Le città invisibili: Tomo, nel Feltrino, paese dalle mille possibilità

la chiesa di Tomo, sullo sfondo il Monte Tomatico
la chiesa di Tomo, sullo sfondo il Monte Tomatico

Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città invisibili nelle sue ambascerie, ma certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore. Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina. Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti. (Italo Calvino, da “Le città invisibili”, Oscar Mondadori)

E qui scriviamo ancora di Tomo, un paesino di meno di 500 anime nel Feltrino (è una frazione di Feltre a sud della città, ai piedi del Monte Tomatico), “città invisibile” che sembra “apparsa” oltre i suoi abitanti e i pochi che la conoscevano, attraverso un magnifico libro di un giovane scrittore, Matteo Melchiorre (lo ha recensito in questo blog Rachele Amerini ). Nel libro si parla di un albero simbolo del paese per tutte le generazioni succedutesi almeno negli ultimi cento anni (“l’Alberon” com’era chiamato, un olmo) che muore (per vecchiaia), diventando così un elemento di disagio esistenziale di una comunità: qualcosa di “solito”, di “acquisito”, parte della propria vita e del  proprio essere in un luogo (Tomo, con il suo Alberon) che viene meno. Che fare allora? … prima sentiamo l’avvenimento e il senso del racconto dallo stesso Matteo Melchiorre in un articolo apparso su “il Gazzettino” qualche tempo fa.

L’ALBERO DI TOMO

matteodi Matteo Melchiorre

Cos’è accaduto a Tomo, che è un paese vicino a Feltre, il 4 maggio 2002?  Dopo un temporale è caduto l’Alberón. In sé e per sé il fatto è niente, ma per chi abita a Tomo è stato un evento. Un lutto, perché l’albero in causa, un olmo, era il simbolo del paese. Coso voglio dire con simbolo? Un luogo vissuto, nella pratica, nella memoria e nella cultura. L’Alberón nel 2002 ha avuto anche il suo degno funerale: mentre la spoglia giaceva al suolo quelli di Tomo sono stati a visitarla, in un pellegrinaggio di almeno due giorni, lamentandosi, ricordandosi di quando loro, sotto l’albero, avevano fatto questo o quest’altro e interrogandosi sull’anzianità del defunto: 500 anni? 300? O sarà mica stato eterno, si chiedevano, l’Alberón?

quel che resta dell'Alberon
quel che resta dell'Alberon

Il fatto, a me che abitavo davanti, è apparso una rarità e per questo ho pensato che qualcuno doveva pur scrivere un requiem per questo albero e mi sono investito dell’incarico. La nota scritta intorno a quanto successo è finita con l’essere di pubblico dominio nel 2004, in un libro che si chiama Requiem per un albero. Resoconto dal Nord Est. Quello che volevo dire circa la caduta dell’Alberón si legge in quelle pagine.
Ma oggi è nevicato e dopo sei anni dalla caduta dell’albero, non rimane che la pacca uniforme di neve; via dritta. Allora mi sono trovato a ripensare a quando c’era invece l’Alberón gigantesco, tutto un merletto di neve bianca, appollaiata. Ma oggi, appena davanti, è innevato un nuovo capannone, e questa è altra cosa dal ricordo. Al di là del paesaggio perduto, la disarmonia è questa: com’è possibile che le medesime persone che hanno compianto l’Alberón abbiano costruito un capannone?
E la stessa domanda me la ponevo nei giorni in cui l’albero era caduto. Come mai Nossignori del Nordest siamo andati a riverire la salma di un albero? Più vedevo arrivare persone, non solo di Tomo ma anche forestieri, più mi dicevo che il tutto era indecentemente contrastante. Nossignori del Nord Est, càva sù e méti dó, lavorare indefessi e accrescere i nostri profit individuali, eravamo intorno all’Alberón a dispiacerci! Come mai?
Col tempo, pensa e ripensa, sono giunto alla conclusione che la causa del tutto sta nell’albero, un innato culturale più forte dell’ideologia acquisita e professata. L’albero, in quanto tale, lo si voglia o no, è un tema che ha a che fare con l’appartenenza ctonica a un territorio. Vuoi la metafora delle radici che ci incardinano, o i ricordi di svariate condivisioni trascorse sotto all’Alberón. E allora, in questo senso, il sussulto emotivo del richiamo alle proprie radici (!terreno pericoloso!) è stato un sentimento più forte della quotidiana algebra mentale di Nossignori del Nord Est. Per questo nel 2002 a Tomo abbiamo fatto il funerale per un albero.
Un’altra causa. Dove mettiamo la sapienza arboreo-boschiva di quelli di Tomo? Tra gli abitanti del paese i più possiedono boschi e motoseghe. A luna giusta imbracciano le motoseghe e nel dopolavoro vanno a far legne per ammorbidire le spese del riscaldamento. Troncano l’albero a massimo trenta centimetri dal suolo, lo separano dalle radici e ne fanno pezzi più o meno grandi da portarsi a casa. Il boscaiolo del dopolavoro è una vita con le sue morali, i suoi propri estetismi e i suoi godimenti tecnici. Questi tecnici se tagliano un faggio notevole o corrono un pericolo montano, lo riferiscono a propria lode. E a Tomo i boscaioli del dopolavoro sono maggioranza. Vuoi che il boscaiolo del dopolavoro non vada a vedere il suo inusitato Alberón sul tavolo del teatro anatomico?
Ma questo è troppo terra terra, si dirà. Ed è vero, perché l’albero, oltre alle radici, ha lo spasimo dei rami protesi verso il cielo. Danno, o no, l’impressione di essere come risucchiati verso l’alto? Non si percepisce questa contesa tra le radici che tirano in giù e i rami che tirano in su? Vuoi che la rottura per ipertensione dell’asse cielo – terra, nella guerra interna all’Alberón, non abbia generato un qualsivoglia richiamo potente? Un’impennata nel sovvenimento religioso. Nel senso del termine: religioso. Che non ci sia stato invece, per Nossignori vituchindi del Nordest, un qualche dio dentro all’Alberón?
(Matteo Melchiorre)

……………..

Che fare di paesi (bellissimi) come Tomo? La decadenza e la disintegrazione contraddicono una effettiva vitalità: alle scuole elementari ormai chiuse da tempo; alla popolazione che in pochi decenni da 800 abitanti passa  a meno di 500; dal fatto che non esiste neanche un negozio di generi alimentari (e/o di cose varie della quotidianità) (tanto Feltre e gli ipermercati sono a 5 minuti o poco più di macchina…), a tutto questo si contrappone una vitalità rinata: bambini che corrono nella piccola area giochi nelle sere d’estate (non è un paese solo di vecchi…), manifestazioni sportive, ludiche, fatte per mettere insieme le persone del paese…

Insomma Tomo rappresenta bene tutti quei piccoli centri urbani diffusi nel Veneto (ma dappertutto, oltre ogni confine) che da soli sembrano non possano sopravvivere (i giovani che studiano lontano, che vanno a lavorare altrove…); centri che, allo stesso tempo, pare si rifiutino di diventare “dormitori” della vicina importante città, o anonime e tutte uguali aree industriali: qui la città di riferimento  è Feltre, ma nel Veneto del “policentrismo” molte sono le città che attraggono rispetto ai paesi in difficoltà (materiale) di identità.

Quello che appare, a una prima riflessione, è l’impossibilità di sopravvivenza di un territorio dove ognuno “fa per sè”, e così i piccoli paesi (senza scuole, senza servizi essenziali) sono destinati a soccombere rispetto ai centri maggiori. E’ sulla necessità di creazione di “aree urbane omogenee” che si discute ora sempre di più: che non è la mera proposta di “accorpare i comuni” (brutto termine), ma “pensare” a città più allargate, “città ora invisibili” che si allargano nella nostra mente mettendo assieme storia, tradizioni, economia presente e futuro del luogo, caratteristiche geomorfologiche (zona di montagna, di collina, di pianura, di mare, laguna,  tra due fiumi…). Aree omogenee sulle quali riconoscersi, e che “sono brave a fare qualcosa” (hanno un ambiente pregevole da salvaguardare; forme agroalimentari di pregevole qualità; qualche settore piccolo-industriale manifatturiero, magari di nicchia, che nessun altro sa fare così bene…), e che esprimo qualcosa di loro, di identitario “all’esterno”, al mondo. In contesti come questi di aree urbane (metropolitane, con tante polis dentro diverse ma unite) i piccoli centri avranno una loro dignità a esistere paritariamente ai grandi centri; torneranno ad attrezzarsi: il ritorno a Tomo di uno “Store”, negozio con tanti prodotti della quotidianità (magari in associazione tra gli abitanti in cooperativa di produzione e consumo), dove la dipendenza dai centri commerciali può venir meno. Insomma, se i piccoli centri vogliono sopravvivere, devono esprimere qualcosa verso sè stessi ma anche all’esterno; e questo lo possono fare se si risconoscono istituzionalmente in un’aerea urbana allargata, una “Metropolis” dove si può avere la tranquillità del vivere in posti a volte ancora incontaminati (a volte, spesso, fin troppo contaminati da rigenerare, ripristinare…), ma a contatto costante con il mondo (dentro l’unica area metropolitana, che offre servizi e opportunità per tutti -in particolare per i più giovani-).

Le tante Tomo che ci sono in giro (città invisibili e a rischio di decadenza delle loro peculiarità) avrebbero (hanno) bisogno di un progetto che riconosca il loro valore, la loro “voglia di esistere”. Per questo dovremo rivedere i confini dei comuni, riorganizzare i territori su “città metropolitane” più confacenti sia geomorfologicamente che per la qualità dei servizi, per l’economia che esprimono…   (s.m.)

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… la visibilità a Tomo data da Matteo Melchiorre, con il suo libro, partendo dalla caduta dell’albero simbolo del paese (l’Alberon), ha avuto giudizi encomiabili  per questo nuovo genere di letteratura documentaristica, geniale e per niente noiosa (anzi!) (Vi consigliamo di leggerlo: Matteo Melchiorre, “Requiem per un albero”, Spartaco edizioni)

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Stiamo diventando animali senza orientamento, senza naso, senza antenne.

Cominciamo a fare fatica a capire ciò che è realmente reale e ciò che ci viene messo davanti come tale. La realtà è sempre più una costruzione artificiale. E questo può sembrare abbastanza ovvio. Il fatto nuovo è che la realtà-ambiente nella quale siamo immersi non è più tanto, come mezzo secolo fa, il prodotto del lavoro, ma è il risultato della produzione delle immagini. Non siamo più veramente convinti che l’ambiente sia reale e non virtuale.

Perchè allora occuparsene? Forse, dice il nostro inconscio, se spengo il telecomando questa piazza, questa periferia, queste facce che ho davanti spariscono…!

Ho l’impressione che il potere (non è un mito, esiste!) abbia bisogno di addestrare sempre più questa labilità: ciò che esiste deve essere percepito come “libero” e possibile, virtuale e opzionale, non necessario e cogente. Così i caratteri di necessità e cogenza che erano i caratteri di qualsiasi fenomeno reale, si indeboliscono, si fanno sbiaditi, fluttuano.

Alfonso Berardinelli, Sull’utilità di descrivere ciò che si vede, “Altrochemestre. Documentazione e storia del tempo presente”, 2 (1994), pp. 22-25.

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Ho letto questo libro in un fiato, sul Neurostar che mi riportava a Bologna dopo una presentazione in quel di Lecce. Ho letto e sono rimasto a bocca aperta: partendo da una vicenda minuscola (il crollo di un vecchio albero centenario in un paesino sulle alture attorno a Feltre), l’autore riesce a costruire un testo che unisce riflessioni saggistiche, aneddoti da cantastorie contemporaneo stile Ascanio Celestini, personaggi da romanzo, atmosfere da fiaba, reportage psicogeografico alla Paolo Rumiz…Un libro per chi pensa che un certo modo di rapportarsi al territorio sia ormai appannaggio solo delle culture primitive,come quella degli aborigeni australiani. Tutt’altro: a Tomo, subito sopra Feltre, c’era un albero totemico nel vero senso della parola, niente da invidiare al sogno delle formiche verdi, e Vie dei Canti chiamate rogazioni, e continui walkabout su e giù per le pendici del Monte Tomatico. Da segnalare, in modo particolare, la detection dell’autore per determinare l’età dell’albero caduto, prima consultando la memoria degli abitanti e il modo in cui questa viene influenzata dalla leggenda dell’Alberón, poi andando a misurare i cerchi e il tronco con un esperto dendrologo…Inutile dire che il finale è a sorpresa, come per ogni detection che si rispetti.
Di solito, di fronte a un libro così, si tira fuori con simpatia il termine “gioiellino”. A me pare molto di più.
Mi pare un libro da leggere, anche a costo di doverlo ordinare all’editore. [WM2]

“Vale la chiacchiera non il documento. Una ciàcola che va di bocca in bocca, di cucina in cucina, di cortìvo in cortìvo. Il vero è la notizia che circola. Essa, propagandandosi, subisce censure, inchieste, travisamenti. Alla fine circola la notizia che è stata decisa per vera: falsa o autentica che sia. Allora lì c’era il castello, là pregava il Beato, lì Attila legava il suo cavallo, il tale cantone di una casa è romano e l’avevano tirato su giù da Tizio mentre Caio piantava le viti…”
WM2 ha ragione, Requiem per un albero è stato una sorpresa, uno di quei libri che continui a sfogliare per un’ora dopo che l’hai finito. Certo, le rogazioni del tempo che fu, nel momento in cui l’autore le ripercorre con la dobermanessa Atena al guinzaglio, diventano vere e proprie “songlines” all’australiana.
Il Nord Est, e la montagna veneta in particolare, è un ambiente peculiare, ma questo metodo di indagine letteraria – esplorazione a spirale e all’indietro che parte da “su all’Alberón” e inanella dapprima storielle, poi storie, poi Storia, infine mito, e carica del mito torna alle storielle – può essere esteso e dare risultati proficui. Oltre al fatto che l’approccio è puramente dialettico: “Così, alla fine, incanto e disincanto si combattono. Sarà un’incoerenza… Ma: senza l’incanto, sarei mai stato ore e ore intorno a un albero crollato? E, senza il disincanto, avrei mai contato gli anni/anelli del tronco?”. E che dire della controinformazione sulle nefandezze del Beato, ovverossìa Bernardino da Feltre? E della struggente ricostruzione della Tomo anni Sessanta?
Matteo Melchiorre ha ventitre anni. Per ora, non aggiungo altro. [WM1]

(da: http://ricercaimmagini.virgilio.it/preview?qs=matteo+melchiorre+&imgsz=&offset=0&url= )

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