L’Iran che vuole cambiare contro l’Iran che resiste al cambiamento (città e campagne si scontrano)

afp - dal corrieredellasera.it
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In Iran sta accadendo qualcosa di molto importante. Due mondi che si scontrano, non si parlano, la conservazione e la chiusura all’occidente (che non sempre è rose e fiori) contro la libertà dell’espressione individuale, il diritto alla mobilità e all’informazione e ai modi di vita occidentali (sicuramente in quest’epoca vincenti e, per quanto assai criticabili, nell’era della globalizzazione più credibili di ogni altro).       Noi non sappiamo (perlomeno ad adesso) se la vittoria in Iran dell’ultraconservatore presidente uscente Ahmadinejad sia una vittoria truccata. Renzo Guolo, studioso di problemi medio-orientali (che qui vi proponiamo come terzo articolo) saggiamente fa notare che “… la straordinaria affluenza alle urne, di solito segno di volontà di cambiamento anche in un regime come quello iraniano, e l’entusiasmo suscitato durante la campagna elettorale, faceva ben sperare l’avversario (Moussavi) del presidente uscente. Ma, in Iran come altrove, il detto “piazze piene, urne vuote” vale ancora. Le dinamiche di partecipazione nelle grandi città, Teheran, in primo luogo, non sono certo quelle nei piccoli villaggi, dove l’autorità dei mollah e il peso dei miliziani e degli apparati di sicurezza legati a Ahmadinejad, è preponderante…”.        Per ora si sa che pesante è il bilancio degli scontri alla oceanica manifestazione di lunedì (15 giugno), sette morti, 26 arrestati. Moussavi sposta la manifestazione per evitare scontri, ma migliaia di suoi sostenitori protestano davanti alla tv di Stato mentre, nella grande piazza di Wali Asr, si è radunata un’imponente folla di sostenitori di Ahmadinejad. I “Guardiani della Rivoluzione” sono contrari a un nuovo voto, e al possibile riconteggio.     Bernardi Valli, grande giornalista impegnato sui tanti fronti asiatici, fa notare che c’è un durissimo scontro in atto nella nomenklatura iraniana, dove le forze ultraconservatrici (e i loro apparati di potere e rendite di posizione) sono tutt’altro che minoritarie e poco disposte a “aprire il Paese” alla modernizzazione (è il secondo articolo che qui vi proponiamo).       Già della situazione iraniana abbiamo parlato in questo blog il 15 febbraio scorso con un articolo di un giornalista britannico, Christopher De Bellaigue, corrispondente da Teheran, articolo ripreso dal quotidiano britannico l’Economist, dove si mettevano in rilievo gli aspetti positivi delle pur piccole “aperture” iraniane (sostenute pure dall’avvento in America di Barack Obama), che avrebbero potuto essere un volano di pace per il martoriato Medio Oriente (a partire dal conflitto arabo palestinese – israeliano, e in ogni caso per tutta quell’area).

Ma è con qualcosa di diverso che vogliamo aprire il “contesto iraniano”: un articolo “di visione della quotidianità”, un diario di viaggio intelligente e riflessivo, una visione di Teheran e dei giovani che lì numerosi ci vivono, vista da uno dei nostri più famosi (ed intelligenti) cantautori, Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Articolo da lui scritto per il settimanale “Internazionale”, rivista questa che non smettiamo di consigliarvi. E l’interessante è che si tratta di un articolo, sul mondo dei giovani a Teheran, scritto “prima” delle elezioni e prima della situazione caotica di protesta di massa che sta ora accadendo. E’ da qui che merita partire per capire il nuovo “colore” della realtà iraniana, e dei suoi giovani, che vogliono vivere una libertà che altri giovani del mondo possiedono (più o meno… ma perlomeno chi esercita una coscienza critica può aspirare ad avere…). Buona lettura. Buon approfondimento.   

I RAGAZZI DI TEHERAN

Reportage di Lorenzo Cherubini (in arte Jovanotti) per la rivista settimanale “Internazionale” del 5/11 giugno (cioè la settimana prima delle elezioni conclusesi rovinosamente) – Sono nati dopo la rivoluzione, parlano inglese e vanno all’università. Vogliono cambiare il loro paese ma odiano la politica. Il viaggio di Jovanotti in Iran –

Da Isfahan a Teheran in bus ci vogliono sette ore di un’autostrada pazza di traffico, enormi camion e vecchie Paykan che fumano nero come i camini di Mary Poppins. Ci sono anche tante auto nuove, marche iraniane mai sentite e alcune coreane. Qualcuna è europea. Il bus è uno Scania, ma costruito in Iran, un grande adesivo ci tiene a precisarlo. Ho provato a scambiare la mia bici con un tappeto nel bazar di Isfahan, ma non era un buon affare, così l’ho caricata nel bagagliaio. Per entrare in città, dalla periferia al terminal dei bus, ci vogliono due ore.

Teheran ha la stessa puzza di Città del Messico, San Paolo, Shangai. E’ l’odore delle città con più di 15 milioni di abitanti. Dicono che Teheran ha il record mondiale di traffico.. Per verificare me la faccio subito in bici dal nord borghese fino al centro popolare, dove vado a cercare un albergo. Confermo, è la più trafficata del mondo. E’ una grande metropoli di svincoli e palazzoni, un immenso autoscontro dove però miracolosamente le auto non si toccano mai. Quasi mai. Al volante sono dei pazzi fuoriclasse e molti si affacciano dal finestrino per salutarmi come se il pazzo fossi io. Qui non ci sono bici. La città è in salita. Sale dai mille ai duemila metri, poi comincia la montagna più alta del Medio Oriente: cinquemila metri, ci sono anche gli impianti da sci.

Tra poco ci sono le elezioni presidenziali ma in giro ho visto solo un manifesto, una mattina mentre passavo in bici da Khomein, la città dov’è nato il padre della rivoluzione. Era in una rotatoria e ci si doveva sbattere contro per vederlo.

Agli abitanti delle provincie il presidente Ahmadinejad piace. Molti giovani lo considerano moderno. Il suo nazionalismo, che celebra l’identità iraniana senza mettere il clero sciita in difficoltà, ha successo. Però tra i giovani di Teheran, e sono tanti, tira un’altra aria. Mi guardo intorno per la strada e quelli che hanno meno di trent’anni sono la maggioranza, quindi i conti si fanno in fretta: i valori della rivoluzione sono in crisi e la città lo comunica da tutti i suoi pori.

Nella gara tra i cartelloni pubblicitari e i poster di Khomeini e Khamenei, i due leader iraniani vincono 5 a 1, ma i manifesti della Nokia sono più sgargianti. Il futuro passa da lì, è chiaro.

Nel parco e Shahr, proprio vicino ala grande piazza svincolo Iman Khomeini, c’è un busto in bronzo di Dante Alighieri. Il nome è scritto in persiano ma la faccia è inconfondibile. Per essere sicuro chiedo a un ragazzo di leggere l’iscrizione e lui dice “dandhè” senza il cognome. Il nostro sommo poeta.

Vendono magliette con la scritta “Italia” in molte botteghe e quando dico che sono italiano mi fanno molte feste e mi recitano qualche formazione delle squadre di serie A. Qualcuno pensa che San Siro sia il nostro luogo di culto più importante. E per me scoprire che San Siro è più famoso di Sanremo è un po’ frustrante.

In un ristorante un signore distinto dall’abito liso mi ha detto: “Pasolini, Rossellini, Fellini, Antonioni, Bertolucci, de Sica!”. “Kiarostami, Makhmalbaf!”, gli ho risposto io, e poi non ci siamo detti più niente perché nessuno parlava la lingua dell’altro, ma molte immagini scorrevano davanti ai nostri occhi. A proposito di Dante e del suo naso, in giro per Teheran si vedono tantissimi giovani con il cerotto postoperatorio da rinoplastica. L’avevo letto da qualche parte, è proprio vero, questa è la capitale mondiale del naso rifatto. Uno si immagina questi sciiti tutti un po’ austeri con il dito puntato verso l’occidente scellerato e frivolo e invece appena possono tutti, maschi e femmine, si rifanno il naso alla francese.

Il presidente uscente e probabilmente rientrante ha detto che in Iran l’omosessualità non esiste. In cinque chilometri tra questi palazzoni borghesi hanno cercato di rimorchiarmi cinque volte, una media di un gay a chilometro, come una città, come una città del mondo moderno. Ogni volta che mi fermo in un locale a bere un tè o una Coca-Cola c’è qualcuno che vuole parlare inglese. I manuali per imparare la lingua si vedono ovunque tra le mani dei giovani, in metropolitana e sui tram sono la lettura più diffusa. Mi chiedono cose su Roma e sull’Italia. E’ vero che da voi c’è molta musica dal vivo in posti pubblici? E’ vero. Qui è illegale ci vogliono un sacco di permessi e allora si fa di nascosto.

E il presidente? Chiedo io. Lo rieleggeranno? Lo dicono tutti. Forse sì, purtroppo. Ma a chi piace? A nessuno. E allora perché lo rieleggete? Perché fa comodo a un sacco di gente, a quelli che approfittano dell’isolamento del paese, all’oligarchia religiosa, a quella industriale. Loro guidano la propaganda, promettono cose.

LA CODA DELLA BALENA

I ragazzi non ne possono più della politica, come da noi. Aspettano qualcuno che incarni un sogno, ma all’orizzonte non c’è, e i candidati non sono facce fresche, è gente uscita dai soliti gruppi dirigenti. Molti ragazzi che ho incontrato a Teheran non sopportano l’immagine che il loro paese dà all’estero. Però è il paese in cui sono nati e lo amano. La loro avventura in questo mondo passa di qua, lo sanno bene e ne sono orgogliosi. Non vedo cinismo o scoraggiamento in giro, vedo molta voglia di vivere. Qualcuno riesce anche ad andarsene, ma oggi il mondo non è facile da nessuna parte e non hanno voglia di fare gli emigranti per morire di fame. Comunque questa città è un cuore pulsante, un luogo dove i cambiamenti sono possibili. La rivoluzione ha dato al paese un sistema universitario accessibile da cui nasceranno le riforme. Non è solo una speranza, è una sensazione forte.

Sotto al vestito d’ordinanza imposta dalla legge, più che dalla tradizione, le ragazze di città trovano spazi di personalizzazione. Scarpe da ginnastica, un po’ di trucco, un colpo di sole alla ciocca che si può tenere fuori dall’hidjab. Questa roba non la fermi con la legge ed è bello vedere che la vita è più forte di tutto. Queste regine di Saba, queste Sherazade, questi principi persiani, questi sacerdoti di Zoroastro, cavalieri dello Shah Abbas, studenti, giovani rivoluzionari trent’anni dopo la rivoluzione dei loro genitori sono materia bollente sotto il culo delle istituzioni, che Allah li benedica.

C’è una tv musicale locale sul satellite, si chiama Music Iran. Quello che passa è quasi tutto tamarrissimo ma conferma la tendenza verso costumi più liberi. C’è internet e ci sono posti dove puoi collegarti pagando pochissimo. I siti occidentali sono quasi tutti accessibili. A giorni alterni. Oggi non si può andare su MySpace e Facebook e nemmeno sul sito di Mtv, ma YouTube c’è e pure il New York Times.

All’università ho fatto una passeggiata, è un campus enorme. Ha l’aria di tutte le grandi università del mondo. Tantissimi giovani, librerie che scoppiano di volumi di ogni tipo, da Che Guevara ai classici russi. Libri sul cinema americano, sull’arte occidentale, sulla pubblicità e la grafica. Molta poesia, testi religiosi e tecnici. Tanta informatica. Pure un po’ di new age: Osho, Paulo Coelho. La cura del cane d’appartamento.

Al bazar ho incrociato per un secondo una ragazza con la sindrome di down chiusa nel suo chador nero fino ai piedi. Le ho sorriso e lei mi ha sorriso stupita. Mi è tornata in mente spesso.

Sono stato in vari negozi di dvd. Molti vendono solo roba pirata. Film locali, storie d’amore. Le arti marziali vanno forte. C’è tutto Bud Spencer e Terence Hill. C’è Die Hard, Van Damme, Bruce Lee, Jackie Chan, 007.

In metropolitana mi reggo su una maniglia che è a forma di lattina della più diffusa birra analcolica e dalla mia manica spunta la coda della balena che ho tatuata sul braccio. Mi chiedono di fotografarla col telefonino. Sono illegali i tatuaggi? No, ma qui non se ne vedono.

Il tassista che mi porta all’aereoporto si chiama Ramin. Ha 32 anni. Non voterà perché se ne frega della politica. Parla un inglese ricco di vocaboli. Visto che sono italiano mi fa molto domande su Malta. Se ci sono stato, com’è, se è cara,  se ci sono belle spiagge. Gli dico che è un posto con molta storia e ci si rifugiò Caravaggio, un grande pittore. E poi è al centro del Mediterraneo, vorrà dire qualcosa no? Ma perché proprio Malta, Ramin? Perché è il posto più vicino all’Iran dove si parla inglese e io l’ho studiato, potrei vivere in un posto dove lo parlano ma che sia piccolo, così faccio presto a imparare le strade per guidare un taxi. Allora ciao Ramin, grazie. Ci vediamo a Malta. Ok, a Malta. Ma non sarebbe più pratico cominciare votando un presidente che ti piace? Prima o poi arriverà. Poi un giorno a Malta ci vai in vacanza. Ci penserò.   (Lorenzo Cherubini, tratto da “Internazionale” del 5/11 giugno, prima che si svolgessero le elezioni iraniane)

…………………….

IL MURO DEI PASDARAN

(di Bernardo Valli, da “La Repubblica” del 16 giugno 2009)

Ogni quindici minuti, puntuale, insistente, la radio ufficiale informa gli iraniani che la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha accolto la domanda dell’opposizione e ha autorizzato un’inchiesta sul contestato voto del 12 giugno.
Vale a dire sulla validità della rielezione di Mahmud Ahmadinejad alla Presidenza della Repubblica. Questo non significa che la Guida suprema si rimangia la dichiarazione, con la quale, quando era ancora in corso il conteggio, sabato sera, ha confermato il risultato ufficiale, definendo una “festa” la vittoria di Ahmadinejad.    Egli è però stato costretto ad accettare il ricorso di Mir Hussein Moussavi, il leader sconfitto ufficialmente ma non rassegnato. La decisione di affidare al Consiglio dei guardiani, incaricato di vagliare la pertinenza di ciò che avviene nella società politica, il giudizio sulla validità o meno del voto, significa che un acceso scontro è in corso al vertice della Repubblica islamica. Ne è del resto una prova il fatto stesso che la grande manifestazione dei sostenitori di Moussavi si sia svolta nel centro di Teheran, nonostante il divieto del Ministero degli Interni, con incidenti non tanto gravi rispetto alla posta in gioco. E in gioco c’è l’avvenire stesso della “rivoluzione”; non la sua sopravvivenza, ma la sua natura; vale a dire la svolta riformista, modernizzatrice che Moussavi vorrebbe imporle, e che Ahmadinejad invece rifiuta.
Appare assai improbabile che il Consiglio dei Guardiani sconfessi Ahmadinejad e rimandi gli iraniani alle urne. Dietro il presidente ultraconservatore ci sono troppe forze e troppi interessi che si sentono minacciati. Forze e interessi radicatisi negli ultimi quattro anni, durante il mandato di Ahmadinejad, ed ora messi in discussione dai leaders riformisti, il cui avvento al governo cambierebbe la faccia della Repubblica islamica. Sia per quanto riguarda la società (maggiore autonomia del potere politico rispetto al potere religioso, sia pur senza venir meno ai principi islamici); sia per quanto riguarda i rapporti con il resto del mondo. E questi ultimi costituiscono un problema cruciale, poiché c’è la “mano tesa” di Barack Obama.
A sentirsi minacciate sono tutte le forze militari e paramilitari, e con loro la non tanto invisibile ragnatela dei servizi segreti, che Ahmadinejad ha colmato di poteri e privilegi, compresi quelli economici. Poteri e privilegi destinati ad essere ridimensionati dalle riforme promesse da Moussavi e dall’apertura verso il mondo esterno, implicita nel discorso di quelli che Ahmadinejad chiama con disprezzo i “liberali”. La devozione formale di Ahmadinejad nei confronti della Guida suprema e la fretta con la quale l’ayatollah Khamenei ha manifestato la sua gioia per la riconferma del tanto devoto presidente, rivelano con chiarezza la preferenza del potere clericale.
Anche se gli alti prelati sono tutt’altro che compatti nel giudicare gli avvenimenti. Le lotte intestine, di natura teologica o di prestigio, sono numerose e profonde. E non è sempre facile distinguere i conservatori dai riformisti. Un conservatore pragmatico, come l’ex presidente Rafsanjani, uno degli uomini più ricchi dell’Iran, è schierato con Mir Hussein Moussavi. E’ favorevole a un’apertura all’America, e quindi contrario all’aggressiva intransigenza di Ahmadinejad nei confronti dell’Occidente. Ahmadinejad replica denunciando l’affarismo di Rafsanjani, e dichiarandosi “l’amico dei poveri pronto a tagliare le mani dei corrotti”. Se l’elettorato di Moussavi è costituito in particolare dalle classi medie, quelle urbane, dai professionisti e dagli studenti; Ahmadinejad raccoglie la maggioranza dei consensi negli ambienti popolari e rurali. Oltre ad avere dietro di sé le formazioni paramilitari e molte moschee.
La storia trentennale della Repubblica islamica è ricca di crisi, spesso simili a colpi di Stato. Nel giugno ’81, quando la Repubblica aveva poco più di due anni, ci fu l’impeachment di Banisadr, il primo presidente della Repubblica, che fuggi dall’Iran clandestinamente e si rifugiò in Francia. Più tardi, nell’aprile ’82, fu messo sotto accusa Sadegh Ghotbzadeh, stretto collaboratore di Khomeini durante l’esilio e ministro degli esteri. Ritenuto colpevole di un complotto contro il fondatore della Repubblica, Ghotbzadeh fu giustiziato sommariamente, secondo le spicciative regole dell’epoca.
Più clamoroso fu l’affare Montazeri. Celebre ayatollah, designato come successore di Khomeini, Montazeri osò criticare apertamente le esecuzioni di massa avvenute alla fine della guerra con l’Iraq, nel 1989, e definì vergognosa la fatwa (equivalente a una condanna a morte) lanciata contro lo scrittore Salman Rushdie. “Nel mondo si fa strada l’idea che la nostra principale occupazione sia quella di ammazzare la gente”, disse Montazeri. E Khomeini non glielo perdonò. Lo destituì come successore designato, e indicò al suo posto Ali Khamenei, oggi il principale sostenitore di Ahmadinejad. (16 giugno 2009)

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L’ILLUSIONE DI TEHERAN

Renzo Guolo – da: il mattino di PD, la tribuna di TV, la Nuova Venezia — 14 giugno 2009

Ahmadinejad vince largamente le elezioni presidenziali. Questo secondo i dati ufficiali del ministero dell’Interno, il responso delle urne. Anche se Mir Hossein Moussavi, che si era proclamato vincitore, forse per lanciare l’allarme. Denuncia un voto condizionato dai massicci brogli. La straordinaria affluenza alle urne, di solito segno di volontà di cambiamento anche in un regime come quello iraniano, e l’entusiasmo suscitato durante la campagna elettorale, faceva ben sperare l’avversario del presidente uscente. Ma, in Iran come altrove, il detto “piazze piene, urne vuote” vale ancora. Le dinamiche di partecipazione nelle grandi città, Teheran, in primo luogo, non sono certo quelle nei piccoli villaggi, dove l’autorità dei mollah e il peso dei miliziani e degli apparati di sicurezza legati a Ahmadinejad, è preponderante.

Moussavi era convinto di aver vinto al primo turno, grazie a una mobilitazione cresciuta di giorno dopo giorno. A lungo lontano dalla ribalta ma non certo dall’establishment, godeva di un consenso trasversale.

Poteva contare sul sostegno delle donne che si oppongono alla dura «sottomissione del corpo» femminile tornata in auge con l’alleanza tra radicali e conservatori religiosi; su quello di chi invoca maggiori libertà individuali; sui nazionalisti che, memori della sua esperienza come premier durante gli anni della «guerra imposta», sapevano che in politica estera e sul nucleare non sarebbe stato troppo arrendevole.

La sua politica economica, pur virata negli anni verso il mercato, si riprometteva di non dimenticare i poveri. Posizioni che, anche in nome del «voto utile» in salsa iraniana, avrebbero letteralmente svuotato i serbatoi elettorali di concorrenti dal profilo più netto, come il riformista Karrubi e l’ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione Rezai. Quest’ultimo alfiere, insieme al sindaco di Teheran Qalibaf, di quel gruppo che, polemicamente nei confronti del presidente uscente, si autodefinisce dei «veri pasdaran», attenti non solo al «fronte interno» ma anche al «fronte esterno», alle minacce che possono derivare alla Repubblica Islamica da una politica estera avventurista come quella di Ahmadinejad.

Ai due candidati minori sono state, infatti, attribuite percentuali irrilevanti. Resta la sorpresa, ma fino a un certo punto, del trionfo di Ahmadinejad. Nel 2005 aveva vinto saldando la frustrazione per la «rivoluzione tradita» del «partito dei militari», che ha la sua base tra pasdaran e milizie basij, con quella dei «diseredati» che non hanno beneficiato, economicamente e socialmente, del nuovo ordine islamico. Una linea che recuperando, adattandole, antiche parole d’ordine rivoluzionare, faceva dell’Iran un faro mondiale non tanto, o non solo, per il campo islamico quanto per un nuovo antimperialismo antiglobalista. Sul piano interno Ahmadinejad ha cercato una massiccia redistribuzione del reddito a scapito dei rentiers di regime legati alle tecnocrazie degli idrocarburi e delle classi medie, programma realizzato solo parzialmente, anche perché la politica economica del governo si è rivelata fallimentare, spingendo in alto sia l’inflazione che la disoccupazione.

Eppure questo scacco non sembra aver modificato l’ostilità delle enormi masse dei «diseredati» verso quelle reti e «dinastie di potere», soprattutto appartenenti al clero, che dominano da sempre la vita della Repubblica Islamica. Accusati di essere parte di una casta corrotta, i loro esponenti, simboleggiati dal sempiterno Rafsanjani, alleato di Moussavi, sono stati un costante bersaglio di Ahmadinejad.

Di certo, in questi quattro anni di governo, i radicali vicini a Ahmadinejad hanno occupato i gangli dello Stato. Funzionari pubblici, docenti universitari, amministratori locali, diplomatici, sono stati rimossi e sostituiti con fedelissimi del presidente. Un blocco di potere che ha certamente fatto sentire il suo peso e che non era certo disposto ad accettare facilmente un’uscita di scena.

E’ proprio questa volontà del «partito dei militari», che si sente l’autentico erede della Rivoluzione, di restare al potere ogni costo per salvaguardarne lo spirito originario e affrontare le dure prove che possono venire da una possibile crisi sul nucleare, che fa pensare Moussavi che vi siano stati diffusi brogli. Un sospetto che lo spinge ad appellarsi a Khamenei nel tentativo di invalidare le elezioni.  Obiettivo difficile, che minerebbe la credibilità stessa delle elezioni nella Repubblica Islamica.

Oltretutto la Guida non ha mai amato Moussavi, che gli fu imposto dallo stesso Khomeini come capo del suo governo quando, prima della riforma costituzionale del 1989, esisteva ancora quella carica. Khamenei non ha gradito affatto che tra gli sponsor di Moussavi vi fosse anche il rivale di sempre Rafsanjani. Resta il fatto che se la Guida avesse pensato di stringere la mano tesa di Obama, Moussavi sarebbe stato un presidente più adatto a gestire una linea di «orgoglio nazionale» non aggressivo.

Con Ahmadinejad la situazione è più complicata. Anche perché l’apertura di Obama non può durare indefinitamente. A meno che la Guida non approfitti delle accuse di Moussavi e, pur confutandole, se ne serva per condizionare un Ahmadinejad indebolito dalle accuse di brogli. Secondo una logica che vuole la Guida, sempre e comunque, «centro» del sistema.

Dunque, una delusione per quanti speravano in un mutamento. Anche se, occorre ricordare che se avesse vinto Moussavi, sarebbe cambiato molto ma non tutto. La sua biografia racconta di una partita tutta interna al sistema. L’illusione di fuoriuscirne è morta qualche anno fa, con la rinuncia di Khatami, sostenuto allora da un blocco politico e sociale assai variegato, di portare sino in fondo lo scontro con la Guida. L’alternativa, oggi, non era più tra riforma profonda e fuoriuscita dal sistema, ma tra un potere che concede, o meno, maggiore libertà delle donne; metta a repentaglio o meno l’esistenza della Repubblica islamica con una politica estera e nucleare destinata alla collisione con Stati Uniti e Israele; che valorizzi, o meno, le competenze anziché la fedeltà ideologica.    Non poca cosa, ma il risveglio di Teheran dopo l’ennesima notte senza notte mostra un’altra realtà. (Renzo Guolo)

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