Una politica per l’immigrazione che parta dal guardare solidale al mondo come villaggio globale

La carta (tratta da Limes 2/09 Esiste l'Italia? Dipende da noi)  illustra i principali flussi migratori verso l'Italia. Divise per nazioni e continenti, le cifre (in migliaia di persone) dimostrano che la maggior parte degli immigrati presenti nel nostro Paese, provengono dall'Europa dell'Est e dal Maghreb. Nella mappa possiamo inoltre osservare come esistano vere e proprie "nazioni-base" per il transito organizzato di persone, come ad esempio Libia, Turchia ed i Paesi dell'ex-Yugoslavia. (dato del 7/03/2009)
La carta (tratta da Limes 2/09 Esiste l'Italia? Dipende da noi) illustra i principali flussi migratori verso l'Italia. Divise per nazioni e continenti, le cifre (in migliaia di persone) dimostrano che la maggior parte degli immigrati presenti nel nostro Paese, provengono dall'Europa dell'Est e dal Maghreb. Nella mappa possiamo inoltre osservare come esistano vere e proprie "nazioni-base" per il transito organizzato di persone, come ad esempio Libia, Turchia ed i Paesi dell'ex-Yugoslavia. (dato del 7/03/2009)

[…]Oggi vivono da noi circa 4 milioni di stranieri, di cui almeno mezzo milione clandestini. Su quasi 60 milioni di abitanti, si tratta del 6,7% della popolazione. Siamo in proporzione il paese al mondo che attrae più migranti. Un flusso vorticoso, ingestibile dallo Stato, orientato dalle singole comunità etniche e dai loro capi, intermediari fra paese d’origine e Belpaese d’accoglienza o di transito. Abbiamo in casa un mondo variopinto: i sei principali ceppi d’immigrati – composti largamente da giovani, dei quali uno su dieci nato in Italia – provengono da Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina e Filippine. Tendono a concentrarsi al Centro-Nord, soprattutto in Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio. Tutti gli indicatori confermano che stante il bassissimo tasso di fecondità delle donne italiane (metà rispetto a quello delle immigrate), il nostro primato mondiale quanto a ultrasessantenni e al rapporto fra anziani inattivi e forze di lavoro, le assai selettive vocazioni lavorative degli italiani di nascita e le necessità di industria, agricoltura e servizi, il nostro futuro dipende dall’integrazione degli immigrati. In specie delle seconde generazioni – o prime e mezzo, grazie ai ricongiungimenti. Gli italiani del XXI secolo saranno sempre meno bianchi e cristiani o non saranno. […].

Questa lunga ma interessante citazione (tratta da n. 2 di  LIMES del 2009, rivista di geopolitica di grande interesse, che vi consigliamo, per quel che riguarda i contesti dei cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo, nei continenti e nelle varie nazioni), citazione tratta dall’editoriale “Beati gli stupidi” può apparire un po’ angosciosa nella prospettiva di vedere il fenomeno migratorio come qualcosa di incontrollabile (anche se, in definitiva, si dice, elemento basilare di sopravvivenza degli “italiani del XXI secolo”, che sennò rischiano di estinguersi).

Posto che noi riteniamo che i flussi migratori vadano regolati e controllati con determinazione, attenzione e capacità, e che un equilibrio globale (nel prevedibile diffondersi della mobilità delle persone da Nord a Sud ma anche al contrario, da Est a Ovest e così via… cioè il fenomeno della mobilità riguarderà anche ad esempio sempre più  gli europei che andranno a vivere e lavorare “fuori dell’Europa”…) in questo contesto di mescolamento dei popoli e delle etnie, servono sì regole chiare onde evitare pericolose clandestinità, ma altresì necessita, riteniamo, una capacità politica, culturale ed economica che riesca effettivamente a preservare l’identità nazionale (e, meglio forse, europea) dai flussi di altre identità che si incontreranno e reciprocamente potranno arricchirsi.

Ci spieghiamo più succintamente. E’ improbabile che la nostra identità nazionale possa “salvarsi” solo mettendo barriere ai confini nazionali (peraltro facilmente scavalcabili) e che, se anche leggi autorevoli contro la clandestinità ci vogliono, è pur vero che una nazione (e l’Europa in primis) che non esprime un suo forte progetto politico, culturale ed economico, rischia di non confrontarsi con adeguatezza verso chi arriva e le tradizioni che porta con sè. Insomma riteniamo possibile che gli immigrati che sono arrivati (e che si presume arriveranno) possano sì poter rispettare e perseguire i loro usi e costumi (anche religiosi) di appartenenza (se non in palese contrasto con gli usi, costumi e leggi nazionali). Ma che possano anche (e debbano) sentirsi “italiani” a tutti gli effetti, acquisendo così diritti ma anche doveri che sono propri di chi italiano lo è da tanto tempo.

Questo vale in particolare per il nuovo fenomeno che in questi anni sta maturando, cioè quello della “terza generazione” di immigrati: cioè i “figli dei figli” dei primi immigrati, nati in Italia (in Europa) che hanno assimilato “in tutto e per tutto” la cultura e le tradizioni europee, come qualsiasi altro/a ragazzo/a “nato/a da italiani”.

Il Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini, in un intervento del 26 agosto scorso, sottolineava come la gestione politica di questi fenomeni (migratori) rientrino in una difficoltà della “politica” di saperli gestire adeguatamente, e spesso questo è fatto con leggi (parole sue): “vagamente razziste, a misura dell’umore nazionale, con pochi fan, scarsi oppositori, amplissima zona grigia cui queste leggi non dispiacciono”. Leggi però inadeguate ad affrontare la questione immigrazione, non solo nel ridurre fino ad eliminare la clandestinità, ma anche nel decidere come integrare al meglio gli immigrati regolari. Su questo tema riportiamo qui un articolo ripreso da “il Sole 24 ore” di Alberto Alesina, dove si ribadisce la difficoltà di gestione del fenomeno. Per poi tornare al dramma dei 73 eritrei morti in mare, con un bellissimo reportage di Ezio Mauro, ripreso da “La Repubblica”.

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SULLA  MINA  IMMIGRATI  TROPPI  SLOGAN  E  POCHE  IDEE

di Alberto Alesina (da “il sole 24 ore” del 13/6/2009)

… Gli europei si sentono abbastanza tranquilli per quanto riguarda la crisi economica perché protetti da un welfare-state già generoso (altrove meglio che in Italia) mentre ciò di cui sono veramente preoccupati è l’immigrazione. (…..) e non si può più aspettare a comprendere e affrontare il fenomeno immigrazione per il fatto che l’Europa, Italia compresa, sta diventando sempre più multietnica. Non possiamo lasciare che il problema sia trattato a slogan: da una parte rozze chiusure, dall’altra una Chiesa cattolica che aprirebbe le porte a tutti. Anche se comprensibile da un punto di vista morale, ciò è impossibile in pratica, dato che vi sono 700 milioni di africani potenziali migranti a poche miglia dalle nostre coste.
Bisogna partire dai dati e raccoglierne altri. Gli immigrati legali in Italia producono la loro fetta di reddito nazionale in misura più che proporzionale al loro numero. Molti di loro sono al Nord, e nonostante le grida della Lega aiutano l’economia del Centro Nord che da anni è vicina alla piena occupazione, e in cui molti lavori non sarebbero svolti comunque dagli italiani.

Fra l’altro, in anni recenti i salari degli immigrati sono scesi molto di più della media. È inutile che ci si illuda, come fa la sinistra, che solo per il fatto che una persona diventi italiana, francese o olandese si assimili immediatamente e che l’idea di “stato-nazione” prevalga come per magia. Difficoltà di rapporti tra gruppi etnici continueranno a lungo, come dimostra la storia degli Stati Uniti, dove tutti si sentono americani ma anche, almeno in parte, italiani, irlandesi, latinoamericani, cinesi, neri. I paesi europei sono storicamente lontani dal melting pot, ma saranno sempre più multietnici e in parte già lo sono.
Qualche tempo fa la Lega propose classi differenziate per immigrati, per facilitarne l’apprendimento dell’italiano. È una buona idea? Non lo so, ma so che la risposta dovrebbe venire da studi e da esperimenti in cui alcuni bambini vengano messi in classi differenziate e altri no, per poi valutare i risultati. Così si studia un problema sociale e così si trovano politiche adeguate. Invece il dibattito procede a colpi di slogan. Da una parte (sinistra e Chiesa) un’alzata di scudi preconcetta come se questa fosse una proposta necessariamente discriminatoria. Dall’altra posizioni rozze che finiscono con l’alimentare i sospetti.
Spesso l’immigrazione clandestina e quella legale sono mescolate in un unico discorso, come si trattasse in fondo dello stesso fenomeno. Non lo sono. Politiche, anche vigorose, di eliminazione dell’immigrazione illegale sono perfettamente compatibili con politiche di apertura all’immigrazione legale in funzione delle necessità del mercato del lavoro, in un paese, fra l’altro dall’andamento demografico assai avverso. Sappiamo quale tipo e quanti immigranti il nostro mercato del lavoro può assorbire? Studiamolo.
Le elezioni europee hanno confermato ciò che da tempo si sospettava.

Il problema dell’immigrazione in Europa rischia di esplodere se le forze più ragionevoli di centrodestra e centrosinistra non lo portano al centro delle loro analisi e di proposte concrete e realistiche. (Alberto Alesina)

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Nella carta (tratta da Limes 4/07 Il mondo in casa) sono evidenziate le vie di penetrazione usate per entrare in Italia: Lampedusa, Pantelleria, Sicilia (dopo aver superato Malta), Calabria, Puglia, e le frontiere con Slovenia, Austria, Svizzera e Francia.
Nella carta (tratta da Limes 4/07 Il mondo in casa) sono evidenziate le vie di penetrazione usate per entrare in Italia: Lampedusa, Pantelleria, Sicilia (dopo aver superato Malta), Calabria, Puglia, e le frontiere con Slovenia, Austria, Svizzera e Francia.

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UN  ANNO,  4 MESI  E  21 GIORNI:  VIAGGIO  DALLA  MORTE  ALL’ITALIA – Il racconto di Titti e Hadengai, due dei cinque sopravvissuti sul gommone maledetto.

(Reportage di Ezio Mauro, da “la Repubblica del 26-8-2009)
Palermo –  Italia? È una stanza bianca e blu, la numero 1703, pneumologia 1, primo piano dell’ospedale “Cervello”. Un tavolino con quattro sedie, due donne coi capelli bianchi negli altri due letti, dalla finestra aperta le case chiare del quartiere Cruillas, le montagne di Altofonte Monreale, il caldo d’agosto a Palermo. Sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all’altro.

È quel che vede Titti Tazrar da ieri mattina, quando apre gli occhi. Quando li chiude tutto balla ancora, ogni cosa gira intorno, il letto è una barca che si inclina e poi si piega sulle onde. Titti cerca la corda per reggersi, d’istinto, come ha fatto per 21 giorni e 21 notti, con la mano che da nera sembra diventata bianca per la desquamazione, una mano forata dalle flebo per ridare un po’ di vita a quel corpo divorato dalla mancanza d’acqua. La gente che ha saputo apre la porta e la guarda: è l’unica donna sopravvissuta – con altri quattro giovani uomini – sul gommone nero che è partito dalla Libia con un carico di 78 disperati eritrei ed etiopi, ha vagato in mare senza benzina per 21 giorni, ha scaricato nel Mediterraneo 73 cadaveri e ha sbarcato infine a Lampedusa cinque fantasmi stremati da un mese di morte, di sete, di fame e di terrore.

Quei cinque sono anche gli ultimi, modernissimi criminali italiani, prodotto inconsapevole della crudeltà ideologica che ha travolto la civiltà dei nostri padri e delle nostre madri, e oggi ci governa e si fa legge. I magistrati li hanno dovuti iscrivere, appena salvati, al registro degli indagati per il nuovo reato d’immigrazione clandestina, i sondaggi plaudono. Anche se poi la vergogna – una vergogna della democrazia – darà un calcio alla legge, e per Titti e gli altri arriverà l’asilo politico. Scampati alla morte e alla disumanità, potranno scoprire quell’Italia che cercavano, e incominciare a vivere.

Un’Italia che non sa come cominciano questi viaggi, da quanto lontano, da quanto tempo: e come al fondo basti un richiamo composto da una fotografia e una canzone. Titti ad Asmara aveva un’amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con “L’Aurora”. In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell’Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l’undicesimo anno, e scatta l’arruolamento obbligatorio nell’esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no?

Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d’acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l’Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale.
Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov’è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d’acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l’indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura.

Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l’acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c’è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c’è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l’ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c’è l’Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient’altro.

“Adei”, madre, sto andando, pensa senza dormire. “Amlak”, dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c’è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d’uomini, ma non c’è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l’elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l’acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi.

La notte fa più paura. Non c’è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago.

All’inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l’ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: “Giù, giù, vai in mare, vai”. Ma il settimo giorno i problemi cambiano.

Muore Haddish, che ha vent’anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr’ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. “Mai”, acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete “mai” nella testa, c’è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. “E’ arrivato – dice all’alba Ghenè – noi siamo in viaggio e lui è arrivato”. I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce.

Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: “Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera”. Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. “Meut”, la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie “semai”, il cielo, verrà dal mare, “bahari”. Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà.

Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l’acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l’ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l’idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo.

Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c’è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l’unica protezione dal freddo, l’unico cuscino, la coperta, l’unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l’ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c’è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po’ nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.

L’acqua è un’ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t’importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l’incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d’uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.

Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all’amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all’Italia, non sa dov’è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev’essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l’energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott’acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l’Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, “Adei, Amlak, semai, bahari, meut”. Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto.

Si accorge dalle urla, all’improvviso, che c’è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione.

Dentro c’è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l’acqua l’anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E’ un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire.

Un giorno e una notte. Poi l’ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c’è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov’è. Che importanza può avere, ormai? Forse non è nemmeno vero, basta chiudere gli occhi per rivedere la stessa scena fissa di un mese, gli odori, gli sbalzi, il rumore delle onde. Così anche in ospedale, dove le visioni continuano, volti, cadaveri, immagini notturne, incubi sul soffitto e sul muro bianco e blu.

Ma se allunga la mano, Titti adesso trova una bottiglietta d’acqua. Attorno non muoiono più. Ieri le hanno dato una card per telefonare a sua madre ad Asmara, le hanno detto che è in Italia. Le persone entrano e le sorridono. Due ore fa un medico le ha raccontato in inglese che hanno perso l’altro naufrago ricoverato al “Cervello”, Hadengai, in camera non c’è, l’hanno chiamato per una radiografia e non si è presentato, hanno guardato sulle panchine nel giardino ma nessuno sa dove sia. Lei non vuole più pensare a niente. Tiene una mano sulle labbra gonfie, con l’altra mano, dove c’è un anello giallo alto e sottile, tira il lenzuolo per coprire la piccola scollatura a V del camice. Ha paura che sapendo della sua fuga all’Asmara facciano qualcosa di brutto a sua madre e alle sue sorelle. E però vorrebbe dire a tutti che ha fatto la cosa giusta, anche se adesso sa cosa vuol dire morire: ma oggi, in realtà, è la sua vera data di nascita. Quando non ci sperava più ce l’ha fatta, è arrivata. Non ha più niente da dire, può solo aspettare.
Poi si apre la porta, e arriva Hadengai. Ha una tuta da ginnastica nera, con la maglietta bianca, cammina lentamente incurvando tutti i suoi 24 anni, e spinge piano il vassoio col cibo che vuole mangiare qui. Ci ha messo un po’ di tempo ad arrivare, si è perso, è tornato indietro, guardava senza capire tutte quelle scritte, la sala dialisi, le proposte assicurative in bacheca, i cartelli dell’Avis, la macchinetta al pian terreno che distribuisce dolci e caramelle e funzionava da punto di riferimento. Poi ha trovato la camera di Titti. Si è seduto sul bordo del letto della paziente accanto, che sotto le coperte si è fatta un po’ più in là.

I due naufraghi parlano sottovoce, lui assaggia qualcosa del pollo con patate che ha sul vassoio, non apre nemmeno il nailon del pane, lei taglia in quattro un maccherone. Ma va meglio, ormai. Non hanno un’idea di che cosa sia davvero l’Italia 2009, fuori da quella porta. Ma prima o poi capiranno che sopra l’ascensore numero 21, proprio davanti a loro, c’è scritto “la vita è un bene prezioso”.   (Ezio Mauro e direttore de “La Repubblica”)

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Nella carta (di Laura Canali, tratta da Limes), le rotte dei migranti nel Mediterraneo, i poli turco, libico e marocchino. Le rotte africane. Gli snodi di Ceuta, Melilla, Lampedusa e Malta.
Nella carta (di Laura Canali, tratta da Limes), le rotte dei migranti nel Mediterraneo, i poli turco, libico e marocchino. Le rotte africane. Gli snodi di Ceuta, Melilla, Lampedusa e Malta.

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Immigrazione, sanatoria al via per le colf e le badanti

secondo il Viminale potrebbero arrivare 750 mila domande

(da “il Corriere della Sera del 21-8-09)

MILANO- Un sospiro di sollievo per le 750 mila badanti irregolari. E quindi possibili a espulsioni dopo l’approvazione del pacchetto sicurezza. Una sanatoria voluta e annunciata che parte da oggi. Infatti i datori di lavoro potranno avviare la procedura di emersione dal lavoro irregolare. Il contributo di 500 euro a lavoratore (modulo F24), potrebbe portare nelle casse dello Stato tra gli 1,2 e 1,6 miliardi di euro.

LA PROCEDURA- Tutti in coda agli sportelli. O almeno i datori di lavoro che al 30 giugno 2009 hanno impiegato irregolarmente da almeno 3 mesi lavoratori italiani, comunitari o extracomunitari. La domanda di regolarizzazione per lavoratori extracomunitari dovrà essere presentata dall’1 al 30 settembre in via telematica attraverso il sito del ministero del’Interno. mentre per quelli italiani o comunitari va presentata all’Inps. Non ci sono graduatorie a tempo né quote d’ingresso. La compilazione e l’invio del modulo on line sono completamente gratuiti. La richiesta potrà essere fatta per un massimo di tre lavoratori (una colf e due badanti). I datori di lavoro delle colf dovranno avere un reddito non inferiore a 20.000 euro l’anno nel caso di famiglia composta da un solo soggetto che percepisce reddito o 25.000 euro per i nuclei familiari con più soggetti che percepiscono reddito. Per le badanti, invece, è necessaria una certificazione sanitaria che attesti la non autosufficienza della persona da accudire

LO SPORTELLO- E dal primo ottobre la domanda (previo consenso della questura) i datori di lavoro e le badanti saranno convocati allo Sportello unico per l’immigrazione. È necessaria una verifica sulle dichiarazione rese via internet e sul versamento di 500 euro. Successivamente si procederà alla stesura del contratto di soggiorno attraverso la sottoscrizione dell’apposito modello da parte del datore di lavoro e del lavoratore.

I NUMERI- Secondo il Censis per il 10 per cento delle famiglie in Italia colf e badanti sono indispensabili. Dal 2001 ad oggi il loro numero è aumentato del 37 per cento. In totale sono circa 1 milione e mezzo, di cui il 71,6 per cento è di origine immigrata. Una sanatoria richiesta perché indispensabile visti, appunto, i numeri. Ed ecco che secondo una stima del Viminale arriveranno tra le 500 e le 750mila domande. Questo significa che con il pagamento del forfait di 500 euro che sana i tre mesi di lavoro clandestino da aprile a giugno, lo Stato incasserà entro un mese tra i 300 e i 450 milioni.

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