Geolibri e Geoiniziative lodevoli – “Percepire il paesaggio”: il nostro rapporto con l’ambiente nell’epoca presente – …e chi, finanziariamente potendo, compra e salva borghi antichi (ma a tutti è dato di esprimere atti concreti di recupero della bellezza paesistica…)

“l’uomo che salva i borghi medievali” - Santo Stefano di Sessanio, paesino vicino L'Aquila, diventato uno dei migliori prototipi di restauro conservativo. La torre medicea (in alto) ha subito pesanti danni per il terremoto, ma il borgo ha resistito. Qui Daniele Kihlgren (industriale svedese colpito dalla bellezza dei borghi antichi italiani) dal 1999 in poi è andato a cercarsi uno per uno i proprietari delle vecchie case diroccate di Santo Stefano di Sessanio («non riuscivamo a trovarli, in America, in Australia, altre volte si presentavano in dodici cugini»), poi ha fatto loro un'offerta, quasi tutti hanno accettato, e lui ha restaurato buona parte del borgo, che è tornato alla vita. Ma non si è fermato a questo borgo (leggete sul secondo articolo che qui vi proponiamo…)
“l’uomo che salva i borghi medievali” - Santo Stefano di Sessanio, paesino vicino L'Aquila, diventato uno dei migliori prototipi di restauro conservativo. La torre medicea (in alto) ha subito pesanti danni per il terremoto, ma il borgo ha resistito. Qui Daniele Kihlgren (industriale svedese colpito dalla bellezza dei borghi antichi italiani) dal 1999 in poi è andato a cercarsi uno per uno i proprietari delle vecchie case diroccate («non riuscivamo a trovarli, in America, in Australia, altre volte si presentavano in dodici cugini»), poi ha fatto loro un'offerta, quasi tutti hanno accettato, e lui ha restaurato buona parte del borgo, che è tornato alla vita. Ma non si è fermato a questo borgo (leggete sul secondo articolo che qui vi proponiamo…)

Parliamo di bellezza paesistica da ritrovare, da riscoprire. Qui, con una strana connessione che abbiamo realizzato noi, tra un libro (recensito sull’Unità da Renato Pallavicini) che si intitola “Percepire paesaggi. La potenza dello sguardo” (ed. Bollati Boringhieri, 282 pagine per un costo di 26 euro) scritto da un filosofo, Massimo Venturi Ferraiolo. Dove si cerca di capire quali sono le radici del nostro rapporto interiore con la bellezza paesistica, e perché la abbiamo perduta in questa epoca di brutture architettoniche. E di come recuperarla, la sensibilità verso il bel paesaggio e la bella urbanistica, partendo anche da esempi degli antichi, soffermandoci almeno per una volta con fare filosofico sul problema di come risolvere “i brutti paesaggi” che ci circondano e un po’ facciamo sempre più fatica a sopportare (non ci rassegnamo, almeno…).

E dopo il libro proviamo ad andare a scoprire un’esperienza pratica e originale di chi tenta fattivamente (permettendoselo anche finanziariamente) di salvare i borghi antichi, la bellezza di quei paesaggi urbani.

Si tratta di un industriale svedese (Daniele Kihlgren) che “adotta” borghi medievali, nel caso specifico un borgo (Santo Stefano di Sessanio) vicino a L’Aquila (ma ne ha comperati e restaurati molti altri, come potrete leggere qui come secondo articolo).

Che dire? Che forse a noi spetta (anche perché non essendo dotati di grandi capacità finanziarie) di gettare lo sguardo su quella zona grigia che è l’urbanizzazione diffusa, fatta di brutture di paesi e quartieri sorti a caso, in modo confuso e, guardandoli bene, assai brutti (molto!). Tipico di questo periodo sono interventi a volte pregevoli (anche di architettura e urbanistica innovativa contemporanea) che riguardano le grandi città (che hanno più mezzi finanziari e più sponsor, data la loro visibilità maggiore), ma anche centri ragguardevoli che hanno una loro storia economica e/o politica, “d’importanza” nel tempo… cittadine medio-grandi che riescono a “stare al passo” con un’urbanistica di recupero della bellezza (magari restaurando i loro centri, i palazzi più importanti…).

Il resto, paesi, paesini, borghi sorti lungo le trafficate e inquinate strade… tutto questo è appunto “zona grigia”, dimenticata da tutti. Aree e conurbazioni allungate che si caratterizzano per la mediocrità di vita: a volte, sì, sono “villettopoli” con strutture abitative del tipo californiano; a volte sono case disadorne, lottizzazioni, zone di edilizia popolare che sarebbero da riqualificare, case “abbinate” costruite totalmente fuori sintonia con il posto, condomini assai brutti…. Che dire di questo? sembra il vero problema quello della riqualificazione diffusa di questa urbanistica che viene ad impedire ogni possibile bellezza del paesaggio.

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LA SCOPERTA DELLA MAPPA ETICA NELL’UNIVERSO DEL PAESAGGIO

di Renato Pallavicini, da “l’Unità” del 10/9/2009

“Percepire paesaggi” di Massimo Venturi Ferriolo non è un manuale “verde”, ma un’interrogazione filosofica sulle radici del nostro rapporto con l’ambiente che ci circonda. Tra etica, sguardo e rappresentazione dell’agire umano.

percepire paesaggi 2Se è vero, come è vero, che «l’uomo segna lo spazio che riempie», quale spazio, quale paesaggio abbiamo segnato? Di che cosa abbiamo «riempito» il bel paese che ci è stato consegnato dalla natura e dalla storia? È facile rispondere: di troppe brutture. Più difficile riuscire a vedere, a «percepire» che cosa è «accaduto» nel nostro paesaggio, a comprendere che cosa è, oggi, paesaggio e, soprattutto quale progetto è possibile in esso, quale ingenium loci, vale a dire quale intenzione progettuale può caratterizzare un’«etica come dottrina dei luoghi».

Abbiamo citato e virgolettato alcune parole e concetti usati in “Percepire paesaggi. La potenza dello sguardo” (Bollati Boringhieri, pp. 282, euro 26) di Massimo Venturi Ferriolo, filosofo che da tempo riflette sul tema. Questa sua ultima fatica segna un punto di svolta nel suo «pensare il giardino» e tenta di sganciarsi dall’assillo teorico, quasi metafisico, di definire che cosa è il paesaggio per provare invece a capire che cosa serve per fare paesaggio.

Non aspettatevi un ennesimo manuale «verde» perché questo è un saggio filosofico, arduo e faticoso come la salita alla vetta del Mont Ventoux di Petrarca (citata nel libro) o come la discesa nella profondità del mito per interrogare radicalmente – andando davvero alle radici – le parole e le cose. Ne viene fuori (arricchito da splendide «metafore» fotografiche scattate dall’autore) un ipertesto di frammenti di classici greci (ma ci sono dentro anche poeti, scrittori e filosofi romantici, Heidegger, perfino Pavese e Calvino) in cui parole, etimi, concetti, recuperano i loro significati originari: ethos e dunque luogo, thea e dunque sguardo, theorein e dunque vedere, theatron e dunque spazio della rappresentazione, della narrazione.

Percepire paesaggi significa allora saper vedere, e lo sguardo sui luoghi non solo ci riconduce alla radice mitica e divina, all’unità perduta di quel grembo originario, la chora accogliente in cui paesaggio e divinità si confondevano, prima della grande separazione (tra sessi, tra essere e divenire, tra unità e pluralità, tra anima e corpo), ma deve anche metterci in condizione di osservare il gran teatro del mondo e indicarci lo spazio possibile di una narrazione e trasformazione contemporanea del paesaggio.

Il libro mette in moto una feconda dialettica tra etica, come dottrina dei luoghi originari, ed etica connessa ai comportamenti, alla vita attiva, alla trasformazione del mondo. Così il mito dei gemelli divini separati – Artemide (matrice del mondo, natura, selva) e Apollo (il costruttore, dio dell’arte e della forma) – è costitutivo del paesaggio che non è il «bel panorama» ma la scena che natura e cultura hanno allestito per la nostra vita. «L’ambiente naturale di un luogo – scrive l’autore del saggio – ispira la creatività degli uomini… e l’arte – aggiunge – dà qualità al passato e al futuro indicando il progetto» ma – ricorda – «paesaggio è storia dell’opera umana nel bene e nel male».

Nel parecchio «male» che dà forma al paesaggio contemporaneo deve sapere operare, filoso-fare il «paesaggista informato», come lo definisce Venturi Ferriolo, «regista di uno spettacolo in cui s’intrecciano racconti» di paesaggi: quello mitico e perduto, quello trasformato e costruito della polis, quello visibile e quello che non si vorrebbe vedere. La «potenza dello sguardo», allora, non sarà più divina ma ha la possibilità di tornare ad essere umana, perché – c’interroga l’autore – «cosa c’è di più umano di un paesaggio?».

UNA STORIA VERDE. In un affascinante viaggio tra la quintessenza dei «paesaggi umani», tra i giardini, ci conduce un altro libro, anche questo a suo modo di ardua lettura, trattandosi di un ponderoso catalogo, anzi di un Atlante del giardino italiano 1750-1940 (Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, due volumi, pp. 1158, euro 100). Lo ha curato Vincenzo Cazzato, architetto e attento studioso dei giardini storici, a cui si devono altri preziosi lavori di indagine e catalogazione.

Si tratta di un lavoro promosso dall’Ufficio Studi del Ministero per i Beni e le Attività culturali, che ha raccolto centinaia di biografie di «architetti, giardinieri, botanici, committenti, letterati e altri protagonisti», redatte da decine di collaboratori, e suddivise per regioni. È un dizionario non soltanto di «uomini illustri», ma anche di figure minori, di «umili» botanici e giardinieri, fontanieri e idraulici che hanno fatto il giardino, ai quali si aggiungono committenti, consulenti, eruditi e trattatisti che il giardino l’hanno pensato, e novità, scrittori e poeti che i giardini hanno immaginato e narrato, un dizionario nel dizionario che va da Anna Banti a Giacomo Zanella.

La suddivisione regionale testimonia di una ricchezza che l’unità politica del Paese, lungi dal cancellare, ha esaltato, favorendo gli scambi di tradizioni locali, di tecnici e tecniche, di culture e colture. Una storia «verde» che si fa specchio e narrazione artistica della storia e delle trasformazioni sociali: dai luoghi recintati per il godimento privato alle ville produttive, fino ai giardini botanici, nati per lo studio e la conservazione di piante e fiori, e ai giardini pubblici di spiccata funzione sociale. (Renato Pallavicini)

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L’UOMO CHE SALVA I BORGHI, COSI’ RIVIVE L’ITALIA MEDIEVALE

di Eugenio Occorsio – da “la Repubblica” del 6/8/2009

«Quest’integrazione perfetta fra case storiche e paesaggio, questi borghi costruiti sulla sommità delle colline nell’ epoca dei castelli, questo senso straordinario di equilibrio e armonia… ecco il vero patrimonio italiano tanto seduttivo quanto sistematicamente compromesso».

Parla con un misto di ispirazione messianica e di pragmatismo da businessman, Daniele Kihlgren.

«Diciamo la verità: è un patrimonio che grida vendetta, ce l’avete messa tutta per massacrarlo». Ha poco più di quarant’anni, discende da una delle più ricche famiglie di industriali svedesi (cementifici), e la sindrome di Stendhal l’ha colpito a S. Stefano di Sessanio, il paesino vicino L’ Aquila diventato uno dei migliori prototipi di restauro conservativo.

«Adesso con il terremoto è crollata la torre medicea, si sono danneggiate alcune case ma le nostre non hanno subito un graffio», dice con orgoglio e spiega i criteri antisismici con cui fa i restauri («spesso basta legare i muri antichi con i cavi di ferro»). Passato lo sconforto, assicura, S. Stefano («grazie a Dio non si è fatto male nessuno») si riprenderà prima e meglio degli altri.

Kihlgren dal 1999 in poi è andato a cercarsi uno per uno i proprietari delle vecchie case diroccate («non riuscivamo a trovarli, in America, in Australia, altre volte si presentavano in dodici cugini»), poi ha fatto loro un’ offerta, quasi tutti hanno accettato, e lui ha restaurato buona parte del borgo, che è tornato alla vita: se nel 2001 il 75 per cento delle abitazioni era abbandonato, a fine 2008 c’ erano 120 abitanti, una trentina di attività commerciali e 7.300 presenze l’anno in cinque strutture ricettive fra cui l’ albergo Sextantio, il nome della società di Kihlgren, “diffuso” in 23 casette restaurate di tutto punto.

Kihlgren non si è fermato qui. Accompagnato da Margareta Berg, tedesca di origini polacche a sua volta innamorata dell’ Italia profonda, ha continuato le peregrinazioni nel Mezzogiorno, «dove la scarsezza di mezzi ha creato fra abitazioni e territorio le più straordinarie assonanze per i materiali utilizzati, per come sono state assecondate le morfologie, perfino per l’ armonia dei colori».

Nel 2006 ha ottenuto dal comune di Matera venti concessioni trentennali per altrettanti Sassi, e un mese fa ha inaugurato il secondo “albergo diffuso” sul costone della Civita che fronteggia il grandioso canyon Gensola con tanto di torrente sul fondo. «Stavolta il restauro è stato difficilissimo perché le caverne erano piene di licheni e a volte addirittura di alberi, profonde, difficili da esplorare fra buche e insidie. Le abbiamo ripulite lasciando dove possibile le pareti a crudo, abbiamo creato pavimenti misti di cotto e pietra, abbiamo interpretato un arredamento semplice, con pochi mobili antichi, senza fronzoli né televisione. Il tutto con il comune, che resta proprietario, che ci scrutava passo dopo passo perché stavamo lavorando con un patrimonio dell’ umanità».

Il risultato è stato così incoraggiante che Kihlgren è partito per nuovi “salvataggi”: girando per l’ Italia ha comprato, sempre andando a cercare gli antichi proprietari, cinque borghi: il quartiere antico di Montebello sul Sangro, (il paese dopo una frana in tempi antichi è stato ricostruito poco più in là), la frazione Frattura di Scanno (stessa storia), un castelletto a Rocca Calascio. Ancora, Martese di Rocca S. Maria in provincia di Teramo e Rocchetta al Volturno in Molise.

«Lavoriamo sempre in stretta cooperazione con i comuni, ci scambiamo idee, suggerimenti, notizie storiche. Noi paghiamo le tasse e contribuiamo alla rivalorizzazione di questi pezzi di storia e cultura. Chiediamo solo una cosa: un vincolo ferreo che impedisca la costruzione di nuove case tutt’ intorno».

Si punta a riattivare lo stile di vita del villaggio prima dell’abbandono: attività in comune sull’ aia, allevamento libero di animali da cortile, coltivazione naturale di orti e campi, cibi caratteristici «che ricreiamo con l’ aiuto del Museo delle Genti d’ Abruzzo. In parte queste case le venderemo, in parte le useremo per alberghini caratteristici».

Ormai si è sparsa la voce: «Abbiamo una lunga lista di amministratori locali in tutto il Sud che ci hanno chiesto un intervento nel loro comune. Andremo a visitarli tutti, e sono sicuro che troveremo altri posti incantevoli da restaurare». – EUGENIO OCCORSIO

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