Il rapporto della Società geografica italiana sullo stato del paesaggio: un appello ultimativo alla conservazione e al ripristino della bellezza (o adesso o mai più!)

L'autostrada presso il lago del Restello (Val Lapisina-Vittorio Veneto) (da http://it.wikipedia.org/wiki/Autostrada_A27 )
L'autostrada presso il lago del Restello (Val Lapisina-Vittorio Veneto) (da http://it.wikipedia.org/wiki/Autostrada_A27 )

Il 9 luglio scorso è stato presentato dalla Società geografica italiana l’annuale rapporto dal titolo “I paesaggi italiani. Fra nostalgia e trasformazionehttp://www.societageografica.it/editoria/Rapporto_annuale Ve ne diamo conto qui nei primi due articoli (ripresi da “la Repubblica” e “il Gazzettino”). Quello che si può notare è il tono più perentorio e determinato rispetto al passato: questo perché la situazione appare veramente critica, e la distruzione territoriale (con forme di cementificazione) stanno di anno in anno sgretolando ogni equilibrio paesistico-ambientale (3 milioni di ettari sono stati persi in Italia dall’agricoltura negli ultimi 10 anni e tout-court assegnati “al cemento”). E la Società geografica giustamente chiama alla mobilitazione le istituzioni e la coscienza di tutti (come cittadini, amministratori, imprenditori…).

Tutto questo si sta svolgendo in un momento particolare per le sorti future di quel che rimane del paesaggio italiano (che ha ancora grandi luoghi di valore, nonostante tutto!): cioè l’applicazione del Decreto legislativo n. 42 del 4 gennaio 2004 (meglio conosciuto come “Codice Urbani”, dal Ministro ai beni ambientali che in quel momento lo ha promosso) relativamente proprio alla parte più strettamente paesistica (come ultimi articoli di questo argomento vi diamo conto di un’ampia rassegna legislativa ripresa dal sito di “Italia Nostra” di Milano, con il testo integrale del Codice Urbani aggiornato con le modifiche apportate nel 2006 e nel 2008).

Il Codice Urbani si interessa e vuole normare appunto i beni culturali e del paesaggio che ci sono nel nostro Paese. Sono 184 articoli volti a creare il contesto giuridico adatto alla tutela del paesaggio e dei suoi beni più preziosi, culturali e ambientali: alle Regioni viene assegnato il compito di tutela attraverso in primis l’approntamento di Piani Paesistico-territoriali. Ma alle Soprintendenze rimane (almeno nel testo attuale) un ampio potere “di vincolo”, pur se (pare) il loro ruolo viene molto ridimensionato.

Interessante è che il “Codice Urbani” recepisca e faccia proprie in sè le migliori leggi del passato: dalle due leggi del 1939, la n. 1089 che tutelava beni singoli determinati, alla n. 1497 che tutelava le “bellezze panoramiche e paesistiche” (son servite positivamente fino a qualche anno fa ad ambientalisti, amministratori sensibili e pretori d’assalto a bloccare porcherie e brutture peraltro di continuo riproposte…); e queste leggi del ’39 ci sono nel Codice Urbani, sono state recepite all’interno; ma esso riprende totalmente (all’art. 142) anche una delle migliori e “più pratiche e dinamiche” leggi del dopoguerra: la n. 431 del 1985, meglio nota come “Legge Galasso” dove si parla finalmente chiaro su quanti metri di tutela e vincolo hanno le coste (300 metri), i laghi, i fiumi e tutti gli altri corsi d’acqua, le montagne sopra i 1200 metri, i ghiacciai, i parchi etc.

Insomma, per dire che nella faticosa lotta all’espansione del cemento e ad interessi economici spesso miopi (che vedono vicino ma non lontano) qualcosina si è fatto e si sta facendo: ora è la volta dell’attuazione dei Piani paesistici regionali che dovrebbero nascere in ciascuna regione appunto in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali (se ne parla, di questa copianificazione, nel terzo articolo che vi proponiamo qui ripreso da “il Sole 24 ore”).

Ma il nodo vero è che il paesaggio visto come qualcosa di naturale, ambientale e con manufatti di grande pregio culturale, è sì importante tutelarlo, ma si percepisce come dal punto di vista normativo esista una troppo netta separazione con la legislazione urbanistica, e pertanto con il paesaggio urbano (anche le città, le periferie, sono paesaggio…). E qui sta il problema, ancora irrisolto, di come nella storia legislativa in Italia (e di assegnazione delle competenze) si sia sempre ben distinto l’aspetto urbanistico da quello paesistico. Secondo noi sbagliando. Alle Regioni l’urbanistica, allo Stato l’aspetto paesistico (in fondo anche adesso con i piani paesistici regionali la sovranità rimane allo Stato e a un ruolo ancora vincolante che avranno le Soprintendenze).

Forse questa “copianificazione”, questo tentativo di ”mettersi assieme” tra Stato e Regioni per decidere come tutelare certi territori potrà dare un risultato positivo. E auspicabile sarebbe che contemporaneamente si integrassero di più le regole urbanistiche con quelle paesistiche, un tutt’uno dove prevedere conservazioni assolute, ma anche grandi operazioni di ripristino “al bello” dei paesaggi ora degradati, che sono molti (troppi). Perché non pensare, ad esempio, nel Veneto, alla eliminazione della città diffusa con anche abbattimenti di capannoni inutili e ricostruzioni dei borghi dei medio-piccoli paesi periferici ora di mediocre valore sorti in questi decenni lungo le strade?). Ma tutto questo richiederebbe una proposta compiuta ed efficace.

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LE  DIECI  REGOLE  PER  PROTEGGERE  IL  PAESAGGIO

(di Francesco Erbani, da “La Repubblica” del 9/7/2009) «Un grande piano di restauro e di manutenzione dell’ambiente e dei paesaggi italiani». Il rapporto che ogni anno la Società Geografica Italiana elabora sullo stato, appunto, dei paesaggi italiani, si condensa in un appello. Che ha i toni ultimativi. Una specie di manifesto rivolto alle tante istituzioni, c’è chi dice troppe, che intrecciandosi fra loro e spesso confliggendo hanno in mano la cura di quello che Massimo Quaini, geografo dell’Università di Genova e coordinatore del gruppo di lavoro che ha elaborato il rapporto del 2009, definisce «il nostro più grande patrimonio».

Il documento è stato presentato il 9 luglio scorso a Roma, a Montecitorio. E insieme alle duecento pagine del rapporto (intitolato “I paesaggi italiani. Fra nostalgia e trasformazione”), è stato illustrato anche un decalogo di buone politiche a difesa di un paesaggio aggredito da un’urbanizzazione dissennata e disordinata, ma anche da trasformazioni agricole incongrue oppure dall’abbandono sempre più vorticoso di estese aree rurali.

Le buone politiche riguardano intanto la conoscenza analitica dello stratificato mosaico di paesaggi di cui è ricca l’Italia, “area per area”, insistono i geografi, “sito per sito”. Il decalogo poi sottolinea che il paesaggio è “un bene comune” e che va considerato, e quindi tutelato, come “un complesso unitario”, senza spezzettamenti tra enti pubblici, sovente contrapposti. Di qui si passa a imporre il paesaggio e la sua protezione come “un limite invalicabile” di ogni intervento sul territorio, sia esso un insediamento edilizio, sia essa un’infrastruttura.

La Società Geografica Italiana è un istituto culturale (è nata a Firenze nel 1867), ma sulla base di analisi, di riflessioni scientifiche, ogni anno rende pubbliche questioni scottanti. E chiama alla mobilitazione. Nell’Italia di oggi, si legge nel rapporto 2009, «il disastro ai danni del paesaggio non sta tanto nello scandalo dei grandi abusi e nei mostri edilizi, quanto piuttosto nell’erosione continua, quotidiana, che si consuma sotto ai nostri occhi, e minaccia di cancellare del tutto il confine fra città e campagna». Il disastro, poi, è ingrandito dal ritardo del nostro Paese: «Confrontandoci per esempio con la Francia, ci è mancato il senso vivo e diffuso di un’identità rurale non meno forte dell’identità urbana, che concorre, a pieno titolo, alla costituzione dell’identità nazionale».

Fra i casi più eclatanti di avvelenamento da parte della città nei confronti della campagna, il Rapporto cita Malagrotta, vicino a Roma, e le aree appena esterne a Napoli e a Caserta, dove si sversano tonnellate di rifiuti. E invece proprio le aree periurbane vengono ritenute dalla Convenzione Europea del Paesaggio come le più delicate e quelle degne di maggior salvaguardia. Il Rapporto indica come esemplare il Parco Sud di Milano, minacciato da interventi speculativi, come una delle aree in cui si tenta «di bloccare l’informe espansione della città diffusa» e «di salvare e ricostituire in forme nuove il paesaggio agrario storico».

Uno dei punti deboli italiani, sottolinea il Rapporto, resta la conoscenza. Per esempio si assiste a disinvolti balletti di cifre sul consumo di suolo. Mentre in altri paesi, come la Gran Bretagna, esistono sistemi di monitoraggio affidabili e costantemente aggiornati, in Italia si annaspa. Si passa da valutazioni allarmistiche (i 3 milioni di ettari persi dall’agricoltura in dieci anni vengono tout court assegnati al cemento) a cifre tranquillizzanti, però molto sospette (fondate sulla rilevazione satellitare, alla quale sfuggono le villette con un ettaro di giardino intorno). Ma per tutelare il paesaggio, sostengono i geografi, occorre prima sapere di cosa si parla.

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LA  NUOVA  RICCHEZZA  VERRA’  DAL  PAESAGGIO

Le “regioni-vagone” ora attraggono più ricchezza di quelle “locomotiva”. In Veneto c’è ancora troppo “grigio” – da “Il Gazzettino” del 10 luglio 2009, di ADRIANO FAVARO

Se si deve a Claudio Magris una delle più belle definizioni: “Il paesaggio è come un volto che muta nel tempo” per capirne il senso profondo occorre ripercorrere la storia del paesaggio. Così che la lettura del presente e la previsione del futuro diventino un obbligo di verifica e confronto della comunità. Questa è la scelta fatta dalla Società geografica Italiana che ha appena pubblicato il suo rapporto annuale 2009 “I paesaggi italiani. Fra nostalgia e trasformazione”. Un rapporto che riflette “su ciò che non è stato ma sarebbe stato possibile” del nostro Paese e che sembra ispirato dal filo rosso che Calogero Muscarà, uno dei membri più noti della Società Geografica mette in primo piano della nostra memoria collettiva lasciando capire la storia dei tanti fallimenti e molte disfatte del nostro sistema politico verso il paesaggio. “L’ultimo grande tentativo di pianificazione paesistico-territoriale – scrive il docente di geografia – risale al cosiddetto decreto Galasso: ha provocato decine di piani paesistici, non si è tradotto in niente di operativo (…) Il massimo che si è dato in Italia sono i parchi, con problemi e difficoltà notevoli”.
Il “Rapporto 2009” offre però anche una strada di uscita a quella che sembrava una febbre malinconica senza possibilità di guarigione. Ma – sapendo come funzionano alcune cose – temiamo che il progetto sia così affascinante da diventare irraggiungibile. Soprattutto in quel Nordest (più veneto che friulano) che nell’immaginario geografico italiano è segnato come un percorso intasato di mefistofelici capannoni. Un Nordest diventato ricco ricchissimo che però ha dovuto scambiare la bellezza (almeno tanta) del suo paesaggio con la potenza del denaro. Al punto che il “Rapporto” cita il volume di Vallerani e Varotto (Il Grigio oltre le siepi) dove si dice espressamente che «Oggi il Veneto, rispetto ad un recente passato, è senz’altro “più grigio” per l’enorme espansione del cemento e per il disagio di un numero crescente di abitanti dinanzi al proseguire indisturbato delle dinamiche della rendita fondiaria che premia il tornaconto di pochi e magari per breve tempo». La Società Geografia espone e fa sua la tesi di Laurent Davezies (La République et ses territoires. La circulation invisible des richesses, Parigi 2008) che dimostra come “il modello territoriale che più guadagna spazio oggi in Europa sul piano di uno sviluppo insieme economico, sociale e demografico è. Contrariamente a ciò che sembra stabilito, quello dei territori a debole metropolizzazione, poco esposti ai rischi della globalizzazione, e in grado di catturare più che di produrre ricchezza. Sono le regioni che si caratterizzano innanzitutto per un’offerta territoriale, basata sul paesaggio e su attività qualificate nei servizi e in settori a debole incremento di produttività”.
Per cui dall’operare in queste terre deriverebbero “crescita dell’occupazione e successo nella lotta contro la povertà”. La Società Geografica spiega che ancora più dovrebbe attirare l’attenzione proposizioni come questa: “Le regioni-vagone ormai vanno più veloci delle regioni-locomotiva”. Spiegazione dei geografi: queste conclusioni diventano comprensibili se si accetta di sottomettere ad analisi critica e di sostituire le categorie che fondano le nostre rappresentazioni economiche, a partire dalla distinzione tra crescita economica (che riguarda le regioni-locomotiva) e sviluppo umano (che sembra più riguardare le regioni-vagone). Se la prima si misura con i numeri del Pil, il secondo ha come parametri il benessere e la qualità della vita.
L’idea che il Pil da solo non bastasse a misurare tutto l’ebbe anche Simon Kuznets che mise a punto lo strumento del Pil nel 1932 per il rilancio degli Usa dopo la grande depressione: «Ma – disse – il benessere di un Paese non può essere dedotto dalla misura del reddito così definito». Davezies ha calcolato anche come nelle regioni francesi (ma il “Rapporto” cita questo dato come significativo per il nostro Paese) l’insieme dei redditi di lavoro e di capitale delle attività esportatrici oscilla tra il 24 e il 19% mentre la base economica “residenziale” (pensioni, redditi di attivi occupati fuori del territorio e spesa turistica) oscilli tra il 42 e 55%.
Dati ai quali vanno allegati quelli del consumo di territorio: il calcolo dei metri cubi costruiti negli ultimi cinque anni in rapporto al territorio libero vede al primo posto la Lombardia, seguita dal Veneto. Un disastro che – dice il rapporto – “non sta tanto nello scandalo dei grandi abusi e dei mostri edilizi, quanto nell’erosione continua, quotidiana, che si consuma sotto i nostri occhi, e minaccia di cancellare del tutto il confine tra campagna e città”. Una prima risposta è venuta ieri dal sottosegretario ai Beni culturali Francesco Maria Giro che ha annunciato l’avvio dell’Osservatorio nazionale per la qualità del paesaggio.

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PAESAGGIO,  VA  A  RILENTO  LA  COPIANIFICAZIONE

di Francesco Nariello, da “Il Sole 24 ore” del 11 agosto 2009

A rilento la collaborazione Stato-Regioni sul paesaggio. Sono soltanto otto, infatti, le amministrazioni che hanno già siglato un’intesa di copianificazione col ministero per i Beni e le attività culturali (secondo le informazioni fornite dalla direzione generale paesaggio, Parc) per l’elaborazione congiunta del piano paesistico o, quantomeno, per fissare insieme la disciplina di tutela per le aree vincolate. Il codice Urbani (Dlgs 42/2004) prevede infatti che le Regioni possano seguire un doppio binario per adeguare la propria normativa in materia di paesaggio: siglare un’intesa più ampia, per scrivere insieme al ministero Beni culturali e all’Ambiente il nuovo piano, oppure decidere di limitare la copianificazione alle sole aree vincolate. Le amministrazioni che hanno finora siglato un accordo col Mibac sono Abruzzo, Campania, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Puglia, Sardegna. Toscana e, dallo scorso 15 luglio, il Veneto.

Il protocollo d’intesa è stato invece predisposto, ma attende la sottoscrizione, per Calabria, Lazio e Marche. In altri casi, come per Emilia Romagna e Umbria, è in atto il tavolo di copianificazione, mentre per Lombardia e Liguria sono in corso le trattative per la stesura di un accordo condiviso. Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, infine, fanno eccezione perché seguono procedure ad hoc legate allo statuto speciale. Le Regioni possono inoltre stipulare intese col ministero anche per disciplinare lo svolgimento congiunto della verifica e dell’adeguamento dei piani al codice. Un processo al termine del quale, dopo la verifica degli strumenti urbanistici, le autorizzazioni paesaggistiche potranno “svincolarsi” dal parere delle soprintendente, che resterà obbligatorio, ma non più vincolante, L’intesa su questo punto (ex art. 156 del codice) è in alcuni casi andata avanti di pari passo con l’accordo sulla copianificazione (art. 143). Fanno eccezione Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto, che hanno firmato soltanto il secondo.

Le differenze tra Regioni nella road map sulla copianificazione si inseriscono in un quadro, quello della tutela del paesaggio in Italia, che già si presenta molto frammentato. Con la maggior parte delle amministrazioni molto lontane dal centrare l’obiettivo di adeguare, o realizzare, i piani paesistici entro il temine fissato dal codice con successive proroghe al 31 dicembre 2009. ll tutto senza contare il successivo recepimento (delle prescrizioni d’uso su zone vincolate) da parte degli enti locali attraverso i propri strumenti di governo del territorio. La legislazione sul paesaggio appare un mosaico con tessere tutte diverse tra loro.

Il Piemonte è riuscito ad adottare il Piano in Giunta il 3 agosto (con pubblicazione sul Bollettino il 6 agosto, data dalla quale le prescrizioni entrano in salvaguardia). La Calabria, invece, è tuttora sprovvista di una disciplina ad hoc, ma ha siglato l’intesa col Mibac. In Lombardia è in vigore il Ptpr (Piano territoriale paesistico regionale) del 2001, aggiornato lo scorso anno, ma il 30 luglio scorso è stato adottato dal Consiglio regionale il Piano territoriale regionale (Ptr), al cui interno c’è il nuovo piano paesistico lombardo. La Giunta dell’Emilia Romagna ha appena dato il via libera alla legge di “Tutela e valorizzazione del paesaggio” (che ora passa al consiglio) per l’adeguamento del piano regionale, mentre nel Lazio le nuove norme, adottate nel 2007, sono in via di approvazione. La tutela di cipressi e colline in Toscana sarà affidata al piano adottato lo scorso 16 giugno e che dovrebbe entrare in vigore entro fine anno. In Sardegna, invece, si è chiuso il giro di conferenze territoriali sul paesaggio, organizzate dall’assessorato Urbanistica in vista della riforma delle norme di tutela (che a oggi non coprono l’intero territorio ma solo il primo ambito “costiero”).

Poche certezze, dunque, per il paesaggio italiano. Una situazione precaria aggravata da ulteriori fattori di instabilità. Come le continue proroghe per il regime transitorio dell’autorizzazione, da ultimo reso valido fino al 31 dicembre prossimo.

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Guida alla tutela del paesaggio


Il paesaggio: quadro di riferimento per la tutela

(da: http://www.italianostra-milano.org/cms/?q=node/150&page=0%2C0 )

di Umberto Vascelli Vallara

Il paesaggio è un fenomeno culturale complesso di cui frequentemente sono colti solo alcuni aspetti. La concezione corrente identifica il paesaggio con gli ambiti inedificati del territorio dove é possibile godere di ampi panorami. Tuttavia anche gli esperti nelle diverse discipline hanno contribuito alla circolazione di interpretazioni monotematiche riduttive Così il geologo privilegia la morfologia della superficie terrestre – monti, pianure, fiumi, … – e ritiene che i rischi che corre il paesaggio siano frane, alluvioni e terremoti, mentre per l’esperto dei fenomeni naturalistici la qualità paesaggistica coincide con quella ecologica e i rischi che corre il paesaggio sono fondamentalmente l’inquinamento ambientale e la riduzione della biodiversità; per lo storico del territorio le tracce della storia insediativa costituiscono le qualità paesaggistiche prevalenti del territorio e i conseguenti rischi sono la perdita delle testimonianze materiali che ne documentano la cultura storica.
La natura complessa del paesaggio è compatibile con tutte queste interpretazioni a condizione che non si ritengano singolarmente “l’interpretazione” esclusiva. Gli esperti che hanno elaborato la concezione di paesaggio più aderente a questo fenomeno culturale dalle molte sfaccettature sono i geografi. Le pubblicazioni che hanno dedicato a questo tema sono ormai innumerevoli e l’attenzione di cui gode attualmente alimenta una crescente produzione editoriale.

La Sezione milanese di Italia Nostra ha ritenuto che a fronte delle diverse interpretazione concettuali non le competesse fare scelte unilaterali, ma piuttosto potesse opportunamente fornire sul suo sito un quadro conoscitivo obiettivo delle leggi che governano la materia, integrandole con i documenti europei che hanno dedicato una particolare attenzione al tema paesaggistico.
Leggi e documenti europei sono riportati integralmente e costituiscono un archivio per la cui consultazione si è provveduto di seguito a fornire una sintetica guida finalizzata unicamente a rendere esplicita la relazione dei testi.

Il filo conduttore

Attualmente la tutela del paesaggio è normata del “Codice dei Beni culturali e del paesaggio ” (noto come “Codice Urbani”) emanato come Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, che nei successivi quattro anni è stato modificato per ben due volte:
nel 2006 con i Decreti Legislativi 24 marzo 2006, n. 156 (in relazione ai beni culturali) e n. 157 (in relazione al paesaggio),
nel 2008 con i Decreti Legislativi 26 marzo 2008, n. 62 (in relazione ai beni culturali) e n. 63 (in relazione al paesaggio).
Il testo coordinato consultabile in questo sito di Italia Nostra è stato fornito dalla Regione Lombardia (Direzione Territorio e Urbanistica) e riporta fedelmente la versione attualmente vigente con indicazione a piè di pagina delle modifiche apportate.

BOX | Quadro normativo precedente al Codice

Può costituire un interessante percorso a ritroso la conoscenza del quadro legislativo che ha regolato la materia paesaggistica prima del Codice e fondamentalmente costituito da due leggi ora abrogate:

Per quanto riguarda il paesaggio, la legge 29 giugno 1939, n. 1497 rappresenta la matrice che ha definito la struttura normativa ancora vigente ed essenzialmente riconducibile a tre momenti operativi:
1- l’identificazione di ambiti territoriali che per qualità paesaggistica meritano una dichiarazione di interesse pubblico e quindi l’assoggettamento alla tutela della legge mediante singoli atti amministrativi (correntemente denominati “vincoli”);
2- il controllo e le gestione degli ambiti tutelati mediante l’autorizzazione dei relativi progetti di intervento;
3 – la tutela mediante la pianificazione paesaggistica.

Con la legge 8 agosto 1985, n. 431 (nota come “legge Galasso”) vengono assoggettate alla tutela paesaggistica della legge del ’39 le coste dei mari, dei laghi e dei fiumi, le cime delle Alpi e degli Appennini, i boschi, i parchi e le riserve naturali. In Italia le aree tutelate passano dal 18% al 47% dell’intero territorio nazionale. Inoltre viene fatto obbligo alle regioni di redigere il Piano Territoriale Paesistico

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio apporta alcune significative modifiche al quadro legislativo che ha precedentemente normato il rapporto tra Stato e Regioni nella gestione dei beni paesaggistici facendo riferimento ai seguenti principi e norme della Costituzione:

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della Nazione”(art. 9); la Costituzione pone la tutela del paesaggio tra i 12 principi fondamentali della Costituzione, attribuendogli in tal modo un valore prevalente nei confronti della maggior parte dei temi afferenti al territorio;

il nuovo Titolo quinto della Costituzione assegna allo Stato la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali e alle Regioni la valorizzazione dei beni culturali e ambientali (art. 117); le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza”. (art. 118).

La seguente sintesi può essere utile per meglio intendere le nuove attribuzioni di competenze in materia di autorizzazioni paesaggistiche e pianificazione paesaggistica a seguito dell’entrata in vigore del Codice nella attuale versione conseguente alle recenti modifiche (2008):

competenze (riferimento artt. Codice) soggetti competenti prima del Codice soggetti competenti dopo il Codice
Autorizzazioni paesaggistiche
(artt. 146 e 159)
Regioni ed enti subdelegati.
Le Soprintendenze possono annullare le autorizzazioni
Regioni ed enti subdelegati.
Le Soprintendenze formulano parere vincolante
Piani Paesaggistici
(artt. 135 e 143)
Regioni autonomamente Regioni congiuntamente con il Ministero BAC

Guida alla tutela del paesaggio


Principali innovazioni del Codice dei beni culturali e del paesaggio

sempre da: http://www.italianostra-milano.org/cms/?q=node/150&page=0%2C1

Oltre alle nuove procedure relative alle autorizzazioni e alla pianificazione paesaggistica che, come si è visto, attribuiscono alle soprintendenze un rilevante ruolo, il Codice introduce alcune altre significative innovazioni nella gestione del paesaggio quali: la definizione di paesaggio e le Commissioni locali per il paesaggio.

La legge 1497/1939 non contiene una definizione esplicita di “paesaggio” – termine che non compare mai nel suo articolato – e che nemmeno la più recente legge 431/1985 (Galasso) ha fornito.

Il 20 ottobre 2000 viene presentata a Firenze la Convenzione europea del paesaggio , un documento promosso dal Consiglio d’Europa, che nel gennaio del 2006 è stata ratificata dallo Stato Italiano con la legge n. 14. Il primo articolo della Convenzione formula una definizione di “paesaggio” che amplia notevolmente l’accezione corrente, attribuendole non solo le tradizionali componenti naturali e umane in stretta reciproca relazione, ma, in più, stabilisce che debba essere ritenuto paesaggio tutto quanto viene recepito come tale dalle popolazioni locali, arricchendo in tal modo questo poliedrico concetto di una nuova dimensione: la “percezione sociale del paesaggio”.
Il Codice (art. 131) introduce nella legislazione italiana la definizione di paesaggio riprendendo, anche se non fedelmente, l’enunciazione della Convenzione europea integrandola con il concetto di “identità nazionale”, di cui il paesaggio sarebbe la “rappresentazione materiale e visibile” .
Relativamente alla procedura di autorizzazione il Codice introduce la Commissione locale per il paesaggio (art. 148) come struttura a supporto degli enti locali titolari di subdelega, con il compito di formulare un giudizio di compatibilità paesaggistica relativamente alle proposte progettuali che accompagnano le richieste di autorizzazione. Ruolo e struttura della Commissione hanno subito recentemente importanti modifiche rispetto alla prima versione del Codice del 2004, dove se ne definivano alcuni caratteri che rimarranno anche in seguito (il ruolo delle regioni nel promuoverne l’istituzione presso gli Enti locali, la qualifica elevata dei membri in materia di paesaggio, il compito di esprimere un parere nel corso dei procedimenti autorizzatori) mentre alcuni sono destinati a sparire come, ad esempio, la partecipazione delle Soprintendenze ai lavori delle Commissioni. Le modifiche apportate nel 2006 attribuiscono alle Commissioni una competenza per ambiti sovracomunali, questa è una innovazione di estrema importanza per una visione allargata rispetto al confine comunale auspicabilmente estendibile ad unità di paesaggio, che tuttavia decade con le modifiche al Codice apportate nel 2008 e attualmente vigenti.

Il paesaggio nei documenti europei

Si è già detto della Convenzione Europea del paesaggio con particolare riferimento alla definizione di “paesaggio” e del relativo concetto di “percezione sociale del paesaggio”, ma i meriti di questo strumento elaborato a Strasburgo dal Consiglio d’Europa sono anche altri, che sinteticamente si elencano di seguito rimandando per un opportuno approfondimento alla lettura diretta della Convenzione e della sua Relazione Esplicativa :
Il campo di applicazione della Convenzione si riferisce a tutto il territorio degli Stati contraenti, con la conseguenza che tutto il territorio deve essere preso in considerazione nei piani e programmi di valorizzazione paesaggistica, la cui attenzione non è più rivolta soltanto ai paesaggi ‘eccezionali’, ma anche ai “paesaggi della vita quotidiana e ai paesaggi degradati”.
In particolare, la ratifica della Convenzione da parte dello Stato Italiano comporta l’attuazione dei seguenti punti programmatici:

integrare il paesaggio nelle politiche di pianificazione del territorio,

avviare procedure di partecipazione del pubblico nella realizzazione delle politiche paesaggistiche,

accrescere la sensibilità della società civile al valore dei paesaggi,

promuovere programmi di formazione ed educazione alla tematica paesaggistica, particolarmente destinati ai professionisti del settore pubblico e privato, ma estesi anche ai programmi scolastici e universitari,

promuovere ricerche sistematiche e studi volti ad individuare, conoscere e valutare i paesaggi del proprio territorio tenendo conto dei valori attribuiti dalle popolazioni interessate,

stabilire obiettivi di qualità paesistica espressi in forma chiara e associati a politiche e strumenti specifici per il loro conseguimento.

Nel maggio 1999 a Potsdam si ha l’approvazione dello “Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo ” (noto con l’acronimo francese SDEC).

Questo documento redatto dall’Unione Europea sviluppa alcune considerazioni molto attuali in relazione ai rischi tendenziali nell’ambito della gestione paesaggistica del territorio (centri commerciali, grandi lottizzazioni, cave, abbandono dei terreni, infrastrutture sovradimensionate, turismo di massa). S’impone pertanto una politica del paesaggio che deve basarsi su una strategia integrata e contribuire alla creazione o al recupero di paesaggi attraenti.

Box | Risoluzione del Consiglio sulla qualità architettonica dell’ambiente urbano e rurale

Il 12 gennaio 2001 a Bruxelles il Consiglio dell’Unione Europea approva il testo della risoluzione deliberata il 23 novembre 2000 dalla commissione cultura volta alla promozione della qualità architettonica degli interventi sul territorio, alla quale viene riconosciuta la capacità di migliorare l’ambiente delle comunità locali e, conseguentemente, la loro qualità di vita.
La Risoluzione afferma che:

l’architettura è un elemento fondamentale della storia, della cultura e del quadro di vita di ciascuno dei nostri paesi; essa rappresenta una delle forme di espressione artistica essenziale nella vita quotidiana dei cittadini e costituisce il patrimonio di domani;

la qualità architettonica è parte integrante dell’ambiente tanto rurale quanto urbano;

la dimensione culturale e la qualità della gestione concreta degli spazi devono essere prese in considerazione nelle politiche regionali e di coesione comunitarie;

un’architettura di qualità può contribuire efficacemente alla coesione sociale, nonché alla creazione di posti di lavoro, alla promozione del turismo culturale e allo sviluppo economico regionale.

La Risoluzione incoraggia gli stati membri:

ad intensificare gli sforzi per una migliore conoscenza e promozione dell’architettura e della progettazione urbanistica, nonché per una maggiore sensibilizzazione e formazione dei committenti e dei cittadini alla cultura architettonica, urbana e paesaggistica;

a promuovere la qualità architettonica attraverso politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica;

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One thought on “Il rapporto della Società geografica italiana sullo stato del paesaggio: un appello ultimativo alla conservazione e al ripristino della bellezza (o adesso o mai più!)

  1. Emigrato sabato 13 marzo 2010 / 23:36

    Laurent Davezies ha fatto l’analisi che ci voleva. Le risorse territoriali sono in quegli spazi al margine dell’epoca fordista, quelli poco o per nulla toccati dall’industrializzazione. Prendete la foto in apertura: l’autostrada che doveva portare ricchezza, non ha fatto altre che distruggere ogni possibilità di sviluppo locale per quella valle (lo so perché mio nonno ci vive sotto da quarant’anni).
    Più generalmente, il Veneto deve interrogarsi su come riuscire a integrare urbanizzazione diffusa e consumo di spazio rurale, quest’ultimo portatore di diverse funzioni : agricoltura di qualità, dimensione ludica e ricreativa, protezione della biodiversità, paesaggio… Ci riuscirà?
    Un altro esempio viene dal meridione, che produce gran parte delle nostre produzioni biologiche, che ben si adattano alle condizioni climatiche e a un sistema basato sulla diversità e la piccola taglia delle imprese agricole, che per diverse ragioni hanno perdurato, malgrado politiche agricole favorevoli alla concentrazione. Ora queste politiche stanno cambiando, e sembra che la strada da seguire sia quella di queste produzioni, tipiche, biologiche, a denominazione d’origine controllata.
    Viste dalla Francia, così stanno le cose… Spero di tornare in Veneto e vederlo moderno sì, ma bello e piacevole.

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