Salviamo le parti rimaste di paesaggio superstite… E dove meglio possiamo comprendere com’era una volta? Nell’arte (la pittura, ma anche la fotografia e il cinema).

Giorgione da Castelfranco - La tempesta - Venezia, Galleria dell'Accademia - "El paeseto in tela con la tempesta con la cingana et soldato, fu de man de Zorzi di Castelfranco". Il più famoso dei dipinti di Giorgione (dipinto attorno al 1510) è l'identificazione del paesaggio architettonico  nella città di Padova. Giorgione sintetizza per immagini le condizioni storiche di Padova: dalla sua fondazione da parte di Antenore (da identificare nel soldato) alla creazione di Venezia da parte della città patavina (da identificare nella cingana la donna col bambino); dal castello di Ezzelino (strutture sulla destra e torre sullo sfondo) ai Carraresi e ai tempi a lui contemporanei. Per quanto Giorgione non abbia voluto eseguire una veduta realistica ha comunque rappresentato un preciso paesaggio padovano. Si tratta del fianco occidentale della città esterno alle mura, dove scorre il Medoacus, tra il castello di Ezzelino  all'estrema destra del quadro  e la zona esterna a Ponte Molino sullo sfondo, con l'alta torre di Ezzelino e la chiesa di S. Maria del Carmine.  Tra la chiesa ed il castello sono rappresentate ampie case a portici, tipiche dell'edilizia tre-quattrocentesca e indicative della presenza di un sobborgo popoloso
Giorgione da Castelfranco - La tempesta - Venezia, Galleria dell'Accademia - "El paeseto in tela con la tempesta con la cingana et soldato, fu de man de Zorzi di Castelfranco". Il più famoso dei dipinti di Giorgione (dipinto attorno al 1510) è l'identificazione del paesaggio architettonico nella città di Padova. Giorgione sintetizza per immagini le condizioni storiche di Padova: dalla sua fondazione da parte di Antenore (da identificare nel soldato) alla creazione di Venezia da parte della città patavina (da identificare nella cingana la donna col bambino); dal castello di Ezzelino (strutture sulla destra e torre sullo sfondo) ai Carraresi e ai tempi a lui contemporanei. Per quanto Giorgione non abbia voluto eseguire una veduta realistica ha comunque rappresentato un preciso paesaggio padovano. Si tratta del fianco occidentale della città esterno alle mura, dove scorre il Medoacus, tra il castello di Ezzelino all'estrema destra del quadro e la zona esterna a Ponte Molino sullo sfondo, con l'alta torre di Ezzelino e la chiesa di S. Maria del Carmine. Tra la chiesa ed il castello sono rappresentate ampie case a portici, tipiche dell'edilizia tre-quattrocentesca e indicative della presenza di un sobborgo popoloso

Vi diamo conto qui di un bell’articolo di Antonio Paolucci (grande critico d’arte, divulgatore, ex ministro per i Beni Culturali e commissario per il restauro artistico nelle zone terremotate nel 1997 dell’Umbria e delle Marche, collaboratore con tanti giornali su temi d’arte…) che riguarda il rapporto esistente tra paesaggio ed espressione artistica. E’ dai quadri, dai dipinti che più di tutto possiamo vedere e abbiamo “somatizzato in noi” il vero senso del paesaggio italiano in tutte le sue forme a partire dal 1200 e nei secoli successivi (ad esempio il paesaggio toscano rappresentato da Piero della Francesca).   Noi vorremmo aggiungere altri elementi di arti più recenti che ci danno immagini “integre” del paesaggio italiano in tutta la sua grande bellezza. Come la fotografia, ma anche il cinema. Perché la distruzione di questo paesaggio è in fondo recente (lo dice Paolucci), di questi ultimi cinquant’anni. E allora come non ricordare i paesaggi dell’avventura cinematografica italiana del dopoguerra, degli anni cinquanta. “La terra trema” (1948) di Visconti, che racconta il mare siciliano della costa di Aci Trezza descritta dal Verga nei Malavoglia e rappresentata dal grande regista; oppure Antonioni con “Il grido” (1957) che rappresenta il Polesine, questa pianura sconfinata, il Po, i suoi zuccherifici ricchi di lavoro –e ora completamente abbandonati-… o un recente film di Liliana Cavani, “il gioco di Ripley” (2005), con John Malkovich, dove si descrive nelle immagini la bellissima campagna trevigiana e asolana, a campi centuriati e siepi a tutti i lati –che ancora, sempre meno, da qualche parte esistono…- …. ma qui si potrebbe fare innumerevoli esempi, ma qui si potrebbero fare innumerevoli esempi e ognuno di noi ne ha in mente alcuni…). Il concetto che Paolucci esprime è chiaro: dai paesaggi integri (aggiungiamo noi acquisti nella nostra intima memoria, nelle immagini di armonia che cerchiamo), da questo che l’arte ha saputo esprimere, possiamo ricavare gli elementi di “quel che è rimasto” che possiamo (dobbiamo) salvare; e, aggiungiamo un “metro” per misurare il degrado di molti altri posti e porvi un virtuoso rimedio. Insomma, non tutto è perduto, e ogni sforzo va anche fatto per la “ricerca della bellezza” (intimo sogno tra conservazione con l’anche necessario cambiamento; tutela con innovazione sapiente). Un’occasione immediata di cercare, tornare ad avere, un paesaggio bello, come quello descritto e rappresentato dai pittori, dai fotografi, dai registi, un’occasione di queste settimane e mesi, sarà il modo di gestire, territorio per territorio il PIANO CASA.

Dopo l’articolo di Paolucci su “Paesaggio: così l’arte ha unito l’Italia” ne segue uno di Paolo Scarpa su “Paesaggi da difendere, quel che rimane del comune senso della bellezza”, che parla di un convegno tenuto nel febbraio scorso dalla Fondazione Benetton di Treviso con trecento foto sul senso dei luoghi e il loro valore.  

PAESAGGI, COSI’ L’ARTE HA UNITO L’ITALIA

di Antonio Paolucci (da “L’Avvenire”, 5-7-2009)
D
ire del paesaggio italiano cancellato, nell’ultimo mezzo secolo, in percentuale più che rilevante, manomesso e insidiato in tante sue parti, è facile. Ne abbiamo scritto in tante occasioni, ne abbiamo discusso in convegni innumerevoli.
Questa volta voglio parlare del paesaggio che per fortuna esiste ancora, delle immagini dell’Italia antica sopravvissute alle politiche dissennate, alla speculazione edilizia, alla avidità e alla incultura di costruttori e di amministratori. Lo farò utilizzando le immagini della storia dell’arte. Sono campagne, colline, paesaggi marini, lacustri e fluviali che c’erano secoli fa e che ci sono ancora.

Quando il riscontro è possibile, quando ci si rende conto che l’immagine dell’arte vive ancora nella realtà, l’emozione è straordinaria.
Comincerò con un confronto di notevole efficacia. Gli affreschi di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena sono – come è noto – un manifesto politico. Il pittore e i suoi committenti vollero raccontare gli effetti del Buon Governo: la città ricca e in pace nella concordia operosa di tutti i ceti sociali e la campagna ben coltivata, tranquilla e sicura, fitta di contadini al lavoro, percorsa da viandanti e da gentiluomini a cavallo.
Guardiamo bene questo paesaggio dipinto 650 anni fa. Osserviamo le colline tondeggianti tenute a pascolo o coltivate a grano, le partiture geometriche dei campi nei poderi più vicini alla città, la trama regolare delle vigne, le rare case coloniche e le fattorie isolate. È un paesaggio vasto, arido, luminoso e melodioso. I colori dominanti sono il giallo del grano, il grigio e il bruno delle terre arate, il verde malva e l’ocra dei pascoli, il verde nero dei lecci e delle querce. Se, dopo aver osservato gli affreschi del Lorenzetti, vogliamo salire in cima alla Torre del Mangia nello stesso Palazzo Pubblico e di lassù allargare lo sguardo a 360° su tutta intera la terra di Siena, la fatica della salita sarà compensata da una consolante constatazione. Il paesaggio non è mutato in modo apprezzabile in quasi sette secoli. Ecco di fronte a voi l’ondulato arido deserto di Ambrogio Lorenzetti, splendente di giallo oro d’estate, striato di tenero verde d’inverno e in primavera.
Le aree umide del nostro Paese, le paludi costiere e le lagune, sono state in gran parte prosciugate dalle bonifiche. Così è avvenuto nell’area pontina, in Maremma, nella Bassa Ferrarese. Quello che resta è oggi protetto dalla Legge che ha riconosciuto l’eccezionale pregio naturalistico di questi siti. Fra il Polesine e la laguna di Venezia ci sono pezzi superstiti del paesaggio acquatico italiano rimasti per fortuna intatti. Quello che dopo cinque secoli c’è ancora, lo descrive Vittore Carpaccio in un quadro famoso del Getty Museum. Caccia in valle è il titolo del dipinto che in origine faceva da sfondo alle Dame del veneziano Museo Correr. Barche leggere filano a pelo d’acqua. Dal folto della vegetazione palustre si levano in volo uccelli: una gru a sinistra, una formazione di anatre selvatiche a destra. Gli argini che affiorano a pelo d’acqua ospitano i caratteristici ‘ casoni’ costruiti di canne.
Ci sono le ‘ palade’ o barriere di sbarramento per la pesca. Fra la foce del Piave e quella del Po, fra Jesolo e Comacchio, esistono ancora luoghi come questo, relitti dell’antico paesaggio lagunare. Oggi Vittore Carpaccio potrebbe riprodurre la sua Caccia in valle praticamente senza varianti.
Il paesaggio siciliano è stato manomesso e cannibalizzato in più parti lungo le coste. L’interno dell’isola è però praticamente intatto, è ancora come lo rappresentò Antonello da Messina nei suoi dipinti celebri. Caratteristica del paesaggio siciliano è la luce. In nessuna altra parte d’Italia le cose inanimate splendono di una intensità più grande.
Antonello non dimenticò questa peculiarità della sua terra e la consegnò a immagini indimenticabili.
Per capire la luminosità quasi dolorosa della campagna siciliana in un giorno d’estate, bisogna ‘ entrare’ nel refrigerio ombroso dello Studio di San Girolamo, dentro il celebre dipinto che si conserva alla National Gallery di Londra e di là traguardare oltre le finestre aperte sullo sfondo. Jan van Eyck aveva insegnato ad Antonello ad ascoltare la vita silente delle cose inanimate, a guardare gli oggetti che popolano il mondo visibile con sguardo a lunga posa. Gli aveva anche insegnato i segreti della rappresentazione contestuale dell’infinitamente lontano e dell’infinitamente vicino: il lustro della maiolica nello studio e, oltre la finestra, l’ombra che fa un albero lontano sulla collina più lontana quando il sole è allo zenith. Ma lo splendore della luce meridiana che ‘ imbalsama’ le cose per cui il cipresso e la montagna, il muro di cinta e la ‘ trazzera’, acquistano una assolutezza quasi metafisica, questo, ad Antonello, lo aveva insegnato il paesaggio di Sicilia.
Se io fossi il responsabile della promozione turistica per la Regione Sicilia, sceglierei, come emblema dell’isola, i due brani di paesaggio che sono in fondo al San Girolamo di Londra. Così come sceglierei tutta intera la veduta che c’è nella Crocifissione del Musée Royal des Beaux Arts di Anversa. Il dipinto è datato e firmato al 1475. Rappresenta l’estremo lembo dell’isola che guarda l’Italia. Oltre il braccio di mare c’è il profilo dell’Aspromonte. A sinistra vediamo una città murata, probabilmente Messina così come era ai tempi di Antonello. A destra, a presidiare la costa e a vigilare lo stretto, c’è un castello fortificato. Le colline che circondano la baia sono in parte terrazzate e punteggiate di cipressi e di agrumi, in parte incolte e aride. Si entra in Sicilia dalla città di Messina e il paesaggio di Sicilia ancora ci accoglie con l’assolutezza luminosa che Antonello significò nel suo dipinto del 1475.
Quante volte, dal treno o dall’autostrada, ci è capitato di guardare Cortona sospesa a mezzacosta, come in una restituzione cartografica, contro il monte nero di boschi e grigio di ulivi. Forse, dai finestrini dell’automobile o dell’eurostar, siamo anche riusciti a riconoscere i monumenti principali: il Palazzo dei Priori, la Fortezza del Girifalco in cima alla città murata e di sicuro, per via della sua posizione un po’ marginale, Santa Maria delle Grazie al Calcinaio, una delle architetture più belle del mondo.
Guardando Cortona dal treno o dall’autostrada – nei pochi minuti durante i quali rimane nel nostro campo visivo – vi sarà capitato di pensare ( io l’ho pensato spesso e con sollievo) che la città è arrivata fino a noi miracolosamente intatta. È ancora come la vediamo nel tondo di scuola signorelliana che un tempo stava nel Palazzo dei Priori ed ora è conservato nella quadreria dell’Accademia Etrusca. Ecco infatti il modellino di Cortona minuziosamente descritta in ogni dettaglio, ben saldo fra le braccia di Marco, il santo protettore che lo custodisce con diffidente attenzione. La città e la sua collina non sono cambiate in quasi cinque secoli e questo è oggettivamente un miracolo se si pensa a quante devastazioni ha subito, ai nostri giorni, il territorio italiano.
A proposito di devastazioni. Pochi luoghi in Italia e probabilmente in Europa sono stati rovinati dalla edilizia contemporanea più della riviera romagnola. Per fortuna, a pochi chilometri dalle orrende costruzioni della costa, ci sono paesaggi ancora meravigliosamente intatti.
Provate a percorrere, partendo da Rimini, la valle del Marecchia verso San Leo e poi verso Urbino e vi sembrerà di essere dentro il dittico di Piero della Francesca che si conserva agli Uffizi.
Il paesaggio feudale e appenninico che fa da sfondo ai ritratti di profilo di Federico e di sua moglie Battista Sforza e ai loro Trionfi allegorici dipinti sul retro, è il paesaggio del Montefeltro.
Sono colori di grigio e di ocra, sono colline deserte, ondulate e accidentate, scintillanti di argentei calanchi, punteggiate di pievi e di castelli, rese opalescenti e quasi perlacee dalle foschie che si addensano nelle valli e si dissolvono nel sole. Questa marginale parte d’Italia è rimasta intatta.
L’emigrazione l’ha spopolata, il “boom” turistico della costa l’ha praticamente ignorata, almeno fino ad oggi.
Ho toccato alcune parti d’Italia, la Toscana e il Veneto, la Romagna e la Sicilia.
Volutamente non ho accennato ai paesaggi ‘ pop’, alle vedute cartolina più celebri; a Capri e a Taormina, a Positano e alle Dolomiti. Volevo semplicemente dire che dappertutto nel Paese ( nella Toscana interna, lungo la costa veneta, a due passi dal divertimentificio romagnolo, nella deserta Sicilia del latifondo e del feudo e in cento altri luoghi della penisola) pezzi del mirabile paesaggio storico italiano sopravvivono, sono ancora riconoscibili, ancora ci permettono di rispecchiarci nella nostra storia.
Cinquanta anni fa, nonostante le distruzioni della guerra, l’Italia era ancora sostanzialmente simile al paese visitato da Goethe e da Stendhal. Si era preservata la riconoscibile fisionomia della città come luogo separato dalla campagna; armoniosamente collegato a quella, caratterizzato tuttavia da una sua compatta e distinta identità.
Ancora cinquanta anni fa le città d’Italia ti venivano incontro da lontano e da lontano le riconoscevi, simili in molti casi ai modelli in miniatura tenuti in mano dai Santi patroni nei polittici del Medioevo.
Oggi questa esperienza è diventata sempre più rara.
Per fortuna non tutto è perduto. Ora che il travaglio della grande modernizzazione ha concluso i suoi effetti ( il Paese da agricolo diventato industriale e poi post industriale, i milioni di migranti da Nord a Sud, dalle campagne alle città, dalla montagna alla costa ormai assestati), ora ­esaurita la metamorfosi più dolorosa e più profonda subita dall’Italia negli ultimi cinque secoli – siamo in grado di elencare i danni, prendere atto dei guasti purtroppo irreversibili, studiare per quanto possibile le forme di un ragionevole ripristino.   Possiamo, soprattutto, assumere coscienza e prenderci cura di quello che è rimasto del paesaggio italiano. (Antonio Paolucci)

……………………..

PAESAGGI DA DIFENDERE: QUEL CHE RIMANE DEL COMUNE SENSO DELLA BELLEZZA

(da La Tribuna di Treviso — 07 febbraio 2009 – di Paolo Scarpa)

Due giornate di studio sul celebre paesaggio trevigiano, appena concluse, dedicate dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche alla seconda edizione del concorso «Luoghi di Valore. Valori del luogo» ed una mostra delle fotografie degli oltre trecento luoghi segnalati sono il contributo concreto alla possibile definizione di un comune senso della bellezza.

Stare in mezzo ai tazebao delle foto che pendono dalle travi istoriate di Palazzo Bomben e palpitano, si muovono, danzano a qualche soffio di vento è esaltante. Sono più di trecento e presentano un paese di fornaci, mulini, peschi fioriti, un paese di acque limpide, di forre ombrose, di ranuncoli, un paese che non c’è.

Un paese di temporali e di primule, diceva del suo Friuli Pier Paolo Pasolini. Perchè i loro abitanti – gli stessi che li hanno segnalati – sono immersi tra i capannoni della sinistra della Piave, corrono se sono pedoni ogni giorno il pericolo di venire arrotati dai Suv nelle strette stradine di campagna da cui sono spariti i fossi, respirano polveri sottili e subiscono rumori ben superiori ai trenta decibel di cui ha parlato uno studioso finlandese di Helsinki: è il limite massimo consentito in luoghi di pace e tranquillità e lui lavora alla loro mappatura in Svezia e Norvegia.

E’ la civiltà bellezza, direbbe qualcuno, zitta, proprio adesso che c’è la crisi e non si vendono più auto! Ma i 217 cittadini che hanno risposto al concorso di idee ormai alla seconda edizione se ne rendono conto per primi. Vi compare, perentorio, il Castello di Roncade, l’Abbazia di Follina, un vigneto di Giavera del Montello ma anche i laghetti del fiume Meschio in cui nuotano ocarelle o le timide violette di un giardino della scuola elementare di Mogliano Veneto. Sono foto che parlano di amore per il proprio luogo, di nostalgia, di rispetto.     Oltre che rispondere alla Convenzione Europea del Paesaggio (1-09-1960), queste due giornate hanno permesso riflessioni discussioni e possibili interpretazioni: che cosa viene percepito come paesaggio? Quello naturale o quello costruito dall’uomo? E l’uomo vi ha parte? Pare di sì se lo studioso di Helsinki lamenta l’assenza di persone di colore a Boston in associazioni che individuano luoghi di valore come questi e, soprattutto, lo asserisce la “cartolina mandata dagli dei” di Andrea Zanzotto.

Ed il valore, da che cosa è attribuito? Nella sua introduzione, oltre notare la “geometria frattale” che si viene così disegnando, l’anima della Fondazione Nico Luciani ha annunciato l’assegnazione del ventesimo Premio Carlo Scarpa per il Giardino, una giornata di studi, il 17 marzo, dedicata a Treviso ed al Sile ed una intera giornata, il 22 maggio, alle 20 edizioni del Premo Scarpa. La strada invece per l’istituzione dell’Università del Paesaggio è in salita.

Gran parte del dibattito ha accusato di emotività tali segnalazioni ed un luogo di valore deve essere condiviso come tale da tutti gli abitanti. Il naturalista Zanetti discute a lungo della “naturalità” poiché un luogo naturale è solo un luogo selvatico, e dove sono più nella Marca Gioiosa i luoghi selvatici? Persino la laguna veneta è un luogo fossile!  Ma a rimescolare le carte, ieri, intervengono il geografo dell’Università di Padova Mauro Varotto ed il geografo ed ingegnere agronomo della Sorbonne Yves Luginbühl, uno degli autori della Convenzione Europea del Paesaggio. Il primo, autore con Francesco Vallerani del libro Geografie smarrite e racconti del disagio in Veneto, Venezia, 2005 che è diventato un caso giudiziario, descrive il fenomeno dei comitati di difesa del paesaggio nel mondo e in Veneto, ne traccia la storia del rapido moltiplicarsi e denuncia la totale crisi di una «governance» territoriale. Yves Luginbühl conclude raccontando come storia di democrazia la storia della coltivazione della vite in un distretto della Borgogna vicino a Lione, dove – fin dal 1950 – sono i piccoli coltivatori diretti che, abbandonata la montagna, sostituiscono clero e borghesia nella coltivazione di un nobilissimo vino che si vende a 1000 euro la bottiglia.

Nessuno più ora abita la montagna dove stavano prima a coltivare i loro stenti vitigni. La montagna, conservata come luogo collettivo di cui sono tutti proprietari, è libertà, la memoria della lotta per la sopravvivenza e la poesia.  (Paola Scarpa)

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