, volutamente semplificando in una farneticazione utopica positiva, la creazione di un impero dove la figura dell’imperatore possa essere identificato nei popoli della Terra attraverso i loro rappresentanti eletti democraticamente. E non più le singole nazioni, ancora una volta inadeguate ad affrontare serenamente il futuro.

DALLA CRISI NASCA IL GOVERNO MONDIALE

Da Avvenire del 13-5-09 – di Gerolamo Fazzini

– Per Jacques Attali «la recessione impone riforme radicali: il G8 deve diventare un G24 integrato all’ONU» «un nuovo organismo dovrà avere anche le funzioni del Consiglio di sicurezza, sommando potere economico e legittimità politica. Altrimenti una nuova catastrofe finanziaria sarà inevitabile»

   “La crisi finanziaria è ancora gestibile. Questa generazione dispone dei mezzi umani, finanziari e tecnologici per fare in modo che sia soltanto un incidente di percorso”.      Si chiude con queste parole “La crisi, e poi?”, breve ma acuto saggio a firma di Jacques Attali, da pochi giorni in libreria per i tipi ai Fazi.       Economista di vaglia (è stato consigliere di Mitterrand e primo presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), Attali di recente ha ricevuto l’incarico di guidare, lui uomo di sinistra, la Commissione per la liberazione della crescita varata dal governo Sarkozy. Nel finale del suo libro – che si apre con una serrata e impietosa disamina delle cause della crisi e dei suoi attori – Attali auspica l’adozione di una serie di iniziative precise per mettere fine alla crisi e scongiurarne altre in futuro.       Nell’intervista con Avvenire conferma i punti-cardine del suo pensiero.   

«Le Figaro Magazine» ha giudicato il suo libro «un saggio pieno di speranza». Con una crisi ancora apertissima crolli finanziari, occupazione stagnante, previsioni fosche… – il suo è un invito alla speranza. Sulla base di cosa? 

   «Questa crisi economica è, secondo me, un’occasione formidabile per formulare finalmente una presa di coscienza della globalizzazione come spazio umano comune tra tutti gli esseri umani. Tale situazione di difficoltà ci spinge ad andare verso un governo planetario, proprio sulla base dell’unità del genere umano, che tale condizione ci ha fatto cogliere. Abbiamo bisogno di questa presa di coscienza: un governo mondiale su base economico-politica è una necessità. Non ci sarà nessun miglioramento dell’economia mondiale senza un governo che l’amministri. Su tale possibilità si fonda la mia speranza».   

Esistono segnali da cui si intravede la volontà di percorrere questa strada? A molti pare, al contrario, che il mondo economico e politico abbia una gran voglia di voltare pagina senza mettere in discussione nulla… 

   «È un segno positivo la presa di coscienza che la crisi ha un orizzonte mondiale e che bisogna mettersi insieme per uscirne. Ci sono altri segnali che qualcosa sta maturando a livello di coscienza collettiva, ad esempio il fatto che il nodo dei cambiamenti climatici venga vissuto come qualcosa cui tutta l’umanità, insieme, deve dare una risposta. Anche la cosiddetta “influenza suina” dimostra che i problemi sono planetari e che occorre darne una risposta comune».

Il prossimo G8 è un’occasione preziosa, sulla carta, per procedere in tale direzione. Dal suo osservatorio, cosa dovrebbero fare i Grandi in quella sede? 

   «Il G8, a mio parere, rischia di perdere la sua importanza di fronte all’avvento del G20 che è molto più rappresentativo e legittimato perché riunisce più Paesi. Penso che dalla prossima riunione in Italia debbano venire alcune decisioni concrete sul governo dell’economia mondiale. Ad esempio, va affrontata e messa in pratica la questione della solvibilità delle banche e dei paradisi fiscali. Se il G8 dell’Aquila metterà in azione concretamente quanto deciso finora, allora si potrà parlare di risultato positivo».

Si continua a parlare di G8, ma lei nel libro auspica l’allargamento al G24 e la sua fusione col Consiglio di sicurezza Onu in un «consiglio di gestione che raccolga potere economico e legittimità politica” e al quale anche la Banca mondiale e altre istituzioni finanziarie dovrebbero rispondere. Chi potrebbe prendere l’iniziativa per realizzare questa sorta di “board” del governo (politico ed economico) mondiale? 

   «Penso che tutti i soggetti debbano prendere l’iniziativa: l’Unione europea ha un ruolo molto importante come lo hanno gli Stati Uniti. Credo che debbano essere gli stessi leader del G8 a intraprendere insieme questa strada: è il ruolo stesso della politica a chiederlo. Il problema è che ad oggi non sappiamo se il G8 intende incamminarsi in questa direzione: lo dimostra il fatto che gli organismi dell’economia mondiale non sono state ancora riformati».

Gli eventi degli ultimi mesi hanno delegittimato le società di rating e la stampa specializzata. Perché i media non hanno avvertito per tempo i cittadini-risparmiatori di quanto stava per accadere? Che garanzie abbiamo che domani andrà meglio anche su questo fronte che la “casta degli iniziati” (come lei li chiama) non prevarrà ancora una volta? 

   «La cosa più verosimile per il futuro è che, dopo questa che stiamo vivendo, possiamo entrare in un’altra crisi simile, perché non abbiamo regolato nulla: non è stato fatto nessun controllo sulle banche, nessuna verifica sul funzionamento dell’industria e nessuna operazione di sistemazione del settore finanziario. Solo qualche vaga idea, ma sin qui nessuna decisione concreta. Per questo è possibile che un domani si ricada in una crisi simile».

Lei invita a riscoprire alcune verità basilari di tipo etico, che vanno al di là della sfera esclusivamente economica. «L’umanità – scrive – può sopravvivere soltanto se tutti si rendono conto che vale la pena di comportarsi meglio degli altri». Secondo lei, le religioni possono giocare un ruolo importante in questo recupero di visione etica globale? 

«Sì, assolutamente. Dico questo perché le religioni hanno un ruolo fondamentale nel far avanzare la consapevolezza dell’unità dell’umanità. Considero il maestro più importante per il mio pensiero il teologo cattolico Teilhard de Chardin, colui che ha insegnato la globalità del pensiero umano e l’unità del cosmo, insistendo molto sull’importanza dello spirito. Il fenomeno religioso è ciò che maggiormente ci insegna che elemento veramente importante non consiste nell’accumulazione dei beni materiali, bensì nella dimensione spirituale dell’esistenza».

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In merito a un convegno con la partecipazione di Jacques Attali…

LA CURA DI ATTALI: POPOLAZIONE, TECNOLOGIA, RISPARMIO

(da “il Gazzettino” del 5/3/09 – Ario Gervasutti)

   Popolazione, tecnologia, risparmio. Su questi tre pilastri si reggerà l’economia del dopo-crisi secondo Jacques Attali, ascoltato consigliere di Francois Mitterand e capo della commissione che ha preso il suo nome voluta da Nicholas Sarkozy per la “liberazione della crescita francese”: 316 riforme dettate da un gruppo “non bipartisan, ma indipendente” che cambieranno il volto della Francia. Una voce da ascoltare, quindi, e per questo l’aula magna dell’Università a Treviso ieri sera era gremita di studenti.

   Cosa fare ora che tutti hanno preso coscienza della prima grande caduta economica nell’era della globalizzazione? Intanto – spiega Attali – memorizzare gli elementi essenziali di ciò che è accaduto: “Che ci sarebbe stato un collasso del sistema, era cosa facilmente prevedibile da chi non fosse accecato dal pregiudizio ideologico. La vera sorpresa è data dalla velocità con la quale c’è stato il crollo”. L’errore principale è stato quello di costruire un mercato globale senza che ci fossero né uno Stato globale né uno stato di diritto globale. Così il mercato si è diretto verso le strade apparentemente più facili come quella della finanza: “Che è un sinonimo di mancanza di misura”, chiosa Attali.

   Tutto è nato dall’impoverimento della classe media, dovuto all’accumulo di quote di ricchezza nella mani di pochi. La classe media per rimanere tale si è indebitata su istigazione di finanziarie e banche che però subito dopo scaricavano il credito ad altri istituti fittizi e alle assicurazioni. “Qui si è gonfiata la bolla, perché le banche hanno prestato denaro per 22 volte più delle loro coperture finanziarie”.

   Ma se tutto è cominciato dall’impoverimento della classe media, è puntando al suo recupero che si può uscire dalla crisi. “Siamo come nel 1930 dopo la crisi del ’29, e dobbiamo arrivare al 1945 senza però passare per gli anni della guerra”, spiega Attali. Si può fare? “Sì, a patto che l’Europa sfrutti il suo potenziale di crescita”, basato appunto su popolazione, tecnologia e risparmio. “Nei prossimi 40 anni la popolazione aumenterà e ci sarà quindi bisogno di prodotti, le tecnologie offriranno soluzioni sempre nuove a patto che si investa nella ricerca, e infine i cittadini europei hanno una migliore vocazione al risparmio”.

   Peccato che l’Italia, al momento, non sia attrezzata in almeno due di questi tre pilastri: la popolazione è in calo e l’investimento in tecnologia e innovazione è ai minimi termini. “E’ inutile investire a pioggia 20 milioni di euro per la ricerca in Veneto – osserva il vicepresidente della Regione, Franco Manzato – Serve più decisione nella scelta degli obiettivi, puntando 300 milioni e anche più. Dove trovarli? L’Ue consente fiscalità differenziate solo alle regioni che hanno autonomia finanziaria: se il Veneto ce l’avesse, potrebbe abbattere di 10 punti la fiscalità sulle imprese e destinare centinaia di milioni di euro a progetti mirati di innovazione”.

   Tra le riforme prioritarie c’è però anche quella della finanza: Dino De Poli, presidente della Fondazione Cassamarca, punta il dito verso la Borsa: “Dobbiamo sottrarre l’economia reale dai giochi speculativi. La borsa deve diventare una specie di “casinò” dove chi vuole rischiare  si diverte, ma senza provocare ricadute sulla realtà imprenditoriale”. Idea che secondo l’imprenditrice Marina Salamoi “non sarebbe comunque risolutiva. Se comunque è vero che la crisi è pesantissima e ci stanno raccontando molto meno di quel che già si sa, è anche vero che il Veneto starà meglio di altri: si parte da una disoccupazione al 3%, arrivare al 5% significa raggiungere una soglia che è considerata fisiologica da tutti i Paesi” Il punto è che l’Italia – è l’osservazione del professor Luca Antonimi che ha organizzato il convegno – è il Paese in cui ci sono regioni come la Calabria che hanno “ospedali con 18 posti letto e 120 dipendenti”. Come a dire che o ci si salva tutti, o tutti affondano. Ed è ora che ciascuno faccia la propria parte.

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Far vivere insieme i figli di Abramo

(il testo integrale del discorso di Obama tenuto al Cairo il 4 giugno scorso)

   SONO grato di questa ospitalità e dell’accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di essere accompagnato in questo viaggio dalle buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: salaam aleikum.

   Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani del pianeta. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani.

   Ed è stata alimentata da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l’Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell’Islam.

   Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo. In parte le mie convinzioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale avevano fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del sole e al calare delle tenebre la chiamata dell’azaan.

   Da giovanotto ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana. Ho studiato Storia e ho imparato quanto la civiltà sia debitrice nei confronti dell’ Islam.

   Fu l’Islam infatti a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all’Illuminismo. Fu l’innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l’ algebra, la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica.

   Per tutto il corso della sua Storia, l’Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l’eguaglianza tra le razze. So anche che l’Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica.

   E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori – Thomas Jefferson – custodiva nella sua biblioteca personale.

   Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell’ Islam, ovunque esso possa affiorare. Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell’America da parte dei musulmani. Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione.

   Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l’ America non è – e non sarà mai – in guerra con l’ Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.

   L’ 11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono stati comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali.

   Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d’azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l’ordine che il carcere di Guantanamo sia chiuso entro i primi mesi dell’anno venturo. L’ America si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch’esse minacciate.

   Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.

   La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l’ aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch’esso radici in una storia tragica, innegabile. Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l’antisemitismo in Europa è culminato nell’ Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l’ odio. Minacciare Israele di distruzione – o ripetere vili stereotipi sugli ebrei – è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.

   D’altra parte è innegabile che il popolo palestinese ha sofferto anch’esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all’essere sfollati. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all’occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L’ America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.

   Se insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall’ altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l’ unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo convivranno come nella storia di Isra (una sura del Corano che narra dell’arrivo di Maometto alla «Moschea più lontana», quasi certamente a Gerusalemme, ndt), allorché Mosè, Gesù e Maometto – la pace sia con loro – si unirono in preghiera… (Traduzione di Anna Bissanti per “la Repubblica”) – BARACK HUSSEIN OBAMA

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