Neda, angelo caduto per le vie di Teheran: con le donne che guidano la rivolta contro il Medioevo

a sinistra Zahra Rahnavard, moglie del leader “sconfitto” alle elezioni Mir Hossein Moussavi, tra le più impegnate attiviste nel movimento riformatore prima ed ora nelle manifestazioni di protesta di questi giorni – a destra Faezeh Rafsanjani, arrestata dal regime per il suo ruolo nel movimento riformatore, figlia dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, sostenitore e sponsor di Moussavi
a sinistra Zahra Rahnavard, moglie del leader “sconfitto” alle elezioni Mir Hossein Moussavi, tra le più impegnate attiviste nel movimento riformatore prima ed ora nelle manifestazioni di protesta di questi giorni – a destra Faezeh Rafsanjani, arrestata dal regime per il suo ruolo nel movimento riformatore, figlia dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, sostenitore e sponsor di Moussavi

Nell’Iran del dopo elezioni, comunque siano andate queste (osservatori attenti pensano che solo nelle grandi città si sia votato contro Ahmadinejad, a favore di Moussavi), la gente, le persone, ma in particolare i giovani, in primis le donne, non possono più aspettare ancora (5 anni?… le prossime elezioni?) la caduta di un regime di derivazione religiosa che limita le libertà fondamentali delle persone (ed in primis delle donne). E’ un contesto inarrestabile che nessuna oligarchia culturale e politica, religiosa o di altro tipo, può arrestare.       E vale qui ricordare, in questo spazio dedicato a una martire innocente colpita da un cecchino, che in questi giorni sono in primis le donne protagoniste della rivolta. E un regime che fino a ieri minacciava il mondo, si ritrova immerso nelle sue contraddizioni: tra chi vuole tornare al passato, e chi si approccia (alcuni con moderazione, altri con entusiasmo e giusta voglia del “tutto e subito” ) ad un mondo dei diritti delle persone, globale e di libertà.       Ma qui, riprendendo il tutto dal quotidiano “La Stampa” che forse più di ogni altro ha “centrato” oggi l’argomento, dopo l’articolo di Lucia Annunziata che parla di Neda e della sua assurda morte, dedichiamo un approfondimento sulla possibilità di “un altro Islam”, come lo rappresenta Tariq Ramadan, ideologo dell’Euro-Islam, cioè di un modo di convivenza possibile dentro il sistema occidentale con la cultura (più moderata e tollerante) islamica.   

NEDA LA PRIMA MARTIRE

di Lucia Annunziata, da “La Stampa” del 22/6/2009   – Cade con un solo colpo al cuore, il sangue che sgorga prima dalla bocca poi dalle orecchie e dal naso, gli occhi rovesciati verso il cielo. Le è scivolato il velo dalla testa, le si è aperto l’abito nero che la ricopriva, rivelando blue jeans e scarpe da ginnastica. Il video dell’agonia di questa ragazza di Teheran, vittima dei soldati dell’esercito iraniano, sta facendo il giro del mondo su YouTube.
Ma prima di entrare nel significato di questa morte, vorrei condividere tutto quello che ho trovato sulla ragazza. Per darle intanto un nome, e per capire in che circostanza è morta. In assenza di giornalisti, persino queste semplici informazioni potrebbero andar perse. Potenti messaggi quelli che ci arrivano dai blog in Iran: «Sì, questa è la ragazza persiana colpita a morte da uno sparo, il suo nome è Neda e stava partecipando alla protesta contro Ahmadinejad e l’intero governo che pretende di essere musulmano mentre non ha alcun rispetto di cosa significhi lavorare per Dio, è davvero il più tirannico dei governi».
Questa è la disperata testimonianza del medico che ha assistito la ragazza nei suoi ultimi momenti; testimonianza subito cancellata, ma ritrovabile come il link sul blog cui è stata inviata: «I “Basij” hanno sparato e ucciso una giovane donna in Teheran, il 20 giugno mentre protestava. Alle ore 19:05. Posto: Carekar Ave., all’angolo con la strada Khosravi e la strada Salelhi. La giovane donna era accanto al padre ed è stata sparata da un Basij che si nascondeva sul tetto di una casa civile. Ha avuto una vista perfetta della ragazza, e dunque non avrebbe potuto mancarla. Ha sparato diritto al cuore. Sono un dottore e mi sono precipitato immediatamente a cercare di salvarla. Ma l’impatto del proiettile è stato così forte che è esploso nel suo petto e la vittima è morta in meno di due minuti. Il video è stato girato da un amico che mi stava accanto. Per favore, fatelo sapere al mondo».
Sì, qui siamo infatti, il mondo che guarda questa rivolta iraniana, per molti versi come tutte le altre rivolte, e per certi versi assolutamente unica. Un tiratore scelto prende la mira su una ragazza accanto al padre e con freddezza le spappola il cuore. E’ qui tutta la storia della rivolta iraniana in corso. Il regime di Teheran spara a freddo a una donna, alle donne. Confessando tutta la sua debolezza ma anche la natura della paura che corre nelle vene dell’establishment religioso iraniano.
La novità che ci svela è questa. Ahmadinejad ha lanciato un attacco alle donne. Ieri è stata arrestata Faezeh Rafsanjani, la figlia dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. Faezeh, ex deputata, attivista, editore della rivista «Donna», fosse la più famosa delle tante donne che animano l’attuale rivolta popolare. Ma una seconda umiliazione è nascosta in questo attacco a lei: arrestare una figlia vuol dire in Iran portare vergogna sull’intera famiglia. Il messaggio va dunque a tutti i padri della nazione: se non tenete a posto le vostre donne, non ci fermeremo davanti a nessuno. E qui parliamo di ben altro che un signor nessuno.
Rafsanjani, infatti, oltre a essere uno dei principali sostenitori di Hossein Mousavi, è anche uno degli uomini più ricchi dell’Iran. Forbes lo ha incluso nella lista degli uomini più ricchi del mondo, è dunque forse il più ricco del suo Paese, grazie alla sua partecipazione in molte imprese, incluse quelle petrolifere. Una potenza che gli ha guadagnato il nomignolo di Akbar Shah. La famiglia Rafsanjani possiede inoltre interessi nel commercio con l’estero, ampi possedimenti di terra, e la più vasta rete di università private, conosciuta come Islamic Azad University, 300 campus in tutto il Paese e circa 3 milioni di iscritti. Attaccare un uomo così potente, che da solo gioca un ruolo decisivo, arrestandone la figlia è un’intimidazione ridicola. Ma rivelatrice del timore che anima il governo di Ahmadinejad.
Questa provocazione è infatti direttamente proporzionale al peso acquisito da mogli e figlie di politici nella campagna elettorale prima e negli avvenimenti della rivolta oggi. La moglie di Mousavi, Zahra, è scesa in campo a fianco del marito, per la parità fra uomini e donne, sfoggiando colorati veli al posto di quello nero. Va ricordato anche un episodio di aggressione, forse meno noto ma non meno significativo, nei confronti della vedova di Mohammed Ali Rajai, il primo ministro assassinato nei primi anni della rivoluzione Khomeinista. La vedova si è recata a Qom, la città Santa, per sollecitare l’appoggio dei Mullah al movimento riformatore, e in risposta è stata arrestata.
E torniamo così alla uccisione della ragazza, l’assassinio da parte di un occupato della Santa Rivoluzione di una donna è il segno di tutto quello che è cambiato in Iran. Con quell’uccisione viene dissacrata una donna per tutte. La donna. L’oggetto (è il caso di dirlo) sacro dell’Islam, il luogo della custodia, il simbolo e il metro della purezza degli umani. Inattaccabile. Almeno finora. Ma che una rivolta animata dal senso di libertà e dei diritti, democratici e individuali abbia fra i suoi martiri una giovane in jeans senza velo è la perfetta metafora di quel che sta succedendo in Iran.

http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=17&IDalbum=18642&tipo=VIDEO

http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=10&IDalbum=18617&tipo=VIDEO

http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=10&IDalbum=18618&tipo=FOTOGALLERY

IL RUOLO DEI BLOGGER

Dai blogger, come già nelle ore recenti, continuano ad arrivare notizie dirette dai luoghi della protesta. Fra i più attivi, Saeed Valadbaygi, laureato in ingegneria, dipendente di una società che si occupa di progetti industriali. Sul suo blog, shooresh1917, Saeed scrive da Teheran e aggiorna costantemente su quel che accade in città, ma riferisce anche le notizie che gli giungono da altri distretti. La sua pagina si chiama Revolutionary Road, e in cima c’è un titolo: “All we want is a better world”.

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“Attenti, il regime ha il sostegno delle masse povere” – Appello dell’ideologo dell’euro-islam: «Dialogate»

Domenico Quirico, corrispondente da Parigi, da “la Stampa” del 21 giugno 2009
Tariq Ramadan è il nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani, Hasan al-Banna, il padre del fondamentalismo politico. Al centro di vivaci polemiche in Francia al tempo del divieto del velo negli uffici pubblici, oggi è «visiting professor» di Islamologia all’Università di Oxford. È appena uscito in Francia il libro «L’autre en nous» (Archipel, presto tradotto in Italia per Rizzoli), in cui traccia un vibrante appello al dialogo tra le civiltà, le fedi e le culture. Molti vi hanno letto una svolta del suo pensiero.
Professor Ramadan, secondo lei i cittadini che scendono in piazza in Iran si battono per un Islam più complesso e pluralista? Per la democrazia?
«La situazione è più complessa di questa definizione, non bisogna commettere errori sull’Iran. L’Iran negli ultimi anni ha aperto la via a molti dibattiti nel mondo musulmano, permessi da Khatami e Ahmadinejad. All’estero la gente pensa che ci sia in Iran un grande movimento maggioritario che sostiene e si raccoglie attorno a Mousavi. Ma questo è vero solo nelle grandi città, e siamo molto lontani dal sapere che cos’è successo nelle campagne. Negli ultimi anni i discorsi di Ahmadinejad ruotavano attorno ai temi che più colpivano la sensibilità popolare, tutte le reazioni indignate alle dichiarazioni su Israele hanno avuto un impatto interno enorme. Hanno colpito l’emozione del popolo: ma nelle città, dove la popolazione è molto più critica, non c’è stata la stessa sensibilità alle sue parole. È innegabile che la tendenza verso il pluralismo in Iran non sia a portata di mano. Ma noi, dall’esterno, dobbiamo stare attenti a non sbagliarci sulla dislocazione delle forze in gioco in Iran».
Lei pensa dunque che ci sia veramente in Iran una maggioranza che sostiene Ahmadinejad?
«Sì».
Lei si definisce un musulmano europeo: quale ne è l’identità?
«Fondamentalmente, i principi sono quelli dell’Islam, alcuni dei quali sono anche universali. Però la mia cultura è europea. Oggi ci sono milioni di fedeli, uomini e donne, che come me sono di cultura europea. È un certo modo di guardare al mondo, razionale, che, secondo i fondamenti di una fede, potrebbe anche essere considerato critico: un fedele in Europa non potrebbe affidarsi a una fede che non abbia una dimensione critica. Da questo punto di vista, il fatto che esistano critiche è la prova che ormai esse sono ammesse. Ci sono anche elementi legati alla cultura, al gusto, all’arte, a una certa idea dei rapporti interpersonali che compongono una forma specifica, a un modo di essere musulmano, un modo di vivere. Quello oggi lo vedo ovunque in Europa».
Suo nonno ha scritto: «Il futuro è l’Islam». Lei dichiara: «Sono profondamente occidentale». C’è un cambiamento, una contraddizione?
«No, c’è il tempo, la storia e anche il fatto che io non sono mio nonno! Lui è nato all’inizio del ‘900 e pensava che per la gente l’avvenire fosse l’Islam e il contributo che poteva dare al mondo. Pensava l’Islam come la soluzione, più che come il futuro. Dal punto di vista personale, la mia soluzione personale resta l’Islam. Dopo di che, la soluzione per tutti risulta essere il dialogo e il rispetto reciproco. È così che vedo le cose».
Come giudica il discorso pronunciato al Cairo da Barack Obama?
«Credo che in questo discorso ci siano una visione e un atteggiamento. La sua visione è diversa da quella del suo predecessore, George W. Bush. È una visione multipolare, Obama considera che di fatto gli Usa lavorano con il mondo e devono partecipare alla marcia di questo mondo che è diventato pluralista. Dopo la sostanza, è anche il tono a essere diverso, molto più umile sul ruolo degli Stati Uniti. Tra l’altro quel discorso non era unicamente destinato al mondo musulmano, com’è stato detto. Era anche indirizzato agli stessi Stati Uniti, Obama voleva dire al suo Paese che deve studiare meglio che cos’è l’Islam. E l’Islam, a sua volta, dovrebbe evitare d’individuare l’essenza dell’Occidente o demonizzarlo. Tutto ciò è un punto di vista interessante. Mancano delle cose, ovviamente, ma si tratta di un discorso di un’ora, quindi di un discorso di politica generale. Ma non è un discorso fondatore».

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IL REPORTAGE

Teheran, le iraniane in prima linea incoraggiano gli uomini
Anche picchiate, si ributtano nella mischia: “Vogliamo la libertà” Tra le donne che guidano i cortei “Alzatevi, dobbiamo continuare”

di ROGER COHEN (dal New York Times e La Repubblica del 22/6/09)

TEHERAN – Il comandante della polizia iraniana, in uniforme verde, risaliva via dell’Ospedale Komak con le armi in pugno e la sua piccola pattuglia accanto. “Lo giuro su Dio”, gridava ai manifestanti che aveva di fronte, “ho moglie e figli, non voglio picchiare la gente. Per favore, andatevene a casa”. Un uomo accanto a me gli ha lanciato una pietra. Il comandante, senza battere ciglio, ha continuato a pregarli. C’erano dei cori: “Unisciti a noi, unisciti a noi!”. La pattuglia si è ritirata verso via della Rivoluzione, dove folti gruppi di persone si spostavano vorticosamente avanti e indietro attaccati dalla milizia Basiji armata di bastoni e dagli agenti di polizia antisommossa vestiti di nero sulle loro motocicletta.
Nuvole di fumo nero aleggiavano sulla grande città nel tardo pomeriggio. Da alcune motociclette date alle fiamme si levavano grandi fiammate verso il cielo. L’ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema, aveva approfittato del suo sermone del venerdì per dare un ultimatum a Teheran, minacciando “spargimento di sangue e caos” se fossero continuate le proteste di chi contestava il risultato delle elezioni.
Sabato li ha ottenuti entrambi, ma ha anche visto l’autorità della sua carica, fino ad allora sacrosanta, sfidata come non era mai successo da quando la rivoluzione del 1979 aveva generato la Repubblica islamica e concepito per lui un ruolo di guida a fianco al Profeta stesso. Una moltitudine di iraniani, sabato, ha spinto la sua lotta oltre un limite sacro dal quale sarà difficile poter tornare indietro.
Non so dove porterà questa sollevazione. Quello che so è che alcune unità delle polizia stanno vacillando. E che il comandante che parlava della sua famiglia non era solo. C’erano altri poliziotti che si lamentavano delle indisciplinate milizie Basiji. Alcune forze di sicurezza sono rimaste ferme a guardare.
So anche che le donne iraniane sono in prima linea. Da giorni, ormai, le vedo incoraggiare gli uomini meno coraggiosi ad andare avanti. Le ho viste percosse e poi ributtarsi nella mischia. “Perché state lì seduti?”, ha gridato una donna a due uomini accovacciati sul marciapiede. “Alzatevi! Alzatevi!”.
Un’altra donna, Mahin, 52 anni, occhi verdi, si trascinava piangendo in un vicolo, con le mani sul volto. Poi, incoraggiata dalle persone intorno a lei, ha raggiunto zoppicando la folla che si dirigeva verso piazza della Libertà. La accompagnavano le grida di “Morte al dittatore” e “Vogliamo la libertà”.
C’era gente di tutte le età. Ho visto un anziano con le stampelle, impiegati di mezza età e bande di adolescenti. Diversamente dalle rivolte studentesche del 2003 e del 1999, questo movimento è ampio. Una donna mi ha chiesto: “Le Nazioni Unite non potrebbero aiutarci?”. Le ho detto che ne dubito molto. “Allora”, ha detto, “dobbiamo cavarcela da soli”.
Nei pressi di via della Rivoluzione, mi sono ritrovato in una nuvola di gas lacrimogeno. Pochi minuti prima avevo acceso una sigaretta – non per abitudine ma per necessità – e un giovane mi è crollato davanti urlando: “Soffiami il fumo in faccia”. Il fumo riduce in parte gli effetti del gas. Ho fatto quello che potevo e lui mi ha detto, in inglese: “Siamo con voi”. Insieme al mio collega, siamo finiti in un vicolo cieco – a Teheran ce ne sono tanti – per sfuggire al bruciore del gas e alla polizia. Sono caduto boccheggiante in un portone, dove qualcuno aveva acceso un fuocherello in un piatto per alleviare l’irritazione.
Più tardi ci siamo diretti verso nord, guardinghi, attenti alle improvvise cariche della polizia, e abbiamo raggiunto piazza della Vittoria, dove si stava svolgendo un aspro scontro. Dei giovani spezzavano pietre e mattoni per poterli lanciare. Alcuni gruppi di persone si affollavano sui cavalcavia per filmare e incoraggiare i manifestanti. Una macchina ha preso fuoco. La folla avanzava e indietreggiava, affrontata da unità di polizia poco convinte.
Attraverso il fumo ho visto un manifesto con il viso severo di Khomeini che campeggiava sulle parole: “L’Islam è la religione della libertà”. Più tardi, mentre calava la notte sulla capitale in tumulto, si sentivano degli spari in lontananza. Dai tetti della città, il grido di sfida “Allah-u-Akbar” – Dio è grande – risuonava nuovamente, come ogni notte dal giorno dei brogli elettorali. Sabato, però, sembrava più forte. Lo stesso grido si sentì nel 1979, solo perché una forma di assolutismo lasciasse il posto ad un’altra. L’Iran ha aspettato abbastanza per essere libero.
Copyright New York Times/la Repubblica. Traduzione
di Luis E. Moriones

………………

UN APPUNTAMENTO IMPORTANTE PER PARLARE DI IRAN DAL 2 AL 5 LUGLIO A BOLZANO

EUROMEDITTERRANEA 2009
equal rights iran
2–5 July, Bolzano/Bozen (Italy)
www.alexanderlanger.org

Avventuratevi con noi alla scoperta di un’altro Iran. Narges Mohammadi insieme agli altri ospiti ci guideranno dal impegno della premiata per i diritti fondamentali alla Persia antica fino alla letteratura classica e contemporanea iraniana.
Begleiten Sie uns auf die Reise in einen anderen Iran. Wir werden das politische Engagement der Preisträgerin Narges Mohammadi im Einsatz für mehr Rechte kennen lernen und uns dem antiken Persien und der klassischen und zeitgenössischen Literatur des Landes nähern.
Come along with us into another Iran. We will get to know the political engagement for human rights of Narges Mohammadi, the history of the ancient Persia and the classical and contempary iranian literature.

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One thought on “Neda, angelo caduto per le vie di Teheran: con le donne che guidano la rivolta contro il Medioevo

  1. paolomonegato martedì 23 giugno 2009 / 12:33

    Il titolo è sbagliato: l’Iran non è il Medioevo (e poi perché questa connotazione negativa di un periodo storico?). Certo l’Iran non è il Libano o la Turchia, ma non è nemmeno l’Arabia Saudita…

    Concordo con quanto dice Tariq Ramadan: la situazione è più complessa di quanto ci dicono i media. Lo scontro vero non è tra Ahmadinejad e Moussavi ma tra Khamenei e Rafsanjani… Ovvero tra la Guida Suprema e l’uomo più ricco dell’Iran, entrambi ex presidenti ed entrambi esponenti del clero.
    Moussavi (che non è di certo un riformista alla Khatami… anzi è stato primo ministro all’epoca della presidenza Khamenei) nel suo programma aveva due punti che ritengo fondamentali per capire: il primo punto riguardava il trasferimento del controllo della polizia dalla Guida Suprema alla presidenza (logico che Khamenei non veda di buon occhio questo punto), il secondo punto riguardava la possibilità di privatizzare le televisioni pubbliche (logico che Rafsanjani, l’uomo più ricco dell’Iran, sia interessato…). Si aggiunga che Rafsanjani nel 2005 perse le elezioni per la presidenza contro Ahmadinejad (Rafsanjani era molto conosciuto, è stato presidente dall’89 al 97; mentre Ahmadinejad era solo sindaco di Teheran…)…
    Questa “rivoluzione verde” mi ricorda sempre più le rivoluzioni “colorate” di qualche anno fa (Ucraina, Georgia…).

    Non so se ci siano stati brogli o meno. Concordo con il presidente brasiliano Lula quando dice che è difficile barare sul 30% dei voti. Però mi domando dove siano finiti i voti degli altri due candidati: Karrubi, il vero candidato riformista, nel 2005 prese il 17% ed ora solo lo 0.85; Rezaee, ex capo dei Pasdaran, ha preso anche lui uno zero virgola …. Anche l’Iran è stato contagiato dal voto utile? Oppure i voti di Karrubi sono stati dati a Moussavi e quelli di Rezaee a Ahmadinejad?
    Non mi aspettavo una vittoria al primo turno ma una sfida al ballottaggio. Alla fine avrebbe comunque vinto Ahmadinejad che gode del sostegno delle campagne e delle periferie delle città (mentre l’elettorato di Moussavi è cittadino): l’Iran non è Teheran.

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