Afghanistan – Il possibile compito di una missione di pace: difendere i perseguitati dai persecutori e dalle loro violenze, a prescindere da appartenenze ideologiche (e neanche proporre modelli di democrazia di difficile esportazione)

poliziotti afghani nel luogo dell'attentato che ha ucciso sei militari italiani e dieci civili
poliziotti afghani nel luogo dell'attentato che ha ucciso sei militari italiani e dieci civili

Sei militari italiani sono morti e altri quattro sono rimasti feriti in Afghanistan in seguito a un attentato kamikaze che ha colpito un convoglio della Nato sulla strada che porta dal centro cittadino all’aeroporto della capitale, Kabul.    Nello scoppio sono rimasti coinvolti due blindati italiani di scorta al convoglio, colpiti in pieno dall’esplosione di un veicolo imbottito di esplosivo condotto da un attentatore kamikaze. Gli effetti dell’attentato sono stati devastanti. Per l’attentato sono stati utilizzati 150 kg di esplosivo. Oltre ai sei soldati italiani, vanno registrate una decina di vittime tra i civili, a cui si aggiungono 55 feriti.    E’ chiaro che, quando gli effetti delle guerre si avvicinano a noi e alle nostre emozioni (sei giovani ragazzi militari uccisi…), lo scenario (sennò spesso vissuto come lontano da noi di distruzione e morte) assume un carattere più concreto, doloroso e straziante.

Ma qui vogliamo capire il senso di questa missione di pace, e che significato può avere la presenza, secondo noi preziosa, di militari italiani all’estero. Il rischio vero è il coinvolgimento troppo forte nei processi politici del paese in cui si va, magari applicando parametri (di democrazia) propri, occidentali. Nell’articolo che qui di seguito vi diamo, scritto precedentemente all’attentato cui sono morti i sei italiani e forse dieci civili afghani (e poi ve ne proponiamo altri, di articoli, per tentare un’ampia panoramica sulla situazione di questi giorni geopolitica dell’Afghanistan) è Boris Biancheri a fare un’analisi sul perché non sempre la democrazia è esportabile. Un’analisi ampia  e accurata sui maggiori scenari di scontri e guerre civili internazionali dell’ultimo ventennio, dalla Somalia, alla Bosnia, all’Iraq (Boris Biancheri è un grande diplomatico, presente in questi decenni in moltissimi scenari internazionali, anche come ambasciatore, a Londra, Washington e Tokyo, nonché segretario generale del Ministero degli Esteri; e negli anni ottanta è stato negoziatore italiano del Trattato sulla Cooperazione Politica Europea nell’ambito dell’Atto Unico Europeo, che costituisce il fondamento su cui poggia il Trattato di Maastricht).

Insomma qui tentiamo di dire che, a nostro avviso le missioni di pace devono stare molto attente a non intromettersi nei meccanismi politici, culturali, sociali del paese in cui vanno. E allora, direte, che ci vanno a fare? L’idea base di ogni missione di pace è quella di difendere i perseguitati, a prescindere da ogni connotato ideologico. Contro i persecutori. Una linea di interposizione autorevole e determinata di difesa dei più deboli, dei “violentati” contro i “violentatori”. E a volte, dentro le etnie e le parti politiche i ruoli possono anche sovrapporsi, scambiarsi: la missione di pace internazionale dovrà seguire il metodo di difendere chi è attaccato e indifeso.

Ragion per cui, pare, nella complessa situazione afgana, il coinvolgimento diretto in guerra degli italiani da circa sei mesi (voluto dagli Stati Uniti che ora tentano di mettere definitivamente all’angolo i talebani) sembra un contesto pericoloso, senza via di uscita. Se missione di pace deve essere, la differenziazione netta che abbiamo qui tentato di dire succintamente (cioè la difesa delle popolazioni che subiscono, e contro chi perseguita da qualunque parte appaia di volta in volta) va forse individuata come strategia con più chiarezza. E come ruolo di garante che la missione internazionale (voluta dall’ONU) si propone.

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PERCHE’  LA  DEMOCRAZIA  NON  SEMPRE  E’  ESPORTABILE

di Boris Biancheri – da “La Stampa” del 9/9/2009

Comunque si chiuda il conto elettorale, l’Afghanistan è un nuovo tentativo di costruire un paese su basi democratiche rimasto tuttora incompiuto. Che sia Karzai a restare in sella o, inaspettatamente, Abdullah a strappargli la vittoria, né l’uno né l’altro possono tenere il Paese sotto controllo. Continuerà ad essere necessario per un tempo imprecisato la presenza, e probabilmente l’aumento, delle forze della Nato prima che chi sta al governo abbia la possibilità di governare. Dopo sei anni di sforzi, il Paese è ancora da fare.

Dalla fine della Guerra fredda, siamo almeno al quarto tentativo dell’Occidente di rimettere in piedi una nazione che le vicende della storia hanno condotto allo sfacelo. Il primo fu quello della Somalia. Nell’inverno 1991-92 le opinioni pubbliche europee e americane videro con raccapriccio alla televisione un Paese in cui tutto, dall’alimentazione di base all’acqua, dalle strutture sanitarie all’ordine pubblico, era venuto meno dopo la scomparsa del dittatore Siad Barre. Il presidente Bush (padre), a mandato già scaduto, decise nell’interregno l’invio di un contingente militare per ristabilire l’ordine. Alcuni paesi, tra cui l’Italia, gli vennero appresso. Bastarono pochi mesi a Clinton per capire che l’America rischiava di impegolarsi in un’avventura senza uscita e ritirò le forze statunitensi dopo che i telespettatori avevano visto, anziché la rinascita della Somalia, dei marines fatti a pezzi e trascinati cadaveri per le vie di Mogadiscio. A 18 anni da allora, la Somalia è ancora un caos.

L’esperimento di fare ex novo uno stato democratico che la comunità internazionale abbia fatto più seriamente e con apparente successo è stato quello della Bosnia. Gli accordi di Dayton, negoziati con abilità da Richard Holbrooke con i riluttanti leader dei tre gruppi etnici che esistono nel paese, quello serbo, quello croato e quello musulmano, diedero alla futura Confederazione Bosniaca un assetto costituzionale macchinoso ma ordinato e accettato da tutti. L’impegno internazionale in Bosnia è stato, tenuto conto delle dimensioni del Paese e della sua popolazione, colossale. Dopo i massacri e le pulizie etniche che avevano seguito il collasso della ex Jugoslavia, l’intervento esterno riportò la pace. Una pace costata più di dieci anni di sforzi, con la partecipazione di 17 diversi Paesi, 18 Agenzie dell’Onu e 27 Organizzazioni intergovernative e con un costo complessivo di circa 17 miliardi di dollari (300 dollari all’anno per ogni singolo abitante). E tuttavia, se guardiamo allo sforzo compiuto, il risultato è deludente. L’attività del governo della Confederazione è continuamente paralizzata da qualcuna delle tre componenti etniche e l’amalgama delle popolazioni non si è realizzato: i serbi che stanno nella Repubblica Srpska continuano a volersi riunire alla Serbia, i bosniaci croati, per non essere da meno, vogliono riunirsi alla Croazia e i musulmani sono infelici perché non hanno nessuno cui riunirsi. La loro protezione è una delle poche ragioni dell’esistenza di una stato fittizio sulla cui permanenza nel tempo è lecito avere dei dubbi. Le istituzioni democratiche ci sono, una costituzione garantista esiste, ma non esiste una efficace capacità di governo.

L’ultimo esempio è quello dell’Iraq e parla da solo. A sei anni dalla clamorosa vittoria militare e dalla liquidazione della dittatura di Saddam Hussein, il paese è dilaniato dalla rivalità tra sciiti e sunniti, per non parlare delle aspirazioni autonomistiche curde, e ampie porzioni del suo territorio si trovano in condizioni di sicurezza inaccettabili.

In nessuno di questi casi, dunque, l’impegno della comunità internazionale volto alla creazione di istituzioni democratiche sul modello dei Paesi occidentali, ha raggiunto il risultato prefisso né si è tradotto a tutt’oggi in situazioni concrete di stabilità e di ordine. Forse non è azzardato, forse è anzi realistico, trarne qualche amara lezione. Gli strumenti della democrazia, e in primo luogo il parlamento elettivo che ne costituisce l’asse portante, assolvono alla funzione di contemperare, equilibrare e assicurare il naturale avvicendamento tra le componenti politiche e ideologiche che coesistono all’interno di una stessa società. Quando il loro rapporto si modifica, l’esercizio della democrazia assicura che ciò si rifletta nell’esecutivo che dirige il Paese. Ma le istituzioni democratiche non esercitano la stessa funzione quando le divisioni che esistono all’interno di una società nazionale hanno natura etnica, o tribale, o religiosa. Perché queste ultime, al contrario degli orientamenti politico-ideologici che si modificano nel tempo, sono rigide e immutabili e l’equilibrio tra loro non si modifica se non con la forza o in tempi molto lunghi. Un tagiko non diventa pashtun a un certo momento della sua vita, un sunnita non passa al campo sciita, un bosniaco serbo non diventa croato anche se l’ultimo dirigente croato si è dimostrato abile ed efficiente.

L’idea che l’avvento della democrazia sia sufficiente a creare condizioni di convivenza civile in Paesi dove sussistono forti conflittualità di carattere etnico o religioso, come invece accade là dove i contrasti sono di ordine politico o ideologico, è probabilmente illusoria. Occorre esserne consapevoli e pensare forse anche, in futuro, a nuovi e diversi strumenti di conciliazione e compromesso.

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SCHEDA sulla presenza italiana in Afghanistan

L’assetto del contingente italiano
Sono circa 2.800 i militari italiani impiegati nella missione Isaf (International Security Assistance Force) in Afghanistan. La maggior parte si trova nella Regione Ovest, nei pressi di Herat,  il resto (circa 500) a Kabul.
Per il periodo elettorale il contingente è stato rafforzato con l’invio di altri 400 soldati a luglio e 40 unità ad agosto, oltre a 2 aerei e 3 elicotteri per l’evacuazione medica. Al comando di reazione rapida della Nato si sono aggiunti altri 114 militari italiani e 100 carabinieri sono stati inviati allo scopo di addestrare la forza di polizia locale.

La missione Isaf
È composta da una forza internazionale che impiega circa 64.500 militari provenienti da una quarantina di nazioni. Il grosso delle truppe (30.000 unità) è fornito dagli Stati Uniti: seguono Inghilterra (9.000), Germania (4.000), Francia (3.160), Canada (2.800) e Italia. È stata costituita su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 20 dicembre 2001 con il compito di garantire un ambiente sicuro a tutela dell’Autorità afghana a Kabul.

Scia di attentati
Secondo gli esperti, nell’ultimo periodo gli attacchi contro i militari italiani si sono intensificati.
L’ultimo incidente risale al 14 luglio scorso, quando la pattuglia di paracadutisti della Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri, fu colpita dall’esplosione di una bomba lungo la strada nei pressi di Farah. Nella potente deflagrazione perse la vita il primo caporal maggiore Alessandro Di Lisio.
Sarebbero 20 le vittime italiane che, dal 2004 ad oggi, hanno perso la vita in territorio afghano.

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Da peacereporter.net:

I costi umani ed economici di questa guerra, la ricostruzione che non c’è, il crescente coinvolgimento delle truppe italiane

La guerra in Afghanistan, quella iniziata il 7 ottobre 2001, ha provocato la morte di 21 soldati italiani, 1.400 soldati alleati, 6 mila soldati e poliziotti afgani, circa 25 mila guerriglieri talebani e quasi 11 mila civili afgani (di cui oltre 3 mila vittima degli attacchi talebani e almeno 7 mila uccisi dalle truppe alleate – più di 3 mila civili morirono nei soli bombardamenti aerei del 2001-2002). In totale, quindi, almeno 43 mila vite umane sono state stroncate in otto anni di guerra.
La spedizione militare in Afghanistan è costata finora ai contribuenti italiani oltre due miliardi e mezzo di euro. All’inizio la missione aveva un costo annuo medio di circa 300 milioni di euro, ma oggi – con il progressivo invio di più uomini e mezzi – supera ampiamente il mezzo miliardo. Per la tanto propagandata ricostruzione dell’Afghanistan, l’Italia ha speso finora circa 40 milioni di euro.

Distruggere o ricostruire? Queste cifre, che su scala maggiore sono le stesse per gli Stati Uniti e gli altri alleati, sono il frutto della strategia adottata dalla Nato in Afghanistan, soprattutto negli ultimi anni. Nel dicembre 2007 il capo del Pentagono, Robert Gates, dichiarò che in Afghanistan “la Nato deve spostare la sua attenzione dall’obiettivo primario della ricostruzione a quello di condurre una classica controinsurrezione”. E così è stato. Si è deciso che prima bisognava vincere la guerra e sconfiggere i talebani, e solo poi ricostruire il paese. “Come nella seconda guerra mondiale – spiegava recentemente nel dibattito di Firenze l’analista militare Gianandrea Gaiani – prima si sconfissero i nazisti, poi si ricostruì l’Europa con il piano Marshall”.
“Io non condivido questa sequenza, prima la sicurezza e poi ricostruzione”, gli aveva ribattuto il generale Fabio Mini, ex comandante delle truppe Nato in Kosovo. “Oggi la sicurezza in Afghanistan non è assicurata da nessuno, tanto meno dalle forze militari straniere. Controllare il territorio significa avere il consenso della gente. Noi non potremo mai avere sicurezza fino a quando non sarà garantita la sopravvivenza agli afgani. C’è bisogno di ricostruire l’Afghanistan, anzi, di lasciarlo costruire a chi ha le forze: ai civili. Lasciamo perdere i militari”.

I rischi per i soldati. Fino a tre anni fa le truppe italiane schierate in Afghanistan erano concentrate a Kabul, dove la situazione era ancora molto tranquilla, e non svolgevano azioni di combattimento – se si escludono le forze speciali della Task Force 45 impegnate nell’operazione segreta ‘Sarissa’.
Dall’estate del 2006, con spostamento del contingente stato nelle regioni più ‘calde’ dell’ovest, sono iniziati i primi scontri con i guerriglieri talebani, ufficialmente solo ‘difensivi’. Dal gennaio 2009 le truppe italiane, mutate nella loro composizione (non più alpini e bersaglieri ma solo parà della Folgore), cresciute di numero (quasi 3 mila) e dotate di mezzi più aggressivi (carri armati ed elicotteri da combattimenti), hanno ufficialmente iniziato le azioni ‘offensive’ penetrando in zone controllate dai talebani (Farah e Badghis). Da allora i soldati italiani sono quotidianamente impegnati in azioni di combattimento e in vere e proprie battaglie nelle quali hanno ucciso centinaia di guerriglieri.
Anche le truppe rimaste a presidiare Kabul, ormai accerchiata e infiltrata dai talebani, si sono trovate esposte a imboscate e attacchi, sia fuori che dentro la capitale.

(da http://it.peacereporter.net/ )

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LA  GUERRA  DEGLI  ITALIANI
di Gianluca Di Feo

Da “L’Espresso” dell’ 11 giugno 2009

Afghanistan: l’Italia schiera mille combattenti più 2.000 uomini di supporto. Una missione che non si può più chiamare di pace. Ecco la strategia del nostro contingente
Dalla fine di maggio la Folgore è passata all’iniziativa. Nelle province di Farah, al confine con la grande area di Helmand cuore dei talebani, e di Baghdis, al confine turkmeno strategico per il traffico di oppio, mille soldati italiani hanno cominciato a muoversi con le forze afghane per riprendere il controllo del territorio.
È la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale che l’Italia schiera una simile quantità di militari operativi: mille combattenti, altri 2000 uomini di supporto. Una missione che non si può più chiamare di pace, concordata e benedetta dall’amministrazione Obama.
Da allora, attacchi e scontri si sono moltiplicati: quasi uno al giorno. E altri rinforzi sono in arrivo: nuovi operativi, nuovi blindati, nuovi elicotteri. Ecco la strategia del nostro contingente e gli strumenti bellici per realizzarla. Con foto e VIDEO delle attività.
Americani e italiani, guerra senza quartiere al terrorismo e sostegno alla rinascita dell’Afghanistan. Fino a un anno fa erano missioni rigorosamente separate, con mandati, metodi e finalità molto diverse. Il governo Berlusconi, senza cambiare né le regole d’ingaggio né i numeri complessivi della spedizione, ha abbattuto la barriera. E l’offensiva voluta da Barack Obama renderà le due operazioni sempre più intrecciate.
Già oggi nelle mappe della regione affidata al nostro comando spicca una grande macchia ovale, con una sigla esplicita ‘Operation box Tripoli’. È una zona sottratta al nostro controllo per volontà della Nato e consenso del nostro governo: territorio di caccia esclusivo dei marines della Task Force Tripoli, dal nome della prima battaglia combattuta due secoli fa dai fanti di Marina statunitensi contro i pirati musulmani. Nessuno degli alleati deve avvicinarsi a meno di 20 chilometri.
È considerata uno dei santuari dei talebani, utilizzato per organizzare le spedizioni verso Kandahar. Lì sono avvenuti alcuni degli scontri più feroci dell’ultimo anno e anche dei bombardamenti che hanno provocato decine e decine di vittime civili.
Ma anche una fetta rilevante dei rinforzi che il presidente americano sta mandando in Afghanistan prenderà posizione tra gli avamposti della Folgore. L’obiettivo è potenziare e motivare i reparti della polizia afgana, quelli che devono gestire il controllo di strade e paesi. Da giugno, 1.800 marines li affiancheranno, presidiando otto nuove postazioni nella regione ‘italiana’. In particolare, stanno costruendo una grande base intorno all’aeroporto di Shindand, una struttura colossale creata dai sovietici e strategica anche per la vicinanza al confine iraniano.
Altri fortini avanzati, sempre con guarnigione mista americana-afgana, vengono edificati in tutta l’area di Farah, spesso a pochi chilometri da quelli dei nostri parà in modo da garantire appoggio reciproco in caso di attacco. La strategia del Pentagono è chiara: isolare la regione di Helmand, il cuore dell’etnia pashtun e della presenza fondamentalista. Per questo un’ala della nuova armata statunitense si muoverà dal confine pachistano; l’altra invece opererà a cavallo della regione di Herat per sigillare le vie di fuga verso Iran e Turkmenistan.
Gli scontri attesi per giugno saranno solo una prova generale della battaglia prevista per agosto, quando i fondamentalisti tenteranno di ostacolare le elezioni presidenziali. “Quella che abbiamo vissuto finora è stata la quiete prima della tempesta, legata al raccolto del papavero da oppio, ma la minaccia d’ora in poi continuerà a crescere fino alle elezioni”, spiega il generale Rosario Castellano, comandante delle forze italiane e di tutto il dispositivo Nato nella regione sud-occidentale.
Anche gli italiani riceveranno altri rinforzi. Truppe scelte, per potenziare la Task Force 45: l’élite dei commandos che opera nella terra di nessuno lontano dai fortini. E un reparto di nuove autoblindo Freccia, con torrette e cannoncini per proteggere i convogli.
“L’aspetto militare è solo una componente della missione”, insiste il generale Castellano, che sottolinea l’attività svolta dai centri per il sostegno alla popolazione: “Siamo qui per insegnare a pescare, non per distribuire pesci”. Ma anche gli afgani chiedono più fondi, per finanziare progetti e iniziative. E a fronte di un costo che quest’anno rischia di arrivare a mezzo miliardo per la spedizione armata in Afghanistan, i finanziamenti disponibili per attività umanitarie sono di poche decine di milioni.
Una cosa è certa. Nessuno in Afghanistan parla più di missione di pace. Che si tratti di una guerra è chiaro sin dai simboli. In tutte le basi della Nato le bandiere sono sempre a mezzasta: il segno di lutto viene dedicato a ogni caduto, occidentale o delle forze governative afgane. E sono mesi che non si vedono le bandiere sventolare in alto.

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CONCLUSO IL LAVORO DEGLI OSSERVATORI UE

da “il Corriere della Sera” del 16/9/2009

Afghanistan: 1,1 milioni di voti manipolati sono andati a Karzai

Un quarto delle schede per le elezioni sono state manomesse. Il presidente: «Osservatori irresponsabili»

KABUL – Un quarto delle schede per le elezioni presidenziali in Afghanistan, circa 1,5 milioni di voti, sono state manipolate. Un totale di 1,1 milioni di questi voti sono andati ad Hamid Karzai. È la conclusione della missione degli osservatori dell’Unione Europea a Kabul, annunciato dalla vice responsabile, Dimitra Ioannou.

IL TEAM DI KARZAI: «OSSERVATORI IRRESPONSABILI» – La replica del presidente in carica non si è fatta attendere. Dirigenti del suo team hanno bollato gli osservatori della Ue che hanno parlato di 1,5 milioni di voti manipolati come «irresponsabili”».

DATI PEGGIORI DELLA PREVISIONI – Gli osservatori europei sono andati quindi molto oltre nelle loro conclusioni rispetto a quanto denunciato dalla Commissione per i reclami alle elezioni presidenziali in Afghanistan (Ecc). Martedì il suo presidente, il canadese Grant Kippen, aveva chiesto il riconteggio delle schede del 10 per cento dei seggi del Paese, circa 2.500, per indicazioni di brogli. La settimana scorsa, sempre lo stesso organismo aveva annunciato l’annullamento di tutte le schede di 83 diversi seggi in tre province del Paese.

IN STALLO IL LAVORO DELLA COMMISSIONE ELETTORALE – In questa situazione, il lavoro della Commissione elettorale indipendente, che sabato scorso avrebbe dovuto annunciare il risultato definitivo, è quindi in una fase di stallo. A ora sono stati annunciati i dati parziali relativi allo spoglio del 95 per cento delle schede: Hamid Karzai, il presidente uscente e candidato maggiormente favorito dai brogli, avrebbe ottenuto il 54%, 28 il suo rivale principale, Abdullah Abdullah. La Commissione per i reclami (Electoral Complaint Commission, ECC) ha come scopo proprio quello che indica il nome. E la legge elettorale le assegna il potere di imporre sanzioni per eventuali violazioni. È composta da due afghani, Fahim Hakim e Maulawi Mustafa, uno nominato dalla Commissione indipendente afghana per i diritti umani l’altro dalla Corte suprema afghana, e da tre esponenti della comunità internazionale, nominati dal rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu, il presidente, Grant Kippen, Maarten Halff e Scott Worden.

Suddivisione amministrativa dell’Afghanistan

L’Afghanistan è suddiviso in 34 province dette velayat,:

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One thought on “Afghanistan – Il possibile compito di una missione di pace: difendere i perseguitati dai persecutori e dalle loro violenze, a prescindere da appartenenze ideologiche (e neanche proporre modelli di democrazia di difficile esportazione)

  1. Ida Falzone mercoledì 27 giugno 2012 / 23:20

    che dire…. per mè queste missioni nn cambieranno mai di una virgola la loro politica la loro cultura e la loro ignoranza….apprezzo tanto la volonta ‘ dei militari l’impegno e i sacrifici che gli fanno di loro ogni giorno degli eroi…ma se avessi io il potere decisionale annullerei subito queste missioni senza senso produttivo….

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