GeoEuropa – Tutte le buone ragioni perché la Turchia diventi il ventottesimo paese dell’Unione Europea

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veduta panoramica di Ankara, con la Torre Atakule a sinistra

La Turchia è in Europa? Geograficamente lo è più che mai, se è vero che il confine geografico dell’Europa sono i monti Urali. Ma ci sono molte altre ragioni perché questo paese (di 80 milioni di persone) sia, istituzionalmente e politicamente, paese europeo a tutti gli effetti, aggiungendosi ai ventisette stati che ora formano l’Unione Europea.

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Perché di fatto la Turchia lo è in Europa: e non solo perché agli ultimi campionati europei (europei!) di calcio (dell’estate del 2008) ha partecipato ed è pure arrivata ad un passo dal vincerli; ma anche per episodi ben più importanti. Ne annoveriamo uno di questi giorni: il suo consenso al nuovo gasdotto russo (“South Stream”) perché passi per i propri territori, che scorrerà sotto il Mar Nero e per quella via rifornirà l’Europa dividendosi in due bracci: uno punterà a nord, l’altro in direzione di Otranto e della Puglia. Un “asse politico”, la realizzazione di questo gasdotto, appunto tra Russia, Turchia ed Italia, che si contrappone al tentativo dell’Unione Europea di diversificare le fonti energetiche (e il potere politico-economico che ne consegue ai “fornitori”) con un progetto di gasdotto europeo (chiamato “Nabucco”) che partirà dal Mar Caspio rifornendosi in particolare in Azerbaijan (ma forse un giorno anche in Iran). Insomma Italia e Turchia alleate con la Russia contro il progetto europeo di nuove fonti di arrivo del gas. Per dire che la Turchia, giorno dopo giorno, partecipa attivamente ai contesti più importanti del continente europeo, e chiede di essere ammessa mostrando di volersi adeguare (o essersi già adeguata) alle regole democratiche chieste per entrare nell’Unione Europea.

E’ vero che ora Francia e Germania sono contrarie (la prima perché molto legata alla questione armena; la seconda per la forte presenza turca nel paese e la preoccupazione che questa presenza diventi ancora maggiore e influente). E che ci sono delle questioni aperte: il genocidio armeno, la questione dell’occupazione ancora presente di parte del territorio di Cipro, la repressione dei curdi, la Turchia paese islamico dentro un’Europa a prevalenza cristiana (Europa pur con forti divisioni interne tra chiese, cattolica romana, protestante… e ora con una presenza di immigrati, perlopiù di provenienza islamica, che arriva quasi al 10% degli attuali 500milioni di europei…). Ma alcune di queste questioni, specie le gravi ferite del passato (gli armeni, i curdi…) la Turchia sta dimostrando di volerle affrontare storicamente con oggettività critica (del resto altri paesi che ora sono la base dell’Unione Europea hanno inventato ed esportato, pochi decenni fa, fascismi crudeli con conseguenze più che mai dolorose…).

La Turchia sta formando una classe dirigente moderna: l’astro nascente è Egemen Bagis, giovane uomo del nuovo potere che vuole fare i conti con il passato difficile e somatizzarlo criticamente per una nuova Turchia moderna e democratica. L’economia è in grandissima crescita (oltre ogni paese europeo); e, quel che più conta, la Turchia è il ponte ideale per un dialogo proficuo con tutto il mondo islamico, anche il più integralista. Il ruolo della Turchia dentro l’Europa diventa pertanto strategico per una politica di pace. Ma non solo. La Turchia può essere il volano per uno sviluppo generale di tutto il Mediterraneo, e questo potrebbe andare a vantaggio e rappresentare un motore anche per il nostro asfittico Sud incapace di crescere e autodeterminarsi.   

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ANKARA NELL’UNIONE EUROPEA? ECCO DIECI BUONE RAGIONI PER DIRE SI’ (di Carlo Marsili, Ambasciatore d’Italia a Ankara) (articolo ripreso da “Milano Finanza” del 24/7/2009)

La lettura di alcuni recenti articoli di stampa più o meno dal titolo «Turchia europea? Ecco perché no» mi suggerisce un altro titolo: «Turchia nell’Unione Europea? Ecco perché sì». Ma quegli articoli ostili sono interessanti perché, nell’enumerare le motivazioni del no, forniscono lo spunto innanzitutto per sfatarle e poi per chiarire le ragioni del sì. Sfatarle perché queste presunte ragioni sono alla base della straordinaria ignoranza che sussiste in Europa sulla Turchia, e di cui quest’ultima è pure in qualche modo responsabile perché non ha saputo svolgere un’efficace politica per migliorare la propria immagine. Eppure, come ho avuto modo di constatare nei miei quasi sei anni di lavoro in Turchia come ambasciatore d’Italia, bastano 48 ore di permanenza in quel Paese per capire che tutti gli stereotipi negativi che sono entrati nel nostro inconscio, da «mamma li turchi» in poi, sono assolutamente sbagliati.

Cominciamo dalla geografia. I detrattori sostengono che «basta guardare la carta geografica per rendersi conto che la Turchia non è in Europa». Che strano. Basta infatti guardarla per constatare invece che è in Europa. A scuola ci hanno sempre detto che il confine geografico dell’Europa sono i Monti Urali. Ebbene, la loro prosecuzione perpendicolare tiene dentro tutta la Turchia. Sempre guardando la carta geografica, vediamo che Cipro è un’isola al largo della Siria, e che è più a oriente di gran parte del territorio turco. Allora, se Cipro è in Europa, lo è anche la Turchia. In conclusione: la Turchia è geograficamente parte integrante dell’Europa […].

Passando alla storia, sempre a scuola ci hanno insegnato che l’Impero Ottomano era «l’uomo malato d’Europa». D’Europa, appunto, non dell’Asia. E ciò perché nel corso dei secoli esso è sempre convissuto nella storia europea, partecipando alle tante alleanze, e alle tante guerre del nostro continente. Nella seconda guerra mondiale la Turchia è rimasta neutrale, come la Spagna, ancorché Ankara fosse un ben noto centro di spie europee (ricordate il film «Operazione Cicero»?). Ancora oggi un tunnel sotterraneo (ormai sbarrato) unisce l’ambasciata italiana a quella tedesca.

Quanto alle istituzioni, quando al termine della seconda guerra mondiale sono stati creati i vari organismi europei, la Turchia vi è subito stata ammessa. Se non fosse stato un Paese europeo non avrebbe potuto entrarvi. Basti ricordare il Consiglio d’Europa. O la Banca europea di ricostruzione e sviluppo. O i vari organi giurisdizionali a Strasburgo o a Lussemburgo, dove operano da sempre giudici turchi. Nessuno ha mai messo in discussione il fatto che la Turchia sia entrata in tutti – dico tutti gli organismi europei con l’unica eccezione, finora, dell’Unione Europea. Dove peraltro è candidata ufficiale, e quindi tutti i partner europei hanno implicitamente ammesso che si tratta di un Paese europeo. Quando agli inizi degli anni Cinquanta è stata data vita alla Nato, che è appunto l’alleanza militare tra i Paesi del Nord America e dell’Europa, la Turchia vi è stata ovviamente ammessa. […] Infine, nell’estate 2008 la nazionale di calcio turca è arrivata a un passo dal vincere i campionati europei. Se vi fosse riuscita, oggi sarebbe campione d’Europa.

Sul fronte giuridico i codici penali, di procedura penale, civile, di procedura civile, commerciale turchi sono più o meno la fotocopia di quelli europei, anzi soprattutto di quelli italiani. Mentre sul piano commerciale, la Turchia ha un sistema economico sostanzialmente liberale, identico a quello dei grandi Paesi europei. E infatti fa parte dell’Ocse. E infatti vi operano con piena soddisfazione oltre 700 aziende italiane. E infatti nel 2008 il 40% di tutte le commesse pubbliche sono state vinte da aziende italiane.

I detrattori della Turchia pongono poi il problema culturale, che maschera in realtà quello religioso, e sostengono che essa non sarebbe adatta a far parte della Ue per via della sua appartenenza al mondo islamico. Il fattore religioso è il principale prisma attraverso cui l’opinione pubblica europea guarda alla Turchia, non rendendosi conto che una rappresentazione di questo Paese solo da questo punto di vista è fuorviante. L’identità turca è multipla e plurale, e non da oggi, e l’islam è solo una delle sue componenti. Il laicismo introdotto da Ataturk a partire dal 1923, e costituzionalmente garantito, ha messo solide radici, tanto che sono solo una ristretta minoranza coloro che ne mettono in discussione le fondamenta. Certo che in Turchia ci sono anche dei religiosi fanatici, come purtroppo in ogni Paese, ma l’idea che sia in atto una islamizzazione della società turca è forzata. […]

Ognuno può naturalmente pensarla come gli pare, ma la costituzione europea non fa riferimento a radici cristiano giudaiche. È laica, anche perché l’Unione Europea è già una formazione politica multireligiosa di cui fanno parte Paesi cattolici, protestanti, ortodossi, che nel corso dei secoli si sono combattuti nonostante la fede nello stesso Dio cristiano. E tra i cittadini europei si annoverano molti atei, agnostici, oltreché di fatto parecchi musulmani. Quando si parla di «identità europea» bisogna stare attenti a non commettere errori. La costruzione europea non è nata da un’identità comune, che non poteva esistere tra chi si era combattuto per secoli, ma dalla consapevolezza di dover creare un’Unione in evoluzione che fosse forza di attrazione. […]

Alla Turchia si rimprovera inoltre di non volere riconoscere quello che gli armeni definiscono «genocidio», avvenuto durante la prima guerra mondiale e che avrebbe portato alla morte di oltre un milione di persone. Sul piano storico, l’esistenza o meno di un genocidio degli armeni non incontra l’unanimità. Vi sono diversi storici, tra cui il noto studioso britannico Bernard Lewis, che smentiscono la tesi armena. Sul piano della politica internazionale, tuttavia, la posizione turca è favorevole alla costituzione di una commissione di storici dei due Paesi, sotto l’egida dell’Onu, incaricata di effettuare le ricerche negli archivi esistenti sia Ottomani sia di Paesi terzi e giungere a una verità condivisa. Da parte armena non è mai pervenuto un riscontro favorevole a questa proposta, perchè il governo di Erevan non ritiene che il cosiddetto genocidio possa essere messo in discussione. La complessità della storia tra armeni.e turchi non può prestarsi alle letture unilaterali. Ad esempio, quanti sanno che nel 1915, all’epoca dei fatti, gli armeni collaboravano con i russi in funzione anti-turca e che anche molti turchi e curdi vennero massacrati? Oppure che tra gli anni Settanta e Ottanta un elevato numero di diplomatici turchi è stato vittima di attentati da parte di gruppi terroristi armeni? […]

La questione cipriota è complessa e – come spesso avviene per i conflitti a sfondo etnico – la ripartizione dei torti e delle ragioni non è netta e univoca. Le discussioni all’interno della Ue su questo punto inclinano verso la versione della vittimizzazione greco-cipriota, per la semplice ragione che una delle parti in causa, la Repubblica di Cipro, è membro della Ue. Ciò porta a far dimenticare che l’invasione militare del 1974 fu decisa dalla Turchia dove c’era un governo democratico guidato da Bulent Ecevit, esponente per inciso dell’Internazionale socialista, allo scopo di prevenire l’unificazione dell’isola di Cipro alla Grecia, allora guidata dalla famigerata dittatura dei Colonnelli, e a seguito di un colpo di Stato greco-cipriota. […]

Altra questione. Si rimprovera alla Turchia la repressione dei diritti linguistici e culturali del popolo curdo. L’emersione della questione curda, alla metà degli anni Ottanta ha indubbiamente rappresentato per lo Stato turco una sfida di cui per lungo tempo non è stato all’altezza. Colte di sorpresa dalla recrudescenza dell’attività terroristica lanciata dal Pkk e spaventate dagli obiettivi apertamente separatisti del movimento curdo, le autorità di Ankara hanno scelto soprattutto la strada della repressione, avvitandosi in una spirale che ha rischiato di alienare circa un quinto della propria cittadinanza dalle istituzioni della Repubblica. Ma la Turchia è una democrazia vitale, che sta acquistando una crescente capacità di animare internamente un dibattito su come affrontare i suoi problemi. Negli ultimi anni, vi è stato un significativo spostamento di orizzonte dalla pura e semplice repressione militare al riconoscimento della necessità di mettere in campo anche misure di carattere economico e culturale. Il processo di adesione alla Ue ha fornito un’importante piattaforma di sostegno politico a quella parte della società turca che ritiene giunto il momento di affrontare alla radice la questione curda. Non dimentichiamo che su 550 parlamentari, circa un centinaio è di origine curda, e che un partito politico (Dtp) che si rifà all’etnia curda ha ottenuto 23 seggi in Parlamento. In sintonia con l’intensificarsi della discussione pubblica, il governo guidato da Recep Erdogan ha mosso importanti passi in direzione del riconoscimento di diritti linguistici e culturali ai curdi.

[…] La realtà è che, nell’analisi del merito della candidatura della Turchia all’Unione Europea, prevalgono spesso le considerazioni di ordine strategico, ottime per acquisire il sostegno delle élites ma meno utili quando si tratta di ottenere il favore dell’opinione pubblica più vasta. L’argomentazione razionale a sostegno della candidatura turca è per natura difficile da affermare in un dibattito politico ormai dominato dalle questioni identitarie, che forniscono ai vari problemi risposte miopi e semplificate, e quindi errate. Si tratta ora di ribaltare questa percezione, e in ogni caso i vantaggi politici che alla Ue possono derivare dall’adesione della Turchia sono numerosi. […] Essendo un Paese la cui popolazione è prevalentemente di religione islamica, ma anche laico e democratico, alla Turchia potrebbe essere affidato un ruolo importantissimo di esempio e guida per le stesse comunità islamiche in Europa. Quanto agli aspetti economici, i Paesi della Ue figurano in cima alla lista di quelli con cui la Turchia ha il maggior interscambio commerciale, fatta eccezione per la Russia che però ha un vero ruolo solo in quanto fornitore di materie prime energetiche. E, a proposito di energia, questo è uno degli aspetti in cui l’apporto della Turchia è di importanza strategica fondamentale. L’Unione Europea avrà tutto da guadagnare dall’avere al suo interno un Paese che è al centro delle grandi reti di trasporto di gas e petrolio. Turchia, dunque, crocevia strategico e grande attore politico, economico e militare: non dimentichiamo che dispone del secondo maggiore esercito della Nato. Nei riguardi della Turchia, l’Italia è il maggior sostenitore del suo ingresso nell’Unione Europea. Una scelta giusta e coraggiosa del nostro governo. E anzi, una scelta di Stato, al di là delle coalizioni di governo, giacché l’Italia ha sempre e comunque sostenuto la Turchia. Del resto, l’Unione Europea è sbilanciata verso il Nord e il Centro, secondo un asse di interesse precipuamente franco-tedesco. L’Italia per definizione mira a rafforzare la componente Sud. Ecco perché vogliamo la Turchia in Europa: perché sappiamo che non può esserci una vera Unione senza la Turchia.

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TURCHIA IN EUROPA, LA GRANDE OCCASIONE

(le ragioni di una scelta) – di Enrico Cisnetto, da “Il Messaggero” del 22/4/2009

La Turchia deve o no entrare nell’Unione Europea? …  Barack Obama, al vertice di Praga dei primi di aprile, si è speso senza mezzi termini perché Ankara entri tra i Ventisette. E, sempre in aprile, nella stessa capitale ceca, si è tenuto l’ennesimo vertice tra l’euroburocrazia e la missione turca, guidata dal ministro per gli Affari Europei, Egemen Bagis. Quest’ultimo il vero artefice, nel governo turco, dei negoziati di adesione ha ribadito che non mollerà la presa.

Ma, purtroppo, anche quest’incontro non è stato determinante: ufficialmente per l’impasse in cui versano questioni specifiche (come la vicenda Cipro e il mancato soddisfacimento dei requisiti su regime fiscale e libertà sindacale), in realtà per la contrarietà politica di alcune cancellerie, prima fra tutte quella francese.
A questo punto, però, mentre perdura l’impasse, è lecito porsi una domanda: quali sono oggi i criteri applicabili per valutare i requisiti di un aspirante euro-membro? È ancora concepibile, in particolare, subordinare l’ingresso di un Paese a “techicalities” pur importanti, o è invece il caso di superarle pragmaticamente anche alla luce del nuovo paradigma che il terrorismo post-11 settembre e la crisi economica hanno imposto?

Io credo sia decisamente fondata questa seconda ipotesi, e penso in particolare a due fattori che sarebbero massimamente da tenere in considerazione, naturalmente dando per scontato le garanzie circa il rispetto della democrazia, dell’“acquis comunitario” e dell’economia di mercato, ovvero i tre paletti ufficiali di Maastricht.

Primo: il Paese candidato ha un “size” e un ruolo economico e politico in grado di dare un valore aggiunto all’Unione? Secondo: possiede una leadership politica in grado di offrire una “vision” supplementare alla pericolante casa europea? A entrambi questi requisiti la Turchia del 2009 risponde perfettamente. Sul piano economico, vorrei ricordare qualche dato: dopo aver subìto, nel 2000-2001 la peggior crisi degli ultimi due secoli, con una recessione del 9%, un debito pubblico schizzato alle stelle, un’inflazione al 70%, dal 2002 Ankara ha messo il turbo. Con un pil che da allora è cresciuto del 410%, passando da 181 a 741 miliardi di dollari del 2008, un pil pro-capite passato da 2.600 a 7.800 dollari (+300%), con un’inflazione scesa dal 70% al 10,1%, il tutto realizzato non affossando i conti pubblici, che fanno sfigurare pure un membro fondatore dell’Ue come noi: basti pensare che il rapporto debito-pil, dimezzato negli ultimi cinque anni, è oggi al 44%, mentre il pil 2009 scenderà presumibilmente del 3,6%, meno dunque dell’Italia e della Germania che avranno un rosso tra il 4% e il 5%.
Sul fronte della leadership, oggi Ankara ha una classe politica moderna, a suo agio nei grandi consessi internazionali, che non ha paura di confrontarsi su tabù del passato come la questione armena, ma che chiede però ai suoi interlocutori di guardare piuttosto al futuro che non al passato. E non c’è solo il premier Erdogan: accanto a lui vi sono personalità in ascesa come il ministro per l’economia Mehmet Simsek, ex banchiere responsabile dell’area mediterranea di Merrill Lynch, ma soprattutto il giovane e brillante Bagis, che anche a Praga è stato il “direttore d’orchestra”. Già interprete ed uomo-ombra del premier, poi capo dei negoziatori per la questione europea, Bagis è oggi il volto nuovo del potere turco. Egli non solo è il più strenuo sostenitore della direttrice Ankara-Maastricht, ma è anche l’interlocutore laico e moderno su cui puntano le cancellerie occidentali, per non parlare delle aziende molte delle quali italiane che guardano con interesse a quel Paese sia perché cresce e si sviluppa sia perché può io direi deve diventare l’anello di collegamento tra Europa e Asia, tra Islam moderato e Medioriente instabile. Un ruolo che già svolge, con successo, dal punto di vista geo-economico e strategico, e che la politica dovrebbe semplicemente limitarsi a replicare sui terreni suoi propri.

Pensiamo solamente all’energia: qui, Ankara è già oggi Paese-chiave per il transito di gas e petrolio, con due progetti della massima importanza quali l’oleodotto Baku-Cehyan e il gasdotto Baku-Erzerum. Non solo: in caso di miglioramento dei rapporti con l’Iran, la Turchia potrebbe diventare sbocco naturale per enormi quantitativi di gas naturale diretti verso l’Europa.
Certo, si dirà, non esiste solo l’economia, ci sono altri valori. Vogliamo parlare ancora una volta della questione armena? Bagis ha annunciato la totale apertura degli archivi di Stato agli storici. La lotta al terrorismo? È di ieri la notizia di una delle più grandi operazioni anti al-Qaeda mai realizzate, sempre in Turchia: che differenza, dunque, con altri Paesi islamici (vedi il Pakistan) che ufficialmente collaborano ma che in realtà offrono sponde ai terroristi.

Si potrebbe andare avanti per pagine: ma ciò che appare chiaro è che la Turchia soddisfa già oggi i requisiti per entrare a pieno titolo nel novero dei Ventisette. Certo, si tratta di requisiti aggiornati a necessità impellenti che riguardano struttura economica, leadership, valore aggiunto in termini di energia, sicurezza, stabilità. Purtroppo ora ci si basa su tecnicismi da euro-burocrati e si maschera un concetto ancora metternichiano di un’Europa da Santa Alleanza. Un’Europa senza Turchia è oggi più pericolosa e carente che non una Turchia senza Europa.

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URSO (PDL): «CON LORO SI RENDONO PIU FORTI GLI STATI MEDITERRANEI»

di Michele Lombardi, da “IL SECOLO XIX” del 6/4/09

«L’ingresso della Turchia nell’Ue? Berlusconi ha confermala nostra linea di sempre condivisa anche da Fini. E sempre meglio dare un messaggio di speranza, invece che alimentare la paura della gente». Il sottosegretario al Commercio estero, Adolfo Urso, non ha dubbi: bene ha fatto Berlusconi a schierarsi con Obama per l’ingresso della Turchia nell’Ue perchè è il modo migliore per «evitare il rischio, sempre presente, che uno Stato storicamente laico possa essere risucchiato dal fondamentalismo islamico».

La Lega spara bordate pesanti contro l’approdo della Turchia in Europa. Come la mettiamo?

«Loro sono stati sempre contrari. Ma la posizione espressa da Berlusconi è la posizione del governo ed è anche quella largamente maggioritaria dentro il centrodestra. Anche Fini è sempre stato favorevole ad aprire le porte dell’Ue alla Turchia. Non vedo problemi. Ritengo che noi dobbiamo sempre alimentare la speranza invece di far leva sulle paure della gente. Quindi è giusto pensare di ancorare, gradualmente ma saldamente, un Paese come la Turchia all’Unione europea».

In Europa, c’è chi non la pensa così: Nicolas Sarkozy e Angela Merkel non ne vogliono sapere di accogliere a pieno titolo la Turchia nel club dei paesi Ue.

«Hanno le loro ragioni, storicamente radicate in quei Paesi. La Francia ha un problema legato all’annosa questione dell’Armenia. E in Germania c’è una forte presenza turca: l’ingresso in Europa rischierebbe quindi di creare un problema di equilibri politici legati all’estensione del diritto di voto alle amministrative. Per quanto ci riguarda, non abbiamo problemi di flussi ma, al contrario, ci sono ottime ragioni per favorire l’ingresso sia pure graduale della Turchia nell’Ue».

Quali sono le ragioni che spingono Berlusconi a schierarsi con Obama sul nodo della Turchia?

«C’è una ragione di carattere generale, legata all’esigenza di ancorare la Turchia, unico Stato laico in un’area islamica, all’Europa e all’Occidente per evitare il rischio che venga risucchiata dal fondamentalismo islamico. La Turchia è sempre stata un ponte verso l’Occidente. E un paese laico e democratico, dove sono presenti tutti i movimenti religioso. Per esempio, la Turchia è sempre stata alleata di Israele.   Bisogna, quindi, legittimare il suo percorso laico e democratico. Ma ci sono anche altri motivi a favore della scelta di campo del governo italiano».

Quali sono?

«L’interesse dell’Italia ad avere la Turchia in Europa è legato all’obiettivo di rendere più forte la compagine degli stati mediterranei per bilanciare la presenza dei paesi del Nord. Insomma, la Turchia è un paese con il quale si può fare fronte comune in Europa. E infine ci sono gli interessi economici, che da sempre legano il nostro paese alla Turchia, verso la quale il nostro export ha un ritmo di crescita a due cifre da dieci anni. Ankara è un forte partner commerciale dell’Italia: il suo ingresso in Europa rinsalderebbe un legame storico con il nostro paese».

A Praga Berlusconi ha spiegato che la Turchia deve entrare in Europa, ma bisognerà trovare un compromesso con Francia e Germania.  L’ipotesi può essere quella di graduare l’ingresso e la libertà di circolazione dei cittadini turchi nell’Ue?

«Questa può essere una soluzione ragionevole per vincere le resistenze di Francia e Germania. Una clausola, una moratoria graduata nel tempo sulla libera circolazione può attutire l’impatto e rassicurare tutti. E una cosa che si può fare, come scelta dell’Ue o di singoli Paesi, come è già accaduto con la Romania e la Bulgaria».

L’ingresso di Ankara nell’Ue può favorire anche le minoranze, curdi e armeni?

«Non c’è dubbio. Ma già ora il governo turco ha fatto importanti passi nei confronti di curdi e armeni. Per esempio, la Turchia ha riconosciuto tutte le sue responsabilità nell’eccidio degli armeni. E inoltre una Turchia europea sarebbe, probabilmente, la chiave di volta per superare definitivamente la vecchia divisione di Cipro».

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LA TURCHIA SERVE ALL’EUROPA

di Massimo Teodori – da “IL TEMPO” del 21/7/2009

“Se la Turchia non entra in Europa non è la fine del mondo”, ha dichiarato il premier turco Erdogan rivolgendosi in apparenza ai suoi concittadini ma ammonendo in realtà l’Unione europea che non dà una chiara risposta alla richiesta ufficiale di adesione all’UE avanzata nel lontano 1987.

L’atteggiamento dell’Europa verso la Turchia è divenuto una specie di tormentone che dura ormai da molto tempo. Sono passati 40 anni. da quando sono state stabilite relazioni ufficiali a cui hanno fatto seguito nel tempo importanti accordi commerciali, industriali e alimentari. Si aggiunga che fin dagli anni Cinquanta lo Stato turco fa parte del sistema politico e militare NATO accanto agli europei e agli americani.

Si sono dichiarati favorevoli all’ingresso della Turchia in Europa gli Stati Uniti, come ha recentemente ribadito Barak Obama, e alcuni paesi europei tra cui l’Italia. Le ragioni addotte sono semplici. L’ancoraggio europeo degli 80 milioni di turchi appartenenti all’unico grande paese islamico di tradizione laica costituirebbe un importante modello per l’intero mondo musulmano che considererebbe la via dei confratelli turchi come un’alternativa al fondamentalismo islamista.

Si sono invece dichiarati contrarie la Germania, la Francia e quelle correnti cristiane conservatrici che vedono nell’ingresso del paese islamico una specie di inquinamento dell’identità religiosa europea, senza considerare che il Vecchio continente ha già accolto decine di milioni di immigrati di fede islamica che sono divenuti a tutti gli effetti cittadini europei.

La dichiarazione di Erdogan ha l`aria di essere un ultimatum diretto all’Europa che non decide. La Turchia oggi è divenuta un grande paese moderno con un’economia in espansione a cavallo tra la cultura occidentale (da cui trasse la forza innovativa un secolo fa con la rivoluzione .di Ataturk) e la pressione dell’islamismo tradizionale presente soprattutto nelle campagne.

Certo, l’ingresso, nell’Unione Europea di un paese così dinamico può comportare la ricerca di nuovi equilibri, cosa che tuttavia è già avvenuta con l’adesione dei paesi ex-comunisti dell’Europa centro-orientale.

Ma il destino politico, economico e culturale dell’Europa non è quello di guardare indietro, tua di trovare le ragioni nuove per affrontare un futuro sempre meno nazionale e sempre più globalizzato.

Se gli europei lasceranno ancora i turchi fuori dalla porta di Bruxelles, l’avvenire della nostra Unione segnerà un battuta di arresto perché l’area del benessere, della tolleranza multietnica e del contrasto all’integralismo islamista si indebolirà con conseguenze negative per tutti noi cinquecento milioni di europei.   (Massimo Teodori)

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One thought on “GeoEuropa – Tutte le buone ragioni perché la Turchia diventi il ventottesimo paese dell’Unione Europea

  1. paolomonegato domenica 9 agosto 2009 / 11:50

    La Turchia è in Europa? Per rispondere basta guardare la mappa della Turchia posta all’inizio dell’articolo… vedete quei due fiumi? Sono il Tigri e L’Eufrate… Riuscite ad immaginarli come fiumi europei? Se si, perché non far entrare anche l’Iraq o la Siria?
    Se la Turchia è completamente in Europa come mai il pezzo ad ovest del Bosforo, nella regione storicamente chiamata Tracia, viene chiamato Turchia Europea?
    La questione calcistica ha ancora meno senso… nella UEFA, la federazione calcistica Europea, sono iscritti anche Israele e Kazakistan… questi organismi non rispecchiano i confini: basti pensare che l’Australia è recentemente passata dalla federazione calcistica Oceanica a quella Asiatica…

    Continuo ad essere dell’idea che solo la regione occidentale della Turchia, Istanbul e Smirne, possa e debba entrare nella UE. Le ragioni per cui Stati Uniti ed alcuni paesi UE continuano a spingere per l’entrata sono sostanzialmente economiche e strategico-militari… La storia della necessità di avere nella UE un paese islamico moderato non mi convince, avevamo già Bosnia e Albania a due passi da casa ma poi qualcuno, i soliti noti (guarda caso gli stessi che spingono per l’entrata della Turchia..), ha preferito favorire la radicalizzazione di quell’islam europeo storicamente moderato in funzione anti-serba (e russa)…

    Dal punto di vista strettamente economico sarebbe più utile (per la UE, ma non per qualche suo alleato) un ulteriore allargamento ad est e la trasformazione da Unione Europea ad Unione EuroAsiatica (spostando il parlamento a Mosca). In fin dei conti, geograficamente parlando, l’Europa non è che una penisola del grande continente EuroAsiatico…

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