Le dieci metropoli più “felici” al mondo: non una cosa seria, ma un pretesto per pensare a nuove città innovative dove si possa star bene

Rio de Janeiro (che significa Fiume di Gennaio in portoghese) è una città del Brasile. La città è famosa per le sue spiagge turistiche (Copacabana e Ipanema) su cui si affacciano file di alberghi, per la gigantesca statua di Gesù, nota come Cristo Redentore ("Cristo Redentor") sul monte Corcovado, e per il suo annuale carnevale. Rio de Janeiro contiene anche la più grande foresta all'interno di un'area urbana. L'attuale sindaco è Eduardo Paes dal 1° gennaio 2009.    Rio de Janeiro si trova a 22° 54' Sud di latitudine e 43° 14' Ovest di longitudine. La città ha una popolazione di circa 6.150.000 abitanti (al 2006), e occupa una superficie di 1.256 km². La popolazione compresa l'area metropolitana è circa 12 milioni. Rio è la seconda città del Brasile dopo San Paolo e fu la capitale della nazione fino al 1960,  quando Brasilia ne prese il posto. (da Wikipedia)
Rio de Janeiro (che significa Fiume di Gennaio in portoghese) è una città del Brasile. La città è famosa per le sue spiagge turistiche (Copacabana e Ipanema) su cui si affacciano file di alberghi, per la gigantesca statua di Gesù, nota come Cristo Redentore ("Cristo Redentor") sul monte Corcovado, e per il suo annuale carnevale. Rio de Janeiro contiene anche la più grande foresta all'interno di un'area urbana. L'attuale sindaco è Eduardo Paes dal 1° gennaio 2009. Rio de Janeiro si trova a 22° 54' Sud di latitudine e 43° 14' Ovest di longitudine. La città ha una popolazione di circa 6.150.000 abitanti (al 2006), e occupa una superficie di 1.256 km². La popolazione compresa l'area metropolitana è circa 12 milioni. Rio è la seconda città del Brasile dopo San Paolo e fu la capitale della nazione fino al 1960, quando Brasilia ne prese il posto. (da Wikipedia)

[…] Nuovo arrivato e affatto ignaro delle lingue del Levante, Marco Polo non poteva esprimersi altrimenti che estraendo oggetti dalle sue valigie: tamburi, pesci salati, collane di denti di facocero, e indicandoli con gesti, salti, grida di meraviglia o d’orrore, o imitando il latrato dello sciacallo e il chiurlio del barbagianni. Non  sempre le connessioni tra un elemento e l’altro del racconto risultavano evidenti all’imperatore; gli oggetti potevano voler dire cose diverse: un turcasso pieno di frecce indicava ora l’approssimarsi d’una guerra, ora abbondanza di cacciagione, oppure la bottega d’un armaiolo; una clessidra poteva significare il tempo che passa o che è passato, oppure la sabbia, o un’officina in cui si fabbricano clessidre. Ma ciò che rendeva prezioso a Kublai ogni fatto e ogni notizia riferito dal suo inarticolato informatore era lo spazio che restava loro intorno, un vuoto non riempito di parole.  Le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo col pensiero, perdercisi, fermarsi a prendere il fresco, o scappare via di corsa.   (Italo Calvino, Le città invisibili)

E’ Rio de Janeiro la città in cui la gente è “più felice” in assoluto. Una classifica stilata da Forbes (che è una rivista statunitense di economia e finanza molto famosa e in voga).   Rio pertanto la prima… calma però… nel senso che il sondaggio è stato condotto su 10.000 turisti di tutto il mondo (turisti!), che amano viaggiare e visitare le capitali, visitare mostre d’arte, ma anche divertirsi e mangiare bene. Pertanto parliamo di turisti che danno i loro giudizi, non di chi ci vive tutti i giorni.

Due sono le città dell’Australia in classifica tra le prime dieci, un continente molto lontano e per questo simbolo di libertà: Sidney, al secondo posto, e Melbourne, al quinto.  Due anche (sempre tra le dieci) le città spagnole: Barcellona (molto amata anche dai giovani italiani), terza in classifica, e Madrid, sesta. Delle europee fanno parte della classifica anche Amsterdam (al quarto posto) e Parigi, al nono solo al nono posto?). Negli Stati Uniti, in una sola città si è veramente felici: San Francisco, che si piazza al 7° posto. Infine, al 10° posto, Buenos Aires, in Argentina. Nessuna metropoli asiatica e africana compaiono nella top ten.    Ecco la classifica di Forbes: 1. Rio de Janeiro; 2. Sidney; 3. Barcellona; 4. Amsterdam; 5. Melbourne; 6. Madrid; 7. San Francisco; 8. Roma; 9. Parigi; 10. Buenos Aires.

Se un giudizio urbanistico e geografico possiamo umilmente abozzare, sta di fatto che le grandi città sono spesso il frutto di grandi contraddizioni sociali, ad esempio a volte con banlieu, periferie,  socialmente degradate, difficili da viverci. Ma in effetti pare, al di là di classifiche altamente opinabili (molto opinabili) che le città medio-grandi, a volte appunto anche le metropoli, abbiano gli strumenti intellettuali, culturali e la fantasia (e anche le finanze) per rinnovarsi; per tentare di offrire servizi migliori di altre parti (e innovativi) ai cittadini e vitalità nel vivere la quotidianità e il tempo libero. Sia chiaro, non sempre è così. Però è un “trend”, lo sviluppo “positivo” delle città rispetto ai paesi di campagna, che ci sentiamo di sostenere con convinzione.

Insomma, è da pensare che un bambino, in questa epoca, possa trovare stimoli e opportunità maggiori nei grandi centri rispetto ai piccoli paesi, quest’ultimi in grave difficoltà di comunicazione, di possibilità di spostarsi, di opportunità di studio e apertura al mondo. Ma la cosa va certamente approfondita meglio con dati certi.

E’ comunque evidente, ad esempio per quel che riguarda l’Europa, che le metropoli del nostro continente si stanno rinnovando (…poco o niente secondo noi quelle italiane, come Milano o Roma, che siano in classifica o meno…). Città come Berlino (la meno cara in Europa per giovani e studenti) o Londra, Madrid, Barcellona, Dublino, Lisbona… sono riuscite in questi anni a iniziare un concreto discorso di positiva innovazione.     Vogliamo qui riportare un bellissimo articolo che parla di Parigi, città-metropoli che, a nostro avviso, avrebbe meritato, tra le più vivibili, un posto ben migliore del decimo.

…………

parigi_02LA  CITTA’  FELICE (nelle città di tutto il mondo gli spazi collettivi stanno subendo radicali trasformazioni con l’obiettivo della maggiore “abitabilità”)    – di Charles Montgomery (articolo ripreso dal sito di Fabrizio Bottini “Mall”)  – È l’ora di punta in centro a Parigi. Fine luglio. Michelle Ueberschlag, stilista di origine svizzera, si è messa in bikini su una sdraio, nel bel mezzo dell’arteria di scorrimento veloce Pompidou.
Sbircia la Senna oltre il guard-rail. Con quegli spumeggianti rivoletti grigiastri, il fiume non è certo un buon sostituto del Mediterraneo. Perché mai venire qui a passare il pomeriggio?
“Perché la vita è migliore” spiega ridacchiando.
E si tratta di una risposta perfettamente logica, proprio qui quasi sopra la mezzeria di una superstrada che, al momento, non è affatto una superstrada, in una città che ha cambiato idea sul ruolo delle strade.
Tanto per cominciare, i parigini hanno ricoperto la Pompidou di sabbia, l’hanno cosparsa di ombrelloni, e resa impossibile da percorrere in macchina con spazi per bere una birra, campi da bocce e fioriere con le palme. Non è più una strada, almeno non d’estate. É uno spazio giochi sulla spiaggia, che va dal Louvre alle arcate di ghisa del Pont de Sully. La chiamano Paris Plage.
La stilista svizzera ha ragione. La vita è migliore qui in spiaggia. Ma il suo giudizio si può estendere anche alla maggior parte del centro di Parigi. In tutta la città, l’asfalto è stato strappato alle auto e trasformato in sabbia, piccole piazze, spazi per ballare, piste ciclabili. Parigi è entrata a far parte di un movimento globale che cerca di cambiare non soltanto le strade, ma l’anima degli spazi urbani. Chi ci crede, è convinto che le città possano essere il motore di una crescita non soltanto economica. Ma anche della felicità.
La carica è guidata da alcune tra le città più difficili del mondo, posti come Bogotá, dove la teoria della felicità ha portato un sindaco a trasformare le strade in parchi e “superstrade” pedonali, o Città del Messico, il cui primo cittadino sta investendo in spiagge urbane e piste ciclabili, per cambiare l’ambiente fosco che si offre ai cittadini. Ora il movimento trabocca anche verso le città più ricche. Seul ha demolito un’autostrada urbana per far posto a verde e corsi d’acqua. Londra se la prende con le automobili, ed è diventata famosa per la congestion charge.
Misure spesso proposte come azioni d’emergenza per affrontare il riscaldamento globale. In realtà, modificando il modo di pensare e usare gli spazi pubblici, è possibile cambiare il modo in cui ci spostiamo, in cui ci rapportiamo agli altri, e in definitiva come ci sentiamo. Ora, si potrebbe anche pensare che Parigi abbia già da tempo elaborato l’arte della gioia urbana. Ma negli ultimi anni gli abitanti sono diventati così stufi di rumore, congestione, inquinamento, da aver sostenuto in pieno il programma radicale del sindaco Bertrand Delanoë pe riprendersi le strade. Entro il 2012, tutte le auto provenienti dalla fascia suburbana saranno escluse dal centro della città.
Ho verificato di prima mano gli effetti psicologici del programma del sindaco. L’anno scorso, Delanoë ha inondato la città con oltre 20.000 biciclette, da usare quasi gratuitamente. Infilo la carta nel lettore della rastrelliera metallica, e silenziosamente si sblocca una delle decine di biciclette parcheggiate. Questa vélo libre (bicicletta libera) – Vélib’ in breve – sarà il mio personale metro. La posso lasciare a una delle più di mille rastrelliere in tutto il centro.
Butto la borsa nel cestino anteriore, e poi mi lancio in quello che un tempo sarebbe stato un gesto suicida: entrare nel traffico parigino. I taxi mi caracollano davanti lungo Rue de Rivoli come go-kart. Furgoni delle consegne e moto si contendono freneticamente lo spazio. Gli autobus coi loro motori risucchiano l’aria calda. Mi ero preparato all’aggressione patologica degli automobilisti parigini. Ma mi accorgo presto che ci sono altri ciclisti nel flusso, in realtà ce ne sono decine. La nostra massa, collettivamente ha un effetto tranquillizzante sul traffico. Mi sento molto all’erta, ma non in pericolo. In questo caos, ci guardiamo l’un l’altro per avere qualche dritta. Stiamo in contatto visivo.
É soltanto un esempio dell’alchimia che si verifica nelle strade di Parigi, spiega il sociologo Bruno Marzloff quando lo incontro all’Ottavo arrondissement. “Stiamo apprendendo nuovi modi di condividere la città” mi racconta Marzloff mente giriamo nelle vie secondarie. In mocassini senza calze, si sposta nella folla con studiata precisione. “Guardi cosa succede su un marciapiede affollato: dobbiamo tutti stare attenti per non scontrarci l’uno con l’altro. Dobbiamo fare dei nostri movimenti una coreografia. Ne nasce una specie di danza”.
Una coreografia che adesso trabocca nelle corsie del traffico parigino, continua Marzloff. Con auto e bus insieme, nessuno può avere sicurezze su cosa l’aspetta più avanti. Tutti sono più attenti al ritmo del flusso asimmetrico. Il trucco? Far sembrare la strada più pericolosa inserendo migliaia di biciclette, in realtà la rende più sicura. Le statistiche sugli incidenti con ciclisti si sono stabilizzate, anche se il numero di ciclisti si è impennato del 50% negli ultimi sei anni.
Insieme a Marzloff troviamo nel giro di mezz’ora quattro rastrelliere Vélib’ vuote. “Siamo soltanto all’inizio” mi racconta lui. “Cosa accadrà quando avremo 200.000 persone che tutti i giorni usano le Vélib’?”
I parigini in effetti si spostano in modo diverso, ma la nuova danza è soltanto un sintomo di una trasformazione più profonda. Cambiare il modo in cui utilizziamo le strade della città ci può rendere più felici. Perché si tratta di cambiamenti che giocano su un tipo di psicologia che ci orienta sin dall’età della pietra.
Si tratta di fiducia. Secondo gli psicologi dell’evoluzione, i nostri antenati abitanti delle caverne avevano la meglio molto più facilmente contro le belve dalle lunghe zanne e altri nemici, quando collaboravano. Nel corso dei millenni, gli esseri umani hanno poi evoluto vari meccanismi per aumentare la fiducia. Le ricerche hanno scoperto che i nostri cervelli rilasciano neurotrasmettitori di benessere ogni volta che cooperiamo con altri: anche con estranei.
Avanti veloce nell’ora di punta: chiunque ha lottato con gli ingorghi a Parigi, Sydney o Vancouver, probabilmente ha sperimentato l’animosità – e gli scoppi di adrenalina – che produce la guida. Il professore emerito della University of British Columbia John Helliwell, economista che studia i collegamenti tra felicità e rapporti sociali, mi ha raccontato come questo sia soltanto un vago ricordo dell’ansia avvertita dai nostri antenati quando venivano sorpresi soli all’aperto. Tu, da solo, contro i leoni.
Per contro, tutti gli incontri che facciamo a piedi o in bicicletta tendono a costruire fiducia. Sta nei contatti visivi che si stabiliscono per costruire la coreografia dei nostri movimenti. Se funziona, diventiamo un po’ meno timorosi gli uni degli altri. “La chiave sta nella frequenza delle interazioni positive” ribadisce Helliwell. Quindi più ci incontriamo al di fuori delle nostre auto, più probabilmente diventeremo simpatici e gentili. I dati di Helliwell sulle città canadesi mostrano che i quartieri più felici sono quelli che danno maggiori livelli di fiducia. E in più, questa gente fiduciosa e felice farà più probabilmente volontariato, andrà a votare, restituirà il portafoglio perduto a un estraneo.
Si tratta di qualcosa di più di una psicochiacchiera accademica. Bogotá era immerse nella povertà, nel caos, nella violenza e in un traffico paralizzante, quando Enrique Peñalosa ha deciso di ripensarla utilizzando gli insegnamenti delle teorie della felicità, quasi dieci anni oro sono. Armato di un fascio di ricerche su benessere, l’allora sindaco promise di trasformare la città in un motore di felicità.
Il metodo? Come Delanoë, Peñalosa ha dichiarato guerra alle macchine. Ha abbandonato i progetti delle superstrade in periferia, utilizzando invece quelle risorse per realizzare ampi parchi, centinaia di chilometri di piste ciclabili e “autostrade pedonali”. Ha allontanato le auto dalla strada per far spazio a un efficiente sistema di autobus, così che la città si sentisse meglio.
“Di cosa abbiamo bisogno per essere felici?” dice Peñalosa spiegando le sue scelte. “Dobbiamo camminare, così come gli uccelli devono volare. Dobbiamo stare insieme ad altre persone. Abbiamo bisogno di bellezza. Di contatto con la natura. E, soprattutto, non dobbiamo sentirci esclusi. Dobbiamo avvertire in qualche modo di essere eguali”.
Il primo risultato della crociata del sindaco, è stata una campagna per chiederne l’ impeachment. Che non ha funzionato, la città ha iniziato a prendere una nuova forma, ed è diminuito di un terzo il numero delle vittime di incidenti stradali. Il traffico ha cominciato a fluire più in fretta, con le persone che si orientavano verso il sistema di autobus del sindaco. La cosa più notevole, è stata che queste nuove priorità hanno avuto un effetto psicologico su tutta la città. I sondaggi hanno rilevato un impennarsi dell’ottimismo. Il tasso di omicidi è crollato del 40%. Alla fine del mandato di Peñalosa, gli abitanti avevano votato per eliminare le auto nell’ora di punta entro il 2015. Purtroppo, tutte queste buone vibrazioni non si sono tradotte nella sua rielezione.
Nondimeno, il movimento per le città felici guadagna impeto. L’anno scorso, John Helliwell stava spiegando le sue teorie sulla fiducia e la felicità a rappresentanti dell’industria dell’intrattenimento in una conferenza a Hangzhou (che è, secondo i sondaggi, una delle città più felici della Cina). Più stiamo insieme, assicurava Helliwell, più saremo felici. Alla fne del discorso, un francese è salito sul palco, gli ha afferrato la mano e gli ha detto entusiasta: “Lei ha spiegato il mio lavoro di tutta la vita!”
E quell’uomo, Emmanuel Mongon, era il direttore di progettazione e realizzazione del Parc Astérix, il secondo parco tematico di Francia. Mongon aveva capito che la chiave per realizzare parchi del divertimento riusciti non era tanto la velocità a cui le giostre facevano girare i visitatori, ma il mdo di creare momenti in cui la gente potesse stare insieme.
“É lo stesso con le città”, spiega Mongon quando ci incontriamo per un piatto di pasta e un caffè nella veranda di Ladurée, sontuosa tea room sugli Champs-Élysées. Nellos tesso modo in cui nei migliori parchi tematici la gente sta seduta insieme nelle attrazioni, così nelle migliori città si orientano le persone a incrociare i propri momenti, spiega Mongon.
Ecco perché i posti a sedere nelle verande dei caffè parigini sono tutti rivolti verso la strada anziché l’uno verso l’altro. Certo posiamo adorare le chiacchiere, ma il vero spettacolo sta sulla via. “Qual’è l’attrazione principale degli Champs-Élysées? Non certo lo shopping. Lo scopo è quello che le persone si vedano l’una con l’altra!” proclama Mongon, con gli occhi verdi che scrutano il marciapiede. “La gente: ecco la magia della città!”
C’è qualcosa di meravigliosamente, potentemente rimescolante negli Champs-Élysées. La linfa vitale della strada pulsa su marciapiedi che sono complessivamente più larghi delle famose sei corsie di traffico. Vive fra le pietre del selciato, edicole di giornali e tavolini di caffè, gelato rovesciato dai coni, lunghe gambe, sbuffi di vento, e la magnetica possibilità di migliaia di sguardi rubati contemporaneamente.
Più tempo passiamo a piedi, in bicicletta o anche sui mezzi pubblici, più rallentiamo alimentando questo tipo di alchimia sociale. Curiosamente, potrebbe essere la crisi del cambiamento climatico – con la spinta all’ austerity e al risparmio di combustibili fossili – a rafforzare la vita di strada in tutto il mondo.
Il sole tramonta dietro la sinuosa sagoma della Torre Eiffel, io trovo una Vélib’ e mi avventuro di nuovo lungo gli Champs-Élysées. L’Arco di Trionfo è immerso in una luce incandescente. Attira il traffico con la forza gravitazionale di un sole. Mi unisco al flusso, pedalando forte per mantenere il ritmo dei taxi, degli autobus turistici e delle Peugeot cariche di giovani urlanti. Presto mi trovo con macchine su tutti i lati, mentre ci incanaliamo nella Place Charles de Gaulle.
Questa non è la Parigi delle strade condivise del sindaco Delanoë, o lo spazio felice di Helliwell. L’immensa rotatoria dell’Arco di Trionfo fa orbitare una galassia di fanali, e io le ruoto dentro, tenendo a malapena il ritmo del traffico. Non riesco a sentire il mio respiro dentro a quel ruggito. L’Arco di Trionfo mette insieme centinaia di persone, ma siamo resi anonimi dalla velocità. Giro a spirale attorno all’Arco una, due, tre volte.
Il traffico entra pulsando da 13 arterie convergenti. Poi, fra le luci posteriori di un autobus turistico, intravedo una sagoma scura su due ruote.
É un signore ben vestito su un’altra Vélib’. Procede a velocità di crociera, con una mano sola, irradiando nonchalance. Orbitiamo vicini, abbastanza vicini da incrociare gli sguardi. Sento l’impulso di gridare qualcosa a quel tizio, di chiamarlo “ mon camarade!” Ma c’è solo tempo per un cenno di riconoscimento, prima che le rispettive traiettorie comincino a divergere. Dura solo un secondo, quell’incontro, ma ha tutto il senso di un abbraccio. Mi fa sentire immensamente bene. Non riesco a trattenere una risata mentre mi sposto fra lo scintillio dei fanalini di coda, spinto come da una forza centrifuga sempre più lontano dal monumento, attraverso il paesaggio della felicità.   (Titolo originale: The Happy City – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini) DA http://mall.lampnet.org/article/archive/187/

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