Sudtirolo (o Alto Adige): muro tra etnie o ponte tra culture? il nuovo irredentismo e indipendentismo riapre la questione altoatesina (adesso che l’Unione Europea dovrebbe far superare gli stati nazionali…)

Alex Langer, leader politico europeo (scomparso nel 1995) che più di tutti ha portato avanti il superamento delle “gabbie etniche” in Sud-Tirolo
Alex Langer, leader politico europeo (scomparso nel 1995) che più di tutti ha portato avanti il superamento delle “gabbie etniche” in Sud-Tirolo

UN’ “EUREGIO” PIU’ ALPINA CHE TIROLESE. In queste settimane, in questi mesi, nel “Sudtirolo – Alto Adige”, a Bolzano in particolare, è tornata a farsi sentire la questione irredentista di “opposizione all’Italia”: da parte della destra estrema, che peraltro anche nelle ultime elezioni provinciali ha aumentato il suo peso e riscontro tra la popolazione. E’ strano che rivendicazioni autonomiste “pro-Austria” nascano in un’area dove “minoranze” (che poi sono maggioranze nei numeri, quella tedesca nei confronti di quella italiana) sono tutelate in modo forse unico in Europa (e nel mondo), a partire dall’aspetto economico e finanziario che una regione a statuto speciale viene ad assegnare.

Ma la questione è più complessa, e le spinte di malessere che ritornano con l’irredentismo in questi mesi, denotano una condizione generale di instabilità politica, forse “psicologica” di una comunità, pur nel benessere economico e “dei servizi erogati” che essa viene ad avere.  Ve ne diamo conto qui con tre articoli apparsi in questi giorni (due su “La Stampa” e uno su “il Corriere della Sera”, rispettivamente di Gian Enrico Rusconi, di Mario Baudino e di Ernesto Galli della Loggia).

Ma la “questione altoatesina” è per noi geografi un modo di inserire in queste analisi socio-politiche del Sudtirolo attuale, la figura e un accenno agli scritti sull’argomento di Alexander Langer, leader negli anni ’80 e fino alla metà degli anni ’90 (è scomparso 3 luglio 1995) del movimento ambientalista europeo, ma in primis impegnato, nella sua terra d’origine (appunto il Sudtirolo), a sostenere una battaglia convinta contro le cosiddette “gabbie etniche”, cioè la netta separazione portata avanti (fin dai censimenti decennali) tra le comunità tedesche, italiane e ladine. Una possibilità di convivenza interetnica, di ponte fra culture diverse (visto come arricchimento reciproco) ha visto l’azione politca e culturale di Alex Langer (svolta nell’area altoatesina) come un “esempio esportabile” per molte innumerevoli altre situazioni in Europa e nel mondo, dove etnie diverse dovrebbero trovare modi di convivenza serena (ed arricchente) pur conservando la propria lingua, cultura, tradizioni…

E, nel contesto attuale di ritorno della “crisi irredentista altoatesina”, proprio adesso che da molte parti si chiede una maggior unità e forza dell’Unione Europea, l’esperienza di Langer e di chi ha tentato di proporre (anche con pratiche quotidiane) la “cultura della convivenza”, pur nel rispetto e tutela delle diversità, questo appare un “nodo”, un esempio da rimettere in pratica, di risposta alle chiusure e ai revanscismi. Da ciò nasce l’idea, nei decenni passati sviluppata da più parti nella provincia di Bolzano, di creazione di un’EUROREGIONE TIROLESE (chiamata Euregio), che Langer approvava, pur con le necessarie precisazioni (che qui vi proponiamo in un suo scritto del 1994): e Langer parlava di un’EUREGIO ALPINA, che potesse dialogare e collaborare con altre culture e civiltà “della montagna” (a noi l’idea sembra attuale, strepitosa e degna di lavorarci con convinzione).    

BOLZANO E’ GIA’ FUORI DALL’ITALIA?

GIAN ENRICO RUSCONI, da “La Stampa” del 2-7-2009

Il Sud Tirolo/Alto Adige da molto tempo non è più psicologicamente, idealmente, emozionalmente terra d’Italia. E’ un’area economicamente ricca come poche ma culturalmente inquieta.      Gli italiani – in particolare «quelli di Roma» – non se ne preoccupano. Hanno altro a cui pensare. Forse qualcuno può pensare che questo atteggiamento di indifferenza possa essere la «soluzione all’italiana» di un annoso problema che fortunatamente non solleva più spinose questioni politiche. Ma è davvero così? In realtà sta accadendo qualcosa che merita attenzione. Era dal tempo dell’ultima visita dell’imperatore Francesco Giuseppe nel lontano 1910 che a Bolzano non si era mai raccolta tanta gente.

Festeggiava l’eroe Andreas Hofer, simbolo della tenace identità sudtirolese. Con bandiere, bande, costumi e sfilate degli Schuetzen i «difensori armati» del Tirolo. Il fatto che Hofer avesse guidato (inizialmente con successo, proprio nel 1809) la rivolta non solo contro l’odiato occupante francese napoleonico, ma anche contro i tedeschi di Baviera; il fatto che le sue valorose schiere comprendessero anche i trentini (che parlavano italiano senza essere politicamente «italiani») è uno di quei fastidiosi dettagli storici che la leggenda nazionalistica e germanizzante ignora. Contro i miti a nulla valgono le ricostruzioni storiche. I miti servono non per la verità, che eventualmente contengono, ma per la loro capacità di reinventare le identità. E’ il caso del mito Hofer e delle attuali inquietudini sudtirolesi.

Le indagini demoscopiche parlano chiaro. Il 45,3% dei sudtirolesi tedeschi e ladini vogliono mantenere l’attuale status quo di provincia autonoma. Evidentemente si rendono conto degli enormi vantaggi legati all’autonomia che è loro garantita dallo Stato italiano. Questo però non è sentito in contrasto con una forte riaffermazione identitaria e culturale. A costo di raffreddare i rapporti e i contatti con la popolazione di lingua italiana. E con il Trentino.

Ma il 33% dei sudtirolesi di lingua tedesca aspira ad una completa indipendenza, mentre il 21% vuole addirittura l’annessione, anzi il ritorno all’Austria. In pratica queste cifre mostrano che il 55% romperebbe volentieri i rapporti istituzionali con l’Italia.

Naturalmente la questione è giuridicamente complessa per le intese che esistono tra Italia e Austria garantite da norme e trattati internazionali. E non è un mistero che a Vienna le forze politiche più importanti e più responsabili vedono con fastidio e preoccupazione quanto accade nel Sud Tirolo.

Tra i molti argomenti usati contro il nuovo irredentismo e indipendentismo il più forte sembra essere: che senso ha sollevare queste questioni in una Unione Europa che sta facendo cadere tutti i vecchi confini? In un’Europa che ha cura di conciliare le memorie, pur riconoscendo i molti errori del passato dell’una e dell’altra parte?

Ma non paiono argomenti convincenti. In realtà si fa molta retorica sulle «memorie» come se fossero automaticamente garanzia di intesa e riconciliazione. Spesso è esattamente il contrario. Le memorie riaccendono le ostilità o quanto meno le estraneità. E’ quanto accade nel Sud Tirolo.

Lasciamo pure da parte l’origine storica relativamente lontana e gli eventi più traumatici con i loro errori incorreggibili: la Grande Guerra, l’annessione al Regno d’Italia del Tirolo di lingua tedesca sino al Brennero, la fascistizzazione dell’Alto Adige, l’appropriazione tedesca da parte nazista e la guerra di liberazione. Menzioniamo soltanto l’accordo De Gasperi-Gruber del 1946 che viene letto e interpretato – a tutt’oggi – in maniera opposta dagli italiani e dai sudtirolesi. Per i primi è la base di un modello esemplare di coesistenza di una doppia autonomia (trentina e sudtirolese), per i secondi invece è una specie di truffa a vantaggio dei trentini. Truffa che i sudtirolesi avrebbero corretto gradualmente arrivando soltanto oggi ad una situazione accettabile. In questa ottica, non è stravagante il fatto che autorevoli esponenti politici sudtirolesi (assolutamente «moderati») disapprovino esplicitamente la beatificazione di De Gasperi, considerato un abile politico italiano, nient’affatto «un santo».

In questo contesto l’Europa si sta rivelando uno scenario dietro al quale è possibile giocare qualunque commedia, in nome della «identità delle minoranze». Ossessione identitaria, reinvenzione dei miti, localismo sono la deriva che può essere corretta – a livello culturale – soltanto con una energica ripresa della grande storia comune, criticamente consapevole dei suoi infiniti errori, delle sue incoercibili diversità, ma anche delle ragioni storiche dello stare insieme. La politica italiana deve uscire dal suo stallo tra imbarazzo e indifferenza. Deve smentire l’assurda idea che la questione sudtirolese faccia parte del «problema del Nord», da affidare tacitamente alla Lega, che è la meno attrezzata culturalmente e politicamente. Un ruolo strategico dovrebbe essere svolto dal Trentino che, al di là della ragionevole cautela, appare intimidito e incapace di usare le risorse culturali e storiche di cui pure dispone. Una volta si parlava di un grande progetto per l’intera vasta regione plurilingue e pluriculturale del Tirolo storico (l’euroregio). Che fine ha fatto? (Gian Enrico Rusconi)

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PER UN’EUREGIO PIU’ ALPINA CHE TIROLESE

Di ALEXANDER LANGER, 1.4.1994, da “Arcobaleno” 02-95 – “Scritti sul Sudtirolo”

Appassionante prospettiva geopolitica e realizzazione storicamente più alta del federalismo per alcuni, pericolosa manovra revanscista e seme di contrapposizione etnica per altri, magniloquente ma infruttuoso giro di parole per altri ancora: ecco come si presenta attualmente il fantasma dell’Euregio tirolese.

I due partiti popolari dominanti nel Tirolo di lingua tedesca (ÖVP a nord del Brennero, SVP a sud) hanno ormai scelto, il futuro della nostra area geografica si chiama proprio così: Regione Europea del Tirolo, inserita in un’Europa unita, con un progetto di “integrazione nell’integrazione”, che dovrebbe ricucire al tempo stesso lo strappo del 1918 e lo sviluppo economico, ambientale e territoriale a nord e sud della catena alpina. Utilizzando margini di azione sub-statuale (dove, cioè, gli Stati sovrani non agiscono come tali, ma non impediscono ad entità minori di agire), si vorrebbe rafforzare un tessuto di iniziative, relazioni ed anche istituzioni comuni tra regioni e province appartenenti a Stati diversi, ed in particolare ad Austria e Italia. Il riferimento all’antico grande Tirolo pluri-lingue pre-1918 (comprendente il Trentino, il Sudtirolo, il Tirolo ed il Vorarlberg austriaci) dovrebbe evocare non solo un ricordo nostalgico, ma anche l’idea che dei legami sufficientemente radicati nel passato possano dare forza e linfa al progetto, che cercherebbe di evitare il conflitto aperto con gli Stati (quindi niente ridefinizioni di frontiere o anticipazioni monetarie, nessuna diminuzione di sovranità ufficiale..), guadagnandosi nel frattempo il sostegno dei cittadini. Poi.. chi vivrà, vedrà.

Sarebbe sbagliato ritenere solo i nostalgici del passato impegnati a riflettere su questa prospettiva: per rendersene conto basterebbe ricordare le iniziative “per l’altro Tirolo” che si sono svolte – con la partecipazione di esponenti verdi ed alternativi tirolesi, altoatesini e trentini nei primi anni ’80. L’idea che in una regione, intesa anche al di là dello spartiacque alpino, dei confini statali o delle differenze linguistiche, si possano coltivare progetti ed iniziative comuni e rafforzare legame antichi e costruirne di nuovi, non è patrimonio nè di austriacanti nè di sognatori. Il disegno di un’Europa unita avrà bisogno di zone di sutura, in cui i vecchi confini statali si diluiscano più generosamente che altrove ed in cui l’artificiosità delle frontiere nette tra lingue e popoli possa invece dissolversi gradualmente in territori comuni, in aree di più intenso scambio e di frequentazione transconfinaria. Aree-ponte, territori che anticipino e garantiscano legami che oggi ancora le sovranità statali circondano sempre di qualche diffidenza e qualche complicazione amministrativa in più.

E’ pensabile, è auspicabile che qualcosa del genere avvenga nella regione centrale delle Alpi, magari a partire dal territorio dell’antico Tirolo?

Penso di sì, a patto che si rispettino alcune condizioni, che provo ad individuare schematicamente:

a) bisogna evitare ogni idea di restaurazione nostalgica, o – peggio ancora – ogni obiettivo di emarginazione etnica; qualsiasi ambiguità a questo proposito si trasformerebbe in pericoloso boomerang; sarebbe esiziale un disegno che puntasse, ad esempio, ad un “grande Tirolo tedesco”, in cui italiani e ladini fossero ridotti ad infima e marginale componente;

b) bisogna partire da reali obiettivi e contenuti comuni (ambiente, cultura, servizi…) piuttosto che dall’enfasi retorica o simbolica; pensare ad un comune impegno a tutela e promozione delle Alpi, ad un sistema integrato di ricerca e formazione (con Università ed Istituti superiori complementari, con uno scambio intenso di insegnanti e studenti, con istituzioni integrate come biblioteche e centri di ricerca…), ad una politica comune di trasporti, di salvaguardia della salute, di valorizzazione dell’agricoltura montana, ecc., aiuterà assai meglio che parate integrate di Schützen o di pompieri;

c) bisogna aprire questo processo ad una reale partecipazione democratica ed a tutte le regioni confinanti che intendano parteciparvi (forse bisognerà puntare su una Euregio più alpina che tirolese, e sicuramente pluri-lingue e pluri-culturale); il fatto, che ad esempio tra Nord- e Sudtirolo sia stato costituito un “tavolo” assai poco trasparente e democratico, per elaborare al riparo da ogni ingerenza una sorta di disegno costituzionale neo-tirolese, o che il Vorarlberg – vista la tendenza che attualmente caratterizza la politica per l’Euregio Tirolo – si sia sganciato, e che a sua volta il Trentino venga piuttosto tenuto a margine, non sono di buon auspicio; senza il reale dibattito e consenso delle popolazioni di tutte le aree interessate, non potrà essere disegnata una visione partecipata e condivisa per un futuro comune;

d) bisogna che una Regione europea sia veramente inserita in un contesto di integrazione europea, e con legami verso altri processi paralleli (p.es. Istria, Paesi Baschi.. ecc.), in un quadro di coinvolgimento degli Stati co-interessati e di promozione del regionalismo/federalismo; non avrebbe grande respiro un tentativo di Euregio isolato dallo sviluppo del regionalismo europeo, e visto magari come surrettizia via al raggiungimento di obiettivi di qualche irredentismo.

Detto questo, e tenendo conto delle differenti aspettative e visioni che un simile processo evoca, si può tranquillamente accettare di partecipare ad una prima fase di consultazione pubblica – non di negoziato dietro le quinte – per tentare di immaginare in carne ed ossa una possibile Euregio. Essa potrebbe in fondo realizzare in termini più vasti qualcosa che era contenuto anche nell’originaria concezione della stessa Regione Trentino – Alto Adige, la quale non era stata “inventata” soltanto per sottrarre ai sudtirolesi il tranquillo ed esclusivo godimento della “loro” autonomia, bensì anche nella convinzione che la civiltà dell’arco alpino – pur nella grande diversità di lingue, dialetti, modi di coltivare e di costruire – rappresentasse un qualcosa di unitario, suscettibile di legare tra loro popolazioni ed economie, culture e patrimoni naturali. Le esperienze dell’Arge Alp e dell’Alpe Adria hanno rappresentato ulteriori positivi passi nella medesima direzione, e se il cammino dell’Euregio prenderà questa strada – e non inforcherà bandiere di divisione e di provocazione – potrà portare buoni frutti. (Alexander Langer)

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Da “LA STAMPA” di sabato 4 luglio 2009 (reportage di Mario Baudino)

UN GIORNO A BOLZANO “ORA VIA DA ROMA”

Durnwalder a Maroni: non riducete la nostra autonomia

IL VIMINALE Apre un «Tavolo della convivenza» perché le etnie ormai si diffidenti. Una manifestazione di Schútzen in Alto Adige

Ritorna la questione altoatesina. Dal bar pasticceria Monika, vicino al mercato di Piazza delle Erbe, all’hotel Città di piazza Walther ci saranno sì e no duecento metri, due lingue, due mondi.

Nel primo risuona il tedesco, nel secondo l’italiano. Dati i molti turisti, c’è anche la possibilità dell’inglese, come all’Università di Bolzano dove, turisti a parte, si è realizzato il triangolo perfetto, perché ci sono corsi in ciascuna di queste tre lingue.

L’Alto Adige non è solo Schutzen che marciano sognando l’Austria o italiani che si sentono messi nell’angolo. E’ anche il modello che Reinhold Messner, alla Fiera di Francoforte, additava a un pubblico tedesco come la soluzione migliore, o forse la migliore utopia, per il Tibet di cui si è fatto paladino. Il ponte fra culture. Lo snodo.

Allora, perché aprire un «tavolo della convivenza» con tutte le forze politiche e sociali – esclusa una parte della sinistra, che lo ha disertato -, come è avvenuto proprio ieri alla presenza del ministro Maroni? Le risposte sono molte. Alcune stanno nella cronaca recente, dalla guerra ai monumenti alla proposta di andare alle manifestazioni sportive con una bandiera sudtirolese, per non parlare delle richieste di clemenza in favore dei terroristi altoatesini riparati all’estero, o del crescente successo degli Schutzen, in origine la milizia di autodifesa locale, che sfilano sempre più numerosi chiedendo di staccarsi da Roma: tanto che il ministro Frattini ha minacciato di «toglier loro i fucili», ovvero la Mauser Karabine 98k (caricata a salve), esibita durante le cerimonie, e forse anche lo spadino degli ufficiali.

Su queste pagine, Gian Enrico Rusconi ha lanciato un allarme: l`Alto Adige, diceva, è sempre più lontano, ma si fa finta di nulla. Quello che Messner considera un capolavoro politico è davvero in crisi? «No, direi che sta cambiando, com’è ovvio – risponde Gunther Pallaver, docente di scienze politiche a Insbruck -. C’è un disagio italiano, che potremmo chiamare la sindrome del vice, e un disagio dei tedeschi. La Prima Repubblica con la sua democrazia concordataria è finita anche qui. Oggi la gente si sente poco rappresentata. La disaffezione per la politica tocca tutti, ma gli italiani hanno un tasso di astensione dal voto superiore del dieci per cento a quello dei tedeschi».

E il sistema rigidamente proporzionale, che prevede quote fisse nei posti pubblici per i gruppi linguistici, li penalizza. «Siccome i tedeschi sono più del 70 per cento, di fatto gli italiani finiscono a fare i vice, al di là di ogni criterio di merito». I servizi pubblici e l’assistenza funzionano bene, la disoccupazione è al 2,4 per cento, il Pil tocca i 34 mila euro pro capite, metà del fabbisogno energetico è coperto con energie rinnovabili, ci sono persino meno immigrati extracomunitari che in tutto il resto del Nord.

Perché lamentarsi, allora? «Semplice, perché qui lamentarsi è il sistema vincente – risponde Riccardo Dello Sbarba, esponente dei Verdi/Grunen -. Lo si è sempre fatto, e si è ottenuto moltissimo. Dopo la completa autonomia provinciale, abbiamo un buon regolamento di condominio e anche un buon amministratore.

Ma ogni comunità fa per sè. Invece bisognerebbe uscire, passare alla convivenza per integrazione. La società civile è molto più avanti della politica, però la politica è imballata. Non riesce neanche ad ammettere l’idea di una scuola davvero bilingue».

Risultato, i ragazzi votano a destra, magari si arruolano negli Schutzen. Con rischi di violenza? «Non esageriamo. Siamo nel cuore d’Europa».

Ed è un cuore caldo, che proprio in questi giorni festeggia senza distinzioni di lingua il riconoscimento delle Dolomiti «patrimonio dell’umanità» ottenuto dall’Unesco.

«E’ stato un grande successo di cinque Province che hanno lavorato insieme – dice l’assessore all’Ambiente, Michael Leimer, capofila del progetto -. La responsabilità per il territorio è un sentimento comune a tutti». Ma poi si è raccolta a Bolzano una folla enorme, mai vista, per onorare l’eroe indipendentista Andreas Hofer. Che cosa significa? «Che è morto nel 1810, non dimentichiamolo. E’ giusto onorare gli eroi e la propria storia».

Magari facendo capire che con Roma è finita? «Le destre tedesche gridano il loro “Via da Roma” esattamente come fa un partito di governo italiano, se non sbaglio. Però restano una minoranza».

Detto questo, la domanda rimane. Perché un tavolo della convivenza? «Perché sono le ragioni della politica – taglia corto il presidente Durnwalder -. Ma la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, tedeschi e ladini, visto che le lingue qui sono tre, non due, vive senza problemi. Vogliamo difendere la nostra autonomia, anche perché a Roma qualcuno pensa che sia troppa. Bisogna fargli capire che non è così».

Il ministro Maroni lo rassicura: «Nessuno vuole ridurre il livello di autonomia dice appena seduto al “tavolo” -. Anzi, non si tratta di ridurre ciò che funziona, si tratta semmai di intervenire dove vi siano disfunzioni, come ad esempio in Sicilia».

Sembra proprio l’offerta di un’alleanza.

(Mario Baudino)

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Antitaliani con strane alleanze

I SEPARATI DELL’ALTO ADIGE

(da “il Corriere della Sera” Ernesto Galli Della Loggia, 8 maggio 2009)

Dapprima il vicesindaco di Bolzano della Südtiroler Volkspartei Oswald Ellecosta, che dice che il 25 aprile lui non può festeggiarlo perché i sudtirolesi sono stati liberati non nel 1945 ma nel settembre 1943 dalla Wehrmacht. Poi la maggioranza di lingua tedesca nel consiglio provinciale, sempre di Bolzano, che approva (con il voto anche di un rappresentante del Pd!) una mozione presentata dal raggruppamento di estrema destra Südtiroler Freiheit, il partito di Eva Klotz affermatosi alle ultime elezioni, con la quale si auspica un provvedimento di clemenza per i terroristi sudtirolesi da decenni riparati all’estero per non scontare le condanne ricevute in Italia, e definiti nel documento «combattenti della libertà». Da ultimo, la notizia che da più parti si vorrebbe che gli atleti sudtirolesi iscritti nelle gare internazionali non gareggiassero più sotto il tricolore italiano, come è avvenuto finora, bensì sotto l’insegna biancorossa della Provincia di Bolzano.

Dunque è ripartita in Alto Adige «la campagna contro gli italiani». Il che sottolinea ancora una volta come la politica accomodante ed economicamente generosissima di Roma nei confronti di Bolzano, perseguita da decenni, non sia valsa per nulla ad assorbire l’irredentismo irriducibile della destra sciovinistica tedesca. Questa appare anzi in crescita, e ha riportato di recente un significativo successo elettorale. È una destra la cui presenza pone ormai in maniera ineludibile il problema della coerenza e della capacità politica della maggioranza moderata della Svp, della sua tenuta.

L’attuale capo del partito di raccolta tedesco, Luis Durnwalder, ha dichiarato al nostro Marco Imarisio di sentire «sul collo il fiato» degli avversari, aggiungendo rivolto agli italiani: «Siete voi che dovete aiutarci. L’Italia dia un segno non ostile, rimuovendo i simboli fascisti da Bolzano».

Sono affermazioni stupefacenti. Si guardi intorno Durnwalder: vedrà i mille segni di una minoranza etnica che è certamente la più tutelata e più ricca d’Europa e probabilmente del mondo. Mille segni, nei quali forse l’Italia c’entra per qualcosa, e che non indicano davvero alcuna ostilità. Dunque il nostro Paese la sua parte l’ha fatta.

Quanto ai simboli «fascisti» a Bolzano e altrove, essi furono sì innalzati dal regime mussoliniano, ma in sostanza sono simboli della vittoria italiana nella prima Guerra mondiale: e così come nessun austriaco o francese si sente offeso, per esempio, dalla statua collocata a Berlino sulla Colonna della vittoria, a ricordo dei successi tedeschi su Austria e Francia nel 1866 e nel 1870, così oggi solo un nazionalista fanatico può adontarsi per l’esistenza di quei monumenti che ricordano fatti di circa un secolo fa.

La verità è che i moderati della Svp e Durnwalder non hanno il coraggio, che invece ebbe a suo tempo Magnago, di impegnare una battaglia politica a fondo contro la destra. La quale per la sua propaganda si fa forte proprio di ciò che essi sono diventati da tempo: un’oligarchia politica soddisfatta, abituata a vivere di rendita, con tutti i limiti e i vizi di un potere senza ricambio. Un’oligarchia che quando si sente minacciata sa solo chiedere aiuto agli altri invece di cercare di correre ai ripari da sola. (Ernesto Galli della Loggia)

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IL CONFLITTO ETNICO “BEN TEMPERATO”

di ALEXANDER LANGER – 1.1.1986, da: Etnicità e potere, a cura di P. Chiozzi, cluep editore, 1986.

– Flash storico: Il Sudtirolo (Alto Adige, provincia di Bolzano) è stato territorio austriaco ed asburgico per circa sei secoli –
Abitato prevalentemente da popolazioni di lingua tedesca e ladina, parte del Tirolo storico, e come tale elemento integrante di un’entità plurilingue. Al termine della prima guerra mondiale fu annesso, contro la volontà della popolazione, all’Italia. Questo fatto, nel corso degli 60 anni trascorsi da allora, comportò numerose e profonde modificazioni: l’immigrazione – favorita e promossa dallo Stato italiano – di una consistente popolazione di lingua italiana (oggi un terzo scarso degli abitanti della provincia), l’industrializzazione del fondovalle, la trasformazione in “minoranza nazionale” della popolazione tirolese originaria, il manifestarsi del fascismo italiano anche ed in particolare come oppressione snazionalizzatrice, l’identificazione relativamente forte dei sudtirolesi con il nazionalsocialismo (anche come reazione “tedesca” al fascismo!), la rinnovata appartenenza allo Stato italiano anche dopo il 1945, ma questa volta con un trattato internazionale tra Austria ed Italia che vincolava quest’ultima ad una maggiore tutela delle minoranze ed alla concessione di una speciale autonomia (1946; accordo De Gasperi-Gruber).

Il primo assetto autonomistico del 1948 fu sentito dai sudtirolesi come gravemente insufficiente, una lunga lotta (a tratti anche violenta) – organizzata dalla S.V.P. (partito popolare sudtirolese) – portò una ampia riforma dell’autonomia che venne territorialmente circoscritta al Sudtirolo ed arricchita di molte nuove competenze. Il c.d. “pacchetto per l’Alto Adige” fu varato dal Parlamento italiano alla fine del 1971, si trova tuttora in fase di lenta attuazione, prevede (anche in virtù di due risoluzioni ONU) una certa compartecipazione dell’Austria alla composizione della controversia e vede all’opera – ormai da anni – delle Commissioni paritetiche italo-sudtirolesi che, al riparo di ogni controllo parlamentare, elaborano i decreti con i quali si attuano le misure speciali concernenti l’autonomia sudtirolese. Tali “norme di attuazione dello statuto di autonomia”, emanate dal governo italiano con forza di legge, ai fini della vita quotidiana nel Sudtirolo rivestono spesso una maggiore rilevanza che non le stesse norme statutarie, di rango costituzionale; esse comportano una quantità di regolamentazioni etniche (scuola, uso delle lingue, riserva etnica dei posti del pubblico impiego, rappresentanza di interessi etnici in giudizio, ecc.).

Il conflitto etnico
Negli ultimi anni si è registrata non una diminuzione, bensì un certo aumento di tensione etnica, malgrado fosse stata ampliata l’autonomia sudtirolese attraverso il c.d. “pacchetto” (in vigore dal 1972) e realizzati sensibili miglioramenti dei diritti linguistici e minoritari in genere in favore della popolazione di lingua tedesca e ladina. Alla fine degli anni ’50 e fino ad oltre la metà degli anni ’60 vi fu una serie di attentati ed atti violenti fino alla conclusione del “pacchetto”, mentre oggi il conflitto etnico si manifesta in genere in forme più sottili. Ma il latente o palese contrasto etnico è la nota dominante di tutti i processi anche sociali e culturali che si sviluppano nel Sudtirolo. La dialettica etnica si rivela – nonostante, o forse invece proprio a causa di alcuni congegni del “pacchetto” – una dinamica apparentemente onnicomprensiva cui ogni altro elemento o impulso finisce per subordinarsi. Si può parlare di un etnocentrismo che caratterizza i rapporti tra i gruppi etnici e la loro situazione interna, seppure per ora in forme ed in misura differenziata ma sensibile. È prevedibile che il perdurare e l’intensificarsi del conflitto etnico tenda ad evidenziare forme sempre più analoghe – ma ovviamente concorrenti – di etnocentrismo tra le due maggiori comunità (quella di lingua tedesca ed italiana).
Se ci si chiede come mai nonostante la soluzione del “pacchetto”, congegnata – si sosteneva – per disinnescare la conflittualità etnica, questa medesima conflittualità si sia acuita, si devono analizzare alcuni assai particolari e ben studiati meccanismi di difesa etnica, trasformatisi in fonti di potere etnico che sono stati concordati tra governo italiano e partito popolare sudtirolese (SVP) e che in parte sono stati via via perfezionati ed enfatizzati ben oltre le originarie intenzioni (perlomeno dichiarate).

Sulla base della considerazione – giustissima – che una minoranza, che per sua essenza non può aspirare a diventare maggioranza (come è appunto il caso delle minoranze etno-nazionali o religiose), ha bisogno di una particolare tutela ed autonomia, la minoranza tirolese di lingua tedesca chiese ed ottenne – quasi a mo’ di risarcimento per la mancata autodecisione – un ordinamento che la metteva almeno settorialmente nelle condizioni di essere maggioranza, sul proprio territorio. In tal modo, viceversa, la comunità di lingua italiana divenne minoritaria a livello provinciale. Sia il gruppo tedesco che quello italiano, dunque, vivono al tempo stesso una condizione di maggioranza ed una minoranza, a secondo del quadro di riferimento; solo i ladini sono in ogni caso e soltanto minoranza, eccetto nei propri Comuni.

La cosiddetta “proporzionale etnica”
In numerosissimi ambiti della vita pubblica altoatesina si è venuto affermando, anche in sede normativa, uno specialissimo “principio regolativo”, quello della c.d. proporzionale etnica. Si tratta di un sistema di quote, di contingenti etnici nella ripartizione di cariche ed uffici, posti di lavoro e prestazioni sociali, case, borse di studio, contributi, ecc.
Visto in astratto, tale principio serve a riparare ai torti precedenti (in danno della comunità di lingua tedesca) e dovrebbe garantire un sistema di giustizia distributiva assoluta (a prescindere agli attriti della fase transitoria). In realtà però tale principio tende soprattutto – per sua natura – a consolidare e perpetuare la conflittualità etnica, quando non addirittura a crearla dove precedentemente non esisteva e non si manifestava.

La SVP, il partito di raccolta del potere etnico
Sino a quando la SVP (il partito popolare sudtirolese) rappresentava come principale rivendicazione della popolazione sudtirolese l’istanza autonomistica, la sua conflittualità era tutta indirizzata contro la Stato centrale italiano. In tal senso la questione sudtirolese si presentava soprattutto come conflitto tra una minoranza etno-nazionale e lo Stato. La legittimazione della SVP come partito di raccolta e di rappresentanza unitaria dei tirolesi di lingua tedesca e ladina (con un’adesione intorno al 95%, allora; e che ancora oggi si aggira intorno all’85%) derivava e si rinnovava direttamente alimentandosi dal conflitto con lo Stato.
Da quando tuttavia l’obiettivo autonomistico è in gran parte raggiunto, l’ex partito di raccolta etnica si è progressivamente trasformato in un apparato di potere e di governo, che è sottoposto alle normali tensioni ed ipoteche che risultano dal composito gioco degli interessi ed intenti economici, sociali, culturali e politici.
Per poter mantenere il proprio ruolo di rappresentanza totalitaria dei sudtirolesi di lingua tedesca (e ladina), questo partito si è sempre più trasformato, da “partito dell’autonomia” in “partito della proporzionale etnica”: il conflitto etnico non più e non tanto nei confronti dello Stato, quanto tra i gruppi etnici all’interno della provincia autonoma; un conflitto che può essere evocato efficientemente in ogni occasione di spartizione di opportunità, di mezzi e di potere, e che fornisce a questo partito una nuova legittimazione etnica, al posto dell’ormai assai circoscritto contenzioso verso lo Stato centrale.

Così il Sudtirolo offre l’esempio di un esercizio del potere che agisce – o perlomeno asserisce di agire – in ogni momento in nome di premesse e criteri di tipo etnico, riuscendo ad indicare nel conflitto etnico interno (rispetto al gruppo italiano) ed esterno (verso lo Stato) la contraddizione prevalente o facendola diventare tale, anche dove non lo è affatto.
Due sono gli elementi essenziali che tengono in vita questo meccanismo:
1. La continua evocazione del pericolo (reale e/o immaginario) che minaccia la comunità tirolese. Quando manchino i pericoli reali a questo scopo si possono utilizzare ottimamente dei conflitti e delle controversie ad alto valore simbolico (p. es. questioni di toponomastica, di denominazioni in genere, di bandiera, ecc.); ogni occasione o pretesto di contrapposizione etnica e chiusura a blocco viene colta, enfatizzata ed addirittura ricercata. L’obbligo di iscrizione nominativa in uno dei tre gruppi linguistici, decretato nel 1981, era finora la più ampia e penetrante di queste occasioni.
2. Un numero più ampio possibile degli appartenenti al gruppo etnico deve poter fare l’esperienza che “conviene” accettare il corporativismo etnico; che in nome delle rivendicazioni etniche si riesce ad ottenere di più che non in nome di istanze p. es. sociali. Se dunque gli operai di lingua tedesca si rendono conto – o almeno lo credono – che le conquiste etniche anche in tema di lavoro, casa, salario ecc. risultano più vantaggiose che non le lotte e conquiste sociali, continueranno, nella loro maggioranza, a sostenere il potere etnico, sperando caso mai che la mancata redistribuzione sociale venga equilibrata e compensata da uno spostamento etnico di risorse a vantaggio anche dei ceti più deboli (ecco il funzionamento della “proporzionale etnica”).

Nella comunità italiana si nota un progressivo scivolamento verso la stessa dinamica, e nella attuale lotta per la salvaguardia dei posti di lavoro nelle fabbriche (italiane) della zona industriale di Bolzano si invocano sempre più apertamente, anche da parte sindacale, ragioni etniche (pro-italiane).
Per non scendere nei dettagli della quotidiana conflittualità sulla casa, il pubblico impiego ed altri aspetti della vita sociale regolati dalla “proporzionale etnica” che ha precedenza (anche legale) sulla qualificazione ed il bisogno.

Il conflitto etnico “ben temperato”
Una della conseguenze (ed assai probabilmente, al tempo stesso, il vero obiettivo) di questo modello di potere così fortemente canalizzato in senso etnico, nel quale anche la partecipazione politica e la stessa distribuzione di cariche di governo avviene in chiave etnica che ha la priorità sui criteri di rappresentanza politica, è il perdurare del predominio sostanzialmente incontrastabile della SVP, ma anche i toni via via più nazionalistici dei “partiti italiani” che ormai a loro volta invocano a propria legittimazione soprattutto la difesa degli interessi “italiani”, a titolo etnico.

Solo una tradizione politica più differenziata ed articolata, e la necessità di non perdere i collegamenti con la realtà nazionale italiana, impediscono per ora che si realizzi compiutamente anche sul versante italiano un partito di raccolta etnica, e non c’è da stupirsi troppo se i tentativi inter-etnici di comunisti e socialisti sono sostanzialmente falliti: in fondo il potere politico del Sudtirolo è organizzato in modo tale da postulare il “partito etnico” come elemento immanente del sistema. Persino nel terzo gruppo etnico, quello ladino, oggi si registrano sensibili tendenze verso un’autonoma rappresentanza etnico-politica.
Visto che il partito etnico per eccellenza è la “Südtiroler Volkspartei”, e che il suo potere si fonda essenzialmente sul conflitto etnico, e visto che tale modello esercita il suo fascino ormai anche in campo italiano, non ci si può attendere che da quelle forze venga un impulso a modificare il sistema.
Il quale presenta, tuttavia, un inconvienente intrinseco: così come il potere etnico sin qui descritto verrebbe messo in crisi dall’allentamento della tensione etnica – obiettivo perseguito dalle forze del c.d. “altro Sudtirolo” che si battono per il superamento di molte barriere etniche – esso correrebbe pericoli anche da un’eccessiva acutizzazione del conflitto etnico, che finirebbe per mettere in forse il potere e l’autonomia finora acquisiti. Una ritrasformazione della SVP da partito dominante e di governo in battagliero partito della minoranza etnica in lotta contro lo Stato pare difficilmente immaginabile e non potrebbe avvenire senza profonde crisi. Analogo ragionamento varrebbe per l’ipotesi di un abbandono in massa dei partiti italiani nazionali, da parte della loro base italiana, in favore di una sorta di formazione etnica italiana localistica (un “melone” tricolore di triestina memoria).
“L’attuale ordinamento autonomistico – per dirla con il prof. Anton Pelinka dell’Università di Innsbruck – comporta che le forze dominanti debbano essere interessate al mantenimento del conflitto etnico non deve né perdere la sua importanza, né uscire dal controllo di queste forze”.

Contro-tendenze
Oggi sembra che la tranquilla perpetuazione del modello di potere etnico basato sulla persistenza di una conflittualità etnica né troppo bassa, né troppo alta, sia messa in forse da una radicalizzazione che negli ultimi recenti anni e mesi è stata sotto gli occhi di tutti gli osservatori locali ed esterni. D’altra parte sembra inevitabile che un modello basato sulla conflittualità etnica immanente non possa sempre contenerne le spinte, tanto più che i contrasti etnici (e religiosi) sono quanto di più incontrollabile e coinvolgente si possa immaginare.
Tuttavia si sono anche rafforzate delle tendenze contrarie alla permanente contrapposizione e mobilitazione etnica; c’è chi lavora per superare il senso di reciproca minaccia e pressione e tra i gruppi etnici e tenta di affermare obiettivi, temi ed iniziative comuni, al di là dei confini dei gruppi stessi e cercando di affermare dialettiche anche diverse da quella etnica. Sostanzialmente si tratta di quell'”altro Sudtirolo” che – rappresentato anche sulla scena politica – si batte per l’affermazione positiva di un modello di convivenza pluri-etnica e pluri-culturale, pur mantenendo l’identità delle tre comunità linguistiche esistenti.
In questa prospettiva è evidente il forte peso che va attribuito al bilinguismo, inteso come conoscenza almeno passiva, ma possibilmente anche attiva dell’altra lingua (tedesca o italiana) e quindi come strumento attivo di convivenza, di segno di disponibilità ad una cultura della convivenza.

………….

…. Vi proponiamo qui di seguito alcuni articoli, alcuni di carattere autobiografico, di Alex Langer, sul tema dell’irredentismo sudtirolese:

Dissidenti sudtirolesi

1.3.1986

A metà degli anni ’60 comincia a manifestarsi un po’ più liberamente il dissenso sudtirolese di lingua tedesca. Principale luogo di incubazione: la “Südtiroler Hochschulerschaft”, l’associazione degli universitari, i quali essendo il Sudtirolo privo di Università sono sparsi in numerose città universitarie, a maggioranza in Austria: Innsbruck, Vienna, Graz, Padova, Firenze, Milano, Bologna, Salisburgo, Roma, Monaco, Zurigo, Venezia… Sarà questa la prima e a tutt’oggi l’unica organizzazione di massa sudtirolese in cui prevale, fin da quel tempo, una maggioranza non conformista. Mi ci impegno anch’io, rafforzato dal fatto di avere un “gruppo misto” alle spalle. I nostri temi principali sono la battaglia per la democratizzazione e il pluralismo ideale e politico nella comunità di lingua tedesca. Non ci basterà lo “skolast”, la rivista degli universitari: Con Siegfried Stuffer e Josef Schmid fondiamo “die brücke” il ponte, nel 1967. Non sempre siamo d’accordo su tutto: quando scrivo della necessità di una “nuova sinistra” (novembre 1967) e di arrivare all’organizzazione pluri-etnica nella politica sudtirolese (1968), il collettivo redazionale vuole sottolineare che si tratta di idee solo mie. Sul “pacchetto” si delinea una posizione comune: fare presto e andare oltre. Nel 1969 “die brücke”, che dal 1968 aveva cominciato a ospitare articoli anche in lingua italiana, cessa le pubblicazioni, Le strade dei redattori si dividono: chi approda alla socialdemocrazia sudtirolese, chi al partito comunista, chi alla sinistra extra-istituzionale. Nel nostro “laboratorio letterario” hanno pubblicato le loro prime opere Norbert C. Kaser, Joseph Zoderer, Roland Kristanell e altri. E nell’insieme “die brücke” aveva dimostrato la possibilità di un cammino autoctono della giovane sinistra tirolese. Tra i suoi interlocutori più solidali e disponibili troviamo l’avv. Sandro Canestrini, uomo di sinistra che ha saputo capire e distinguere tra i “dinamitardi” tirolesi e il bacillo neonazista.

Spiegare il Sudtirolo

1.3.1986

Da decenni, ormai, mi sento impegnato nello sforzo di “spiegare il Sudtirolo”; di coinvolgere l’attenzione e l’apporto di amici democratici alla causa dell’autonomia e della convivenza nella mia terra.

Al di là della necessità di evitare l’isolamento ed il piano inclinato dei revanscismi, c’è anche una forte convinzione che mi sorregge: leggo nella situazione sudtirolese una quantità di insegnamenti ed esperienze generalizzabili ben oltre un piccolo “caso” provinciale.

Essere minoranza, senza per questo chiudersi in lamentele e nostalgie; coltivare le proprie peculiarità, senza per questo scegliere il “ghetto” e finire nel razzismo; sperimentare le potenzialità di una convivenza pluri-culturale e pluri-etnica; partecipare a movimenti etno-nazionali, senza assolutizzare il dato etnico; lavorare per la comunicazione inter-comunitaria… a volte penso che tanti aspetti del futuro europeo potrebbero essere sperimentati e verificati in corpore vili, con grande profitto. Peccato che la politica dominante vada in direzione opposta (piuttosto verso Cipro, il Libano, ecc.) e che così pochi al di là dei nostri confini provinciali se ne accorgano.

Perché noi non odiamo gli italiani?

1.3.1986, autob. “minima personalia”

Percepisco che il clima in casa è diverso da quello fuori, anche nella seconda metà degli anni ’50, quando si va verso gli attentati dell’autonomismo e irredentismo tirolese. So già abbastanza bene l’italiano: i genitori ci tengono che a scuola io lo studi bene, e mi avevano persino mandato all’asilo italiano. Insieme ai fratelli registro la differenza etno-linguistica tra la gente come un gioco: per strada ci mettiamo a indovinare chi è “tedesco” e chi è “italiano”, e verifichiamo col saluto. Non ci si sbaglia quasi mai. Dopo i primi attentati avverto una certa differenza di tono tra mia madre (più solidale con le ragioni tirolesi) e mio padre (più preoccupato dei possibili rigurgiti nazisti). Più marcata è la differenza di toni in famiglia e fuori. Mi sento un po’ insicuro se un “ciao” italiano usato in famiglia possa essere un tradimento, una dissociazione. A mia madre chiedo “perché noi non odiamo gli italiani?”. Mi spiega, tra l’altro, che se è vero che i fascisti hanno licenziato mio padre nel 1938, per via delle leggi razziali, è anche vero che dopo il 1943 sono stati gli italiani a salvargli la vita: il magistrato toscano Giovanni Bigazzi, l’avvocato trentino Domenico Boni, uno sconosciuto contrabbandiere e qualcun altro. E che, viceversa, lei e i suoi genitori, perché contrari all’opzione per la Germania di Hitler, erano stati isolati nel paese. “Né tutti i tedeschi, né tutti gli italiani sono buoni o cattivi, bisogna distinguere”.

Ancora un censimento: quattro desideri

1.8.1989, da “Alto Adige” – Scritti sul Sudtirolo

La questione del censimento etnico è diventata ormai quasi un feticcio dell’autonomia sudtirolese, tanto da poter far perdere di vista verità elementari e persino ovvie. E’ bene, dunque, che questa volta se ne discuta ampiamente, ampiamente, senza tabú ed alla luce del sole, in tempo utile, affinché la società altoatesina non rischi di trovarsi, nel 1991, una seconda volta ingabbiata da automatismi che forse alla fine nessuno voleva, ma che funzionano – una volta messi in moto – come un’inesorabile e preciso carro armato.

Proviamo a ragionare in modo semplice e chiaro. In un contesto, nel quale la convivenza tra persone di diverse lingue e culture costituisce una ragion d’essere importante dello stesso ordinamento, è senz’altro utile sapere periodicamente quante persone parlino questa o quella madrelingua e/o si considerino comunque appartenenti ai diversi gruppi linguistici (purchè non vi sia coercizione, e le scelte possibili rispettino la libertà delle persone e la realtà della situazione). Conoscendo la consistenza dei diversi gruppi linguistici, per quanto una rilevazione per forza di cose comunque semplificante la possa accertare, si viene – per esempio – a sapere se la tutela delle minoranze e la perdurante compresenza di più gruppi linguistici sullo stesso territorio riesce a funzionare bene, e con quali evoluzioni demografiche, sotto il profilo etno-linguistico. Quindi nessuno potrà trovare inutile o dannosa la rilevazione periodica della consistenza dei gruppi linguistici sul nostro territorio, e teoricamente si potrebbe addirittura pensare ad un censimento assai differenziato, capace di rilevare anche la presenza di immigrati di provenienza africana, asiatica o americana.

Assai meno accettabile è, nella nostra situazione, considerare il censimento linguistico come un’occasione di ostentazione di compattezza o di fedeltà etnica o addirittura di competizione demografico-numerica tra gruppi: per fortuna oggi in Alto Adige esistono ben altre e più positive possibilità di manifestare la propria identità culturale ed il proprio ataccamento alla lingua ed alle tradizioni: nella vita quotidiana, soprattutto culturale e politica, vi sono mille occasioni per praticare la propria lingua, cultura ed identità etnica – per chi lo desideri – senza dover ricorrere ad artificiosi banchi di prova.

Serve, dunque, un censimento linguistico il più possibile veritiero, libero, realistico e sdrammatizzato, e non sarebbe difficile realizzarlo, almeno in questa Provincia (magari potrebbe essere utile ed interessante anche altrove, almeno dove se ne esprima il desiderio): per semplicità si dovrebbe, a mio giudizio, preferire la formula già usata nel 1971, con 4 caselle per segnare la propria appartenenza al gruppo linguistico italiano, ladino, tedesco o altro, facendo poi le proporzioni tra i gruppi linguistici – naturalmente – solo tra chi ha scelto una delle tre dizioni univoche. Ovviamente tale rilevazione va fatta, come ogni accertamento statistico che si rispetti, in modo totalmente anonimo e segreto, senza possibilità di utilizzare quelle “crocette” sul modulo per alcun fine particolare, e mai comunque per identificare la scelta etnica della singola persona.

Quello che invece assolutamente non va – e non ci sono soluzioni bizantine che tengano – è l’abbinamento della rilevazione statistica (quanti siamo che ci consideriamo parte di questo o di quel gruppo linguistico) con una scelta personale e nominativa di status (una specie di prenotazione per posti o alloggi “tedeschi” o “italiani”, ecc.). Ciò non è previsto dallo statuto di autonomia, che fissa solo la “proporzionale” come criterio di ripartizione di certi posti nel pubblico impiego statale, ma che mai si sarebbe potuto sognare di introdurre alcuna schedatura e registrazione etnica nominativa, e ciò contrasta – come si é visto dai tanti e tanti conflitti – con fondamentali esigenze di libertà personale che non devono essere ulteriormente coartate.

Ora qualcuno chiederà: ma come si fa allora ad assegnare i posti nel pubblico impiego statale, e le case, e le borse di studio, e come si può ammettere all’esame di patentino qualcuno che non si sia “dichiarato”…?

Ma è mai possibile che il tarlo benedikteriano-berloffiano sia già entrato così profondamente nella mente di tante persone da non poter neanche immaginare un grosso ridimensionamento della necessità di identificazione etnica nel nostro ordinamento (non ammissibile per nessun’altra finalità che non l’ammissione al pubblico impiego statale, ex art.89 dello statuto) e da non poter pensare ad una semplice dichiarazione, magari davanti al segretario comunale, nei pochi casi in cui davvero sia necessaria per legge? In fondo si tratta di spartire qualcosa come 7000 posti di lavoro nel pubblico impiego statale secondo la proporzionale voluta dallo statuto, di cui nel corso di un decennio censuario verranno assegnati si e no 2-3000! E per poter assegnare questi 3000 posti si devono schedare 450.000 persone?

Voglio solo ricordare che l’ordinamento scolastico altoatesino (diviso per gruppi linguistici e con l’obbligo di impiegare insegnanti di madrelingua) ha funzionato benissimo dal 1945 al 1981 senza censimento etnico, sulla base di una semplice dichiarazione degli insegnanti che venivano assunti. Altrettanto si dica del pubblico impiego regionale, provinciale e comunale: sin dagli anni 1959/60 erano previste norme di ripartizione etnica, e per due decenni tali norme hanno funzionato senza alcun bisogno di schedatura etnica generalizzata della gente.

Semmai si potrebbe al massimo prevedere che chi si dichiari di un gruppo linguistico, debba poi sostenere i principali esami di concorso in quella lingua, salva – ovviamente – la necessità di conoscere entrambe le lingue ufficiali.

Concludendo, dunque, voglio ribadire che nessuna necessità statutaria prevede il censimento etnico nominativo, ed i guasti prodotti da questa decennale prova di forza e di compattezza etnica sono ormai fin troppo noti. Non esiste, a mio modesto avviso, alcuno spazio per soluzioni pasticciate, parziali esoneri, complicati conteggi, quarte o quinte gabbie per “mistilingui”, e via dicendo. Esiste la strada maestra – ed è davvero strano che non se ne voglia prendere atto – del ritorno al censimento linguistico anonimo del 1961 e 1971 (meglio nella formula 1971), e ad un generale depotenziamento della necessità di identificazione etnica burocratica nel nostro ordinamento. Sarebbe non solo un bene per tanta gente, ma anche un modo per ridare fiducia nella riformabilità di quel groviglio di codicilli che è diventato l’originario e non brutto disegno autonomistico

Perché vado al Brennero e cosa andrò a dire

15.9.1991, In: “IL MANIFESTO”

Alexander Langer, invitato dagli organizzatori della manifestazione al Brennero intitolata “Riflettere sul Tirolo” a prendere parte ad una delle tavole rotonde della manifestazione, ha deciso di accettare, motivando così la sua partecipazione:

La manifestazione “pan-tirolese” convocata per domenica 15 settembre 1991 al Brennero da un comitato ad-hoc (a far parte del quale ho declinato l’invito) non va nè sottovalutata, nè demonizzata a priori. Costituisce, mi pare, un tentativo – perlomeno da parte dei promotori – di utilizzare a proprio favore il nuovo clima internazionale, intriso di diritti umani, di autodeterminazione democratica, di revisione dei vecchi ordini derivanti dalle guerre mondiali (di Yalta, e magari anche di Versailles, di St.Germain, di Trianon..). Forse si potrebbe dire che gli organizzatori, comprendendo che i revanscismi ed i vecchi nazionalismi (soprattutto di marca tedesca) sono sempre meno presentabili, si sforzano di vestire “i panni (degli accordi) di Helsinki”, cercando di non ripetere la disgustosa parata con la corona di spine (Innsbruck 1984), alla quale assistettero allora impassibili tutte le massime autorità austriache e sudtirolesi, Rolando Boesso compreso… Che poi, al tempo stesso, alcuni vogliano farne una sorta di nuova Castelfirmiano, questa volta col “los von Rom”, al posto del “los von Trient”, non deve meravigliare. Basta esserne consapevoli e metterlo in conto. Personalmente ritengo di poter fornire un contributo critico di riflessione, e di avere alle spalle esperienze e posizioni solidamente inter-etniche, tali da non rischiare di essere confuso con i promotori. Che, a loro volta, dovranno fornire domenica la prova per dimostrare se i loro “panni di Helsinki” sono veri o sono solo una mascheratura di comodo. Ogni ostentazione nazionalista o militaresca farebbe ben presto fallire questa prova.

E io cosa andrò a dire? Innanzitutto che il Sudtirolo è di tutti quelli che oggi lo abitano, e che quindi ogni discorso sul suo futuro deve essere fatto in primo luogo da tutti gli abitanti di questa terra, insieme, senza distinzione tra gruppi linguistici o “anzianità di residenza”, e senza delegare i propri destini nè a Roma, nè a Vienna, nè a Trento, nè a Innsbruck; pur con tutta la volontà di tessere e mantenere buoni rapporti con tutti i nostri vicini e con chi ha responsabilità statuali o inter-statuali verso l’Alto Adige. Poi dirò che mi sembra che oggi molta più gente che in passato accetti e condivida convintamente l’idea che il Sudtirolo sia terra pluri-lingue e pluri-culturale, e che su questa strada bisogna andare avanti. Tali caratteristiche devono impregnare tutta la vita pubblica e sociale della provincia, che deve godere di un suo particolarissimo autogoverno autonomistico, che può ancora essere sviluppato molto. Ovviamente la coesione tra abitanti di diversa lingua ed il riconoscersi in un “noi” comune ed inter-etnico di tutti gli altoatesini/sudtirolesi (accanto ai “noi” dei singoli gruppi linguistici) sono fondamentali, e lavorare a consolidare questo “noi” continua ad essere il primo compito di chi vive qui. Solo una comunità locale unita e solidale, oltre le differenze etno-linguistiche, e garante della piena partecipazione di tutti i suoi componenti, senza discriminazioni, può davvero autogestirsi, autogovernarsi, autodeterminarsi. Altrimenti ci si incamminerebbe su una strada che nel suo esito più catastrofico possiamo vedere nell’esperienza cipriota o in quella croata: ciò che per una delle comunità etniche conviventi è visto come liberazione, per l’altra è oppressione, e quindi farà di tutto per opporvisi, anche violentemente, e chiamando in causa i suoi “protettori” esterni.

Va invece sviluppata molto la qualità e la quantità delle relazioni, degli scambi e delle iniziative comuni con le regioni vicini, innanzitutto con il Tirolo austriaco, con il Trentino, col Vorarlberg, con il cantone dei Grigioni. Sempre più si consolida un tessuto comune di problemi, di soluzioni, di ordinamenti, di valori, di economie, di società nell’arco alpino, ed il Tirolo storico da questo punto di vista può essere un utile riferimento, non solo “nostalgico”. Perché non pensare, per esempio, in una futura Comunità europea allargata (perlomeno all’Austria), ad una circoscrizione elettorale “grande-tirolese” per il Parlamento europeo, eleggendo una comune rappresentanza tra Alto Adige, Tirolo austriaco, Trentino e Vorarlberg ed anticipando analoghi sviluppi in altre parti del nostro continente? Perché non moltiplicare e valorizzare le occasioni anche istituzionali di cooperazione transfrontaliera (sedute comuni dei consigli rappresentativi, ARGE ALP, accordino potenziato, nuovi organismi di cooperazione…)? Perchè non fornire tutti gli abitanti di quest’area di alcuni presupposti comuni (conoscenza delle due lingue maggiormente parlate nell’area, e di elementi della cultura ladina; conoscenza della reciproca storia, geografia, economia, ecc.; scambi frequenti tra giovani; comune impegno di tutela ambientale; comuni insegnamenti almeno universitari, ecc.)?

Il riferimento alla memoria del vecchio Tirolo storico non può, naturalmente, significare che l’orologio possa essere riportato al 1918: è evidente che, se tutti gli abitanti del Sudtirolo ormai possono sempre di più sentirsi “altoatesini” o “sudtirolesi” senza grandi difficoltà ed a pieno titolo, sarà assai più improbabile che tutti possano e vogliano sentirsi tirolesi, o italiani, o austriaci, o trentini… La storia non passa invano e lascia le sue tracce, e dell’identità sudtirolese o altoatesina di oggi fa parte proprio la composizione stabilmente pluri-lingue di questa regione. E solo se tutti i suoi abitanti se ne sentono “condomini a pari titolo”, si potrà irrobustirne l’autonomia, estenderne i rapporti esterni, migliorarne l’autogoverno.

Ecco perchè, pur non volendo disconoscere il diritto democratico all’autodeterminazione e pur consapevole dell’ingiustizia dell’annessione del 1919 (senza plebiscito e palesemente contro la volontà della popolazione), non trovo utile e positiva oggi l’invocazione dell’autodecisione (peraltro non condivisa da larghe masse), che rischia di aumentare le tensioni, di ri-polarizzare le comunità etno-linguistiche in una insana contrapposizione e di suscitare fantasmi che nella realtà sociale, culturale, umana e politica della popolazione in realtà non hanno consistenza. I problemi ancora aperti e controversi (compresi quelli ad alto valore simbolico come quelli della toponomastica, dei monumenti, ecc.) non si risolvono meglio in tale clima, e le prove di forza possono solo nuocere. Ciò vale per ogni manifestazione di ostentazione e di intolleranza nazionalista, per le “solleticazioni autodecisioniste”, per il censimento etnico, per le insabbiature giudiziarie dei torti che sembrano gravare su certi apparati dello stato italiano, per ogni esaltazione del ruolo della violenza e per ogni affermazione di ostilità o incompatibilità etnica. Comprese le roboanti riaffermazioni di “italianità” o la demonizzazione a mezzo stampa di chi sogna l’autodecisione.

Dirò infine ai tirolesi austriaci, così come l’abbiamo sempre detto ai trentini, agli italiani, agli austriaci, ai bavaresi ed a tutti quelli che si interessavano del Sudtirolo, che siamo contenti se vorranno prendere parte alle nostre vicende e rinsaldare vecchi legami e nuovi rapporti, ma che non possono nè fingere che il Sudtirolo sia abitato solo da persone di una lingua, ignorando ed a volte irritando i nostri conterranei e fratelli di altra lingua, nè ritenersi loro padroni di questa terra che – in senso morale e culturale – non “appartiene” nè all’Austria, nè all’Italia, nè al Trentino, nè al Tirolo austriaco, ma alla gente che ci vive. La quale – a grande maggioranza – non ha nessuna voglia, oggi, di farsi dividere da artificiose (ed inesistenti) alternative o invadenti presenze esterne che vorrebbero tirarci più a nord o più a sud o che propongono nuove spartizioni. Mentre ha gran voglia di sviluppare la propria vocazione alpina, pluri-culturale, autonomistica ed europea, lavorando a superare frontiere e divisioni piuttosto che spostarle o addirittura introdurne ex-novo.

Riflettere sul Tirolo: è il momento dell’autodecisione?

19.9.1991, Da “IL MATTINO”

No, non è stata la nuova “Castelfirmiano” dell’autodecisione o della riunificazione del Tirolo. La manifestazione del Griesberg al Brennero, domenica 15 settembre 1991, era troppo piccola e troppo contraddittoria per proiettare quel messaggio, da alcuni sperato, da altri temuto. “Via da Roma” (ma anche da Vienna, come si leggeva su qualche cartello?), “Il Tirolo da Kufstein a Salorno” (o fino a Borghetto/Ala, secondo gli autonomisti trentini?), “Tirolo – Regione Europea”, “Autodecisione subito!”, “Finchè gli Schützen non avranno le armi, la libertà sarà indifesa”, “l’Europa delle Regioni” (ma anche delle Patrie) ed altro ancora si poteva avvertire negli slogans e sugli striscioni del raduno di circa 4-5000 persone. Di fronte ad una risoluzione finale piuttosto moderata, stridevano un po’ alcune delle parole d’ordine assai più estremiste e le salve di fischi, ed anche la cancellazione sistematica degli altoatesini di lingua italiana (non rimpiazzabili certo dai trentini o addirittura dai nostalgici e secessionisti milanesi o piemontesi..) fa apparire in una luce poco simpatica un futuro pan-tirolese. E che, infine, le discussioni (pluraliste) previste intorno al tema del futuro tirolese non abbiano trovato spazio nel raduno, e che in compenso la Messa e la predica siano state estremamente politicizzate, non ha contribuito ad elevare la qualità della manifestazione. Se la “Südtiroler Volkspartei” è stata massicciamente e sonoramente attaccata per il suo doppio-giochismo, anche i promotori della manifestazione del Brennero non hanno, in fondo, chiarito se stanno con la risoluzione finale approvata o con le parole d’ordine ben più spinte che dominavano l’atmosfera dell’adunata. I due capi di governo, Durnwalder e Partl, si sono presi le loro razioni di fischi – ma ad Eva Klotz è stato precauzionalmente negato il microfono. Bisognerà ora verificare se una risoluzione finale piuttosto misurata fungerà solo da apripista alla polarizzazione etnica e se le argomentazioni incardinate sui diritti umani e dei popoli finiranno per riaccreditare vecchi risentimenti nazional-tedeschi, o se invece sia iniziato davvero un serio processo di riflessione sul Sudtirolo, sul Tirolo, sulle Alpi e sulla regionalizzazione della futura Europa unita. Certamente qualche tono esagitato al Brennero è ascrivibile anche alle reazioni all’arroganza del potere SVP ed ÖVP ed alla loro convinzione che la politica altoatesina debba svolgersi essenzialmente indisturbata nelle segrete stanze della commissione dei 6, tra i corridoi dei ministeri degli esteri a Roma ed a Vienna ed attraverso le pastette della coalizione che governa a Bolzano.

Dopo il Griesberg e di fronte agli eventi in Europa, la discussione sull’autodecisione non potrà essere semplicemente ignorata – per quanto sia evidente che oggi certamente la grande maggioranza dei sudtirolesi non desideri essere interpellata con un plebiscito. E ciò che sta avvenendo in Croazia dovrebbe preservare tutti i tirolesi da ogni facile demagogia. “Riflettere sul Tirolo” può essere una sfida cui rispondiamo serenamente e senza para-occhi. Ma è chiarissimo che da parte sudtirolese questa riflessione deve vedere protagoniste, a pari titolo, tutte e tre le comunità etno-linguistiche conviventi, e deve essere fatta insieme tra loro. Non vi può essere alcun miglioramento della situazione che appaia agli uni come liberazione ed agli altri come minaccia. Chi spaccasse il Sudtirolo, non potrebbe costruire rapporti inter-tirolesi più stretti.

Schedatura etnica? no, grazie…

1.10.1991, omnibus

Nonostante un certo progresso nella distensione etnica e promesse apparentemente serie di riforma, anche nell’ottobre 1991 si è ripetuto un censimento-schedatura, per obbligare i cittadini residenti in Alto Adige a dichiararsi appartenenti (o comunque aggregati) ad uno dei tre gruppi linguistici ammessi (italiano, ladino, tedesco).

Contro tale imposizione è stato pubblicato un appello, appoggiato da molte persone della vita pubblica, avente per primi firmatari, tra altri, Alexander Langer e Reinhold Messner; l’appello – che qui viene riprodotto – ha ricevuto anche il sostegno di numerosi parlamentari europei, di diversi gruppi politici.

Al momento di andare in stampa, non si conoscevano ancora i dati del censimento etnico 1991.

Schedatura etnica? no. grazie…

Molte cose in Alto Adige sono cambiate in meglio, da quando l’infausta contrapposizione etnica è stata superata grazie ad una migliore conoscenza e comprensione reciproca. Invece che contendersi questa terra, centimetro per centimetro, tra blocchi etnici ostili, si è cominciato a capire che il Sudtirolo appartiene a tutti i suoi abitanti e che in pace si convive meglio che nella permanente controversia etnica. C’è posto per più di una lingua, cultura, tradizione, identità – ed è giusto che questo lo si avverta e lo si veda nella vita sociale. Il rispetto per le peculiarità e per l’identità di tutte le persone ed i gruppi linguistici conviventi non sono incompatibili con una convivenza solidale e con una comune assunzione di responsabilità per il presente ed il futuro di questa terra. Nessuno deve più temere di vedersi contestato il proprio diritto ad essere di casa o minacciato nei suoi diritti umani e civili. Chi negli ultimi anni e decenni si è battuto – spesso con grande coraggio e contro corrente – per la comprensione reciproca e per la convivenza, oggi potrebbe di per sè tirare un sospiro di sollievo e godersi, insieme a tutti, i frutti degli sforzi delle minoranze che hanno lavorato per la conciliazione. Il Sudtirolo potrebbe, a buon diritto, presentarsi come positivo esempio europeo.

Come si può allora comprendere che le forze di governo a livello provinciale e nazionale vogliano riutilizzare il censimento generale 1991 per una schedatura etnica nomintativa di tutti i residenti in Alto Adige? Come è potuto succedere che – dopo tanti segni distensivi – si rimuove la brutta lezione del censimento etnico del 1981, limitandosi a piccoli miglioramenti, senza rinunciare però all’obiettivo di fondo? Come è possibile che un’altra volta si vogliano obbligare tutte le persone residenti in provincia di Bolzano – compresi, questa volta, gli adolescenti tra i 14 ed i 18 anni – a firmare una propria dichiarazione nominativa di appartenenza o di aggregazione ad uno dei tre gruppi linguistici riconosciuti (e senza alcuna garanzia di limitare l’uso di tale certificato ai soli scopi previsti nell’art.89 dello statuto)?

Noi che firmiamo la presente dichiarazione, non comprendiamo e tanto meno condividiamo questa decisione delle autorità. Alcuni di noi dovranno sottostare, volenti o nolenti, alla coercizione, per non rischiare la perdita di importanti diritti. Altri prefereriranno assumersi questo rischio, pur di non far inserire il loro nome nel “catasto etnico sudtirolese” e per sottrarsi alla prova di forza, al vero e proprio tiro alla fune, tra i gruppi etnici. A tutti però è comune la preoccupazione che questo nuovo obbligo – che cala dall’alto e che a nostro giudizio supera di gran lunga la regola statutaria che prevede l’accertamento della consistenza dei tre gruppi linguistici – contenga pericolose tensioni e conseguenze, anche per il futuro. Ecco perché, per quanto ci concerne, non ci riconosciamo in questa soluzione e nei risultati che produrrà.

(da http://www.alexanderlanger.org// )

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One thought on “Sudtirolo (o Alto Adige): muro tra etnie o ponte tra culture? il nuovo irredentismo e indipendentismo riapre la questione altoatesina (adesso che l’Unione Europea dovrebbe far superare gli stati nazionali…)

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