La frana di Cancia (in Cadore) ripropone la necessità di un progetto di salvaguardia e sviluppo autonomo e compatibile delle aree di montagna

il Monte Antelao visto da Borca di Cadore
il Monte Antelao visto da Borca di Cadore

La frana staccatasi con l’erosione da un costone del Monte Antelao, in Cadore, a Cancia, frazione di Borca di Cadore, il 18 luglio scorso, riporta ancora una volta alla luce lo stato di crisi geomorfologica dell’area dolomitica, con le frequenti frane e dissesti vari che in quelle (bellissime) montagne ci sono.

E’ una crisi che sembra aggiungersi alle difficoltà di sviluppo di un’economia autoctona e compatibile con l’ambiente che il Cadore (e quella parte dell’area dolomitica più vasta) sta vivendo in questi anni.

Dolomiti pertanto che appartengono ad aree provinciali diverse (Belluno, Trento, Bolzano), ma in particolare a due regioni che si confrontano con esse in modo diverso. Il Veneto (nel caso del Cadore, e pertanto di Borca e della rovinosa frana appena accaduta con due morti) che ha sempre dimostrato una certa difficoltà ad approntare una politica efficace per la montagna, per tutta l’area bellunese. Il Trentino, e le due Provincie istituzionalmente autonome di Trento e Bolzano, che invece sembrano più attrezzate a sviluppare un “progetto per la montagna” (lasciamo per una volta da parte le maggiori risorse delle regioni a statuto speciale, che forse disorienta sul problema vero e può diventare una scusa per ogni difficoltà).

Nella mancanza “veneta” di una “politica per la montagna”, la cosa può apparire anche ovvia: le due provincie del Trentino sono territori totalmente (o quasi) montagnosi, e la politica del territorio incide in tutto e per tutto con la montagna. Il Veneto invece ha come priorità nella politica territoriale (ed economica, antropica, di presenza della popolazione…) altre aree, specialmente di pianura (in particolare quel “Veneto centrale” rappresentato dall’area PaTreVe, il triangolo “Padova, Treviso, Venezia”. E si nota una “sofferenza” e una difficoltà a individuare una politica per il Cadore, e per le altre aree di montagna.

Negli articoli che qui riportiamo, sulla tragedia di Cancia a Borca (ripresi per lo più da “il Gazzettino”, quotidiano che ha dedicato vari reportage all’accaduto), si individua un “puntare il dito”, da parte più o meno di tutti, verso la Regione Veneto, rea di non aver fatto quel che si doveva in tempi stretti (cioè la costruzione di un invaso sicuro contro gli smottamenti, la frana, che era ben visibile). Ma è chiaro che non può solo essere colpa della Regione e della burocrazia… le realtà locali forse qualche responsabilità ce l’hanno. E le Università, la “Ricerca” (anche i geografi), e il mondo dell’ambientalismo… tutti soggetti che è raro svolgano un ruolo proposito nella politica di equilibrio del Territorio, con proposte attrezzate e vere.

da "il Gazzettino" del 20-7-2009: mappa del luogo della frana
da "il Gazzettino" del 20-7-2009: mappa del luogo della frana

(Agi) Borca di Cadore – Ordine di sgombero a Cancia, la frazione di Borca di Cadore (Belluno) colpita da una rovinosa frana che all’alba di sabato (18 luglio) si e’ abbattuta su un’abitazione uccidendo madre e figlio. L’evacuazione riguarda un centinaio di persone che abitano la piccola frazione montana flagellata dai nubifragi delle ultime ore. Il sindaco di Borca di Cadore, Massimo De Luca, ha deciso di far evacuare la popolazione di Cancia per sicurezza, si teme infatti che si possano verificare altre frane generate dall’erosione di un costone del Monte Antelao. Frane si sono abbattute in varie zone del Cadore investendo anche la statale Alemagna, la strada che porta a Cortina d’Ampezzo. La via è rimasta chiusa al traffico per qualche ora.          L’imponente massa di materiale, da tempo sotto osservazione, ha riempito nella notte l’invaso di contenimento sopra il paese, che e’ esploso investendo le abitazioni sottostanti. Appunto in una di queste case hanno perso la vita Giovanna Belfi, 82 anni e Adriano Zanetti, 63 anni. Madre e figlio si trovavano in casa quando un torrente di acqua, fango e sassi ha investito l’abitazione e abbattuto un solaio.

MA  LA COLPA  QUESTA  VOLTA  NON  E’  DELL’ACQUA

19 Luglio 2009, Il Gazzettino, di Ugo Pollesel

Che le Dolomiti stiano crollando lo sanno tutti. È un fenomeno naturale, quasi normale, e da queste parti i vecchi montanari sorridono quando i giornali nazionali dedicano pagine al cedimento di un pinnacolo sulle 5 Torri. La storia di queste vallate è costellata da piccole e grandi tragedie di questo tipo, dalla gigantesca frana che diede origine al lago di Alleghe, sommergendo interi paesi, a quella che proprio a Borca spazzò via due villaggi, con centinaia di vittime. Era il 1814.
Ma a Cancia è accaduto qualcosa di diverso. Perché sarà anche un po’ il refrain di questo Paese, ma poche tragedie sono state così tanto annunciate come quella capitata ieri ai piedi dell’Antelao. Di quella montagna, cioè, che qualcuno si era illuso di fermare. Costruendo barriere e muraglioni che sono stati spazzati via come niente fosse.
Sono decenni che si parla di progetti, di piani, di studi per mettere al sicuro quel paese dalla montagna. Sono decenni che i suoi abitanti, ad ogni temporale, dormono con l’orecchio teso. Sono decenni che i burocrati, statali e regionali, fanno e disfano. Così come da sempre i vari movimenti ambientalisti tuonano in difesa della tutela ambientale, finendo però troppo spesso per bloccare gli interventi. Per non parlare di quei privati che, sempre in questi decenni, per difendere i propri interessi hanno fatto di tutto per impedire la realizzazione di qualsiasi opera di difesa.
Cancia, in questo, è davvero una storia italica, fatta di piccoli interessi e grandi scontri. Che continuavano mentre tutti avvertivano di quel pericolo mortale. Perché proprio tutti sapevano che prima o poi ci sarebbero stati dei morti. A cominciare da questo giornale, che da anni denuncia la pericolosità della situazione e dà voce alla gente di Borca.
E invece tutto è andato avanti come se nulla fosse. Ricorsi, progetti bocciati, controricorsi, varianti urbanistiche. Un’orgia burocratica che però ora si scontra con la tragica realtà.

Perché a Borca, ieri notte, non si è scatenata un’alluvione eccezionale, ma uno di quei temporali a cui la gente di qui è più che abituata. Non si invochi il destino o la fatalità. Anzi, proprio la normalità di quel temporale fa supporre che poteva andare davvero peggio.
A Cancia «la probabilità di distruzione di strutture residenziali… è da considerarsi molto elevata per le massime intensità prevedibili; elevato il rischio per le vite umane. Anche per eventi di media intensità sono da attendersi danni alle strutture e alle persone… In caso di eventi estremi è ipotizzabile anche l’ostruzione dell’alveo del Boite». Non sono le parole di un visionario, ma una relazione ufficiale del servizio idrogeologico della Regione Veneto. Datato 1998. Undici anni fa si diceva che a Borca c’era gente che rischiava la vita. Parole che suonano come un atto d’accusa preciso.
L’ennesima beffa è il prossimo avvio dei lavori per quella che si spera sia la messa in sicurezza definitiva del paese. Ora, dopo i morti, dopo la devastazione. Come sempre. Ma fino a quando?
Ugo Pollesel

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I TANTI PRECEDENTI NEL 1814 PAESE DISTRUTTO, 314 MORTI

Domenica 19 Luglio 2009,

(B.D.V.) C’è una foto straordinaria del 1868 che illustra, con grande efficacia documentaristica, la frana di Cancia. L’Antelao aveva colpito ancora una volta. E non era la prima. Le prime notizie risalgono al XIV secolo e fanno riferimento all’area interessata dal fenomeno avvenuto il 25 gennaio 1348, quando più frane si staccarono dalle pendici del monte Antelao distruggendo un paese e provocando numerose vittime. Pur in assenza di notizie storiche, altri episodi di frana si sono succeduti, come testimonia la ricostruzione geomorfologica della zona. Il 19 giugno 1736 una frana per colata dalle pendici dell’Antelao ha sepolto l’abitato di Sala; il 7 luglio 1737 una frana per crollo ha investito gli abitati di Sala e di Resinego, seppellendo gli edifici e la chiesa e facendo sette vittime; il 21 aprile 1814 si verificò l’evento più disastroso, in cui due vilaggi, Marceana e Taulen, furono completamente distrutti e morirono 314 persone. Nell’ottobre e nel novembre dello stesso anno furono segnalate altre frane sempre dall’Antelao e così nell’ottobre del 1820. Il 27 luglio 1868 una colata detritica seppellì l’abitato di Cancia con 13 edifici coinvolti e 12 vittime. In seguito, nel 1882 e nel 1888, ci furono altri eventi smottamenti. Il 27 maggio 1957, a seguito di un nubifragio, in località La Graves, ci fu una grande colata di detriti che portò danni a strade e coltivazioni. Il 12 agosto 1973, con il temporale, una cospicua massa di detriti scese lungo il canalone invadendo strade ed edifici. Gli ultimi eventi riguardano il 1987, il 1993 (luglio e ottobre), il 1994 e il 1996, con danni ad edifici, infrastrutture e automezzi. (il Gazzettino del 20/7/2009)

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Da “il Corriere delle Alpi” del 20/7/2009

De Marchi: «In ritardo di anni»

Il progetto per il nuovo vascone si poteva fare in metà del tempo

BORCA DI CADORE. «Vogliamo cominciare ad arrabbiarci?». Domanda retorica, ma sentita. Sandro De Marchi è stato sindaco a Borca ed ora è assessore. In uno sfogo che è a metà l’amarezza e l’incazzatura aggiunge: «Ho perso la fiducia nella amministrazione pubblica». Scusi, ma lei è un assessore, un amministratore pubblico. Ha perso la fiducia nel suo ruolo? Cosa farà d’ora in poi? «Sono tredici anni che vado a Venezia. Continuerò a farlo, a battere i pugni sul tavolo: prendo con serietà il mio impegno».

Ma intanto cominciamo ad arrabbiarci. E De Marchi tira fuori uno dei tanti motivi che ci sono a Cancia per essere furiosi con la pubblica amministrazione, e con la Regione in modo particolare. «Dentro l’ultimo invaso, quello da 30.000 metri cubi che è sopra la casa dei Zanetti, c’è una vecchia casa dell’Eni, proprio in mezzo al bacino. E’ a tre piani, ha un certo volume, occupa spazio che dovrebbe essere occupato dalla ghiaia che scende dall’Antelao. Ebbene, sono due anni che quella casa può essere abbattuta, c’è l’ok della proprietà, ci sono i soldi, c’è stato l’appalto. Eppure la Regione non è riuscita ad abbattere la casa».

Non sarà quello il motivo del disastro di sabato mattina, ma tutto concorre. E di sassolini nelle scarpe De Marchi ne ha parecchi. «Sono passati tredici anni dalla frana del 1996. E siamo arrivati solo oggi ad avere il progetto pronto per un grande vascone di contenimento, con la gara di appalto che sta per partire. Ma io dico che sarebbe bastata la metà degli anni per arrivare allo stesso risultato. La Regione doveva fare una legge speciale. Il motivo c’era, l’estrema pericolosità di quel canalone per gli abitanti di Cancia. Se c’è un problema di sicurezza, non ci si può far fermare dalla burocrazia. Adesso in Regione diranno che siamo degli ingrati e che loro hanno fatto il possibile. Ma io dico che si poteva arrivare all’appalto in metà del tempo».

L’assessore spiega che fino a venerdì il canalone era in buono stato, l’alveo era pulito, i grandi invasi costruiti lungo il canale non avevano accumuli di ghiaia. Anzi il vascone più a valle (quello con la casa dentro) non aveva mai ricevuto ghiaia da quando è stato costruito. «Per fortuna che c’erano i vasconi. Altrimenti tutta la ghiaia scaricata dall’Antelao sarebbe finita su Cancia. Questa volta, a differenza delle altre frane, è arrivata soprattutto acqua, non la terra. Nel 1996 ci vollero decine di mezzi che lavorarono per dieci giorni, per portare via la ghiaia dalle strade e dalle case. Invece adesso si sta solo ripulendo il fango. I vasconi hanno tenuto dentro la gran parte dei sassi dell’Antelao».

Certo, in tutti i vasconi ha ceduto la parte più alta e centrale delle griglie di contenimento. Ma questa volta, continua De Marchi, la forza dell’acqua è stata enorme. L’acqua è scesa velocissima, come è ovvio. Le altre volte, nel 94 e nel 96, per non parlare delle frane precedenti, le frane fatte di ghiaia e sassi erano state più lente.

Se si guardano il canalone e l’abitato di Cancia, vengono i brividi. Uno pensa che le case sono destinate ad essere sommerse, prima o poi. Come è possibile che siano state costruite lì, nel corso dei secoli e ancora di più dagli anni Sessanta in poi?

«Beh, Cancia è nata perfino prima del paese di Borca».

E Cancia esiste, dunque bisogna trovare una soluzione.

«Il progetto c’è. Il progetto di un enorme vascone di contenimento, che occupa quello attuale (con la casa dentro) e il vicino ex campo di calcio: 100.000 metri cubi di volume, calcolati statisticamente guardando agli eventi storici che hanno riguardato l’Antelao».

Non è solo un problema di ghiaia, ma anche di drenaggio dell’acqua che scende quando ci sono i temporali. Il sistema attuale, alla base del vascone, è stato intasato dal timo. Nel progetto del nuovo bacino c’è un sistema ulteriore, per evitare un disastro come quello di sabato. O almeno provarci.  (20 luglio 2009)

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Lunedì 20 Luglio 2009, da “Il Gazzettino”

IN  REGIONE  I  RESPONSABILI  DELLA  FRANA  KILLER

Belluno
«E ora Galan cerchi i responsabili negli uffici della Regione». Il giorno dopo il disastro di Cancia il sindaco di Borca non si dà pace: «Troppi ritardi – denuncia Massimo De Luca, mentre si aggira tra macerie e fango – da anni chiedevo di accelerare l’iter ma ho sempre fatto la figura della Cassandra. Ora che ciò che temevamo è accaduto, è bene che il presidente Galan cerchi nei suoi uffici i responsabili».
Il progetto del nuovo invaso, che avrebbe dovuto sostituire i due provvisori, è in piedi da 11 anni. Ma se si calcola che la prima pietra non sarebbe stata posata prima del 2010, allora gli anni diventano dodici. L’appalto del nuovo invaso, della capienza di 120mila metri cubi, avrebbe dovuto essere assegnato entro l’anno. «Ma a questo punto – continua il sindaco – anche quel progetto dovrà essere inevitabilmente rivisto». Il primo cittadino, che ieri ha iniziato personalmente i sopralluoghi nelle case che hanno subìto danni, annuncia che tutti saranno risarciti.
Gli abitanti di Cancia, circa 250 su 290, restano sfollati. La scorsa notte, come la precedente l’hanno trascorsa da parenti e amici o negli alberghi che hanno dato la disponibilità. Nel vertice fissato per oggi a mezzogiorno in municipio a Borca si deciderà se far rientrare la popolazione nelle loro case o aspettare ancora un po’. Molto dipenderà dalle previsioni meteo: il borgo al momento è sicuro, ma con la pioggia il pericolo risalirebbe al cento per cento. Ieri gli uomini del Genio Civile hanno rimosso dall’invaso con un’escavatore e tre camion mille metri cubi di materiale depositati in due aree individuate vicino al paese. «Il primo obiettivo – dichiara il presidente della Provincia Gianpaolo Bottacin – è quello di trasportare più materiale possibile».
Finché le persone evacuate non rientreranno nelle loro abitazioni i carabinieri continueranno a pattugliare la zona nelle ore notturne per prevenire episodi di sciacallaggio. La scorsa notte, alle due auto satelliti dislocate nella frazione, si è aggiunta anche la stazione mobile posteggiata in centro a Borca, un vero e proprio ufficio mobile con tanto di luci e attrezzature per il supporto burocratico.
Mentre si raccolgono i cocci, la comunità si prepara a dare l’addio alle due vittime della tragedia. L’amministrazione comunale di Borca ha annunciato il lutto cittadino per un giorno o forse due. Durante la messa domenicale delle undici, ieri il parroco don Riccardo Parissenti ha pronunciato parole commosse, ricordando Giovanna e Adriano, madre e figlio. «Il loro sacrificio ci deve spingere ad essere solidali con chi è rimasto e con chi soffre – ha detto il sacerdote – è una ferita che ha colpito l’intero paese». I funerali potrebbero aver luogo domani, martedì.
Il disastro di venerdì notte ha fatto ritornare d’attualità la storia dei pipistrelli dell’Antelao. Sarebbe stata proprio la volontà di proteggerli che aveva fatto scattare l’alt all’avveniristico progetto presentato dalla Regione un anno fa. Il parlamento europeo aveva bloccato tutto accogliendo l’osservazione di un biologo di Borca, Marco Zanetti, preoccupato dei danni che l’esecuzione del piano poteva arrecare agli abitanti dei boschi.
Simona Pacini

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LE  DOLOMITI  CAMBIANO  PELLE

di Antonio Galgaro

Racconti e testimonianze per i 100 anni del C.A.I. di Treviso, in collaborazione con il Gazzettino

I numerosi e frequenti eventi di crollo che interessano le pareti rocciose dolomitiche dimostrano che anche le rosee cime dolomitiche sono soggette ad una sorta di muta che ne cambia continuamente ed irreversibilmente la forma. Tali processi franosi sono causati dalla progressiva evoluzione che segue le regole della natura in cui la gravità, le varizioni di temperatura, le piogge, il ghiaccio e le vibrazioni prodotte dai sismi, agiscono ciclicamente e progressivamente in un continuo divenire in un movimento che le mantiene vive e dinamiche. I mezzi di comunicazione, con la crescente attenzione che pongono nei confronti degli eventi di dissesto che interessano ed interagiscono con l’uomo e le sue opere, hanno un pò mutato la percezione di naturalità delle frane. In realtà poco è cambiato, se non per i fenomeni di colata detrica (debris flow) che si muovono dai piedi dei versanti e “ghiaioni” in occasione di forti piogge nei temporali estivi, che sono divenuti più frequenti con l’aumento degli eventi di precipitazione “estrema” degli ultimi anni. Essendo inoltre l’area dolomitica zona non sismicamente attiva, le frane innescate dai tremori prodotti da terremoti sono molto rare se non correlabili a forti sismi generati in aree sismiche più vicine (Friuli, Garda, asolano).
L’aspetto articolato, le cime aguzze, la variabilità di paesaggio sono il risultato di crolli, scivolamenti, ribaltamenti, colate di roccia e detriti, in un continuo divenire che nelle ere geologiche, dalla formazione delle rocce avvenuta in ambiente marino, alla loro emersione, originata dalla forza dei grandi movimenti della crosta terrestre, le ha portate ad elevarsi anche per migliaia di metri di altezza e le ha plasmate in milioni di anni fino a conferire loro l’aspetto attuale. La ricerca scientifica si è assunta il compito di cercare di comprendere come e perché le frane avvengono, e sopratutto, compito più difficile, prevederne il quando, ovvero le caratteristiche evolutive ed i momenti in cui possono avvenire. Molte frane sono da molti considerate imprevedibili, sopratutto quelle di crollo di roccia, nella realtà occorre un occhio attento ed esperto per carpirne le fasi precursori come micromovimenti o deformazioni, preludio di possibili eventi importanti, che si presentano spesso così impercettibili da richiedere l’utilizzo di sofisticate strumentazioni di monitoraggio, basate su innovativi sistemi satellitari, laser o basati sulle proprietà della fibra ottica.
Le nuove tecnologie di indagine dello stato di salute dei versanti montani permettono di poter vedere il territorio in 3 dimensioni e con grande dettaglio, nonché di mantenere sotto continuo controllo le situazioni più a rischio per l’uomo grazie anche alla possibilità di poter diramare allertamenti con le nuove tecnologie di telefonia cellulare. E’ pur vero che spesso poco è possibile fare per arrestare una frana, ma è altrettanto vero che con metodi di monitoraggio-allarme non invasivi e discreti, se adeguatamente studiati e commisurati alle peculiarità di ogni singola situazione, è possibile quantomeno evitare danni alle persone che così numerose frequentano le Dolomiti. Un sistema di elevato livello tecnologico è installato sulla sommità della Torre Inglese nel Complesso delle Cinque Torri nella conca ampezzana da circa 1 anno e mezzo, e ne misura gli spostamenti con strumentazione satellitare GPS (i moderni navigatori satellitari per autoveicoli, ma in una versione di altissima precisione, in grado di rilevare spostamenti anche millimetrici). Come le Cinque Torri, anche altre note cime dolomitiche si trovano in condizioni “geologiche” analoghe, come la Gusela del Vescovà, le tre Cime di Lavaredo, le Pale di S. Martino e numerose altre. Torrioni calcarei e dolomitici che poggiano, come giganti dai piedi d’argilla, su rocce argillose plastiche che si deformano sotto il peso dei pinnacoli che le sovrastano, schiacciandole e causandone prima la lenta e progressiva rotazione e poi il crollo, il tutto favorito dalla presenza di fratture che feriscono l’integrità delle guglie, generate durante movimenti avvenuti nelle ere geologiche.
Ovviamente, considerando le innumerevoli realtà di pericolosità da frana che interessano le Dolomiti, i costi, ed i tempi necessari ad “ascoltare e decifrare i suoni della roccia” ed i suoi microspostamenti, tali dispositivi andrebbero impiegati solo nelle situazioni di maggior vulnerabilità per l’uomo e le sue opere, allo scopo di allertare nei momenti immediatamente vicini ad un evento di collasso. La difficoltà maggiore che riguarda tali dispositivi di controllo, risiede nella definizione della “soglie” di allertamento, la cui logica deve tendere ad evitare falsi allarmi o mancare l’avviso in caso di evento, ed è qui che l’approccio scientifico può aiutare a confezionare dei sistemi affidabili ed efficenti dallo studio paziente e rigoroso del territorio e dei fenomeni naturali che lo interessano. Imparare a conoscere l’ambiente montano e quello dolomitico in particolare anche dal punto di vista scientifico, oltre a costituire una base per una migliore lettura dell’origine delle nostre montagne è in grado di fornire gli elementi necessari ad ipotizzarne la possibile evoluzione, e consentire all’uomo di poter frequentare la montagna con maggior consapevolezza e sicurezza.
Antonio Galgaro,
Docente di Geologia Applicata e Sistemi di Controllo e Monitoraggio presso il Dipartimento di Geoscienze dell’Università degli Studi di Padova

la frana

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One thought on “La frana di Cancia (in Cadore) ripropone la necessità di un progetto di salvaguardia e sviluppo autonomo e compatibile delle aree di montagna

  1. Dr Enrico Ometto lunedì 14 novembre 2011 / 23:07

    Salve, vi invito a seguire le vicende che si svolgono in questi tempi circa quella che viene denominata frana ma che ci risulta si tartti di colate detritiche, sul nostro blog..

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