Migranti eritrei lasciati (per venti giorni) morire in mare: l’ultimo grave caso di omissione di soccorso in mare (pure a un popolo “molto italiano”)

Asmara, capitale dell'Eritrea: caffè e modi di dire, urbanistica e toponomastica, celebrano nomi italiani dimenticati, testimoni antichi del "nostro" mal d’Africa
Asmara, capitale dell'Eritrea: caffè e modi di dire, urbanistica e toponomastica, celebrano nomi italiani dimenticati, testimoni antichi del "nostro" mal d’Africa

Pare che in questa ennesima cronaca di disperazione, in questo caso un barcone di 78 persone eritree che hanno tentato l’approdo all’Europa (in primis all’Italia, viste le forti radici storiche che uniscono il popolo eritreo a quello italiano, e questo a prescindere dal periodo fascista come si può pensare, e come fa notare Aldo Cazzullo nel Corriere della Sera del 22 agosto nel bellissimo articolo che qui vi proponiamo), pare che l’Italia abbia “meno” responsabilità delle altre volte: il barcone era nelle acque di competenza territoriale di Malta. Ma vien da chiedersi se sia credibile che in un mare, il Mediterraneo, così “piccolo” per le moderne tecnologie di segnalazione e avvistamento, non ci si possa essere accorti per venti giorni della situazione disperata di quelle persone poi tragicamente morte.

Non a caso nell’aprile scorso 145 immigrati si son salvati nelle stesse acque non per volontà delle autorità, italiane o maltesi, ma per il responsabile (eroico?) gesto di un capitano di un piccolo peschereccio turco, il Pinar, che li ha accolti a bordo, contravvenendo a regole politiche e applicando la “legge del mare” che dice di aiutare chi è in difficoltà (ma non dovrebbe essere solo in mare) (vedi quiqui ).

Non si può lasciare al caso, o all’opportunismo politico, la scelta se aiutare o meno persone in grave difficoltà di vita. L’episodio dei 73 eritrei tragicamente e con grande sofferenza lasciati morire, coinvolge le regole morali, giuridiche, civili che hanno caratterizzato finora la nostra società. Va poi sottolineato (anche se questo diventa ahi noi un problema secondario) che in quell’imbarcazione (gommone) lasciato in balia della disperazione per venti giorni, c’erano persone che probabilmente conoscevano bene la lingua e la cultura italiana: il legame dell’Italia con l’Eritrea, iniziato dal colonialismo ottocentesco, è forse quello meno atroce tra quelli portati avanti da “noi” italiani (come in Libia o Etiopia). Ora quel paese è in mano a un dittatore (Isaias Afekerki) in un contesto di guerra continua con l’Etiopia.

eritrea

In merito all’opportunità politica di adottare una linea “dura” di “non intervento umanitario”, e di respingimento verso la Libia (i cinque superstiti hanno pure rischiato questo, se la Guardia di Finanza che li ha accolti non avesse valutato che in questo caso le loro condizioni non erano adatte a portarli direttamente in Libia come ora si fa di regola…), riportiamo qui alla fine, come ultimo articolo un intervento del luglio scorso su “la Voce.info”, dove l’autore (Maurizio Ambrosini) dimostra che solo il 10-12% dell’immigrazione irregolare africana arriva attraverso i barconi: altri sono i modi di entrata irregolare (e Ambrosini li descrive).

Resta la situazione di una mancanza di un’efficace politica europea per la soluzione del sottosviluppo africano, e di un progetto comune “Euro-Afro-Asiatico”, unica soluzione ai disequilibri e alle povertà fra questi tre continenti così connessi.

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I NOSTRI DOVERI

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 22-8-2009

Due punti non dovrebbero essere in discussione: la moderna tratta degli schiavi tra la Libia e l’isola di Lampedusa va interrotta; non per questo i naufraghi che sfuggono al pattugliamento, chiunque siano, possono essere lasciati morire in mare. La storia della tragedia del Canale di Sicilia è ancora da scrivere; di certo emergono— e non per la prima volta— pesanti responsabilità di marinai maltesi.
C’è però un aspetto ineludibile, che ci riguarda. Se c’è un popolo che noi italiani abbiamo il dovere storico e morale di soccorrere, è il popolo eritreo. Perché della storia e dell’identità italiana, di cui finalmente si discute senza pregiudizi, gli eritrei fanno parte da oltre un secolo; così come noi apparteniamo alla loro, al punto da averla plasmata. Il nome stesso — Mar Eritreo era per i greci il Mar Rosso— fu suggerito a Francesco Crispi da Carlo Dossi, capofila della scapigliatura lombarda e collaboratore dello statista siciliano. Ma l’Eritrea è se possibile qualcosa di più della prima colonia italiana; senza l’intervento del nostro esercito e della nostra amministrazione, forse non sarebbe mai esistita come unità politica e culturale, e le tribù che abitavano l’altopiano sarebbero rimaste per sempre alla mercé dell’impero abissino.
Proprio questo legame particolarissimo consentì agli eritrei di godere solo dell’aspetto positivo del colonialismo— il centro dell’Asmara è una vetrina dell’architettura italiana della prima metà del Novecento, mentre la ferrovia Massaua-Asmara fu distrutta dai bombardamenti inglesi —, e di evitare le pagine nere, dalla repressione in Libia ai bombardamenti sull’Etiopia.

Ma è soprattutto la fratellanza d’armi ad aver coniato tra i due popoli un vincolo di solidarietà, che in questi giorni dovrebbe morderci la coscienza. I prigionieri di Adua, cui il negus fece tagliare il piede destro e la mano sinistra in quanto sudditi ribelli, rei di aver combattuto accanto agli italiani. I centinaia di militi ignoti sepolti nel cimitero di guerra di Cheren, dove avevano resistito agli attacchi britannici. Il libro di Montanelli, intitolato appunto XX battaglione eritreo.
Il sacrificio di migliaia di ascari, da quelli del 1896 ai loro nipoti che ancora dopo la resa del Duca d’Aosta all’Amba Alagi continuarono a combattere nelle bande irregolari di Amedeo Guillet, l’ultimo eroe d’Africa. E la traccia che di tutto questo è rimasta nella cultura collettiva: gli acquerelli di Caccia Dominioni, i fez rossi sulle copertine della Domenica del Corriere, le fotografie degli sciumbasci— gli ufficiali indigeni — in gita premio nella Roma del 1912, accolti alla stazione Termini dalla folla entusiasta (e rivisti nella recente mostra al Vittoriano).  Una memoria che non va confusa con le disavventure del regime fascista, ma affonda le sue radici nell’Italia risorgimentale e porta frutti ancora oggi.
Basta sbarcare all’Asmara per toccare con mano il profondo legame che ancora unisce gli eritrei all’Italia, dai caffè ai modi di dire, dall’urbanistica alla toponomastica, che celebra nomi in Italia dimenticati, i testimoni antichi del nostro mal d’Africa cui erano dedicati i battaglioni eritrei: il primo, contrassegnato dal colore rosso, intitolato a Turitto; il secondo, azzurro, a Hidalgo; il terzo, cremisi, a Galliano; il quarto, nero, a Toselli. Da quasi vent’anni, come ha documentato sul Corriere Massimo A. Alberizzi, l’Eritrea è schiacciata dal tallone di Afeworki, l’uomo che parve un liberatore e si è rivelato un aguzzino del suo popolo, sfiancato da una guerra impari con l’Etiopia. È normale che, alla ricerca di un Paese d’asilo, gli eritrei guardino all’Italia, dove già vive una comunità molto attiva.
Salire sulle imbarcazioni degli scafisti criminali non può essere il modo di raggiungere le nostre coste. Così come è indispensabile che il governo prosegua nella politica di collaborazione con la Libia, che palesemente deve coinvolgere anche le autorità maltesi. Questo non ci esime dal dovere di accordare soccorso e, se del caso, asilo; tanto più se alla deriva sono i discendenti dei nostri antichi fratelli d’arme.   (Aldo Cazzullo)

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CI HANNO VISTI IN AGONIA E SE NE SONO ANDATI

di Francesco Viviano, da “la Repubblica” del 21/8/2009

LAMPEDUSA.  «QUANDO abbiamo visto quel peschereccio avvicinarsi pensavamo di avercela fatta. A bordo molti erano già morti, ma in tanti, almeno una trentina, eravamo ancora vivi ». «Eravamo stremati, stanchi, disperati, ma gli uomini di quel peschereccio, quando l’ imbarcazione si è avvicinata, ci hanno dato soltanto un paio di bottiglie d’ acqua e qualcosa da mangiare. Poi sono spariti, se ne sono andati via». Hampton, 17 anni, eritreo, è il più giovane dei cinque sopravvissuti all’ultima strage del mare nel canale di Sicilia. È in infermeria del centro di accoglienza di Lampedusa insieme agli altri tre uomini e una donna, tutti eritrei, cristiani.

Tutti partiti più di venti giorni fa dalle coste libiche insieme ad altri 73 connazionali. Compagni di viaggio morti per gli stenti della fame, della sete, per le ustioni del sole e dei vapori della benzina. Racconta Hampton: «Non credevamo a quello che stava accadendo, gli uomini di quel peschereccio hanno visto che stavamo morendo, ma non ci hanno portato a bordo. Non erano italiani, parlavano inglese. Speravamo che magari dessero l’ allarme, che segnalassero la nostra posizione a qualcuno, invece siamo rimasti in mare per altri giorni e tutti gli altri che erano ancora vivi, tranne noi cinque, sono morti. Con noi Dio è stato buono, ma tutti gli altri, non ci sono più, sono morti e noi li abbiamo buttati in mare, come quelli di prima».

Hampton è il meno grave di tutti, ma nessuno dei sopravvissuti rischia di morire. «Se la caveranno» dice una dottoressa dell’ istituto nazionale migrazione e povertà che assiste gli extracomunitari ricoverati nel pronto soccorso del centro di accoglienza dell’ isola. Titti è l’unica delle trenta donne sopravvissute a questa strage. Con lei c’ erano anche altri tre suoi familiari, due cugini ed un fratello che si erano imbarcati sul gommone della morte sperando di raggiungere l’Italia. Parla con difficoltà in dialetto Tigrino, la lingua della regione eritrea vicino ad Asmara, ad ascoltarla c’ è un suo connazionale che lavora per “Save the children” nel centro di accoglienza di Lampedusa. «Sono arrivata in Libia alcuni mesi fa – dice Titti – è stato un viaggio faticoso e pieno di insidie e pericoli. Solo la forza della disperazione, la speranza di arrivare in Italia mi ha fatto superare tutte le difficoltà».

Titti racconta che è stata per un paio di mesi a lavorare, «come una schiava», nelle case dei libici. «Con me – prosegue Titti – c’erano altre mie amiche ed altri connazionali, tutti in cerca di fortuna, tutti con la speranza di raggiungere l’Italia dove da anni vivono altri nostri parenti ed amici». Titti smette poi di parlare, le spuntano le lacrime agli occhi, i ricordi di quei giorni vissuti in mare in balia delle onde e delle intemperie del giorno e della notte. È stremata e piena di ustioni in varie parti del corpo, ma a tarda sera riesce a prendere sonno e ad addormentarsi.

Hampton è più loquace, ha ancora forze nonostante tutto ed ha voglia di raccontare quello che ha vissuto insieme altri altri. «Quando i trafficanti, dopo alcune settimane che ci tenevano prigionieri in dei capannoni, hanno stabilito che potevamo partire, ci hanno portato su una spiaggia. Lì c’ era già un gommone pronto con delle taniche di benzina a bordo. Erano poche ed uno di noi lo ha fatto notare: “come faremo a raggiungere Lampedusa con questo carburante?”. Loro ridevano, dicevano che potevamo andare anche in America, ma non era così e dopo qualche giorno, il motore si è fermato. Avevamo visto di notte le luci delle piattaforme petrolifere che i trafficanti ci avevano detto di raggiungere perché quella era la strada giusta. Ma non potevamo navigare, eravamo come rami che galleggiano nei fiumi. Il gommone andava avanti e indietro, girava attorno a se stesso.

Di giorno era un inferno, il sole e l’ acqua salata martoriava le nostre carni, la notte c’era freddo e non avevamo nulla per riscaldarci. Pregavamo e speravamo. Poi quel peschereccio che pensavamo ci potesse salvare e che invece se n’è andato via. Abbiamo incontrato altre barche o altre navi, almeno dieci, non li distinguevamo bene da lontano. Forse ci hanno anche visto, io e i pochi ancora con qualche energia gridavamo, sventolavamo le nostre magliette. Tutto inutile. Nessuno ci ha mai avvicinato e così cominciavamo a morire». A bordo non c’ erano bambini, ed i primi che hanno finito di vivere sono state le donne. «Erano le più deboli, tentavamo di darci aiuto l’ uno con l’ altro, ma non potevamo fare nulla, non avevamo più niente, molti avevano cominciato a bere acqua di mare e sono stati i primi a morire. Li abbiamo dovuti buttare in mare, uno dopo l’ altro, non c’ era altro da fare ed è stata una cosa dolorosa anche se Dio ci perdonerà di questo».

Poi, ieri mattina, dal mare è spuntata una nave grigia, era quella della guardia di finanza che in questi ultimi mesi ha soccorso altri extracomunitari in mare riportandoli però subito in Libia, senza sapere da dove venivano. Ma questa volta in quel gommone c’ erano dei fantasmi, dei moribondi, ed il “respingimento” non è stato possibile. (Francesco Viviano)

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L’IMMIGRATO CHE VENNE DAL MARE

Da http://www.lavoce.info/

di Maurizio Ambrosini 06.07.2009

Lampedusa è considerata la porta d’ingresso dell’immigrazione illegale in Italia. Frenando gli sbarchi, si può far credere di contrastare in maniera incisiva gli ingressi irregolari. Ma gli arrivi dal mare rappresentano soltanto una modesta frazione di un fenomeno variegato e complesso. La stragrande maggioranza degli immigrati entra in un modo molto più semplice e meno rischioso: con un regolare visto turistico. Quando scade, il turista si trasforma in immigrato irregolare. Magari perché ha trovato un lavoro, nero, nelle famiglie o imprese italiane.

Nelle scorse settimane, abbiamo visto affissi ai muri manifesti di propaganda che annunciavano in modo perentorio “abbiamo fermato l’invasione”. L’annuncio campeggiava sullo sfondo di un’imbarcazione gremita di migranti.

FRONTIERE E CONTROLLI

L’idea che i cosiddetti clandestini arrivino via mare è peraltro molto diffusa e trasversale: Lampedusa è considerata da molti la porta d’ingresso dell’immigrazione illegale in Italia. La lunghezza delle coste è spesso citata, dagli uni e dagli altri, come causa dell’alto numero di immigrati privi di permesso di soggiorno. Quelle barche sono assurte a simbolo di un paese sotto assedio.
In questo modo, aver respinto verso la Libia, nel modo che sappiamo, trecento malcapitati, compresi donne, minori, potenziali richiedenti asilo, fra le proteste dell’Onu , del Consiglio d’Europa, della Conferenza episcopale e di varie altre istituzioni, può essere fatto passare come una vittoria decisiva sull’immigrazione indesiderata.
Lasciando da parte il fatto che i traghettatori con ogni probabilità troveranno in breve tempo altre rotte, come è regolarmente avvenuto nel passato, vorrei qui riflettere su un aspetto fondamentale: gli arrivi dal mare rappresentano soltanto una modesta frazione del complesso e variegato fenomeno dell’immigrazione irregolare.
Ricordo anzitutto che il sistema di sorveglianza delle frontiere Frontex, finanziato dall’Unione Europea con 42 milioni di euro, ha prodotto nel 2007 163.903 respingimenti alle frontiere europee, la maggior parte in Grecia, e soprattutto sulle frontiere terrestri (73mila casi). Seguono la Spagna (27.900), poi l’Italia (21.650), impegnate in particolare a contrastare l’immigrazione africana. Malgrado questo impegno sempre più consistente (e costoso), i numeri apparentemente ragguardevoli, le polemiche sulle vite perdute in mare, si tratta di un’esibizione di fermezza verso alcuni tipi di migrazioni irregolari, quelle che cercano di attraversare fisicamente le frontiere senza le debite autorizzazioni.
Il controllo delle frontiere è uno dei simboli della sovranità nazionale, che in tempi di incertezza generalizzata su tanti aspetti della vita personale e sociale viene caricato di significati e di attese. Ma l’immigrazione irregolare è fenomeno ben più vasto, intrecciato con molte convenienze dei paesi riceventi, famiglie comprese. Tenere sotto i riflettori gli sbarchi consente di concentrare gli sforzi su un segmento limitato e relativamente controllabile della questione, disegnando un’immagine di fermezza e lasciando in ombra gli aspetti meno confessabili e più difficili da contrastare. Gli arrivi via mare sono molto visibili sotto le luci dei media, si prestano alla costruzione di narrazioni cariche di pathos, si imprimono nell’immaginario collettivo.
Paradossalmente, gli immigrati irregolari che arrivano dal mare sono in gran parte intercettati, controllati e schedati dalle istituzioni che presidiano le frontiere. Per i governi, tutto sommato, è conveniente che i media e quindi gli elettori credano che l’immigrazione non autorizzata coincida con gli sbarchi. Frenando gli sbarchi, o dando l’impressione di farlo, si può far credere di agire in maniera incisiva sull’immigrazione irregolare. Di aver fermato l’invasione.

TRE MITI DA SFATARE

Un autorevole rapporto dell’International Migration Institute dell’università di Oxford ha invece disegnato una realtà ben diversa. (1)
Secondo le ricerche e le stime disponibili, gli arrivi via mare non rappresentano più del 10-12 per cento dell’immigrazione irregolare dall’Africa verso l’Italia. Un’altra componente entra con documenti contraffatti, oppure nascosta su mezzi di trasporto terrestri. Tuttavia, La maggioranza tuttavia, intorno al 75 per cento probabilmente, arriva in un modo molto più semplice e meno rischioso: con un regolare visto turistico, che a un certo momento scade, trasformando il turista in immigrato irregolare. Magari perché ha trovato un lavoro. Conviene ricordare che gli sbarcati nel 2008 sono stati circa 30mila, mentre la stima del totale dell’immigrazione irregolare si aggirano sul milione di persone. (2) E comunque le richieste di regolarizzazione ai sensi dell’ultimo decreto flussi, del 2007, ne conteggiavano 740mila.
Un secondo mito che il rapporto sfata si riferisce all’attribuzione ai migranti africani di caratteristiche di drammatica povertà, disperazione, fame. In realtà, pur non essendo ricchi, sono mediamente meno poveri di quanti non partono, e si muovono per scelta, non perché costretti da altri. Se riescono a mettersi in viaggio e a pagare il passaggio in barca, significa che dispongono di risorse o sono in grado di procurarsele. Soprattutto lavorando in Nord-Africa, dove risiedono oggi più migranti sub-sahariani che in Europa.
Un terzo mito messo in discussione si riferisce ai trafficanti: come risulta anche dagli atti processuali, non si tratterebbe di grandi mafie tentacolari, ma di organizzazioni piccole, fluide e flessibili. Spesso di ex pescatori rovinati dai permessi di pesca accordati agli europei dalle autorità dei loro paesi nel quadro della cooperazione euro-africana.
In definitiva, il governo non ha fermato nessuna invasione. Prima di tutto perché l’invasione dal mare, se così vogliamo definirla, è poca cosa, giacché i migranti irregolari arrivano quasi tutti per altre strade. E in secondo luogo arrivano principalmente perché sono richiesti e impiegati nelle nostre famiglie e nelle migliaia di imprese che danno loro lavoro in nero, senza apprezzabili interventi di contrasto da parte delle istituzioni dello Stato.

(1) H. de Haas, The myth of invasion. Irregular migration from West Africa to the Maghreb and the European Union, IMI, Oxford, October 2007.
(2) Fonte: Fondazione Ismu di Milano.

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ERITREA

Superficie: 117.357 Km²
Abitanti: 4.298.000 (stime 2001)
Densità: 37 ab/Km²
Forma di governo: Repubblica
Capitale: Asmara (400.000 ab.)
Altre città: Massaua 35.000 ab.
Gruppi etnici: Tigrini, Tigrè, Hedareb, Afar, Bilen, Kunama e altri
Paesi confinanti: Sudan a OVEST, Etiopia a SUD, Gibuti a SUD-EST
Monti principali: Jabal Hamoyet 2780 m
Fiumi principali: Non esistono fiumi perenni
Laghi principali: –
Isole principali: Isole Dahlak
Clima: Temperato – arido
Lingua: Tigrino, Arabo (ufficiali), Inglese, Italiano
Religione: Musulmana 50%, Copta, Cattolica, Protestante, Animista
Moneta: Nakfa dell’Eritrea

(da Wikipedia).   L’Eritrea (in tigrino Ērtrā) è uno stato che si trova nella parte settentrionale del Corno d’Africa, confinante con il Sudan ad ovest, con l’Etiopia a sud e con il Gibuti a sudest. L’est ed il nordest del paese hanno una lunga linea di costa sul Mar Rosso, direttamente di fronte all’Arabia Saudita e allo Yemen. Sono parte dell’Eritrea l’Arcipelago di Dahlak e alcune isole a ridosso delle isole Hanish.

L’Eritrea è uno Stato multilingue e multiculturale con due religioni dominanti (Islam Sunnita e Chiesa ortodossa eritrea) e nove gruppi etnici. L’Eritrea non ha una lingua ufficiale, ma nel paese vengono utilizzate quattro lingue: il tigrino, l’arabo, l’italiano e l’inglese.

Il paese è governato da Isaias Afewerkil eletto dalla assemblea Nazionale, composta da 150 membri, che si è costituita nel 1993, poco dopo l’ottenimento dell’indipendenza

Epoca coloniale

un cinema, ancor oggi esistente, ad Asmara
un cinema, ancor oggi esistente, ad Asmara

Il sacerdote cattolico italiano Giuseppe Sapeto acquistò nel 1869 la Baia di Assab dal sultanato di Afar per conto della compagnia di navigazione dell’armatore genovese Raffaele Rubattino. Con l’apertura del Canale di Suez, anche l’Italia, come tutte le potenze coloniali dell’epoca, cominciò a pianificare la conquista di una regione costiera dall’alto valore strategico, che sarebbe diventata a breve la rotta commerciale navale più utilizzata al mondo. Con l’approvazione del parlamento italiano e del re Umberto I, l’Italia espanse i suoi possedimenti a settentrione lungo le coste del Mar Rosso e oltre il porto di Massaua, assimilando i possedimenti degli Egiziani, che vennero espulsi. Verso l’interno l’esercito italiano incontrò una dura resistenza da parte delle armate dell’imperatore abissino Yohannes IV, il quale aveva anch’egli progettato la conquista del territorio eritreo per guadangare uno sbocco sul mare al proprio regno. Dopo aver vinto gli Egiziani, le forze italiani sbaragliarono gli abissini e consolidarono i propri possedimenti fondando un colonia che prese il nome di Eritrea, che divenne territorio coloniale italiano dal 1 gennaio 1890.

L’Eritrea italiana fu quindi la prima colonia italiana in Africa e vi si insediarono coloni italiani fin dalla fine dell’Ottocentoù, specialmente nel capoluogo Massaua che arrivó ad avere nel 1939 una popolazione di 58.000 italiani su un totale di 93.000 abitanti.

Il dominio coloniale italiano restò fino alla sconfitta italiana in Africa nel 1941 durante la Seconda Guerra Mondiale da parte dei Britannici. Dopo la cacciata degli italiani l’Eritrea divenne un protettorato britannico. Alla fine del conflitto, le Nazioni Unite promossero una lunga indagine conoscitiva per capire quali fossero le aspettative del popolo eritreo, per fare ciò si servì anche un referendum al quale però poterono partecipare solo gli anziani di sesso maschile (shimagile). Sia coloro che volevano l’unificazione con l’Etiopia, sia coloro che desideravano la totale indipendenza dell’Eritrea, fecero enormi pressioni sulle grandi potenze mondiali che sulle stesse Nazioni Unite. Non ultimo lo stesso impero etiope cercò di guadagnare influenza sull’Eritrea liberata servendosi di un potente strumento: la Chiesa Ortodossa Etiope. Tutti i credenti ed i membri dell’entourage ecclesiastica che non aderirono al progetto di annessione dell’Eritrea vennero scomunicati.

Le stesse superpotenze vennero coinvolte nella questione eritrea. Il blocco comunista, così come gran parte dei paesi indipendenti non-allineati, auspicava una Eritrea indipendente, mentre le potenze occidentali, tra le quali gli Stati Uniti, la Francia, e il Regno Unito auspicavano l’unione con l’Etiopia, poiché quest’ultima si era allineata da tempo con il blocco occidentale. Alla fine venne raggiunto un compromesso grazie al quale l’originaria colonia italiana d’Eritrea veniva federata all’Etiopia. All’interno della federazione l’Eritrea avrebbe posseduto un proprio parlamento e una amministrazione autonoma, ed avrebbe dovuto avere dei rappresentanti parlamentari nel nuovo parlamento federato. Tuttavia l’Imperatore etiope eliminò ogni istituzione legata alla neonata federazione e sciogliendo il parlamento, e nel 1961 dichiarò l’Eritrea la XIV provincia dell’Etiopia. Ciò portò come conseguenza un lungo trentennio di conflitti durante la lotta eritrea per l’indipendenza che ebbe termine solo nel 1991.

La lotta per l’indipendenza

I movimenti indipendentisti eritrei diedero vita al Fronte di Liberazione Eritreo (ELF) guidando la ribellione contro l’Etiopia. Inizialmente l’ELF mantenne la leadership della rivolta indipendentista, ma venne poi contrastata da un nuovo movimento politico e armato, il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo, sorto nel 1970.

Il Fronte di Liberazione Eritreo aveva le sue basi nei contadini di religione musulmana e ricevette aiuti e appoggio politico dalle nazioni arabe, mentre il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo professava l’ideologia marxista e venne supportato dalla popolazione vittima della Diaspora eritrea. Alla fine quest’ultimo prese il sopravvento sull’ELF causandone prima la decadenza e poi la definitiva scomparsa. La lotta per l’indipendenza era vicina alla vittoria a metà degli anni ’70, ma subì una battuta d’arresto quando salì al potere il Derg, una giunta militare marxista, assurta al potere grazie al sostegno militare dell’Unione Sovietica e del Blocco Comunista. Nonostante ciò, la resistenza indipendentista eritrea continuò a combattere e le file del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo si gonfiarono ulteriormente di tutti coloro che si sentirono traditi dal regime militare del Derg e che ora combattevano per rovesciarlo.

L’indipendenza

La lotta per l’indipendenza ebbe fine nel 1991, quando il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo scacciò l’esercito etiope fuori dei confini eritrei, e si unì agli altri movimenti etiopi di resistenza per roviesciare la dittatura del Derg che cadde nello stesso anno. Due anni dopo venne indetto un referendum, con la supervisione della missione delle Nazioni Unite denominata UNOVER. Al suffragio universale parteciparono sia le popolazioni residenti in Eritrea che quelle rifugiate in altre nazioni africane dopo la diaspora, ed in esso si decise se l’Eritrea dovesse essere un paese indipendente e dovesse mantenere la federazione con l’Etiopia. Oltre il 99% degli Eritrei votò per l’indipendenza che venne dichiarata ufficialmente il 24 maggio 1993. Il leader dell’EPLF, Isaias Afewerki divenne il Primo Presidente provvisorio dell’Eritrea e il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo, ribattezzato Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ) diede vita al primo governo.

Nel 1998 una guerra di confine con l’Etiopia per la città di Badme ha portato alla morte di circa 19.000 soldati eritrei, ad una pesante migrazione delle popolazioni eritree oltre che a un disastroso contraccolpo economico. Il conflitto Eritreo-Etiope ha avuto fine nel 2000 con un negoziato noto come Accordi di Algeri con il quale si è affidato ad una commissione indipendente delle Nazioni Unite, il compito di definire i confini tra le due nazioni. L’EEBC (Eritrea-Ethiopia Boundary Commission) ha terminato la sua indagine ed il suo arbitrato nel 2002, stabilendo che la città di Badme debba appartenere all’Eritrea. Tuttavia il governo etiope non ha a tutt’oggi ritirato il suo esercito dalla città, per la quale si temono nuovi possibili conflitti.

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Eritrea_regions_numbered
Regioni dell'Eritrea
Regione CAP Popolazione Area (km²) Capoluogo
4 Anseba ER-AN 457.078 23.200 Keren
1 Centrale ER-MA 538.749 1300 Asmara
3 Gash-Barka ER-GB 564.574 33200 Barentu
6 Mar Rosso Meridionale ER-DK 459.056 27800 Massaua
5 Mar Rosso Settentrionale ER-SK 203.618 27600 Asseb
2 Sud ER-DU 755.379 8000 Mendefera

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