Geolibri – CAMMINARE, di David Henry Thoreau – l’interpretazione geografica di un ritorno a conoscere la natura e i luoghi (camminando)

da "Into the Wild" film di Sean Penn
da "Into the Wild" film di Sean Penn

Se un luogo è dato da tre fattori fondamentali (l’ambiente naturale, l’artificio umano che ha cambiato l’ambiente, e la storia -le storie- che quel luogo ha vissuto), ebbene ora forse a molte persone vien voglia di scomporre e ricomporre questi tre elementi. Nel senso che la cognizione di un luogo pare sempre più rarefatta, cioè frutto di una nostra fruizione passiva dei territori della nostra vita (dopo anni che magari passiamo per un posto, in auto attraverso una strada a discreta velocità, ci accorgiamo che non abbiamo proprio “capito” nulla di dove siamo passati… il nostro è solo un “attraversamento” senza cognizione del paesaggio; il luogo diviene solo una “servitù di passaggio”).

Il libro che vi presentiamo, scritto alla metà dell’ 800, ci dice in primis che la cognizione di quel che vediamo e quel che siamo, passa per una possibilità di esplorare e vedere luoghi incontaminati (l’ambiente naturale, il primo dei tre nostri fattori sopracitati) attraverso lo strumento del CAMMINARE, del muoversi più o meno lentamente in posti dove predomina la natura selvaggia. Se vogliamo sentirci liberi, ritrovare le nostre radici, dobbiamo vagabondare (parola chiave questa del libro, un vagabondaggio positivo, creativo) nella natura selvaggia. Tesi questa dell’autore del libro, David Henry Thoreau (filosofo americano naturalista e politicamente attivamente impegnato in battaglie pacifiste nonviolente), che può piacere o meno, essere o meno condivisa, ma contiene sicuramente una proposta precisa di recupero dell’essenziale della propria vita attraverso il camminare (e così vivere e osservare nel migliore dei modi possibili) nella natura.

La riedizione del libro di Thoreau c’è stata quest’anno nel febbraio ad opera di Mondadori (negli Oscar) al prezzo di 7 euro e mezzo. E’ un libricino, “Camminare” (60 pagine), frutto di una conferenza tenuta da Thoreau per la prima volta al Concord Lyceum il 23 aprile 1851; e ben presto è diventato il suo testo più noto e preferito (una specie di manifesto di volontà), e Thoreau lo leggerà più volte, negli anni successivi, in conferenze pubbliche, ampliandolo progressivamente. In esso è appunto centrale il simbolismo legato all’escursione come modello di vita: il quotidiano vagabondare nella natura costituisce una sorta di strategia di sopravvivenza sia reale che simbolica e l’anelito al movimento è nella sua essenza desiderio di liberazione dall’ansia e dal malessere avvertiti nel mondo. Thoreau si fa così portavoce di un paradosso: il successo, l’assillante corsa al potere e alle prosperità materiali possono essere l’amara ricompensa di una sconfitta, mentre la vita in solitudine e in oscurità può offrire doni preziosi e insospettati.

Favorevoli o meno a una vita più in solitudine e di ricerca di sè stessi, resta il fatto che questo libro propone tematiche modernissime, partendo dal recupero della propria personalità un po’ smarrita nel rapporto con i luoghi. Nella cinematografia un tentativo notevole (ma, secondo noi, non molto riuscito) lo ha fatto l’attore e regista Sean Penn nel film del 2008 “Into the Wild”, dove si parla di un giovane studente che, dopo essersi laureato, abbandona la vita brillante che gli si prospetta per rifugiarsi nella natura selvaggia dell’Alaska (con finale tragico). Resta comunque la necessità geografica di essere più attenti al proprio territorio nel quale ci si muove, o di quello che si cerca, più o meno incontaminato. E questo nella dimensione “micro”, cioè dei particolari minimi, e in quella “macro”, cioè nel paesaggio allargato complessivo.     Vi proponiamo qui, dopo una breve recensione del libro ripresa da “La Stampa”, un bell’articolo de “il Gazzettino” di Adriano Favaro” con un’intervista a una docente di letteratura americana sul senso del camminare nei grandi paesaggi dell’America del Nord.

………….

IN  CAMMINO  SULLE  ORME  DI  THOREAU

copertina camminaredi Maurizio Cucchi, da “La Stampa”  – Camminare, mettersi in cammino, non solo in senso metaforico, ma anche e soprattutto in quello reale, è qualcosa a cui troppi, ormai, quanto meno nelle nostre civiltà occidentali, non sono più abituati. Oggi la gente corre, e anche qui non in senso soltanto metaforico, e pensa spesso che camminare sia tempo perso e cosa primitiva.
Certo, rispetto all’epoca di Henry David Thoreau la faccia della terra è molto cambiata, e anche chi passeggia si viene a trovare in una realtà ambientale diversissima. Ma l’idea che muoveva lo scrittore americano nell’Ottocento – il bisogno di inoltrarsi viaggiando nel più antico dei modi, il farsi anche vagabondo, il muoversi senza una meta sicura – è qualcosa a cui si potrebbe tornare. Leggere il suo opuscolo Camminare (Oscar Mondadori, p.66 € 7,50), ci dà un senso interno di ritrovata freschezza, e anche il desiderio non solo ecologista di un rinnovato rapporto con la natura.
Come scrive Massimo Jevolella nell’introduzione, «camminare, per Thoreau, equivale a svegliarsi, aprire gli occhi, rendersi conto del pericolo mortale a cui il genere umano sta andando incontro nel nome dello sviluppo economico, del profitto e del cosiddetto progresso». Ma camminare significa anche potersi abbandonare al corso dei propri pensieri, e al tempo stesso perlustrare nel modo più ravvicinato e diretto la realtà che ci circonda. La realtà dei boschi, come accadeva a Thoreau, ma anche la realtà del villaggio o della città, che lui invece fuggiva. Infatti lasciò un giorno la sua città, nel Massachusetts, si avventurò nei boschi e si costruì, vicino a un lago, una capanna dove rimase a vivere due anni.
E qui si inserisce il secondo, decisivo tema del camminatore, e cioè quello della necessità, o dell’ossessione, di ristabilire un intenso, vivo rapporto con la natura. Thoreau considerava l’uomo «abitatore della natura, come sua parte integrante e non come membro della società». Filosofo e scrittore, saggio e predicatore, Thoreau riesce anche, come si vede, a toccare la nostra sensibilità di uomini contemporanei, sempre più immersi nella colpevole distruzione di quella «vasta, selvaggia, terribile madre di tutti noi, la Natura».
…………..

DAVID  HENRY  THOREAU,  UN  FILOSOFO  RIBELLE,  “PADRE”  DELL’AMBIENTALISMO  MODERNO

di Adriano Favaro, da “il Gazzettino” del 12/8/2009

David Henry Thoreau
David Henry Thoreau

“Dalla natura selvaggia dipende la sopravvivenza del mondo”. E in questa natura selvaggia si deve camminare. Scriveva così David Henry Thoreau (1817 – 1862), uno dei filosofi più sottovalutati che l’America abbia prodotto, il simbolo della moderna disobbedienza civile, che è nata cominciando a percorre i sentieri del nuovo mondo.
Capire Thoreau e il suo messaggio (assieme a tutto quello che lo ha preceduto) è indispensabile per capire anche l’America di Obama.
In Thoreau molti vedono il padre della “wilderness” intesa nel senso italiano del termine, cioè “natura incontaminata”. Thoreau finì in carcere perché si rifiutò di pagare una tassa governativa per finanziare la guerra schiavista al Messico. Adesso che Mondadori ha ristampato il suo saggio “Camminare” (7,5 euro) la rilettura di uno dei manifesti della contemporaneità ridà senso a uno dei simboli della moderna libertà, della libertà che il movimento incarna. E che continua ad essere forte nel messaggio contenuto nel suo volume “Disobbedienza civile”.
La figura di Thoreau che – quasi 150 anni prima dei moderni movimenti ambientalisti – annunciava con il suo libro “Walden, la vita nei boschi” (uscito nel 1854 un diario dove l’autore narra le sue arrampicate in cima agli alberi per sentirli crescere) la necessità di un intimo rapporto con la natura è da inquadrare nel percorso simbolico e concreto che la conquista dell’America del Nord ha rappresentato. Compreso quel gesto, del luglio del 1864, quando il presidente Lincoln, in piena guerra civile, istituì il primo parco naturale al mondo per salvare le sequoie della California che cominciavano ad essere abbattute in modo indiscriminato dai coloni.
Un percorso che abbiamo fatto assieme alla professoressa Francesca Bisutti, docente di lingua e letteratura americana all’università di Ca’ Foscari di Venezia, l’ultima relatrice al “Summer Festival” che il centro culturale Candiani di Mestre ha dedicato al tema “Camminando”. Capire l’antagonismo libertario di Thoreau vuol dire radiografare le radici dei movimenti culturali e sociali dell’ottocento che si manifestano grande paese nordamericano. E che ancora che si riverberano sull’inquieta contemporaneità.

TRA TERRA E CIELO PER SENTIRSI LIBERI

Professoressa Bisutti, su cosa si fonda il “movimento americano”?
«Nelle vie del Nuovo Mondo il prologo è sempre e soprattutto dettato dalla Bibbia, testo fondativo della cultura statunitense, nata dalla colonizzazione seguita alle mosse dei puritani separati dall’Inghilterra anglicana nel 1630».
Quindi i cento padri pellegrini…
«Leggono, per esempio il capitolo 21 del Vangelo di Giovanni (“cielo e terra nuova”) – e poi nell’Apocalisse dove si annuncia la nuova Gerusalemme – l’anticipazione del loro destino. Posseggono una patente divina per muoversi attraverso il Paese; sanno di essere destinatari di un lasciapassare celeste».
Però li aspetta una strada nella foresta,
«Attraversato il vasto oceano i padri pellegrini non trovano alcuna strada o città in cui ripararsi ed entrare, bensì solo un landa deserta, desolata e selvaggia. Scatta, inizialmente, la retorica dell’assenza: però sostituita progressivamente dalla “mappa affermativa”».
Trovano una strada lastricata d’oro?
«No. Piuttosto c’è la “teopolis americana” in vista. I primi coloni vivono costantemente una concezione per la quale confondo un simbolo come fosse un fatto. Ecco: esiste, concretamente, la paradossale unione di sogno e pragmatismo».
Un percorso che arriverò all’indipendenza dalla madre patria; al Nord che combatterà il Sud; alla conquista del West, alla scomparsa degli indiani.
«Non appena la strada immaginaria della “wilderness” comincia a prendere forma della strada vera si apre una moltitudine di strade. Agli indiani, intanto, continuava a mancare il concetto di “strada” e di “disboscamento”: si trovano di fronte allo snaturamento del loro ambiente. Vengono deportati e sterminati».
Qual è il primo scenario che traspare dalla conquista del West?
«I protagonisti della nuova epopea stanno in una solitudine assoluta, sciolti da qualsiasi legame. La condizione dell’americano è di isolamento. Estremamente diversa dall’europeo, che ha vita di relazione».
Il narratore di quella epopea?
«Tra tutti J. Fenimore Cooper che nell’”Ultimo dei Mohicani” o nei versi de “La prateria” descrive l’habitat di un eroe che sta nel territorio della possibilità assoluta».
Il mito del cammino per gli americani sembra invincibile.
«Lo si osserva bene anche nel film di Wellman (1951) “Donne verso l’ignoto” tratto da un soggetto di Frank Capra. È la storia di una carovana di donne (in gran parte prostitute) che, nel 1851 si muovono verso i pionieri della California per formare con loro una famiglia».
Che accade?
«In un tempo immobile e in uno spazio astratto una donna partorisce; ed è il parto di tutte. Il carro che le accompagna, disteso su un fianco, nel film, appare loro come sacramentale: quella nascita trasforma la terra in terra feconda. Indica un luogo dove è possibile la rinascita, lì nasce il nuovo Adamo ed è figlio di nessuno. È questa l’epopea americana il messaggio è: “Io sono americano perché sono qui”».
Ma c’è anche la violenza in questa rinascita.
«Quella che troviamo nel film “Shane” del 1953. Da noi è stato tradotto con “Il cavaliere della valle solitaria”. In America “Shane” ha ancora la stessa risonanza che hanno Ettore o Lancillotto in Europa. Illustra le due facce del mito dell’Ovest dove la brutalità risolve nuova vita, appartiene alla natura e sfugge dal contesto umano».
Esseri in difficile mediazione col territorio…
«”Territorium” è il nome latino che ha sostituito il termine anglosassone “wilderness”. Territorio è pieno di indicazioni morali, vuol dire luogo dove si perde l’anima – territorium è vicino a “terrore” – territorio è luogo da cui si intima di tenersi lontani».
Il confine diventa frontiera e confronto diventa scontro. L’origine della frontiera risiede nel movimento.
«Un movimento tra cielo e terra, ovvero la marcia della civiltà. Splendidamente sintetizzato nel quadro di Fredrick Ewin (eseguito nel 1861 all’inizio della guerra di secessione). Le nuvole del cielo compongono una bandiera a stelle e strisce: un grande richiamo patriottistico, dove l’orizzonte geografico coincide con l’orizzonte ideale. La “propaganda” è scritta col linguaggio della natura».
La natura è l’ideologia.
«Ma pochi anni dopo, nel 1872 in un quadro di Gast, si scopre subito il predominio delle idee, è già vivo un patto tra progresso e mobilità. Quel dipinto rappresenta una donna-angelo a metà strada tra cielo e terra. Sullo sfondo un treno il telegrafo, indiani in fuga, pionieri, bufali. Si sente la voglia di dare meno spazio al cielo è più alla terra. È già forte il “principio utilitaristico”».
Cosa insegna quel paesaggio dipinto?
«Ha una sua “deontologia del paesaggio” che è molto discutibile. Con stile anglosassone pone il fine e origine della morale nell’utilità, brutalmente. C’è la conquista. E quella vale».
Ma chi protesta?
«Lo fa ad esempio lo scrittore Herman Melville, l’autore di “Moby Dick” (1851), che spiega: “Bisogna saper dire di no, con voce di tuono”».
Poi arriva il viaggiatore essenziale.
«Thoreau sa come camminare controcorrente. Il 21 luglio del 1851 dalla capanna che si era costruito con le proprie mani annota: «Mi sembra di trovarmi in una di quelle strade… dove la testa è più vicina al cielo di quanto i piedi non tocchino per terra».
Sognante ma non idealista.
«Thoreau non è impegnato nell’utopia. Il sociale non lo interessa, il suo radicalismo si esprime nella ricerca di una verginità totali. Vuole “decivilizzarsi”: via dai ritmi e costumi della vita comunitaria».
“Walking” per lui cosa rappresenta?
«Una sorta di “quarto stato”, fuori dalla chiesa, dalla nazione e dal popolo. Scrive: “non parlatemi quando cammino, sono assorto…”. O anche: “É possibile che un uomo scompaia del tutto sommerso dalla buone maniere. Mentre da un eccentrico bisbetico, da un taciturno c’è sempre qualcosa da sperare: i gentiluomini sono tutti uguali. Dicono: è così, “proprio come pare a lei” perché sono indifferenti a tutto”».
Modernissimo, però.
«Thoreau ha avuto 150 anni di anticipo su questi ultimi decenni che vedono nel camminare uno stato. Chi si muove si sente meglio, l’uomo è fatto per muoversi. Lo diceva Rousseau “che è necessario esercitarsi, a vantaggio dell’anima”».
Siamo arrivati alla fine della strada. Ma c’è un nuovo inizio?
«Più di un secolo dopo Thoreau un giovane parte per suo viaggio verso lo stato selvaggio: se sei libero sei pronto a metterti in cammino. Abbandona anche il nome e si autobattezza Alexander Supertramp, “supervagabondo”. Come gli indiani che dovevano guadagnarsi un nome, non veniva imposto alla nascita. Tutto questo accade nel film di Sean Penn, “Into the wild”».
Qui, dopo le prove iniziatiche, si tratta di barattare la libertà con la morte.
«Per Thoreau la natura è ininfluente per raggiungere la maturità. Per Supertramp è oggetto di un “corpo a corpo”. Il giovane porta a termine il messaggio e ne denuncia il limite. Dice il film: “Quando un individuo è giovane non è ancora abitante della terra. É un semidio, è come senza padre. Non conosce gli uomini di questo mondo e loro non lo conoscono. Si aggira come uno straniero venuto da un altro mondo. Egli, invero, pensa a sfere più alte con le quali è ancora in comunicazione…».  (Adriano Favaro, da “il Gazzettino” del 12/8/2009)

………………

recensione di Alessandro Poli di _Into the Wild_ di Sean Penn

(cliccando qui sopra vi proponiamo la bellissima e dotta recensione -al film di Sean Penn “Into the Wild”- di Alessandro Poli, dell’Università di Macerata, ripresa da www.filosofia-ambiente.it )

…………………..

da: http://www.fotologie.it/ :

Henry David Thoreau (1817-1862) si inserisce a pieno titolo nel ristretto ambito di artisti e scrittori protagonisti del cosiddetto “Rinascimento americano”. Ma, a differenza degli altri esponenti di questa “corrente” (R.W. Emerson, W. Withman, N. Hawthorne ed H. Melville), Thoreau fece della sua “coerenza” una vera e propria poetica se non una filosofia di vita. Pur rifiutando una accezione della filosofia di carattere puramente intellettualistico, il suo pensiero si andò organizzando intorno ad alcune idee chiave: “Trascrivere la natura e la storia che in essa si incide; scrivere dunque, come gesto vivo, scrivere come vigoroso atto d’amore verso la realtà, come espressione di una totale esigenza di realtà” (su questa scia si andrà costruendo nei decenni successivi parte notevole della moderna letteratura americana).

Tacciato di un certo egocentrismo venato di aristocratico disprezzo, Thoreau, in realtà, soprattutto nel suo scritto più famoso, Walden (o Vita nei boschi), cercò di proporre uno stile di vita che presupponeva drastici interventi che avrebbero permesso a chiunque al termine della sua vita, al momento della “prova del nove” di poter dire di non aver sprecato la propria vita. La “ricetta” di Thoreau presupponeva la disponibilità del singolo a “vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita (…) vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridurla ai suoi termini più semplici”.

Thoreau, bisogna ricordarlo, lanciava questi “forti” proclami nel bel mezzo dell’ascesa tecnologico-consumistica degli Stati Uniti e delle storture di questa nascente “way of life” di cui fu, forse, uno trai primi e più decisi critici. Il suo isolamento a Walden gli permise di articolare soprattutto un discorso ampiamente introspettivo. “Colonizziamo noi stessi, lavoriamo e muoviamoci con i piedi ben giù, nel fango e nella mota delle opinioni, dei pregiudizi, delle tradizioni, degli inganni e delle apparenze finché non arriveremo ad un fondo solido e alla viva roccia, che potremo chiamare realtà!”.

La vicenda umana, prima ancora che letteraria, di Thoreau, la sua coerenza ed il suo stile di vita sono diventati punto di riferimento ideale per generazioni di ecologisti, pacifisti ed anticonformisti che al “credo” dell’autore di Walden, alla sua prosa sonora e talvolta enfatica, hanno riconosciuto la dignità di una formale promessa di riscatto. Nella sua postfazione a “Camminare” (Walking), Franco Meli delinea un convincente ritratto di questa atipica figura di intellettuale “impegnato” riconoscendogli una modernità ed attualità che i suoi contemporanei non potevano percepire per obiettivi motivi di prospettiva storica.

Una personalità, quella di Thoreau, originale ed estrosa che si rispecchia nella sua ampia produzione letteraria le cui prove più conosciute, “Walden” e “Civil Disobedience”, presentano caratteri difficilmente assimilabili, se non contrapposti. Thoreau invita i suoi lettori con i toni profetici a contrapporre alla “macchina della civiltà” la propria interiorità “celebrando un matrimonio con la natura fondato sull’ampliamento di visione e non sul possesso” In buona compagnia di Emerson, Melville e Withman percorse le contee americane tenendo veri e propri “sermoni laici” che, raccolti in volume, costituiscono un vasto repertorio di “classici del pensiero americano”.

Lo stile “anti-letterario” dei “trascendentalisti” americani è temperato in Thoreau da una “levità esuberante ed arguta, da un umorismo tagliente ed una concreta aderenza alle cose non disgiunta dall’effusione lirica”. Thoreau in Walden ed in Walking indica nella prassi del vagabondaggio, nell’impulso migratorio il rimedio (solvitur ambulando) all’ansia che la “macchina della civiltà e del progresso” finisce per generare.

Il pensiero corre naturalmente all’idea, totalmente americana, della “frontiera” e lo stesso Thoreau in molti dei suoi scritti associa una visione mitica del West alla “terra del domani, della nuova vita, luogo di organica unità, di speranza e di progresso, di libertà e di indipendenza”. Un mito della frontiera dal quale Thoreau prese le distanze nel momento in cui andò articolando in Civil Disobedience una visione apocalittica del destino delle società americana che, nata ad Est, sviluppatasi verso Ovest avrebbe trovato il suo declino sulle rive dell’Oceano Pacifico (il Lete del Pacifico che conduce alle rive dello Stige).

Nei suoi vagabondaggi, Thoreau non perdeva occasione per osservare da vicino la natura ed il suo approccio era quello dello studioso che apprende e registra direttamente camminando in mezzo ad essa. Il suo punto di vista era analitico e presupponeva un’osservazione ravvicinata, ma non disdegnava nelle sue escursioni di salire su qualche altura o collina cercando “la trama completa dell’intero tessuto naturale”. Anche se i critici meno benevoli della sua opera gli hanno spesso rimproverato una certa qual disomogeneità (“sembrava perdersi nei meandri del proprio pensiero”), Thoreau è stato un punto di riferimento ideale di tutta quella corrente “preservazionista” che ha permesso la creazione del “Sierra Club” e di quel forte movimento d’opinione che ha portato alla creazione dei grandi parchi nazionali americani.

…………..

… sempre nello spirito “della frontiera americana” e del diritto alle diversità calpestate, vi proponiamo il bellissimo, poetico e rimasto famoso discorso del Capo Indiano Seattle al presidente degli Stati Uniti:

Questo discorso fu fatto da capo Seattle all’Assemblea Tribale del 1854, in risposta ad una offerta di acquisto che il “Grande Capo” di Washington (Douglas) fece per una vasta area di territorio indiano in cambio di una riserva per il popolo indiano. La risposta del Capo indiano Seattle rimane ancor oggi il più bello e profondo documento ecologico mai scritto

“Il Grande Capo a Washington ci manda a dire che desidera comprare laCapo_Seattle nostra terra. Il Grande Capo ci manda anche parole di amicizia e di buona volontà. Questo è gentile da parte sua perché noi sappiamo che egli ha poco bisogno della nostra amicizia in cambio. Ma noi prenderemo in considerazione la sua offerta. Perché sappiamo che se noi non vendiamo la nostra terra l’uomo bianco può venire con i fucili e prendersela.
Come è possibile comprare o vendere il cielo, il tepore della terra? L’idea è estranea a noi. Se noi non possediamo la freschezza dell’aria e lo scintillio dell’acqua sotto il sole, come potete voi comprarli?
Ogni zolla di questa terra è sacra al il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura ed ogni ronzio di insetti è sacro nella memoria e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che scorre nel cavo degli alberi reca con sé la memoria dell’uomo rosso.
I morti dell’uomo bianco dimenticano la loro terra natale quando vanno a passeggiare tra le stelle. I nostri morti non dimenticano mai questa terra meravigliosa, perché essa è la madre dell’uomo rosso. Noi siamo parte della terra e la terra è parte di noi. I fiori profumati sono nostre sorelle; il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli; le creste rocciose, il profumo delle praterie, il calore dei pony e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia.
Per questo, quando il Grande Capo di Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Il Grande Capo ci manda a dire che ci riserverà uno spazio ove muoverci affinché possiamo vivere confortevolmente fra di noi. Egli sarà nostro padre e noi saremo i suoi figli.
Prenderemo, dunque, in considerazione la sua offerta. Ma non sarà facile. Questa terra è sacra per noi. Quest’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è solo acqua, è il sangue dei nostri padri. Se vi venderemo la nostra terra, dovete ricordarvi che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni riflesso spirituale nell’acqua chiara dei laghi parla di avvenimenti e di ricordi nella vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono nostri fratelli, essi ci dissetano quando abbiamo sete. I fiumi trasportano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi venderemo le nostre terre, dovete ricordarvi ed insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovete usare per essi le stesse gentilezze che usereste per un fratello.
L’uomo rosso si è sempre ritirato di fronte all’uomo bianco che avanzava, come la foschia delle montagne corre prima del sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre. Le loro tombe sono suolo sacro, e così queste colline, questi alberi, questa parte di terra è per noi consacrata. Sappiamo che l’uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte di terra è uguale ad un’altra, perché è come uno straniero che irrompe furtivo nel cuore della notte e carpisce alla terra tutto quello che gli serve. La terra non è suo fratello ma suo nemico e quando l’ha conquistata passa oltre. Egli abbandona la tomba di suo padre dietro di sé e ciò non lo turba. Rapina la terra ai suoi figli, e non si preoccupa. La tomba di suo padre, il patrimonio dei suoi figli cadono nell’oblio. Egli tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come cose da comprare, sfruttare, vendere come si fa con le pecore o con le perline luccicanti. La sua ingordigia divorerà la terra e lascerà dietro di sé solo deserto.
Io non so. I nostri modi sono diversi dai vostri. La vista delle vostre città provoca dolore agli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò è perché l’uomo rosso è selvaggio e non capisce. Non c’è nessun posto silenzioso nelle città dell’uomo bianco. Nessun luogo ove percepire lo schiudersi delle gemme a primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse è perché io sono un selvaggio e non comprendo. Un assordante frastuono sembra insultare le orecchie. E quale significato ha vivere in quei posti se l’uomo non può ascoltare il grido solitario del caprimulgo o il chiacchierio delle rane attorno ad uno stagno? Io sono un uomo rosso e non capisco.

L’indiano preferisce il suono dolce del vento che si slancia come una freccia sulla superficie di uno stagno, e l’odore del vento reso terso dalla pioggia meridiana o profumato dal pino pignone.
L’aria è preziosa per l’uomo rosso, giacché tutte le cose condividono lo stesso respiro: gli animali, gli alberi, gli uomini tutti condividono lo stesso respiro. L’uomo bianco non sembra dare importanza all’aria che respira; come un uomo in agonia da molti giorni egli è intorpidito dal puzzo. Ma se noi vi venderemo la nostra terra dovrete ricordarvi che l’aria per noi è preziosa, che l’aria condivide il suo spirito con tutto ciò che essa fa vivere. Il vento che diede il primo alito ai nostri nonni è lo stesso che raccolse il loro ultimo sospiro. E il vento deve dare anche ai nostri figli lo spirito della vita. E se noi vi venderemo la nostra terra voi la dovete custodire divisa come sacra, come un luogo dove anche l’uomo bianco può andare ad assaggiare il dolce vento che reca le fragranze della prateria.
Così prenderemo in esame la tua offerta di comprare la nostra terra. Se decideremo di accettare io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà trattare gli animali di questa terra come suoi fratelli.
Io sono un selvaggio e non conosco altro modo. Ho visto migliaia di carcasse di bisonti imputridire sulla prateria abbandonati dall’uomo bianco che gli ha sparato da un treno in corsa. Io sono un selvaggio e non comprendo come il “cavallo di ferro” fumante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per vivere.
Che cos’è l’uomo senza gli animali? Se tutti gli animali scomparissero, l’uomo morirebbe per la grande solitudine del suo spirito. Perché quello che accade agli animali, presto accadrà all’uomo. Tutte le cose sono collegate tra loro.
Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che calpestano è la cenere dei nostri nonni. Affinché i vostri figli rispettino la terra, dite loro che essa si arricchisce con la dipartita dei nostri congiunti. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri figli: che la terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che accade alla terra, accade ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra essi sputano se stessi. Così noi sappiamo. La terra non appartiene all’uomo; l’uomo appartiene alla terra. Così noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate come i membri di una famiglia sono legati dallo stesso sangue. Tutte le cose sono collegate. Tutto ciò che accade alla terra accade ai figli della terra. Non è l’uomo che tesse la trama della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a sé stesso.
Persino l’uomo bianco, il cui Dio cammina e dialoga con lui come amico con amico, non può sottrarsi al destino comune. Dopo tutto, possiamo essere fratelli.    Vedremo. Una cosa noi sappiamo che forse l’uomo bianco scoprirà un giorno: il nostro Dio è lo stesso Dio. Voi forse pensate che lo possedete come volete possedere la nostra terra; ma non lo potete. Egli è il Dio dell’uomo, e la Sua misericordia è uguale per l’uomo rosso e per l’uomo bianco. La terra è a Lui preziosa e nuocere alla terra è accumulare disprezzo sul suo Creatore.
Anche i bianchi passeranno, forse prima di tutte le altre tribù. Continuate a contaminare i giacigli dei vostri focolari e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti.
Ma nel morire risplenderete luminosamente, infiammati dalla forza del Dio che vi ha portato in questa terra e per qualche motivo speciale vi ha dato il dominio su questa terra e sull’uomo rosso. Questo destino è per noi un mistero, perché non capiamo quando tutti i bisonti vengono massacrati, i cavalli selvaggi domati, i luoghi più segreti delle foreste violati da molti uomini e la vista delle colline fiorite rovinata dai fili che parlano. Dov’è il bosco? Andato. Dov’è l’aquila? Andata.
Come dire addio all’agile pony e alla caccia? E’ la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza.
Così prenderemo in considerazione la tua offerta di comprare la nostra terra. Se saremo d’accordo dovrai assicurarci la riserva che ci hai promesso. Là, forse, potremo finire i nostri brevi giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà scomparso dalla terra e la sua memoria sarà solo l’ombra di una nube attraverso la prateria, queste spiagge e queste foreste conterranno ancora gli spiriti del mio popolo. Perché essi amano questa terra, come il neonato ama il battito del cuore di sua madre. Quindi se noi vi venderemo la nostra terra amatela come noi l’abbiamo amata. Abbiatene cura come noi ne abbiamo avuta. Conservate nella vostra mente la memoria della terra come è quando la prendete. E con tutta la vostra forza, con tutta la vostra mente, con tutto il vostro cuore, preservatela per i vostri figli e amatela … come Dio ama tutti noi.
Una cosa noi sappiamo. Il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Nemmeno l’uomo bianco può essere esonerato dal comune destino.
Possiamo essere fratelli, dopo tutto. Vedremo.”

Annunci

One thought on “Geolibri – CAMMINARE, di David Henry Thoreau – l’interpretazione geografica di un ritorno a conoscere la natura e i luoghi (camminando)

  1. Nadio stronchi domenica 3 novembre 2013 / 16:58

    L’Universo, gli Universi che sono composti dal disordine e dall’ordine; semplificando: dal male e dal bene. Ruoli necessari crudeli e rispettosi; dai Nativi che hanno rappresentato l’equilibrio, e dagli Americani, poi, lo squilibrio. Il bene però è la particella giusta che col tempo riempirà il mosaico della saggezza, cioè dell’ordine Mosaico composto anche dai nativi. Non dimentichiamoli mai.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...