La privatizzazione dell’acqua (e altri servizi alla persona) è di fatto avvenuta. Come ora la Comunità può garantire i cittadini nella tutela di servizi fondamentali

cicloAcqua

Il 9 settembre scorso il Governo ha approvato il cosiddetto “decreto Ronchi” (dal ministro preposto) che, dopo cento anni di gestione pubblica dell’acqua e dei rifiuti, il settore di fatto passa ai privati. E’ in particolare un avvenimento (a nostro avviso delicato, difficile, forse un po’ angoscioso) da ben rimarcare che sia ora la “mano privata” (basata, peraltro giustamente, sulla regola in primis del raggiungimento del massimo profitto) a gestire un bene così fondamentale per le persone come l’acqua. Sì, è vero, ci sono delle regole e “limiti” da rispettare; ma questi non sembrano così rassicuranti e certi da poter pensare di star tranquilli per eventi futuri.

Il tutto, da un punto di vista normativo, è dato dall’obbligo per le cosiddette “multiutility” (cioè le aziende a maggioranza pubblica che gestiscono acqua, rifiuti, trasporti, gas, energia…) di ridurre la partecipazione pubblica (entro il 31 dicembre 2012) al 30%: pertanto di fatto la partecipazione privata sarà quella che deciderà le “strategia dell’impresa”, e pure dell’erogazione del servizio prestato (a partire, pensiamo, dalla tariffa applicata che, è abbastanza sicuro dagli esempi di privatizzazione fin qui portati avanti, non può che aumentare per esigenze di sana economia di impresa).

E se qualche utente non paga (non è in grado di pagare) che cosa accadrà? Ci sarà la possibilità di creare “eccezioni” a casi difficili di persone in difficoltà? E’ ovvio che nessuno vuole lo spreco del “bene acqua”, se qualcuno esagera ingiustificatamente nel suo utilizzo; ma il rapporto tra utente-persona non più con un’autorità pubblica che eroga il “bene fondamentale”, ma con una ditta privata, che necessariamente si muove su una stretta logica di “costi-ricavi”, di utile di esercizio, ebbene questo può portare ad avere dei seri dubbi sul futuro nell’erogazione di quel “bene-servizio”.

Nel decreto Ronchi è previsto che se la riduzione della partecipazione pubblica al 30% nelle imprese del servizio dell’acqua, dei rifiuti, del gas, energia ect. non avverrà entro la fine del 2012, il servizio (la concessione) verrà subito messo in gara d’appalto, e questa liberalizzazione del mercato del servizio lascia a chiunque la possibilità di impossesarsene: previo naturalmente certe regole, ma l’autorità della Comunità sul bene, sulla sua gestione verso tutti (con tutte le straordinarie eccezioni che si possono avere) viene a cessare.

In questo contesto è importante trovare soluzioni “altre” a questa linea di tendenza di liberalizzazione dei servizi essenziali. Ad esempio che, se lo Stato decide che così dev’essere (perché il “privato” funziona meglio del “pubblico”) è anche necessario che esso (Stato) imponga regole precise all’impresa di servizi che ora dalla normativa è costretta a diventare “privata” nella quota partecipativa di maggioranza (oppure regole ferree e chiare nel capitolato di appalto se il servizio va in gara). Regole chiare, fin dall’inizio, nella gestione, nella manutenzione degli impianti, nella sicurezza ambientale del “prodotto” erogato, nella volontà di non togliere a nessuno quel servizio; nel “fabbisogno medio” da garantire a tutti a prescindere se il sevizio viene o meno pagato da persona che risulta non solvibile finanziariamente…

Dopo aver riportato la cronaca e gli sviluppi di questa privatizzazione (qui di seguito con un articolo ripreso da “La Repubblica” del 10 settembre scorso), poniamo un’altra questione, altrettanto importante circa il ruolo che lo Stato può (e dovrebbe) avere nell’orientare le strategie economiche del Paese. Riportiamo infatti un articolo (da “Affari e Finanza”) sulla necessità che lo Stato diventi un soggetto attivo come consumatore: oggi la capacità di spesa della Pubblica Amministrazione è elevatissima – circa 1/5 del totale del Pil – ma questa si comporta, salvo lodevoli eccezioni, in tutto e per tutto come un consumatore individuale. E se invece si venisse ad avere da parte della Pubblica Amministrazione un ruolo di consumatore collettivo, e questo ruolo  fosse svolto in forma dinamica, lo Stato potrebbe orientare le produzioni, l’offerta di mercato verso certi prodotti e non altri: come ad esempio l’incentivazione dell’economia verde, a basso consumo energetico e con l’utilizzo di fonti rinnovabili. E’ emblematico ad esempio come gli edifici pubblici quasi sempre sono a grande spreco di energia, e le agevolazioni delle detrazioni fiscali per il basso consumo energetico potrebbero riguardare gli ingiustificatamente esclusi Comuni e gli altri Enti pubblici (e non solo i privati…).

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Acqua e rifiuti, dal governo via libera alla gestione dei privati

di Antonio Cianciullo, da “La Repubblica” del 10/9/2009

Acqua e rifiuti: la gestione passa ai privati. Il Consiglio dei ministri ieri ha mandato in pensione cento anni di storia cancellando lo spirito delle leggi giolittiane che, dopo gli scandali di inizio secolo, avevano affidato il settore alla mano pubblica. Adesso il pendolo torna a oscillare nell’altra direzione. Il percorso di liberalizzazione accelera bruscamente: per i privati che entrano nelle società miste si prevede una quota non inferiore al 40 per cento, mentre l’affidamento dei lavori con la formula in house, cioè alle società controllate direttamente dai Comuni, viene scoraggiato.

Soddisfatto il ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto: «In questo modo s’impone nei fatti un ruolo del privato nella gestione della società mista che incentiva l’efficienza». Analogo il giudizio del ministro perla Pubblica amministrazione e l’innovazione Renato Brunetta che parla di superamento di «alcune incertezze delle norme introdotte lo scorso anno, in favore di una disciplina pi puntuale e rigorosa, in sintonia con i dettami del diritto comunitario».

Pi articolato il parere di Roberto Bazzano, presidente di Federutility, la federazione delle aziende per l’energia, l’acqua e il gas: «E’ positivo che si sia data piena dignità alla partecipazione mista pubblico privato. Ma bisogna prestare attenzione ai tempi e ai modi del cambiamento: ridurre la quota del pubblico al 30 per cento entro il 2012 rischia di tradursi in una penalizzazione delle aziende e di chi ha scelto di affidare loro il proprio denaro.

Quando si decise di privatizzare l’Enel e le banche si scelse un’altra strada: prima si fissarono le regole necessarie a dare certezza al mercato, poi si avvii il percorso di privatizzazione. Ed è questo l’iter da seguire anche in questa occasione: occorre un’Authority che faccia da garante, come nel settore dell’energia, Solo così si possono offrire le certezze necessarie a dare fiducia ai consumatori e agli investitori».

Le polemiche montanti sulla privatizzazione selvaggia dell’acqua e sull’aumento dei prezzi testimoniano la delicatezza del tema, tanto più che ci avviamo verso un periodo in cui il bene in questione, l’acqua, diventerà sempre più raro per il cambiamento climatico e per l’aumento della domanda. E anche nel settore dei rifiuti le tensioni sono crescenti perchè in ballo, oltre alla gestione ordinaria, c’è la grande partita delle bonifiche. «La materia è piena di tecnicismi, ma in buona sostanza quello che sta succedendo è semplicissimo», commenta Bruno Miccio, del Gruppo 183, un think tank di esperti di acqua. «AI sistema attuale, che è quello delle gare indette da enti pubblici, si sostituirà un sistema fatto di giochi a incastro per sottrarre gli appalti al libero mercato e al controllo pubblico. Esattamente il contrario di quello che viene detto per giustificare l’operazione».

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Il ‘consumatore collettivo’ come lo Stato può cambiare l’offerta del mercato
da “Affari e Finanza” del 20/7/2009 – di GIAMPAOLO FABRIS

Esiste la possibilità di intervenire, a tempi brevi, sul mercato così da correggere alcune delle più vistose distorsioni che esistono al suo interno? Di recepire la insistente attesa di ripresa dei consumi senza che ciò implichi una miope riproduzione di un modello che oramai fa acqua da tutte le parti? Promuovendo quindi un diverso sistema di consumi, più coerente con le nuove sensibilità sociali, legate all’ambiente. A mio modo di vedere un obiettivo non solo altamente auspicabile ma anche possibile. Occorre però vi sia la volontà e l’intelligenza politica per impegnarsi in un grande progetto. Facendo intervenire sul mercato una figura del tutto nuova : il consumatore collettivo.
Oggi la capacità di spesa della Pubblica Amministrazione è elevatissima – circa 1/5 del totale del Pil – ma questa si comporta, salvo lodevoli eccezioni, in tutto e per tutto come un consumatore individuale. Fornendo uno scarso contributo, ad esempio, nell’orientare il mercato verso un’economia verde. I consumatori collettivi (la Pubblica Amministrazione in tutte le sue declinazioni: dagli ospedali ai trasporti, dalle scuole all’edilizia pubblica, dalle carceri alle forze armate) potrebbero esprimere una domanda qualificata di beni e servizi. Imponendo al mondo delle imprese, grazie alla forza contrattuale oggi puramente virtuale, standard ambientali, di consumo energetico, di qualità e di prezzo. Il presupposto è presentarsi sul mercato esprimendo una domanda aggregata e non atomistica. Sarà poi nella piena discrezione di chi produce partecipare o meno a questi appalti: i vantaggi sono quelli intuibili di megacommesse, una domanda elevata e stabile nel tempo; gli svantaggi: capitolati estremamente rigorosi, un prezzo probabilmente meno remunerativo di quello spuntabile sul mercato privato, i ritardi e la burocrazia che contrassegnano il comportamento della P A.
Gli stessi beni e servizi prodotti per i consumatori collettivi dovrebbero essere anche immessi sul mercato privato: i consumatori individuali avrebbero così la possibilità di accesso, in tutta una serie di aree del consumo, a beni e prodotti a costo contenuto e rispettosi di rigorosi standard qualitativi. Saranno standard ergonomici, di compatibilità ambientale, estetici, di sicurezza per le componenti di arredo dell’edilizia pubblica; nutrizionali, senza OGM e biologici per le merendine della refezione scolastica e via dicendo. La finalità è quindi anche quella di riuscire a soddisfare bisogni ed obiettivi che il mercato non satura o soddisfa, appunto, in maniera inadeguata.
L’impresa potrebbe forse sacrificare una parte dei profitti di breve termine e la sua attuale discrezionalità nella progettazione di beni e servizi in funzione di elementi di certezza oppure, a suo insindacabile giudizio, decidere di continuare a rivolgersi al tradizionale mercato privato. Il consumatore d’altro canto, in maniera altrettanto autonoma, può decidere se orientarsi verso gli stessi beni o servizi proposti (e controllati) dal consumatore collettivo oppure rivolgersi alle alternative tradizionali presenti sul mercato. La pubblicità dovrebbe svolgere – in questo processo – un ruolo assolutamente determinante. Attribuendo glamour e seduzione (un deficit che già Galbraith aveva indicato per tutto il settore pubblico) ai beni prodotti per il consumatore collettivo, ed accessibili anche ai privati, per non deprimerne l’immagine e sottolineare invece l’innegabile superiorità strutturale.

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ciclo dell'acqua
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