Iran: iniziata la “normalizzazione” con una repressione diffusa (ma niente può essere come prima) (e noi cosa possiamo fare?)

Teheran, manifestazioni dei giorni scorsi
Teheran, manifestazioni dei giorni scorsi

La risposta repressiva che il regime iraniano sta dando alle istanze di richiesta di apertura a una vera democrazia, a un paese dove i diritti delle persone (a partire dalle donne) siano paritari, dove lo Stato sia uno “Stato di diritto” e non basato sul diritto clericale (diritto tra l’altro interpretato ad uso e consumo degli ultraconservatori del regime, a partire dalla cosiddetta “Guida Suprema” Ali Khamenei, al presidente ora “rieletto” Ahmadinejad), tutte queste istanze di libertà vengono ora soppresse con una (micro)repressione diffusa, casa per casa, persona per persona, senza esempi eclatanti e visibili (a parte l’arresto degli otto funzionari –iraniani- dell’Ambasciata britannica, di cui ora cinque liberati).       Diamo qui conto, con alcuni articoli ripresi da vari quotidiani, di quello che è il contesto della rivolta e della repressione in Iran, e delle prospettive future. Dell’atteggiamento prudente degli Stati Uniti (espresso anche nel G8 dei ministri degli esteri a Trieste tra il 25 e 27 giugno), atteggiamento prudente americano che si spiega con la necessità di non contrapporsi alla Russia (“morbida” nei confronti del regime iraniano) ma in particolare di non sprecare gli sforzi di Obama di questi mesi di superamento della contrapposizione dura (senz’alcun dialogo) che l’Amministrazione Bush aveva portato avanti per otto anni.        Pertanto la politica e la diplomazia internazionale avrà un lavoro non facile nei prossimi giorni, settimane e mesi a ricercare di ripristinare un dialogo non dimenticando di chiedere garanzie per i diritti soppressi di quella parte di iraniani che cerca e vuole le libertà fondamentali che ci sono in altri paesi (di espressione, di vivere e muoversi nel mondo come uno desidera…).       Ma noi pensiamo che una mano al contesto politico e diplomatico potrebbe venire dalla società cosiddetta civile (dell’economia, della cultura, dello sport, delle associazioni…), dagli enti locali, da tutti quelli che potrebbe stabilire “ponti di comunicazione” con la società iraniana, dando ad essa opportunità di confrontarsi con il mondo esterno.        Borse di studio, pubblicazione di libri di scrittori iraniani, interscambi turistici, iniziative economiche tra i due paesi, interloquire con i canali di informazione dati da internet… tutte cose difficili da realizzarsi con un paese autoritario chiuso, ma che potrebbero dare fiato a coloro che organizzano sapientemente strategie di cambiamento democratico all’interno dell’Iran. Insomma pensiamo che vanno concretamente aiutati tutti quelli iraniani che cercano vie percorribili e possibili al superamento del sistema autoritario dittatoriale ora così forte in quel paese (interessante sarebbe sviluppare qualche idea concreta anche in questo blog). Perché non accada quello che prospetta in questo primo articolo Pierluigi Battista.    

QUANDO TUTTI SCORDERANNO TEHERAN

(Pierluigi Battista, da “il Corriere della Sera” del 29-6-2009)Quando l’ordine regnerà a Teheran, scompari­ranno dai computer del mondo i nastri verdi di solidarietà e i giovani iraniani che hanno osato insorgere contro la tirannia sentiranno, come al solito, il silenzio dell’Occidente. Come i monaci birmani, abbandonati a sè stessi dopo che il pianeta si era infervorato per l’arancione della loro ri­volta mite. Come i giovani che vent’anni fa sfidarono i carri armati sulla Tienanmen, in balia di un regime che fa a brandelli i diritti umani anche quando i media, i governi, le potenze economiche si occupano d’altro. Si accorgeranno che solo la piazza crea un brivido interna­zionale, perché l’attenzione del mondo torna a sonnec­chiare quando gli oppositori vengono malmenati e cat­turati casa per casa. Al chiuso. Al buio. Nel silenzio.
Quando l’ordine regnerà a Teheran solo in pochi proveranno disgusto per ciò che accade da decenni or­mai: le forche erette nelle pubbliche piazze iraniane, i cadaveri appesi, i guardiani del regime tutt’intorno a inneggiare all’applicazione della legge divina che pre­scrive i castighi più atroci.
Nessuno si accorgerà della norma che impone alle ragazze la maggiore età a nove anni, per rendere lega­le il ratto delle bambine da parte di mariti predoni e la pratica dei matrimoni forza­ti. O l’abituale lapidazione delle adultere. La censura dei libri pericolosi. I rastrel­lamenti notturni nelle case degli studenti universitari che hanno osato opporsi al­l’integralismo fanatico dei mullah. I pasdaran con i ba­stoni che picchiano e sevizia­no le donne che lasciano scoperto qualche centimetro di troppo del loro corpo. La amputazioni della mani dei prigionieri. L’ordinaria violenza descritta da Nazar Afisi e sinora interiorizzata dalla società iraniana come un’abitudine che segna la normalità del regime difeso con crudeltà assoluta dai guardiani della fede e della rivoluzione.
Quando l’ordine regnerà a Teheran e gli energume­ni in nero sulle loro moto minacciose avranno svuota­to le strade occupate dai coraggiosi della rivolta ver­de, è possibile che negli stati profondi della società iraniana qualcosa sarà cambiato per sempre e le guar­die della dittatura dovranno faticare molto perché tut­to torni alla plumbea normalità. È possibile che una crepa si sia aperta in modo irreversibile nel muro del regime teocratico.
Ma i giovani che si sono ribellati all’imbroglio sapran­no di poter contare solo su se stessi e misureranno la passione effimera di un’opinione pubblica che ama emozionarsi per le piazze in fermento ma non sa imma­ginare le storie di quotidiana ferocia che scandiscono in Iran la vita normale. Si chiederanno dove siano scappati i loro coetanei dell’Occidente che non rispondono più su Facebook o su Twitter, i nastri verdi oramai scoloriti.

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LA TEHERAN DI COHEN: “HO VISTO IL CORAGGIO”

– In prima fila. L’ editorialista americano spiega le due settimane trascorse a raccontare la protesta – (Paolo Valentino, corrispondente a Washington de “il Corriere della Sera”, 27-6-09)

Ha ricevuto molte email in questi giorni, Roger Cohen. E molte con un tema ricorrente: i media tradizionali contano ancora, hanno un ruolo importante. «Credo ci sia della verità: al fondo ciò che conta per raccontare un avvenimento è la visione sul terreno», dice al telefono dalla sua casa di Brooklyn. L’ editorialista del New York Times è stato in Iran per quasi 2 settimane. Arrivato alla vigilia delle elezioni, è stato uno degli ultimi giornalisti occidentali a lasciare il Paese, due giorni fa. Si è trovato nella mischia insieme al direttore, Bill Keller e all’ inviato Robert Worth.

Doveva analizzare, spiegare. Ma i fatti lo hanno travolto ed è tornato a fare il cronista, anche perché nel frattempo agli altri era scaduto il visto e lui era rimasto solo. «È stata una delle esperienze più intense in 30 anni di lavoro. Non avevo mai visto un passaggio così rapido e brutale, da uno stato d’ animo a un altro. L’ atmosfera di Teheran alla vigilia era straordinaria. I dibattiti erano vigorosi, anche più di quelli di una campagna americana o europea. Poi, in 24 ore, un cambiamento radicale: repressione militare, poliziotti, milizie anti-sommossa, Guardie della Rivoluzione che picchiavano la gente, tiravano i lacrimogeni, sparavano».

È stata una successione inarrestabile, segnata da una crescente atmosfera di paura, ma anche da coraggio e dignità. E Cohen ammette di essere stato «sempre più coinvolto sul piano emotivo». Lo ha colpito «vedere centinaia di migliaia affrontare coraggiosamente l’ apparato militare, giovanissimi insanguinati, vecchi con le stampelle, negozianti che offrivano aiuto e cibo.

Soprattutto le donne, le più eroiche di tutti, che tornavano a protestare anche dopo essere state picchiate e ferite, donne che incitavano gli altri a non arretrare, donne che la notte gridavano dai tetti, morte al dittatore». Donne come quella ragazza che gli ha urlato «getta via la penna e il taccuino, vieni ad aiutarci, qui non c’ è democrazia», prima di sparire verso la linea nera dei poliziotti che agitavano i manganelli. Una sensazione strana, dice Cohen, «perché in questa età iperconnessa le possibilità per un giornalista di essere virtualmente solo in una storia di queste dimensioni è ormai remota, quando ti succede, ti accorgi quanto vale, forse è stato un modo di ricordare alle persone che i vecchi dinosauri, com’ è di moda definire i giornali, possono essere ancora importanti».

Un j’accuse alla blogosfera? «No. La blogosfera ha un ruolo fondamentale, ma spesso è un circuito chiuso di persone che discutono fra di loro le rispettive opinioni. L’ Huffington Post e altri siti celebri non hanno inviati sul campo, ma io credo che avere un occhio in diretta sugli avvenimenti sia cruciale e in questo caso abbia fatto una grande differenza». Cohen però non nega che il suo lavoro sia stato aiutato e completato dalla tecnologia: «Soprattutto quando la repressione è aumentata e i fotografi non potevano più uscire pena l’ arresto, l’ abilità di migliaia di dimostranti di mandare al mondo messaggi e foto è stata decisiva. Ma una delle cose incredibili della protesta è stato anche il passaparola, quando i cellulari non hanno più funzionato».

Il coinvolgimento emotivo non gli ha impedito di analizzare in profondità gli avvenimenti: «Ho speso molto tempo in Iran quest’ anno ed ero preparato. Questo regime non ha più del 30% di appoggio popolare, ma finora aveva gestito con intelligenza il suo potere, usando la repressione in maniera selettiva. Sotto la crosta della Repubblica islamica, l’ Iran è una società con certi margini di libertà: la maggioranza degli iraniani erano remissivi riluttanti». Tutto questo è finito dopo le elezioni del 12 giugno: «Il popolo è passato da una forma d’ insoddisfatta acquiescenza all’ opposizione aperta e nel lungo termine ciò avrà conseguenze profonde». (Paolo Valentino)

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RISPOSTA COMUNE A KHAMENEI

(di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 29-6-09 ) Il sequestro di otto dipendenti iraniani dell’ambasciata britannica, le accuse di interferenza rivolte da Mahmud Ahmadinejad a Barack Obama, l’appello dell’ayatollah Ahmed Khatami a «giustiziare i rivoltosi» e la repressione asimmetrica dei manifestanti da parte dei miliziani islamici suggeriscono che è iniziato il secondo atto del «golpe di Ali Khamenei», come l’iranista Mehdi Khalaji del Washington Institute ha definito l’esito ufficiale del voto presidenziale iraniano.
Se il primo atto ha visto Khamenei, Leader Supremo della rivoluzione, assegnare a Ahmadinejad la vittoria presidenziale prima di ultimare il conteggio delle schede, respingere la richiesta dello sfidante Mir Hossein Mousavi di rivotare e mobilitare le forze del ministero dell’intelligence e dei basiji per impedire ai manifestanti di insediarsi in una o più piazze della capitale come riuscì agli studenti cinesi a Tienanmen, il risultato è una stabilità assai precaria. Da qui la necessità di un secondo atto con il quale Khamenei punta a chiudere la crisi liquidando ogni opposizione. La parte militare avviene nelle strade di Teheran dove i cecchini dei pasdaran sparano dai tetti e i basiji in tuta nera aggrediscono i manifestanti picchiandoli con i manganelli.
Non c’è uno scontro unico, palese, non ci sono blindati o tank ma una galassia di episodi di microrepressione che, accompagnati da arresti notturni e detenzioni segrete, dimostrano come sia possibile adoperare le tecniche della guerriglia asimmetrica contro la popolazione civile, al fine di terrorizzarla. Per Bruce Reidel, consigliere di Obama sull’intelligence, questa miscela di intimidazione e violenza può portare a uno «scenario fumoso» dove le proteste finiscono ma il regime resta vulnerabile alle liti intestine.
È per questo che venerdì il Leader Supremo ha affidato a Ahmed Khatami, fra i capi islamici più oltranzisti, il discorso in cui chiede la pena di morte per i responsabili dei disordini: la minaccia punta ad accomunare i manifestanti pro Mousavi con gli esponenti del clero conservatore khomeinista che li sostegnono. E per questo Hashemi Rafsanjani, ex presidente e khomeinista della prima ora, si è affrettato a chiedere di «superare le divisioni fra noi»: sente arrivare il pericolo di un’epurazione interna della quale potrebbe essere la prima vittima per l’appoggio che ha finora dato a Mousavi. Tanto la repressione della piazza composta dai giovani riformisti, quanto l’azzeramento dalla nomeklatura inaffidabile hanno bisogno di un forte collante ideologico, e Khamenei lo ha facilmente trovato additando all’odio collettivo l’esistenza di presunti complotti stranieri. Per questo Ahmadinejad ha denunciato le «interferenze» dell’America di Obama, della Gran Bretagna e del «regime sionista» e, neanche 24 ore dopo, i miliziani islamici le hanno avvalorate arrestando otto dipendenti civili dell’ambasciata britannica accusandoli di essere spie.
Il secondo atto di Khamenei sarà completo quando i servizi di intelligence, che rispondono alle direttive del figlio Mojtaba, renderanno pubblici i nomi di coloro che hanno partecipato ai presunti «complotti», dando il via all’eliminazione degli avversari. Il fine è di trasformare la sconfitta dell’onda verde di Teheran nell’occasione per blindare la Repubblica Islamica, anche al prezzo di trasformarla in un regime autoritario. «Ma è un grave errore pensare di poter tornare indietro – osserva Suzanne Maloney, coautrice del rapporto della Brookings Institution sul dopo-proteste – perché nulla sarà più come prima dopo quanto è avvenuto».
Nasce qui la necessità per gli Stati Uniti e l’Europa di ridisegnare l’approccio all’Iran frutto del «golpe di Khamenei». L’imminente summit del G8 all’Aquila offre l’occasione di assumere una posizione comune con la Russia, che alla riunione ministeriale di Trieste ha già fatto capire di voler essere prudente. Ciò che è in ballo è la scelta che il Gruppo di contatto sull’Iran (composto da Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) dovrà fare circa il riprendere o no il negoziato con l’Iran sul congelamento del programma nucleare. Quanto detto ieri al talk show della Nbc Meet the Press da David Axelrod, consigliere di Obama, su «Khamenei responsabile della politica estera», lascia intendere che Washington pensi di ricominciare la trattativa, mentre la dura condanna della repressione da parte di Nicolas Sarkozy suggerisce che Parigi sia di differente opinione.
Quale che sia l’esito del confronto in atto tra le maggiori potenze, ciò che conta è riuscire a dare in fretta una forte risposta comune alla svolta di Khamenei. Anche perché lo scenario di un Leader Supremo onnipotente dotato di armi nucleari sta mandando in ebollizione il Medio Oriente: la stampa saudita gli rovescia contro accuse infuocate, mentre l’aviazione di Gerusalemme avrebbe confezionato una nuova versione del raid aereo, per il quale basterebbero appena otto jet. (Maurizio Molinari)

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ORA L’OCCIDENTE MOSTRI SE HA CORAGGIO

(Fiamma Nirenstein, da “Il Giornale” del 29-6-09)

Fra poco, se da Teheran promanerà solo il silenzio e i ragazzi spariranno dai tetti e dalle piazze, sarà colpa nostra. Perché avremo fatto mancare loro la bandiera con la nostra mancanza di coraggio. Il leader di quei giovani non è Moussavi, né chiunque altro dal 12 giugno si sia atteggiato a difensore della loro libertà.         Il loro leader, ovvero l’icona libertaria in cui essi si rispecchiano, su cui proiettano i loro desideri, la parte da cui deve venire lo squillo di tromba, siamo noi.         È il nostro modo di vivere arioso che li guida, i luoghi di lavoro misti, energici e frenetici, le serate dell’estate cittadina al concerto, i ragazzi e le ragazze che camminano allacciati, le palestre, le donne con le maniche corte e la gonna al ginocchio, l’aperitivo, le letture, i film, la musica.          La libertà di andare per la strada preferita, di «leggere Lolita a Teheran». Siamo anche, ai loro occhi carichi di utopia, quelli che sanno far funzionare l’economia, redistribuire la ricchezza, buttar giù inflazione che là è al 30 per cento e la disoccupazione, a più del 20 per cento.           Moussavi non è mai stato per la rivolta democratica e liberale. La sua storia di clerico promotore del programma atomico è nota. Semmai Zahra, sua moglie, una voce femminile nel buio di una società in cui la donna non ha volto, ha fatto la differenza.          Ma se noi occidentali siamo l’idealtipo della rivoluzione iraniana, siamo anche responsabili del suo andamento: e in queste ore di ripiegamento i ragazzi di Teheran devono essere molto tristi, anzi, disperati e anche stupiti perché siamo un leader in stato di choc, arreso, impaurito.         Sanno che Ahmadinejad e Khatami ci vedono già piegati, e sentono piegarsi anch’essi le ginocchia. Li abbatte, quanto la repressione fisica, il G8 della prudenza, perché l’Europa condanna a mezza bocca ma non sanziona, Miliband tuona per i suoi otto impiegati imprigionati ma non richiama l’ambasciatore, Solana ripete di non volere interferire negli affari interni dell’Iran anche se non gli piace la repressione e promette di riprendere i colloqui sul nucleare, mentre Obama alza appena il tono dopo giorni fatali di silenzio; ed è logico dunque che Ahmadinejad stringa gli occhi infuriati e minacci di nuovo gli Usa e l’Europa accusandoli di intromissione, mentre Ahmed Khatami dice, galvanizzante suggerimento concettuale, che allo slogan «abbasso l’America» bisogna aggiungere «abbasso l’Inghilterra».          Nelle stesse ore, non a caso, Moussavi disdice le manifestazioni, dagli ospedali le Guardie della Rivoluzione trascinano via i feriti verso il carcere e la tortura.        Abbiamo saputo fino dalle prime ore di questa rivoluzione quanto era importante l’Occidente per la gente in piazza: non per dare un aiuto materiale consistente, che per decenni i dissidenti hanno aspettato invano. È lo spirito che è mancato fin dai primi momenti, quelli in cui ancora Obama credeva – e si vede che non ha gli esperti giusti – che lo scontro mettesse in piazza la gioventù dorata di Teheran e si trattasse, quanto ai leader, di un breve contrasto interno.           La verità è che la rivoluzione è basilare, radicale, e non c’entra con i leader in campo. I leader iraniani, come scrive Amir Taheri, sono spaccati a metà ovunque, ma sempre dentro il regime islamista fino al collo. Oggi hai con l’opposizione Montazeri, Moussavi, Youssef Sanei… e con Khamenei invece trovi, guarda un po’, nello scontro di potere insieme a tanti altri, persino Khatami. Nell’esercito il generale Ali Fazli, capo del Corpo Islamico Rivoluzionario militare più duro, è stato destituito per essersi rifiutato di attaccare la folla; il capo stesso del programma nucleare, Gholam Reza Aghazadek, è all’opposizione. Nell’Alto Consiglio della Difesa Nazionale così come nell’Assemblea degli Esperti, quella che ha il potere di destituire Khamenei, la divisione è casuale e durissima.           Ma una cosa è chiara: ambo le parti vogliono conservare il regime. La stella polare è fuori, siamo noi, il leader siamo noi. Ma non abbiamo un messaggio, non crediamo in noi stessi, ed è il nostro silenzio che li perderà. Reagan alla Porta di Brandeburgo gridò a Gorbaciov: «Butta giù questo muro». Gorbaciov dovette ascoltarlo.

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UNA LOTTA FRA AYATOLLAH

(di Bernardo Valli, da “La Repubblica” del 29-6-09)

– Khamenei e Ahmadinejad agitano polverosi fantasmi capaci di accendere l’immaginazione popolare –

LA PROTESTA è stata dispersa, frantumata, almeno per ora, dalle milizie islamiche, e adesso, con le piazze deserte, il regime basato su un voto inquinato cerca di squalificare quella protesta di massa. Non era una spontanea collera popolare, esplosa all’interno della società, ma un complotto ordito dai nemici storici dell’Iran. Questo dicono, in coro, la Guida suprema Khamenei e il presidente Ahmadinejad, e con loro tutti gli artefici dell’elezione contestata. La trionfante comitiva dei repressori tenta di darsi una legittimità denunciando la mano straniera alle spalle dei milioni di manifestanti che hanno fatto barcollare la Repubblica islamica. E, frugando più nel passato che nel presente, sceglie come bersaglio principale delle invettive la vecchia Inghilterra. La riesumazione dell’ex potenza coloniale, ormai più presente nei testi di storia che nelle memorie, equivale a un colpo di scena.
Sembra un trucco teatrale ad uso non soltanto interno. È un’idea geniale mettere sotto accusa l’ex impero britannico, un tempo tanto presente nella regione, e in particolare coautore, con la Cia, nel 1953, del colpo di Stato contro Mohammed Mossadegh, colpevole di avere nazionalizzato il petrolio e di avere cacciato (temporaneamente) lo shah e la moglie Soraya.
La storia alimenta così il sempre vivo orgoglio della patria persiana. Khamenei e Ahmadinejad agitano polverosi fantasmi capaci di accendere l’immaginazione popolare: espellono (la settimana scorsa) due diplomatici britannici provocando la risposta di Londra, che espelle a sua volta due diplomatici iraniani. È un conflitto incruento destinato ad avvalorare la tesi della mano straniera dietro la protesta di piazza.     Seguendo lo stesso copione, viene messo alla porta il corrispondente della Bbc, voce della perfida Albione che diffonde in lingua farsi notizie ignorate o truccate dalle emittenti iraniane. Ulteriore colpo di teatro, nelle ultime ore: l’arresto di impiegati iraniani dell’ambasciata di Gran Bretagna, accusati di essere tra gli ammiratori del complotto contro la Repubblica islamica.
Questa è una prima lettura, direi classica. Il regime squalifica gli oppositori, denunciando interessi stranieri alle loro spalle, e rilancia lo scontro con l’Occidente. È una tattica elementare. Ma perché indicare come principale nemico la vecchia potenza coloniale, e non il “grande satana”, ossia gli Stati Uniti? Anche a loro sono indirizzate le accuse di Teheran.
Barack Obama non è risparmiato. Viene descritto come una brutta copia di Bush Jr. E la Cia non è trascurata. Sarebbe difficile ignorarla.
La stessa stampa americana ha più volte dato notizia dei milioni di dollari destinati da Washington, ai tempi di Bush Jr., alla “destabilizzazione” della Repubblica islamica, sospettata di preparare armi nucleari.
Tuttavia l’America non è il bersaglio principale. Non è risparmiata, è investita frontalmente, ma l’Inghilterra fa da schermo. Pur ricorrendo agli stereotipi dei momenti di crisi, ad uso interno, l’ayatollah Khamenei e il presidente Ahmadinejad esitano a sbattere la porta in faccia a Barack Obama.
Con lui dovranno affrontare un giorno la questione nucleare, la quale resta all’ordine del giorno, chiunque sia ufficialmente al potere a Teheran.
Attaccare l’Inghilterra costa poco. La vecchia potenza coloniale è, appunto, uno schermo ideale.
Il bersaglio inglese rivela anche l’incerta situazione interna al gruppo dirigente che, secondo Mir Hussein Moussavi, il leader dell’opposizione repressa, ha preparato e compiuto il “colpo elettorale”. L’Inghilterra è un bersaglio provvisorio, nell’attesa che si chiariscano gli equilibri tra le varie correnti. I comandanti della Guardia rivoluzionaria, espressione dell’estrema destra e della seconda generazione dall’avvento della Repubblica islamica, sarebbero i veri autori del colpo elettorale. Avevano vent’anni nel ’78-’79, quando l’ayatollah Khomeini arrivò al potere, e hanno vissuto tutte le successive prove: la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein; la repressione interna avvenuta a conclusione di quel conflitto; la precedente eliminazione dei Mujahiddin Khalq, gli islamici di sinistra decimati ed esiliati; la morte di Khomeini e la nomina di Khamenei al suo posto, come guida suprema, ossia vero capo dello Stato. Nel corso degli anni si è formata la forte corrente di estrema destra che ha via via preso il controllo della Guardia rivoluzionaria.
I nomi più noti sono quelli oggi alla sua testa: i generali Jafari e Javani, che hanno accusato Moussavi di promuovere una “rivoluzione di velluto”. Ex della Guardia rivoluzionaria hanno invece fatto carriera nella burocrazia: il ministro degli Interni Sadegh Mahsouli, il suo vice Kamran Daneshjou, supervisore delle elezioni, e lo stesso presidente Ahmadinejad. Il loro ispiratore è l’ayatollah Mohammed Taghi Mesbah Yazdi, il più conservatore dei grandi capi religiosi. Molti si sono formati nel suo seminario “la scuola Haghani” a Qom. L’ayatollah Mesbah, così è chiamato in Iran, è noto per le sue sentenze. Ne viene spesso citata una: “Non ha importanza quel che pensa la gente. La gente è ignorante come una capra”. Gli attuali capi dell’intelligence, come non pochi responsabili delle milizie Bassiji, formazioni paramilitari controllate dalla Guardia rivoluzionaria, sono discepoli dell’ayatollah Mesbah. Il quale, prima delle elezioni, avrebbe lanciato una fatwa che autorizzava l’uso di qualsiasi mezzo al fine di far rieleggere Ahmadinejad.
L’ayatollah Mesbah e lo stesso Ahmadinejad citano di rado la Repubblica islamica, preferiscono parlare di governo islamico. L’espressione “repubblica” non va a genio né a l’uno né all’altro, implica un coinvolgimento popolare e quindi elezioni che essi tendono a rifiutare. Il potere discende direttamente dalla volontà di dio, e loro ne sono gli interpreti. Per questo attendono che l’ayatollah Khamenei, malandato di salute e non del tutto allineato sulle loro posizioni, tolga il disturbo. Per designare il successore. Ma la lotta tra le varie correnti non si è ancora conclusa.

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LE AMBIGUITA’ DEL G8 DI TRIESTE

(di Renzo Guolo, da “il Mattino di Padova” del 29-6-09)

Il G8 triestino si conclude con un documento che si caratterizza più per quello che non dice che per quello che esplicita. Sull’Iran, vero convitato di pietra in riva al Golfo, i ministri degli Esteri si limitano a deplorare le violenze e a chiedere il rispetto dei diritti umani. Difficile andare oltre, per due motivi. Innanzitutto le obiezioni della Russia, decisa a non isolare il regime e a coltivare il ruolo di ponte con Teheran per quanto riguarda le questioni più spinose: un ruolo, tipico del nuovo nazionalismo grande russo in versione putiniana, che consente a Mosca di pesare maggiormente nella scena internazionale. Il Cremino è fondamentale nel disegno di nuclearizzazione controllata che dovrebbe impedire l’atomica al regime degli ayatollah e le sue obiezioni non potevano essere ignorate. Il clima da realpolititik che ha caratterizzato il summit è stato favorito dall’atteggiamento degli Stati Uniti. Mentre i ministri degli Esteri si riunivano nel Palazzo della Regione, Obama, rifiutando la richiesta di scuse intimata da Ahmadinejad, affermava che la repressione della protesta danneggia le speranze di un dialogo tra Usa e Iran. Ma, appunto realisticamente, ha aggiunto che gli Usa non abbandonano il tentativo di negoziare con Teheran. Del resto, la questione del nucleare è cruciale e nei prossimi mesi occuperà, drammaticamente, la scena. Anche perché, per evitare di essere messo sotto accusa dagli ambienti che, dentro e fuori l’America, sottolineano la sua presunta”ingenuità” nell’aprire all’Iran, Obama non potrà tenere a lungo tesa la mano. Se il pugno iraniano rimanesse chiuso, la Casa Bianca sarebbe costretta a non scartare l’opzione della forza. Anche per evitare che, in assenza di soluzione negoziata, sia Israele, attraverso la politica del fatto compiuto, a tagliare, gordianamente, il nodo iraniano con un attacco preventivo. Dunque, a Trieste, nemmeno l’America poteva spingersi oltre una dichiarazione di solidarietà nei confronti delle vittime della repressione. E nonostante ciò, Ahmadinejad è tornato a accusare immediatamente Obama di ingerenza negli affari interni iraniani. Così come, alludendo al G8 triestino, il presidente iraniano ha polemizzato con”alcuni dirigenti occidentali, che in quella sede avrebbero espresso, con l’insistenza sulla necessità di una condanna per quanto avvenuto dopo il 12 giugno,”opinioni offensive” nei confronti dell’Iran, ripromettendosi di”processarli” in tutte le sedi internazionali alle quali avrà accesso. Quanto all’Afpak, il teatro afgano- pakistano, finalmente affrontato sotto il profilo regionale, il G8 ha ribadito l’impegno a sostenere i governi democraticamente eletti e chiesto a Islamabad di cooperare attivamente nella lotta al terrorismo internazionale. Invito non facile da esaudire: gli interessi pakistani esigono un Afghanistan, considerato da sempre, il”giardino di casa” che può dare profondità strategica al”Paese dei Puri”, assai debole. Inoltre, il fatto che l’etnia dominante nell’area di confine tra i due paesi sia quella pasthun, e che questa sostenga calorosamente i Taleban di qua e di la della linea Durand, complica la questione. Per Islamabad, combattere contro i talebani significa combattere contro i pasthun che, con la loro irriducibile autonomia, impediscono al governo di Kabul di rafforzarsi. Sciogliere questo intricato groviglio etnico e religioso, oltre che strategico, non è affatto semplice. Come rivela la continua politica pakistana di”stop and go” verso i turbanti locali in Kalashikov, oscillante tra accordi come quelli della valle dello Swat, che consente l’applicazione della shari’a nella regione, e le operazioni militari chieste senza indugio da Washington. Le prese di posizione più decise del vertice riguardano il Medioriente e la nuova Tortuga somala. Sul conflitto israelo-palestinese è evidente la cesura con l’era Bush. Nel documento finale, prodotto sotto le insegne del Quartetto Onu- Usa-Ue- Russia, si chiede a israeliani e palestinesi di rispettare la Roadmap: inclusa la parte che riguarda, oltre che lo smantellamento degli avamposti, il congelamento degli insediamenti che, secondo il governo, Netanyahu deve invece tenere conto della” crescita naturale” della popolazione. Sulla pirateria l’impegno è quello di rafforzare, oltre che la presenza delle marine militari, il coordinamento internazionale nel contrasto, che sin qui si è svolto essenzialmente in un ottica attenta ai diversi interessi nazionali. Tenuto conto del momento in cui è avvenuto, nel pieno della crisi iraniana, il G8 triestino non poteva dare risultati diversi. Forse il limite vero di simili incontri è dato dal loro carattere: si tratta di un club informale che, però, nel tempo si è sempre più formalizzato, sovrapponendosi a altre istituzioni internazionali e transnazionali. Senza averne né la piena rappresentatività, indebolita oltretutto dallo spostamento della politica mondiale verso l’asse asiatico Cina – India, entrambe assenti al vertice; né la forza obbligante delle relazioni bilaterali tra singoli stati nazionali. Un limite che la bellezza del Golfo non poteva certo nascondere. (Renzo Guolo)

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LE CAUTELE DEL G8

JOAN BAEZ A TEHERAN

(Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 27-6-09)    – Sull’Iran il G8 di Trie­ste ha fatto il massi­mo di quello che po­teva fare, cioè non molto. Nel comunicato ven­gono deplorate le violenze del dopo-elezioni e si chie­de il rispetto dei diritti umani. Parole che possono sembrare insufficienti. Ma due motivi impedivano di andare oltre. Non si voleva uno scontro con la Russia, che comunque ha accetta­to espressioni mai prima sottoscritte. E soprattutto occorreva lasciare aperto lo spiraglio nel quale Ba­rack Obama aveva infilato la sua mano tesa.   La posizione del presi­dente Usa si va facendo ogni giorno più difficile. Al­le prime manifestazioni di protesta e alle prime vitti­me della repressione Oba­ma aveva reagito con gran­de cautela. Poi le violenze delle milizie pro Ahmadi­nejad sono diventate intol­lerabili, e il volto coperto di sangue della giovane Ne­da ha fatto il giro del mon­do diventando la bandiera di una rivolta di popolo. Obama ha allora alzato il to­no, fino a parlare, come ha fatto ieri, di oltraggio alle regole internazionali e di brutalità senza limiti delle autorità di Teheran. Nessun capo della Casa Bianca avrebbe potuto fare diversamente. Ma Barack Obama, ed è qui il legame con Trieste, non ha mai detto che la sua disponibili­tà al dialogo veniva revoca­ta, non ha mai messo una croce definitiva sulla spe­ranza di prevenire la poten­ziale minaccia nucleare ira­niana con il metodo del ne­goziato.      La linea di Obama è giu­sta: davanti al calvario di Teheran l’Occidente deve riaffermare i propri valori senza troppi peli sulla lin­gua, e nel contempo non deve tornare a quella dottri­na bushiana del «non si parla con» che tanti guasti ha prodotto e che nessuno applica fino in fondo. Ma è proprio qui, è su questa mano tesa malgra­do tutto, che Ahmadinejad fa ora piovere i suoi veleni. Nei giorni scorsi, mentre i blog di Teheran riferivano di massacri non verificabi­li, il presidente iraniano si è scagliato contro Gran Bre­tagna e Stati Uniti. La Bbc è diventata una organizzazio­ne sovversiva. Si è provve­duto ad allontanare due di­plomatici inglesi. È stato ti­rato in ballo un complotto della Cia. Gli Usa sono stati accusati di ingerenza, e Obama di «parlare come Bush». È stato resuscitato, insomma, il vecchio Sata­na a stelle e strisce che per decenni ha nutrito il nazio­nalismo iraniano.     Scaricare all’esterno le tensioni interne è un classi­co. Ma in questo caso il gio­chetto di Ahmadinejad può avere conseguenze gra­vi, come se non bastasse la tragica perdita di vite uma­ne che ha insanguinato Teheran. Nessuno, nemme­no Obama, potrà superare in poco tempo la somma negativa delle pesanti accu­se pubbliche all’America e della repressione armata. Il negoziato nucleare, am­messo che un giorno ci sia, è rinviato per esigenze poli­tiche. Ma nella vicenda del nucleare iraniano il tempo è un fattore cruciale, per­ché al di là dei morti e del­le rampogne l’arricchimen­to dell’uranio prosegue. Obama per primo, così, po­trebbe trovarsi un giorno con una sola opzione sul ta­volo: quel ricorso alla forza che tutti, Israele compreso, preferirebbero evitare.     Ancora una volta Ahma­dinejad si comporta come se «volesse» essere bom­bardato. E Obama, tra mil­le equilibrismi, deve impe­gnarsi in una ardua corsa contro il tempo per rende­re possibile una soluzione alternativa. Paradossale. Forse non ci resta che spe­rare in Joan Baez, la splen­dida voce del movimento anti Vietnam, quando tor­na a cantare il suo We shall overcome in lingua farsi.

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One thought on “Iran: iniziata la “normalizzazione” con una repressione diffusa (ma niente può essere come prima) (e noi cosa possiamo fare?)

  1. fernirosso martedì 7 luglio 2009 / 7:11

    sto ancora leggendo La Trilogia della città di K., di Agota Kristof, e penso che, unitamente a Cecità, di Saramago, metta a nudo ciò che avviene sia a livello di singolo, sia a livello di gruppo che a livello di collettività quando “i regimi” si avvicendano. Nell’ultima proposta alla maturità, tanto per citare un fatto passato inosservato da tutti, si parlava addirittura di “regime” anche nel caso della democrazia che viviamo. Un lapsus o…una lettura della realtà?

    La guerra è in atto da molto tempo, anzi, non ha mai smesso di regimentare i diversi corsi dei diversi paesi e il sistema economico lancia anch’esso le sue bombe o le sue armi antiuomo. Vedasi crisi che ha “COLPITO” l’intero sistema. Caso? Non ci credo, non ci credo proprio.ferni

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