Il moltiplicarsi degli incidenti in montagna: come individuare regole concrete per incominciare a invertire questa tendenza dolorosa

soccorsi in parete
soccorsi in parete

Incidenti in Montagna. Morti e feriti, un’ecatombe quest’estate. Principianti ma anche alpinisti provetti. Ancora non ci sono dati e statistiche, ma è presumibile che il fenomeno è ben in crescita (vi daremo i dati, quando ci saranno). Quello che crea disagio è che le motivazioni sono le più diverse: situazioni di franamento geologico della montagna, si dice, anche a causa  dell’inverno passato nevoso e del ritardato scioglimento delle nevi; disattenzione di gitanti improvvisati, ma anche di alpinisti preparati; cadono addirittura gli elicotteri dei soccorritori, che sono volontari (non pagati), e questa è, se si può, notizia ancor più tragica…

Tutti, abitanti indigeni delle alture, esperti, scrittori, amanti sinceri della montagna, ribadiscono che “la colpa” di questo non è della montagna in sè: lei se ne sta lì e nulla può fare. E nessuno sembra in grado di proporre soluzioni concrete a questo disastro di vite umane banalmente e dolorosamente perdute.

Proviamo noi qui a sintetizzare (senza impegno di essere onnicomprensivi) alcune cause, e possibili rimedi per trovare soluzioni concrete; partendo dal dire che la situazione è fuori controllo anche perché in montagna in questi ultimi anni si sono allentate o sono venute a mancare le REGOLE FONTAMENTALI di come “esserci”.

I rifugi stanno diventando alberghi e molti CAI (Club Alpini) locali li cedono per debiti pregressi (è il caso del CAI Treviso con il Rifugio Antelao). Spesso “i rifugi non sono più rifugi”, ma alberghi, qualcos’altro: bisognerebbe, ad esempio nel Veneto, che la nuova legge regionale sul Turismo che è in approvazione, distinguesse i rifugi con normative diverse tra quelli “raggiungibili con auto” e quelli “raggiungibili a piedi”: questi ultimi andrebbero aiutati e potrebbero divenire anche un presidio di prevenzione onde evitare incidenti per turisti poco preparati. Infatti mancano sempre più della “sentinelle” della montagna: cioè l’individuazione di figure autorevoli che, ad esempio, “impediscano” benevolmente, con iniziative di colloquio date dalla loro competenza riconosciuta, che escursionisti imprudenti (siano “esperti” veri o che si ritengono tali, o gitanti della domenica in scarpe da ginnastica)  di partire o proseguire per mete pericolose, e in condizioni atmosferiche non adatte. Insomma dobbiamo avere in montagna figure “sagge” ed “attive” che dialogano con “gli imprudenti”, e che a queste figure sia riconosciuta (anche istituzionalmente) l’autorevolezza di dire a qualcuno che “NO, non è il caso che si prosegua, che è meglio che si torni indietro”.

La stessa cosa vale per i gestori degli impianti di risalita, funivie, seggiovie etc.  dove ci sono impianti di questo tipo. Se si vede che sale una persona con un equipaggiamento ridicolo rispetto al luogo dove sta andando, bisogna che ci sia la possibilità  (e l’obbligo per questi gestori) di “lasciarlo a valle”, di non farlo salire.

Sempre più il CAI e le istituzioni storiche della montagna (locali) assumono meno importanza e rilievo nello stabilire un rapporto con chi va a camminare per sentieri. Sempre più organizzazioni “di pianura” paesane composte da amici prenotano una corriera e decidono di andare a  fare un’escursione in alta quota con lo stesso spirito (e attrezzatura!) di una gita a Firenze o a Disneyland…. Questo non dovrebbe essere possibile: dovrebbero in qualche modo, almeno gli organizzatori, possedere un tesserino rilasciato da un’Autorità che abbia potuto comprovare la loro competenza, e forte responsabilità a guidare un gruppo di persone in montagna (il sacro diritto alla mobilità è limitato pure sulle strade dove dobbiamo rispettare regole e avere “patenti” per guidare mezzi che sono in ogni caso pericolosi anche per noi stessi).

Lo stato del CAI (che “non controlla” più la situazione rispetto al formarsi di gruppi spontanei di inesperti di montagna) porta altresì a una minore cura dei sentieri nel periodo primaverile, prima delle escursioni. La povertà di bilancio delle Amministrazioni Comunali di montagna (almeno quelle venete, meno quelle trentine), sempre più crescente (alcune hanno difficoltà finanziarie a liberare le strade dalla neve in inverno) fa sì che i comuni non possano farsi carico della cura dei sentieri e della montagna là dove vanno e arrivano gli escursionisti. Il controllo del territorio dev’essere più mirato, magari vietando ai turisti di andar in alcuni luoghi, se non sono sicuri.

Per chi arriva dalla pianura l’uso della montagna e prevalentemente “consumistico”: si va con lo stesso spirito del prenotare l’ombrellone in spiaggia, o del “giro in macchina” con vista del paesaggio dallo specchietto retrovisore. Si dovrebbe incentivare lo STUDIO della montagna, le sue caratteristiche, i PAESAGGI che essa crea. Le EMOZIONI che essa può dare rispetto ai luoghi quotidiani del nostri vivere. E le camminate sui boschi non necessariamente dovrebbero avere lo scopo di tornare a casa con dei funghi (metà del soccorso in montagna è dedicato ad anziani che si perdono o che cadono in posti impervi) (perché non proibire la raccolta di funghi?… tanta causa di morti di anziani nei monti…?). Un approccio “attivo” alla montagna, anche come rilassamento e ricerca di un riposo sereno e dinamico e quasi “cerimoniale” nel farlo, porta, come sempre nelle cerimonie, ad essere più attenti alle REGOLE, come vestirsi, cosa fare e, ancor di più, cosa “non fare”, con il rispetto al luogo che andiamo a visitare (e, se siamo degli irresponsabili o incompetenti, con qualcuno, autorevole e riconosciuto dalla comunità che ci osserva e ci impedisce di fare cose non buone).

L’elicottero del Suem precipitato sui monti di Cortina
L’elicottero del Suem precipitato sui monti di Cortina

L’incidente all’elicottero del SUEM caduto nelle Dolomiti bellunesi , in prossimità del Monte Cristallo (vicino Cortina) (con i quattro soccorritori a bordo morti), mostra come ci sia un volontariato di soccorso che meritoriamente rischia molto, e che a volte (anche se non è il caso citato, l’elicottero era in ricognizione per controllare una frana) è costretto a rischiare la propria vita per escursionisti imprevidenti. Tutti dovrebbero essere dotati di un’assicurazione in montagna: per questo, ad esempio, l’iscrizione al CAI sarebbe necessaria e, in casi estremi di inadempienza e azione pericolosa, dovrebbe essere ben chiaro che l’assicurazione non risponde e il soccorso va interamente pagato anche come se non fosse lavoro volontario.

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MONTAGNA, ISTRUZIONI PER L’USO: IN VETTA SENZA RISCHIARE

di Maurizio Corsetti – da “la Repubblica” del 12/8/2009

TORINO Qui le montagne sembrano sempre così vicine. Scintillano, nel pomeriggio, in fondo a strade dritte come spade, pulite dall’ aria o dall’ ultimo temporale. Oppure tremolano bianche, come disegnate sul cartone da uno scenografo emozionato. Però è una prossimità che tradisce, un inganno per cuore e occhi: la trappola del troppo facile.

Perché in montagna si muore. Sempre di più. Trenta vittime in cinquanta giorni. Una strage. In montagna (e in collina, e nei boschi) si muore per una scarpa sbagliata, per una suola di gomma liscia. Si muore per leggerezza, per un fulmine, per il buio sceso troppo alla svelta. Si muore per fotografare un fiore. Si muore per essersi legati ai compagni di cordata e poi distratti, si muore per disgrazia e leggerezza, fatalità e sfortuna: cade il primo e gli altri dietro, nell’ abisso.

Si muore per la fretta, per un fungo sotto una foglia, per un ramo scivoloso, per una pozza gelata, per la smania di arrivare, per la vergogna di dover tornare. Si muore per non essersi preparati abbastanza, per avere confuso la palestra con l’ esperienza, per fare i fenomeni, per portare un bimbo piccolo lassù, nel bianco smagliante e puro, come se in cima alla salita ci fossero le giostre.

Ma la montagna non è un luna park. In questa tragica estate di cadute e crepacci, ci stanno rimettendo la pelle un po’ tutti: i professionisti della roccia, gli esperti ma anche i gitanti della domenica. Più i secondi dei primi, comunque. È la maledizione dei “monti fai da te”: in troppi pensano che basti cliccare un po’ su Internet, scegliere l’ itinerario, parcheggiare l’ auto ai piedi del colosso di sassi e poi salire.

«Ma la montagna è pericolosa, non si deve mai giocare con lei» dice Hans Kammerlander, leggenda dell’ alpinismo. «Queste continue sciagure sono il prezzo che si paga alla montagna di massa, dove sembra tutto facile e dove si passa dall’ ufficio alla parete di roccia come se si trattasse di una corsetta nel parco. Nessuno si prende più il tempo per acclimatarsi, nessuno ha pazienza. E i monti non fanno più parte della nostra vita, è così persino per chi ci abita: un territorio di persone sedentarie, che rischiano assurdamente senza neppure rendersene conto».

Una volta, in tempi meno muscolarizzati e più umili, si chiedeva consiglio ai vecchi. Erano loro a insegnare sentieri e insidie. Erano loro a spiegare ai giovani che arrendersi non è vergogna ma saggezza. «Adesso, invece, bisogna salire per forza e senza quella paura che salva la vita». Silvio Mondinelli detto “Gnaro”, lombardo della Val Trompia, è uno dei tre italiani ad avere scalato tutti e quattordici gli “ottomila” del pianeta. Eppure, pur essendo un dio delle vette, ne parla come un neo-patentato: «La montagna è pericolosa, io ci vado ogni giorno e lo so bene. Sembra facile, sembra per tutti: è il suo modo di ingannare. Anzi, è il nostro modo di ingannarci. Siccome la disgrazia è in agguato, bisogna essere modesti e saper rinunciare al troppo difficile. So che le guide costano care, però è meglio salire una volta di meno ma con loro al fianco. Vedo questi papà con i figli piccolissimi, pensano di poterli portare ovunque. È importante insegnare la montagna e le scalate, ad Alagna Valsesia lo facciamo. Qui, ai piedi del Monte Rosa dove abito».

La colpa non sarà dell’ escursionismo di massa? «Veramente, domeniche a parte, vedo sempre meno giovani. Non è vero che i monti sono intasati di folla: il guaio è che manca la cultura. Da bambino, presi un sacco di botte per essermi avventurato per funghi nel bosco insieme con una mia cuginetta, eppure lassù ci vivevo. E quando ero un allievo della Guardia di Finanza mi annoiavo durante le lezioni teoriche, volevo solo arrampicare; più tardi compresi che è comodo ritrovare la strada, sapendo che il muschio sugli alberi cresce a nord».

In montagna muoiono giovani e adulti, vecchi e bambini. Muore il gitante sorpreso dal temporale, ma soprattutto muore o si perde il pensionato. Più della metà degli interventi del Soccorso Alpino del Cai, spiega il presidente nazionale Piergiorgio Baldracco, riguardano anziani smarriti nei boschi. «La tipologia classica è il cercatore di funghi. Costui ha una certa età e ben poco giudizio. Parcheggia l’ auto lontano dai sentieri che ha deciso di battere: è il suo modo di nascondere le tracce per eludere la concorrenza. Poi s’ avventura. Si tratta per lo più di cittadini impreparati e non attrezzati, ignari di orografia e previsioni del tempo. Escono dal loro habitat calzando stivali in gomma, niente di meglio per scivolare sulle foglie. Non dicono mai dove andranno, e quando si perdono occorrono giorni e giorni per ritrovarli, ammesso di riuscirci».

Recuperare il montanaro dilettante e incauto comporta notevoli costi sociali. Una settimana di ricerche con una settantina di uomini vale circa 50 mila euro. «Per fortuna, noi del Soccorso Alpino siamo tutti volontari, altrimenti la spesa per la collettività sarebbe insostenibile» dice Baldracco. «Per il recupero delle persone smarrite, ora utilizzeremo speciali cani americani Blue Down, dotati di un olfatto mille volte superiore agli altri e in grado di seguire una traccia per sette giorni consecutivi».

È chiaro che non sono soltanto gli appassionati del risotto ai porcini a perdere la strada, e a volte la vita. «La sciagura – osserva – non risparmia i professionisti. Neanche loro sono immuni da leggerezze e cali di tensione: quest’anno sta accadendo un po’ troppo spesso». E poi ci sono i gitanti, quelli che vanno in cresta con le scarpe da tennis e si sporgono sul baratro per guardare le stelle alpine. «Purtroppo per loro e per noi, i monti non perdonano nessun tipo di errore. In qualche modo, sono come il mare».

Il fascino delle vette viene scambiato per uno spettacolo alla portata di tutti, una specie di baraccone da visitare a cuor leggero. A volte è facile e bellissimo, come quando si sorvola la Vallée Blanche sulle cabinovie appese sui crepacci e gli oceani di ghiaccio del Monte Bianco, un panorama in effetti indimenticabile. Ma pochi metri sotto terrazze e balconate turistiche, a quasi quattromila metri si può morire inghiottiti dal nulla.

E ogni tanto c’ è chi propone il numero chiuso, come all’ università. Non è d’ accordo Reinhold Messner: «Non servirebbe, mentre bisogna stabilire regole precise e punire chi sbaglia. Non si può andare sulle cime col cellulare e poi chiamare l’ elicottero in caso di difficoltà: tanto, mica pagano loro… La montagna è molto più grande dell’ uomo, va rispettata come una forma divina. E neppure si può avere l’ illusione dell’ allenamento: perché in palestra non esistono ghiaccio, vento, crepacci, massi, saette». In palestra non si muore fotografando un fiore. (MAURIZIO CROSETTI)

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Un appello: «Non siamo alberghi, serve una nuova legge regionale»

I RIFUGI ALPINI: “PIU’ SOLDI, ALTRIMENTI CHIUDIAMO”

Si ribellano le sezioni bellunesi del Cai: «Niente fondi alla sede centrale se non aumenta gli stanziamenti» da “il Gazzettino del 22/6/09, di Franco Soave

… ciò che piangono i rifugi (se non tutti la stragrande maggioranza, in Veneto sono 95 solo quelli del Club alpino) è una cronica mancanza di fondi, necessari per adeguamenti e aggiustamenti dettati dalle norme (nazionali e regionali), e una legislazione che ne riconosca meglio il ruolo e la funzione.
E il serbatoio della sopportazione è talmente vuoto che, in nome di un federalismo che contempli anche i rifugi alpini, le sezioni bellunesi del Cai si sono ribellate annunciando che non verseranno più soldi alla sede centrale se non verrà rivisto il tetto che il Club alpino italiano gira a Belluno. «I due terzi delle quote annuali dei soci – spiega Massimo Casagrande, presidente della sezione di Auronzo (due rifugi di proprietà, una decina sul territorio e 150 chilometri di sentieri da controllare) – vengono versati alla sede centrale per il funzionamento della macchina Cai, alle sedi resta il trenta per cento. Noi chiediamo che questa quota diventi almeno il 50 per cento. Così in attesa che il Club alpino nazionale risponda, per protesta abbiamo deciso di trattenere una parte della quota, versando solo un anticipo. Quando avremo la risposta salderemo il resto. La situazione è talmente preoccupante, che parecchie sezioni ci dicono che ormai è meglio lasciare perdere i rifugi che sono diventati sempre più fonti di guai e sempre meno di soddisfazioni. Investiamo più soldi per fare adeguamenti che in attività e alpinismo, negli ultimi 15 anni abbiamo speso praticamente tutto per adeguare le strutture».
Che succede in alta quota? «Ci sono troppo problemi – osserva Casagrande – Ci vengono chiesti adeguamenti come se i rifugi fossero una normale attività di paese, dobbiamo seguire procedure come un albergo di città, perchè la legge non fa differenza». E poi ci sono i controlli. «Ripetuti e severi controlli – riferisce il presidente di Auronzo – non dico che non debbano esserci ma a volte sembra quasi accanimento: ci sono alberghi mai “passati” e invece rifugi visitati in elicottero, quando non esistono inadempienze tali da giustificare simili verifiche».
C’è anche la questione degli scarichi che fa montare la mosca al naso soprattutto guardando ciò che succede “di là”, vale a dire in Trentino Alto Adige. «È vero – afferma Francesco Romussi, fino a pochi giorni fa consigliere centrale del Cai – il grande problema è che i rifugi sono equiparati ad alberghi e come tali sono soggetti alla stessa legislazione per l’igiene e la sicurezza. In pratica le norme che deve rispettare l’Excelsior al Lido di Venezia non sono molto diverse da quelle per un rifugio a duemila metri». Ma non è così per tutta Italia. «Perchè in tema di fognature l’Alto Adige ha collegato tutti i rifugi alle fognature di fondovalle, anche in rifugi a 3000 metri, è così anche all’Alpe di Siusi, e al rifugio Locatelli che è della sezione di Padova ma “dietro” le Tre Cime di Lavaredo, dunque in territorio di Bolzano. E a Bolzano hanno un sacco di soldi, ha pagato tutto la Provincia. Per i nostri una cosa del genere non è nemmeno pensabile».
La soluzione? Una per tutti i mali non c’è, fanno capire al Cai, però sarebbe un grande passo avanti se la nuova legge regionale (è ancora in discussione) facesse un po’ più di chiarezza. «Sì, ci vuole una normativa con maggiore attenzione, che distingua tra alberghi e rifugi soprattutto per questioni di gestione delle acque reflue, un problema di non poco conto – afferma Francesco Carrer, del direttivo centrale del Club alpino – Se le strutture hanno valore, se sono presidi culturali, sono anche un bene per la collettività. E se vogliamo che rispondano al cento per cento a ciò che si prevede in materia ambientale, bisognerebbe mettere a disposizione anche i mezzi. Perchè ora è tutto volontariato».
Ecco dunque l’appello alla Regione Veneto: «Che nella nuova legge sul turismo consideri che esistono rifugi alpini “veri” e meno “veri”, cioè quelli dove si arriva solo muovendo le gambe (capanne del Cai e anche di privati) e quelli molto più comodi che si raggiungono in macchina. Tutte strutture utilissime per il turismo ma diverse. La Regione dovrebbe separare i due tipi di rifugi con una normativa precisa. E lo può fare perchè la competenza è sua. E poi che sia un po’ più generosa, anche se è vero che il turismo del Veneto non ha solo il volto della montagna». (Franco Soave)

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L’alpinista-scrittore Mauro Corona:

«Oggi si pretende troppo. E la gente va a rifugi solo per farsi una mangiata» da “il Gazzettino” del 22/6/09 – di Franco Soave

Mauro Corona è uno che la montagna la conosce bene. Conosce gli spigoli affilati delle crode, le grandi pareti, le guglie, i boschi, gli animali. E i rifugi. I quali, anche se sono in montagna, non sono tutti uguali e proprio per questo dovrebbero essere trattati e considerati in modo diverso.
«Certo che c’è differenza tra i rifugi – attacca l’alpinista-scrittore – Tra il Lavaredo e quello in Val Mesaz o il Maniago “ke i porta la roba su la goba” non è la stessa cosa. Anche il Cai dovrebbe trovare il modo di agevolare i rifugi in zone più povere di altre. Il mio amico Mauro Colnaghi è morto sotto la gerla che portava la bombola del gas, era gestore del rifugio Flaiban-Pacherini nella zona del monte Pramaggiore. Bisogna aiutare la gente che ha coraggio di fare una vita del genere».
Insomma c’è differenza tra rifugio e rifugio.
«Certo che c’è differenza! Ci sono rifugi che non hanno una teleferica, nè il fuoristrada. Però ci sono leggi che, per tutti, dicono che un finestrone deve essere largo così e alto un metro virgola qualcosa… Quella virgola pesa troppo per chi si porta la roba sulla gerla».
Che lavoro è oggi quello del gestore?
«È un lavoro usurante come lo è portarsi una bombola di gas sulle spalle. E poi ci sono i clienti, i turisti. Quanti ne hanno rifugi come, per esempio, il Cinque Torri o il Maniago? Uno che tiene aperto un rifugio dove fai fatica o non arrivi in macchina deve essere aiutato. Bisogna fare leggi nuove che agevolino la povera gente».
Insomma secondo te bisogna distinguere.
«Sicuro, sotto la voce rifugio si generalizza troppo, invece bisogna distinguere. Anche se credo che la funzione delle capanne sia rimasta quella di una volta, almeno in certe zone. Per esempio nella zona del Duranno dove si arrampica, al Vazzoler e al Tissi sulla Civetta, ci sono rifugi frequentati da alpinisti anche “foresti” e servono. Perchè sono rifugi nel vero senso della parola. Anche al Lavaredo c’è gente che arrampica ma il 90 per cento è folla».
I rifugi sono diversi, e i gestori?
«Non sono tutti uguali nemmeno loro. Ma dove sono stato quasi mai ho trovato maleducati o gente con la puzza sotto il naso. Ho conosciuto sempre gente pronta a darti consigli. È una bella categoria di gente e lo dico da quando non ero ancora uno che firma autografi. Per esempio la Casera Ditta in Val Mesaz, a Erto, ha un gestore che rischia: questo è stato un inverno da castigo ma lui è rimasto là, vuol dire che c’è passione anche se era solo. La solitudine non è quella dei numeri primi, come il titolo del libro. Io non so se farei quel lavoro. Gran gente i gestori, in certi rifugi è pacchia ma in altri è sacrificio puro».
E la clientela, i turisti?
«Ecco cosa è cambiato, la clientela. Al rifugio Giaf, a Forni di Sopra, una signora voleva un gelato al pistacchio e si è arrabbiata nera perchè non c’era. La gente ora pretende tutto, capisci? Io ho detto al gestore di mandarla a quel paese. Una volta ai rifugi ci andavano gli appassionati, gente quasi di mestiere. Oggi vanno a farsi la mangiata, come in centro a Milano o a Roma».

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L’ULTIMO VOLO DEL “FALCO”: 4 MORTI SUL CRISTALLO

Il Gazzettino, 23/8/09, Bruno De Donà

Cortina.  L’improvviso silenzio radio. Quasi un segno premonitore. Poi l’allarme che arriva da Rio Gere, tra il monte Cristallo e il Faloria. In tanti avevano udito un fragoroso tonfo. Di lì a poco le prime squadre di soccorso si sarebbero trovate di fronte all’elicottero del Suem di Pieve di Cadore, precipitato dopo aver urtato contro dei cavi d’acciaio della linea a media tensione che da passo Tre Croci va ad alimentare gli impianti di risalita. All’interno i corpi senza vita del pilota Dario De Filip, del tecnico aeronautico Marco Zago, del medico Fabrizio Spaziani e del tecnico di elisoccorso Stefano Da Forno.
“Falco”, l’elicottero che specie in questi giorni ha fatto la spola tra una vetta e l’altra delle Dolomiti bellunesi per soccorrere frotte di escursionisti feriti o in difficoltà, è stato tradito in fase di decollo a qualche decina di metri dal suolo. Ieri la sua ultima missione conclusasi in tragedia. Si era alzato in volo nel primissimo pomeriggio alla volta di passo Giau per raccogliere un paio di turisti infortunati. Cose da poco. Frattanto ecco arrivare un’altra chiamata via radio. Stavolta per una vera emergenza. Il forte temporale abbattutosi nella conca ampezzana aveva provocato una frana. Pietre e fango erano scese dal versante del Cristallo fino ad invadere la strada che da Rio Gere scende a Cortina. Qualcuno poteva esserci rimasto sotto. La locale stazione del Soccorso Alpino, pronta a muovere, chiedeva un sopralluogo in zona. Si era così deciso di lasciare a terra i due feriti lievi in attesa dell’arrivo dell’ambulanza dall’ospedale Codivilla. Assieme a loro l’infermiere Luca Pislor. Era il quinto componente dell’equipaggio. È così scampato miracolosamente alla morte.
L’elicottero riaccende i motori. Inizia il decollo. Ma il rotore urta quattro cavi. È la fine. “Falco” precipita e si schianta. Non c’è scampo per nessuno. Giunge la segnalazione del tremendo botto, che si è udito in tutta la zona. Poi arriva la comunicazione che l’intera zona di Rio Gere era rimasta improvvisamente senza corrente. Non ci vuole molto a capire.
Fra i primi ad arrivare nel canalone dove giace la carcassa dell’elicottero, riversa su un fianco, c’era Roberto Santuz, vicecapostazione del Soccorso Alpino di Cortina. Racconta: «Avevamo prima provato a metterci in contatto sul canale diretto. Quindi con un jeep ci siamo portati alla volta di Rio Gere. E abbiamo visto quel che era successo». Pioggia a dirotto, un mare di fango, sassi e detriti, attraversato in andirivieni da squadre di soccorritori. Fra le ruspe che lavorano incessantemente per liberare la strada, spuntano due vigili del fuoco. Sono Giuliano Ursih ed Enrico Buzzo, componenti le squadre salite da Cortina a dar man forte ai soccorritori. Non mancano i curiosi. QualcunoC’è che si fa avanti, si avvicina e chiede. «C’era anche De Filip, che era stato un nostro collega», è la prima immagine che riferiscono, seguita dal racconto dei particolari agghiaccianti legati al recupero dei corpi straziati dell’equipaggio di “Falco”.
Le quattro salme vengono portate a Cortina e accolte nella stazione del Soccorso Alpino. Là intanto è già arrivata il prefetto, Provvidenza Raimondo. E c’è il primario del Suem di Pieve di Cadore, Angelo Costola. Non riesce a trattenere le lacrime. «Li conoscevo bene tutti e quattro – spiega -. L’allarme è scattato quando abbiamo visto che improvvisamente non rispondevano più via radio. Poi quel terribile fragore avvertito da molti…».
Chiare le circostanze. Un incidente dalla dinamica accertata. La Procura di Belluno ha aperto un’inchiesta e nella giornata di oggi verrà effettuato un accurato sopralluogo sui resti del velivolo da parte dei carabinieri della Compagnia di Cortina assieme ad alcuni investigatori dell’ente nazionale aviazione civile.   (Bruno De Donà)

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One thought on “Il moltiplicarsi degli incidenti in montagna: come individuare regole concrete per incominciare a invertire questa tendenza dolorosa

  1. LUCA sabato 4 settembre 2010 / 10:37

    Le parole di Mauro Corona sono di una caustica ironia che mi fa ricordare quando ho lavorato per un mese intero al rifugio Semenza, sul Monte Cavallo…

    Ricordo quando alle sei del pomeriggio (già si dovrebbe sapere che nel pomeriggio la montagna si copre spesso con rischio di temporali…)
    due coppie di giovani veneziani sono arrivate, con le ragazze che strillavano come gazze, calzando delle ballerine…
    Ricordo anche che avevano richiesto la pastasciutta, e che in cucina rientravano i piatti ancora mezzi pieni, e io che chiedevo cosa farne…
    “Getta !” Mi diceva la gelida “gestora”…
    Ricordo la profonda tristezza che mi faceva quasi piangere, quando non contenti avevano ordinato anche la carne, e anche questa era rientrata… E gettata !
    Oggi la teleferica è riparata, ma è comunque di difficile accesso…
    A quel tempo si doveva fare tutto o a piedi o organizzare una giornata di andate e ritorni con l’elicottero, assai costosa.
    Se mi piaceva fare gli ottocento metri di dislivello in quanto appassionato di corsa in montagna, non passava certo in secondo piano la fatica per portare uno zaino con 5kg di pane e altri oggetti…

    Ho imparato molte cose vivendo un mese a 2000 metri.

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