Africa e G8: un continente in balìa del sottosviluppo e della povertà (ma i “grandi della Terra” riusciranno ad imprimere un processo virtuoso ad esso?)

Le popolazioni africane dal villaggio alle megalopoli (immagine da “La Stampa” 5/7/09” “Da qui a qui: Bob Geldof foto editor per un giorno”)   -    Da....Il 76 per cento della popolazione nell'Africa sub-sahariana è ancora rurale....    A ....ma dovrebbe diventare prevalentemente urbana entro il 2030 (nella foto in basso Città del Capo, Sud Africa).
Le popolazioni africane dal villaggio alle megalopoli (immagine da “La Stampa” 5/7/09” “Da qui a qui: Bob Geldof foto editor per un giorno”) - Da....Il 76 per cento della popolazione nell'Africa sub-sahariana è ancora rurale.... A ....ma dovrebbe diventare prevalentemente urbana entro il 2030 (nella foto in basso Città del Capo, Sud Africa).

L’idea di fare il summit dei maggiori Paesi al mondo (il cosiddetto G8, ma di fatto ci saranno ben 29 Capi di Stato e di governo) a L’Aquila, quest’idea di dirottare il summit mondiale, che in ogni caso era previsto si tenesse in Italia (a La Maddalena), in una città in stato di grave sofferenza per il terremoto subito, e per le negative conseguenze successive che dureranno purtroppo molto (nei ricordi dolorosi e nella quotidianità degli aquilani, degli abruzzesi colpiti), quest’idea di vertice all’Aquila è sicuramente indovinata, da parte del governo italiano, potremmo dire strepitosa. Essere vicini a chi soffre, a chi ha reali gravi problemi. Poi i cordoni di sicurezza, l’apparato mediatico mondiale, rischieranno certamente di rendere estraneo il contesto territoriale rispetto al vertice, alla politica internazione. Ma il messaggio e l’intento rimane lo stesso notevole.

E notevole è stata la campagna mediatica che ha posto all’attenzione l’AFRICA nell’agenda dei tanti problemi che il G8 dovrà affrontare all’Aquila: cioè il problema della POVERTA’. Riportiamo qui due articoli proveniente dal “mondo cattolico”: un articolo del Cardinale Martini, e un’agenda di impegni chiesti ai “Grandi” apparsa sull’Avvenire, quotidiano dei vescovi. Perché dobbiamo riconoscere che gran parte dei progetti di sviluppo, di organizzazioni non governative, che hanno operato (più o meno volontaristicamente) in Africa in questi decenni, appartengono a quel mondo. E ci sembra doveroso che l’agenda dei problemi parta inanzitutto da chi ha sviluppato impegno in Africa nel corso del tempo.

Su questo (il tema della povertà) si è innestato virtuosamente il tema dei CAMBIAMENTI CLIMATICI, riconoscendo ad essi la stretta correlazione con gli squilibri mondiali che ci sono, del progredire della desertificazione, dell’inquinamento diffuso e grave.

E il terzo tema che si innesta nel summit è il contesto di CRISI ECONOMICA che interessa tutto il mondo: esiste una possibilità di ripresa che realizzi molta meno povertà nel pianeta e un’inversione di tendenza nei negativi effetti del clima?   Su quest’ultimo argomento, del CLIMA, diventa sempre più strategica la conferenza mondiale di Copenhagen che si terrà nel prossimo dicembre, e che sostituirà gli impegni finora troppo deboli e irrealizzati dell’ormai obsoleto protocollo di Kyoto. Insomma un mondo in evoluzione; che sembra accorgersi (solo ora) delle grandi crisi (povertà, ambiente, regole economiche…) e che fa sperare in un progetto collettivo che investa tutte le società in un cambiamento virtuoso.

Oltre ai due suddetti articoli Vi presentiamo qui inoltre alcune osservazioni e riflessioni, e studi sull’Africa, sui temi del G8; in particolare con un’analisi di Nicholas Stern (presidente del Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment e professore alla London School of Economics and Political Science) e un bellissimo excursus antropologico e politico sulla “TERRA MADRE AFRICA” di Barbara Spinelli (tratti da “La Stampa”, quotidiano che meritoriamente ha investito molto in questi giorni per “portare nel G8” i temi della povertà del continente africano e dei cambiamenti climatici).

il cardinale Carlo Maria Martini
il cardinale Carlo Maria Martini

5/7/2009 (da “La Stampa”)

L’AIUTO PUO’ ESSERE SOLTANTO NON INTERESSATO

– Condividendo le responsabilità si difende la dignità umana –

(Cardinale Carlo Maria Martini)

Sono stato in Africa per la prima volta nel 1980. Si trattava di una visita in Zambia, che mi fece conoscere le bellezze di quel Paese e il suo lento ma sicuro procedere per la via della stabilità economica e finanziaria. In seguito fui in molti altri Paesi. Mi impressionò favorevolmente soprattutto lo stato di benessere raggiunto da molte parti del Kenya, che visitai nel 1985. Si aveva l’impressione di una continua e solida crescita nella qualità della vita.
Poi tutto questo cammino si fermò, e ogni volta ritrovai un’Africa più povera e diseredata. Molte ragioni furono addotte per questo cambiamento in peggio. Lo scatenarsi di lotte tribali, il ripiegarsi sul proprio clan, la corruzione di non pochi funzionari pubblici, ecc. ecc.
L’Africa ha certamente molte debolezze, come la molteplicità eccessiva delle lingue, la carenza cronica di acqua in certe regioni, la difficoltà dei collegamenti ecc. Ma ha anche grandi risorse, un clima che permette in particolare molte coltivazioni di frutta, dei paesaggi stupendi e soprattutto una umanità, una cordialità e una solidarietà parentale che non si dimenticano anche dopo molti anni.
L’Africa in questo momento ha grande bisogno di aiuto disinteressato, che le permetta di ricostruire le istituzioni venute meno e la provveda di uomini politici attenti al benessere del continente e del loro Paese, al di là degli interessi puramente tribali.
Ci si augura che il prossimo G8 sia attento anche a queste realtà, come lo sarà per tante altre in difficoltà, in particolare per la città e la regione dell’Aquila. Un mondo che proceda in unità e corresponsabilità è un mondo che può preparare ai futuri cittadini un modo di vivere più conforme alla dignità umana, con tutte le conseguenze che seguono da tale situazione.

……………..

E ANCORA FUGGIAMO DALLA GRANDE MADRE

(Barbara Spinelli, da “La Stampa” del 5/7/2009)

La fuga dall’Africa ha inizio centomila anni fa, quando un primo drappello di uomini varca l’istmo di Suez e si spande nel mondo. Lo storico John Reader sostiene che non erano più di cinquanta, su un milione di uomini. L’homo sapiens aveva mosso i primi passi nel continente nero, e per evolvere aveva avuto bisogno di quel clima impervio, scottante, dove insetti, parassiti, batteri minacciavano l’uomo dopo averlo addestrato al peggio. Per i primi fuggitivi il nomadismo non era la soluzione. Quel che il filosofo Deleuze dirà nel Novecento – «Nulla è più immobile di un nomade» – era per loro tragica evidenza. Il clima di umidità e batteri era stato fonte ieri di vita, oggi di morte. Per questo il drappello preferì l’esodo al nomadismo. L’aumento straordinario della demografia comincia allora, ma fuori dall’Africa: i fuggitivi si riproducono, gli antenati dell’uomo stagnano.
In realtà fuggiamo tuttora dall’Africa: per istinto ci rifiutiamo di vederla, conoscerla. La grande madre dell’umanità attira e respinge, il matricidio è incessante. Il continente ha una sua storia, sue tradizioni, ma chi lo fugge continua a trattarlo come uno specchio, in cui non vede che se stesso. Anche oggi è così. L’Africa è l’unico continente che ha bisogno della globalizzazione come del pane, che da oltre un decennio ha preso a crescere e a cercare forme di governo meno caotiche, e tuttavia insistiamo a guardarla con le lenti della storia europea. È il dizionario dei nostri luoghi comuni: la maggior parte delle sue caratteristiche sono invenzioni dell’Europa che dal XV secolo l’ha colonizzata. Un tempo breve, se paragonato alla storia dell’uomo eretto iniziata in quelle terre 3,5 milioni di anni fa. Un tempo brevissimo, se contempliamo il periodo in cui gli europei si spartirono l’Africa sbranandola: appena vent’anni, alla fine dell’800. Ma sono vent’anni decisivi; le prigioni mentali europee e africane si formano in quell’era di conquista-spartizione. La chiamarono Scramble for Africa: e in effetti fu una corsa ai primi posti, una «sgomitata» che travolse e mutò popoli.

L’Africa divenne un’invenzione europea. Nel frattempo sappiamo che tra le invenzioni spicca il tribalismo. Certo i clan sono essenziali in Africa, ma contrariamente a quel che si pensa non esiste una congenita vocazione a dividersi in tribù impermeabili, identitarie. Gli europei idolatravano lo Stato-nazione assolutamente sovrano e in Africa cercarono qualcosa di equivalente, non trovando regni monolitici ma fragili staterelli. L’equivalente dello Stato ottocentesco (coscienza identitaria esasperata, chiusura al diverso) erano le tribù, che la Corsa all’Africa ossificò. Fu la monarchia belga a lacerare il Ruanda in tribù hutu e tutsi, attizzando un odio che sfocerà nel genocidio del 1994. Furono gli inglesi a esaltare le diversità fra etnie Shona e Ndbele, per meglio dominare lo Zimbabwe (Rhodesia).

Il ritorno al tribalismo, di cui il continente nero è accusato, è ritorno all’invenzione europea dell’Africa. È un’invenzione dell’Ottocento, questo secolo europeo non meno terribile del Novecento. Gli esseri umani trattati come cose, la crudeltà sadica, i genocidi: la prova generale viene fatta nello Scramble for Africa. Sono orrori di cui si parla meno perché avvenuti lì. L’Africa è la palestra dove l’occidentale ha collaudato e anticipato gli stermini, i campi di concentramento. La Germania imperiale collauda il genocidio nell’Africa tedesca del Sud-Ovest (oggi Namibia), annientando gli indigeni Herero e Nama fra il 1904 e il 1907. Tre quarti degli Herero e metà dei Nama perirono nei Lager o nei deserti, dove il generale Lothar von Trotha li scacciò avendo avvelenato, prima, tutti i pozzi. L’ordine di liquidazione (Vernichtungsbefehl) è emanato da Trotha nel 1904. Poi vi furono i massacri e i campi nel Regno del Congo, per volontà di Leopoldo II del Belgio, re dell’orrore.

Nel 1906, gli inglesi ordinano l’«annientamento» di un villaggio contadino ribellatosi in Nigeria (2000 uomini, donne, bambini uccisi). Nel costruire l’immensa ferrovia dall’Atlantico a Brazzaville nel Congo, i francesi provocano la morte di 17.000 forzati neri.
Non sono solo gli Occidentali a fuggire l’Africa, per vergogna di sé o indifferenza. Anche l’Africa fatica a liberarsi dagli stereotipi che la definiscono, a ritrovare se stessa, a vedersi protagonista responsabile e non solo vittima, a darsi una storia. L’invenzione europea del tribalismo, l’ha interiorizzata come fosse sua. Il sogno di creare Stati accentrati, coltivato negli anni dell’indipendenza, impedisce le cooperazioni transfrontaliere che scongiurerebbero tante guerre in apparenza civili, in realtà regionali. La storia della schiavitù è ricordata come inferno coloniale – e senz’altro lo fu: 13 milioni di africani furono trapiantati fra il XV e XIX secolo – non come una cultura servile sorta in Africa per far fronte alla scarsa natalità.

Sono trascurate perfino le più originali invenzioni del continente: prime fra tutte le Commissioni per la verità e la giustizia in Sud Africa, che hanno inaugurato inedite, esemplari politiche della memoria.
Ma lo stereotipo più resistente è quello secondo cui l’Africa è senza storia, in fondo maledetta. Lo ha formulato Hegel all’inizio dell’800, nella Filosofia della Storia Universale: «L’Africa non è un continente storico, non ha movimento né sviluppo». Ancora nel 1963, in una conferenza a Oxford, lo storico Trevor-Roper ne ripete la stupida arroganza: «Forse in futuro ci sarà una storia africana. Ma al momento non ce n’è: esiste solo una storia degli europei in Africa. Il resto è tenebra, e la tenebra non è soggetto di storia».

La storia dell’Africa esiste se comincia a vedere l’uomo dietro le tribù, ad aprirsi all’altro che non ci somiglia. Se occidentali e africani smettono l’idolo del vecchio Stato sovrano. L’aspirazione di tanti africani a forme politiche meno accentrate è un’emancipazione dall’immagine che noi ci facciano di loro, e che loro hanno finito col farsi di sè.

………………..

Nicholas Stern
Nicholas Stern

5/7/2009 (da La Stampa)

POVERTA’, CLIMA E CRISI.  ECCO LE GRANDI SFIDE

– i tre grandi nodi  vanno affrontati insieme –

NICHOLAS STERN

La povertà e i cambiamenti climatici sono le due grandi sfide del 21esimo secolo. Le risposte che sapremo dare decideranno il futuro della nostra generazione e, siccome questi due problemi sono legati l’uno all’altro, il fallimento su uno dei due comporterebbe il fallimento anche riguardo all’altro.
Un cambiamento climatico incontrollato porta gravi rischi per il nostro pianeta. Se continueremo a emettere biossido di carbonio e altri gas serra, la media delle temperature globali può a un certo punto salire di oltre cinque gradi centigradi: è un livello mai visto sulla Terra da più di 30 milioni di anni.
Comprendiamo la vastità dell’azione necessaria per ridurre le emissioni, e conosciamo le aree su cui concentrare i nostri sforzi: maggiore efficienza energetica, più tecnologia a basso consumo di carbonio, e uno stop alla deforestazione. Sappiamo anche quali politiche e quali strumenti economici possano aiutarci a raggiungere questi obiettivi, e possiamo tracciare la strada per gli investimenti e per una crescita economica che risulti incoraggiante per tutto il mondo. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è la volontà politica.
La conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, che si dovrebbe tenere a Copenhagen a dicembre, sarà l’appuntamento internazionale più importante dalla fine della Seconda guerra mondiale. La conferenza dovrebbe risultare in un accordo per prima fermare e poi rendere reversibile l’aumento annuo delle emissioni globali, portando entro il 2050 a un taglio di almeno il 50 per cento. I Paesi sviluppati devono fare da battistrada tagliando le loro emissioni di circa l’80 per cento l’anno.
Le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo hanno una responsabilità minore per i livelli raggiunti oggi dai gas serra, ma sono però anche più numerosi. Dei 9 miliardi di abitanti che, secondo le proiezioni, il nostro pianeta dovrebbe avere nel 2050, 8 miliardi abiteranno in Paesi considerati oggi parte del mondo emergente. Essi dovranno svolgere un ruolo guida nel tracciare il piano d’azione globale contro i cambiamenti climatici, e in seguito dovranno controllare le loro emissioni.
Ma indipendentemente dal successo che potremmo conseguire nella riduzione delle emissioni, siamo condannati nei prossimi anni a subire comunque un certo numero di cambiamenti climatici, dovuti ai gas serra già presenti nell’atmosfera. I più poveri dei Paesi in via di sviluppo, in Africa e nel resto del mondo, saranno anche i più esposti e i più vulnerabili all’impatto di questi cambiamenti. E saranno anche tra coloro che avranno minori possibilità di affrontare i costi del necessario adattamento delle loro vite. Che, nel caso dei Paesi emergenti, significa sostanzialmente continuare a crescere in un clima più ostile. Questi Paesi dovrebbero stilare i loro piani per lo sviluppo e la lotta al cambiamento climatico. I Paesi sviluppati dovrebbero aumentare entro il 2020 ad almeno 100 miliardi di dollari l’anno il loro contributo per aiutare il mondo emergente ad affrontare i cambiamenti climatici. Questa somma deve andare ad aggiungersi all’impegno già esistente di devolvere lo 0,7 per cento del loro Pil per l’assistenza allo sviluppo. In futuro questa cifra dovrebbe salire e avvicinarsi all’un per cento.
Per quanto le due grandi sfide globali di questo secolo siano la povertà e il cambiamento climatico, stiamo affrontando anche una crisi dei mercati finanziari e la peggiore depressione economica globale degli ultimi 80 anni. Qualcuno potrebbe obiettare che sia questo il problema principale su cui concentrarsi adesso. Ma un rinvio della battaglia contro la povertà condannerebbe milioni di persone ad altri anni di vita difficile. E un rinvio della battaglia contro il cambiamento climatico significherebbe l’aumento del contenuto dei gas serra nell’atmosfera, rendendo la soluzione del problema più costoso e più difficile in futuro. Non possiamo permetterci di perdere tempo.
Possiamo e dobbiamo, in questo momento, tutti insieme, gestire la crisi finanziaria nell’immediato, alimentare un solido sviluppo e la crescita economica nel medio termine, e proteggere il pianeta da devastanti cambiamenti climatici a lungo termine. I Paesi sviluppati devono dare un forte sostegno finanziario, ma hanno anche il dovere di dimostrare che una crescita a basso consumo di carbonio è possibile, e proporla come una soluzione produttiva, efficiente e attraente per superare la povertà nel mondo.
(Nicholas Stern è il presidente del Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment e professore alla London School of Economics and Political Science)

…………..

immagine da “La Stampa” 5/7/09” “Da qui a qui: Bob Geldof foto editor per un giorno”  -   Da....sono 34 milioni i bambini africani tornati a scuola dopo la cancellazione del debito 2005.....   A.....il cavo da terabite per la connessione Internet tra Europa e Africa sarà inaugurato entro la fine del mese.
immagine da “La Stampa” 5/7/09” “Da qui a qui: Bob Geldof foto editor per un giorno” - Da....sono 34 milioni i bambini africani tornati a scuola dopo la cancellazione del debito 2005..... A.....il cavo da terabite per la connessione Internet tra Europa e Africa sarà inaugurato entro la fine del mese.

4 Luglio 2009  (da L’Avvenire – Paolo Lambruschi)

VERSO IL SUMMIT

AI LEADER DEL G8 UN’ “AGENDA DELLA SPERANZA”

Un miliardo di  esseri umani soffre la fame e attende dal G8 passi concreti e urgenti per ritrovare la speranza in un’esistenza dignitosa. La Chiesa cattolica lo ha ricordato al governo italiano, presidente di turno e organizzatore del summit dei leader della Terra. Ha chiesto che all’Aquila ci siano assunzioni di responsabilità, presentando un appello, denominato “Per un’agenda della speranza”, dove due pagine di analisi che sottolineano il “forte legame tra povertà, cambiamenti climatici, immigrazione e guerra per l’accaparramento delle risorse” sono affiancate da proposte concrete, come l’aumento degli aiuti allo sviluppo, riduzione dei danni determinati dai cambiamenti climatici, redistribuzione più equa delle risorse. Da 10 anni vescovi e ong incontrano i presidenti di turno del vertice per ricordare i problemi della fame e della povertà. Ma molti stati anziché arrivare all’obiettivo di stanziare lo 0,7% del pil per gli aiuti allo sviluppo, hanno tagliato il budget. Prima tra tutti l’Italia, che ha dimezzato la cifra arrivando a un misero 0,1%.
Ieri il premier Berlusconi e tre ministri, quello dell’Economia Giulio Tremonti, degli Esteri Franco Frattini e del lavoro Maurizio Sacconi, hanno accolto la delegazione ufficiale guidata dal vescovo Arrigo Miglio, presidente della commissione per la giustizia e la pace della Cei e composta, tra gli altri, dal presidente della conferenza episcopale ecuadoregna Nestor Herrera, dal vescovo nigeriano di Oyo Emmanuel Badejo, dalla Focsiv e dall’associazionismo cattolico riunito nel cartello di Retinopera.
Silvio Berlusconi ha dichiarato di condividere i contenuti dell’appello, promettendo di sostenerli, senza tuttavia nascondere il proprio pessimismo sulle decisioni che assumerà il vertice, dove si scontrano diverse visioni sulla crisi internazionale. Giulio Tremonti ha dedicato alla delegazione quasi un’ora e mezza, dicendosi d’accordo con temi cari alle ong cristiane, come la necessità di rivedere regole e codici del capitalismo. Il ministro dell’Economia ha confermato che l’Italia rientrerà in tre anni nel piano di impegni internazionali anti povertà, con il passaggio allo 0,5% del Pil richiesto dalla Ue, quintuplicando in pratica gli aiuti. Ha poi garantito che proporrà al G8 nuovi strumenti per finanziare l’Aiuto pubblico allo sviluppo come la D-Tax, l’1% sull’Iva e, in casa nostra, la destinazione dell’otto per mille destinato allo Stato alla cooperazione internazionale.
Alla Farnesina Franco Frattini ha sottolineato che la centralità della persona è tra le priorità che la Presidenza italiana porterà al summit. Le altre sono sicurezza alimentare, protagonismo politico per l’Africa nello scacchiere mondiale, il proposito di dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030.  Frattini si impegnerà per far dimezzare in cinque anni le trattenute sulle rimesse internazionali dei migranti.
Infine, il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, che ha ricevuto la delegazione con il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, ha condiviso l’appello per il rispetto dei diritti dei lavoratori nelle imprese multinazionali, in particolare quelle delocalizzate al Sud. Per Sacconi la migliore risposta verrà dalla responsabilità sociale delle imprese.
Positivi i commenti dei partecipanti. Per il vescovo di Ivrea Arrigo Miglio, che ha sottolineato il tempo dedicato alla delegazione, «dagli incontri è emersa attenzione per le nostre proposte, una certa sintonia e la promessa di impegni concreti mettendo al centro la persona, Mi è sembrato importante che abbiano parlato anche i vescovi del Sud, i quali hanno comunque ribadito l’importanza del tema dell’immigrazione».
«Parole rassicuranti che ci danno speranza» è il commento generale di Sergio Marelli, direttore della Focsiv, il quale registra come in particolare Giulio Tremonti abbia manifestato interesse al dialogo con la società civile. «Credo che si sia registrata sintonia con il governo ed è significativa l’attenzione dedicataci. Naturalmente guarderemo agli esiti del vertice senza fare sconti a nessuno».
Oggi la delegazione si sposta a Mlano per partecipare alle 17, 30 in Duomo, alla celebrazione prefestiva presieduta dal Cardinale Tettamanzi cui seguirà una veglia di preghiera in piazza Santo Stefano, vicino alla basilica milanese dei migranti.

IN CINQUE PUNTI I PROVVEDIMENTI PER VINCERE LA POVERTA’:
1
Stanziare 50 miliardi di dollari per il Sud del mondo, 25 dei quali per l’Africa, come promesso nel 2005 al G8 di Gleneagles, in Scozia, e quale tappa verso l’obiettivo dello 0,7% del Pil che tutti i paesi ricchi devono destinare in aiuti per lo sviluppo
2
Contrastare i cambiamenti climatici adottando al prossimo vertice di Copenaghen in dicembre un accordo valido dal 2012 che riduca le emissioni di gas serra del 30% entro il 2020 e dell’80% entro il 2050 rispetto ai valori del 1990
3
Completare la cancellazione del debito dei paesi poveri, compreso il debito illegittimo (cioè contratto da regimi dittatoriali per opere che hanno violato la dignità umana e non ecologicamente sostenibili) con l’adozione di nuove regole sui prestiti
4
Intervenire sui meccanismi multilaterali esistenti nel sistema delle Nazioni Unite affinché venga ascoltata la voce di tutti i paesi del mondo e della società civile. Se nel G8 non vi sono infatti India, Cina e Brasile, l’Africa non è rappresentata neppure nel G20
5
Individuare soluzioni alla crisi alimentare mondiale che sostengano i piccoli produttori del Nord e del Sud del mondo e un modello produttivo sostenibile, a partire dall’aiuto alla produzione a dimensione familiare e dall’equa ripartizione di acqua, terra ed energia.

immagine da “La Stampa” 5/7/09” “Da qui a qui: Bob Geldof foto editor per un giorno”   -   Da Nonna Sarah, 86 anni, nella casa degli Obama in Kenya….. Al nipote Obama in un posto completamente diverso.
immagine da “La Stampa” 5/7/09” “Da qui a qui: Bob Geldof foto editor per un giorno” - Da Nonna Sarah, 86 anni, nella casa degli Obama in Kenya….. Al nipote Obama in un posto completamente diverso.
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