Ridare senso a una missione di pace (contro la barbarie talebana)

Kabul, giocare non è più proibito (foto da Repubblica.it)
Kabul, giocare non è più proibito (foto da Repubblica.it)

Mentre i media italiani esprimono lo stato di choc collettivo e disagio per la morte di sei giovani nostri militari (sale a 21 il numero di militari italiani morti nella missione in Afghanistan, e qui vi diamo conto di un bell’articolo di Roberto Saviano che intravede come essi provengano nella maggior parte dal Sud Italia, che sta dando un contributo tragico di vittime molto alto a questa missione…), mentre si vive questo stato di lutto, è necessario con lucidità esaminare la situazione in Afghanistan, il ruolo dell’America di Obama, l’atteggiamento dell’Europa e degli Stati coinvolti nella “missione di pace” (noi vogliamo continuare a chiamarla così…) (i paesi europei che partecipano alla missione in Afghanistan sono Francia, Italia, Germania e in primis l’Inghilterra), e lo facciamo con tre analisi molto dettagliate riprese da articoli de “Il Foglio”. Infine, su tutto questo, è da capire cosa potrà essere di quel Paese (l’Afghanistan) se torneranno ad avere la prevalenza i talebani e la loro violenza totale che si esprime, prima che sulle truppe occidentali, sulla stessa popolazione afghana, in un’oppressione quotidiana a partire dalle donne costrette a un regime pre-feudale di autentica schiavitù. Lo facciamo con un articolo datato, del 2007, ma significativo, di Daniele Mastrogiacomo, giornalista che in quell’anno fu rapito dai talebani, e fortunosamente fu liberato (con scambio di prigionieri concesso da Karzai, il primo ministro…). E’ interessante come sia alla base della vita e del pensiero dei talebani una fusione molto forte di elementi di religiosità iper-integralista, con una violenza assoluta che, appunto, si esprime contro quelle che sono viste come “truppe occupanti”, ma che prima, loro i taliban, nel periodo del predominio sul paese, si esprimeva con regole per la popolazione (dicevamo in primis le donne) impensabili e inaudite in ogni società, anche la più retriva.

Allora, andarsene da Kabul e da tutto l’Afghanistan appare non solo un’idea che non aiuterà di certo il popolo afghano (che è probabile tornerà a cadere in mano ai talebani), ma probabilmente (come sembra inanzitutto interessare gli Stati Uniti) per il fatto che quel paese (insieme all’ ambiguo Pakistan) si trasformerà in un vivaio del terrorismo internazionale. E allora è da capire se val la pena restare (con le maggiori garanzie possibili per i militari impegnati), ma con la necessità di rideterminare il senso e gli obiettivi della missione di pace, ridefinendoli in modo chiaro: a partire dal considerare le truppe, i militari presenti, come elemento di garanzia dei diritti fondamentali (in primis di non subire violenze) del popolo afghano. Una presenza poi diffusa e allargata a servizi fondamentali (come la sanità o il sostegno alle categorie più povere della popolazione) non possono non far vedere al popolo afghano come la missione sia in favore del popolo (già in parte questo viene fatto, ma secondo noi ci dovrebbe essere un’incentivazione dell’intervento umanitario). Non è facile ma la “normalizzazione” di quel paese su schemi di pacificazione interna e almeno minima serenità, potrebbe passare attraverso un’azione che toglie il terreno sotto i piedi alle motivazioni talebane. Tra l’altro nella tradizione delle missioni di pace italiane (da quella del Libano del 1982) i migliori risultati sono sempre stati ottenuti quando c’è stata maggiore vicinanza alla popolazione, offrendo ad essa pure sostegno e servizi essenziali di cui ha bisogno.

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LA  GUERRA  DI  OBAMA

Il presidente sa che a Kabul c’è in gioco la sicurezza globale, ma sulla guerra giusta non c’è più unanimità – da “Il Foglio” del 18/9/2009

New York. Barack Obama, alla Casa Bianca, ha consegnato ai genitori del sergente Jared C. Monti la “Medal of honor” per celebrare il sacrificio, il coraggio e l’eroismo mostrato sui campi di battaglia dal giovane soldato, morto nel tentativo di salvare la vita a un commilitone ferito.

E’ l’immagine di come la guerra in Afghanistan – quella “giusta” e “cruciale”, secondo la definizione del nuovo presidente, per la sicurezza nazionale americana – abbia sostituito in pieno il conflitto iracheno che aveva infiammato gli anni post 11 settembre di Bush. L’Afghanistan è l’Iraq di Obama, il cuore della lotta al terrorismo assieme al confinante Pakistan. L’Iraq, invece, è pericolosamente dimenticato, dopo i successi dello scorso anno.

Una delle prime mosse di Obama è stata di inviare a Kabul altri 21 mila soldati (un aumento del 50 per cento rispetto all’era Bush), non ancora tutti arrivati a destinazione, ma anche di affidare le operazioni militari a Stanley McChrystal. Il nuovo generale s’è trovato a gestire una strategia militare pianificata dal suo predecessore, centrata sul dispiego delle nuove truppe nella provincia di Helmand, al confine con il Pakistan, e su un massiccio uso di bombardamenti con gli aerei senza pilota sui villaggi talebani in territorio pachistano.

Qualche settimana fa, McChrystal ha suggerito al presidente di cambiare strategia, ovvero di intensificare la protezione della popolazione civile e di aiutare le istituzioni afghane a conquistare una maggiore credibilità nel paese. Il rapporto McChrystal è alla base del dibattito sull’ulteriore aumento delle truppe americane. Il generale, a giorni, potrebbe chiedere fino a 40 mila truppe, una cifra suggerita ufficialmente due giorni fa al Senato dall’ammiraglio Michael Mullen, capo di stato maggiore dell’apparato bellico americano. I centri studi di Washington lavorano senza sosta e nel giro dei prossimi tre giorni in città si terranno almeno quattro grandi conferenze sul tema.

Il fronte dei cosiddetti neoconservatori, quegli analisti che negli anni scorsi hanno appoggiato la dottrina Bush, ha già inviato una lettera aperta a Obama di piena condivisione delle sue parole secondo cui in Afghanistan “c’è in gioco la sicurezza del mondo”. Un altro gruppo conservatore, “Vets for freedom”, ha organizzato una petizione online per chiedere a Obama di ascoltare il suo generale. Un’iniziativa di sponda opposta è quella bipartisan della “Coalizione per una politica estera realista” che già ai tempi di Bush aveva chiesto al presidente di non adottare la strategia del surge e di ritirare le truppe dall’Iraq.

Il gruppo di esperti – di cui fanno parte vari membri dell’iper liberista Cato Institute e dell’ultra liberal New America Foundation, oltre ai due autori del libro “Israel Lobby” John Mearsheimer e Stephen Walt – ha inviato a Obama una lettera per convincerlo a non incrementare l’impegno americano in Afghanistan. Sulla stessa linea c’è anche Zbigniew Brzezinski, il decano della realpolitik di sinistra che è stato tra i consiglieri di Obama, ma che ora è convinto che il presidente stia ripetendo in Afghanistan gli stessi errori che vent’anni fa costrinsero l’Unione Sovietica alla sconfitta.

Obama non si è ancora pronunciato e con il suo generale non ha quel rapporto di simbiosi che Bush aveva con David Petraeus. Obama ama delegare meno di Bush ed è in carica da troppo poco tempo per poter dire se è dotato degli stessi nervi d’acciaio del suo predecessore e di quella “pazienza strategica” che secondo l’ex ambasciatore a Baghdad, Ryan Crocker, è necessaria per portare a termine con successo la missione.

Obama non ha ancora deciso e i big dell’Amministrazione sono divisi, con il vicepresidente Joe Biden tra i contrari all’ulteriore escalation militare e il segretario di stato Hillary Clinton e il consigliere speciale per l’area Afghanistan-Pakistan Richard Holbrooke tra i più favorevoli ad assecondare le richieste del generale McChrystal. Il capo del Pentagono Bob Gates era tra gli scettici, ma la richiesta dell’ammiraglio Mullen al Congresso segnala che il dibattito lo sta vincendo il fronte interventista.

I tempi della quasi unanimità a favore dell’impegno in Afghanistan sono comunque un ricordo. Al Congresso c’è già una mozione per il ritiro, presentata dal senatore democratico Russ Feingold. Il capo della commissione Forze armate del Senato, Carl Levin, è contrario all’invio di nuove truppe e la speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha detto che nel paese e nel Congresso non c’è una maggioranza favorevole a intensificare l’impegno.

I numeri di luglio, agosto e settembre segnalano il numero più alto di caduti americani dal 2001, così come il numero dei civili. I pacifisti annunciano marce d’autunno per il ritiro, in occasione dell’ottavo anniversario dell’inizio della guerra. L’Associated Press ha esasperato il dibattito diffondendo la foto degli ultimi momenti di vita di un soldato ferito a morte, malgrado le pressanti richieste dell’Amministrazione a non farlo.

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EUROPA  VACILLANTE

Il partito del ritiro si rafforza a Berlino, Londra e Parigi. Una conferenza per la transizione

da “Il Foglio” del 18/9/2009

“L’Italia sta facendo un ottimo lavoro in Afghanistan”, ha detto il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, esprimendo cordoglio per l’attacco di Kabul che ha provocato la morte di sei militari italiani. L’Alleanza atlantica “è determinata a portare avanti (…) la missione per garantire all’Afghanistan una vita migliore e impedire che torni a essere un rifugio per i terroristi”, ha spiegato l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del Comitato militare della Nato.

Eppure, al quartier generale dell’Alleanza si teme che l’Italia si allinei all’insofferenza di altri paesi per il conflitto afghano, proprio nel momento in cui l’Amministrazione Obama si appresta a chiedere all’Europa altri soldati. Gli Stati Uniti sono ancora impegnati in Iraq, mentre “tedeschi, francesi, italiani e britannici hanno più capacità”, spiegano fonti Nato. Ma il crescente numero di vittime europee, i civili afghani uccisi da un bombardamento ordinato dai tedeschi e le frodi elettorali spingono i leader al disimpegno. La cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico Gordon Brown hanno firmato una lettera per convocare una conferenza internazionale. La richiesta di “obiettivi temporali per un quadro comune della fase di transizione” – un calendario di ritiro – è indicativa della voglia dell’Europa di smobilitare. “La pressione per il ritiro” a Berlino e Londra “è fortissima”, dice al Foglio un alto diplomatico europeo. “I leader hanno bisogno di aprire una valvola per alleggerire la pressione”.

La Germania è “l’anello debole”, ha scritto il Wall Street Journal. Il bombardamento a Kunduz del 4 settembre è stato una bomba sulla campagna per le legislative del 27 settembre, e ha svelato ai tedeschi il bluff del governo rosso-verde di Gerhard Schröder prima, e di quello di grande coalizione di Merkel poi: l’Afghanistan è una guerra, non una grande ricostruzione militarizzata. Il generale Stanley McChrystal si è scontrato con il colonnello della Bundeswehr che ha ordinato il bombardamento. Le regole di ingaggio della Bundeswehr sono difensive: “Non sono abbastanza attivi per costituire una minaccia per i talebani”, spiega l’analista militare Anthony Cordesman. Nel resoconto dei suoi quattro giorni di sequestro nella zona sotto comando tedesco, il giornalista del Times Stephen Farrell ha raccontato la libertà di movimento dei talebani. Con il 58 per cento dei tedeschi per il ritiro, il ministro degli Esteri e candidato socialdemocratico, Frank-Walter Steinmeier, ha un “piano” per il rimpatrio in quattro anni. Anche Merkel, pur difendendo la missione, vuole “ritirarsi poco a poco”.

“Difficile” fissare una data. A pochi mesi dalle elezioni, Brown ha lo stesso dilemma. “Quando la sicurezza del nostro paese è in gioco, non possiamo fuggire”, si è difeso il premier di fronte a un’opinione pubblica sempre più critica per un conflitto che ha provocato la morte di 216 soldati britannici, di cui 79 solo quest’anno. Difficilmente Brown invierà i duemila uomini, oltre ai 9 mila già presenti, che Washington chiede in previsione del ritiro del Canada nel 2010. Eric Joyce, consigliere del ministro della Difesa, si è dimesso in polemica con il governo: i mezzi sono inadeguati, gli altri alleati della Nato fanno “troppo poco. Il Regno Unito si batte, la Germania paga, la Francia calcola, l’Italia evita”. In Europa, soltanto Sarkozy promette di “restare il tempo necessario”. Dopo la svolta di Obama sullo scudo missilistico, la Polonia potrebbe ripensare l’impegno dei suoi duemila soldati, come altri paesi dell’est. Per il ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, che ha la presidenza di turno dell’Ue, è “difficile” fissare una data per la fine della missione militare. Lunedì l’Ue si è impegnata a un “surge civile”, ma le promesse di rafforzare l’addestramento delle Forze di sicurezza afghane non sono state mantenute.

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MILITARIA

da “IL FOGLIO” del  18/9/ 2009

Il ritrovamento di armi iraniane a Herat è il segno di un salto di qualità nell`arsenale talebano

COSI` GLI INSORTI DIVERSIFICANO le tattiche, tra Kabul e le zone rurali

L’attentato al Massoud Circle di Kabul che ha ucciso sei militari italiani conferma la diversificazione delle tattiche impiegate dagli insorti contro le forze alleate.

Negli ambienti urbani i talebani impegnano raramente gruppi di combattenti che verrebbero facilmente individuati ed eliminati.

Per far sentire la loro presenza puntano invece sul lancio di razzi e sui kamikaze.

La prima arma è più che altro simbolica perché ha scarsa potenza e nessuna precisione, la seconda invece consente di colpire bersaglì paganti e ad alta visibilità mediatica.

In città è più facile far entrare e nascondere anche grossi quantitativi di esplosivo per confezionare “giubbotti da martire” o per trasformare in arma auto, moto e persino biciclette. Esplosivi trafficati e confezionati da cellule addestrate nei campi di Jalaluddin Haggani nell`area tribale pachistana.

Nel traffico caotico della capitale, più che sulle strade spesso semivuote dell`Afghanistan, un`autobomba ha molte più chanche di avvicinarsi a un convoglio alleato senza destare sospetti e addirittura di frapporsi tra due mezzi alleati, come è accaduto ieri al convoglio italiano. Fuori dai centri urbani le armi preferite dagli insorti restano le bombe improvvisate, posizionate solitamente lungo le strade, che hanno causato il 70 per cento delle perdite alleate confezionate con esplosivi fatti in casa o con le cariche di mine e granate.

Non mancano le imboscate che gli italiani hanno dovuto affrontare a Bala Murghab e Farah, condotte da unità composte anche da un centinaio di talebani con tecniche sempre più sofisticate. In alcuni casi sono stati colpiti subito i pick-up delle truppe af` ghane in testa alle colonne per bloccare gli altri mezzi mentre gli insorti si schierano su entrambi i lati della strada, in posizione elevata e su un fronte di quasi un chilometro.

I talebani puntano a ridurre l`impatto della maggior potenza di fuoco e dell`intervento di jet ed elicotteri alleati organizzando le imboscate nei pressi di villaggi per potersi fare scudo dei civili.

MISSILI E IED PERFORANTI nell`ovest del paese. II Pentagono conferma

Il comando italiano nell`ovest afghano non ha voluto commentare il ritrovamento, a fine agosto, di grossi quantitativi di armi iraniane nella provincia dì Herat. La notizia del sequestro, effettuato dalla polizia di confine afghana su indicazioni dell`intelligente americana, è stata resa nota dal Pentagono. Il portavoce Bryan Whitman ha riferito della presenza di missili non meglio specificati, razzi, detonatori e materiale esplosivo artigianale, inclusi led perforanti già forniti dai pasdaran iraniani agli hezbollah libanesi (che le impiegarono contro i tank israeliani) e ai miliziani dell`Esercito del Mahdì che in Iraq uccisero con queste armi molti soldati britannici e almeno quattro italiani.

Finora le forze alleate avevano intercettato carichi di armi iraniane diretti ai talebani comprendenti razzi, mine, mortai e proiettili di vario tipo e calibro e qualche componente di missili antiaerei SA-18, è invece la prima volta che emerge la presenza degli ordigni a carica cava capaci di perforare anche le corazzature dei mezzi più pesanti.

LA NATO SCEGLIE NUOVE PAROLE chiave per sconfiggere il fronte del ritiro

Di fronte alla calante popolarità della campagna afghana presso le leadership e le opinioni pubbliche negli Stati Uniti e in Europa, la Nato sembra puntare su nuove parole chiave per definire la strategia futura. Se è impossibile parlare di exit strategy di fronte a una situazione militare lontana dalla stabilizzazione, ora i vertici dell`Alleanza atlantica puntano sulla “transizione” verso una piena capacità degli afghani di garantire la sicurezza.

Secondo stime accreditate dalla Nato, per garantire la sicurezza sono necessari almeno 400 mila uomini in totale, tra soldati e poliziotti afghani e militari alleati in un rapporto di uno a tre. 100 mila soldati alleati sono già presenti, ma le forze locali contano appena 180 mila militari e poliziotti in buona parte poco addestrati, male armati e non troppo affidabili (specie i poliziotti). Per formare forze afghane sufficienti alla “transizione” ci vorranno quindi ancora molti anni. Intanto, secondo quanto raccontato ieri dal Wall Street Journal, i vertici militari del Pentagono stanno sostenendo presso la Casa Bianca la richiesta, non ancora formalizzata, del generale americano Stanley McChrystal di inviare altri 40 mila soldati in Afghanistan in- aggiunta ai 62 mila già presenti. Il sostegno dei vertici del Pentagono, dice il Wsj, rende più facile per il presidente Obama prendere una decisione positiva, nonostante i problemi politici interni.

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IL RACCONTO. Nel momento della tragedia non possiamo non chiederci perché a morire sono sempre, o quasi sempre, soldati del Meridione

QUEL  SANGUE  DEL  SUD  VERSATO  PER  IL  PAESE

di ROBERTO SAVIANO – DA “LA Repubblica” del 18/9/2009

Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l’ennesima strage di soldati non l’accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l’Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c’è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d’origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un’appendice necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città d’origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado di dargli. Oggi siamo dinanzi all’ennesimo tributo di sangue che le regioni meridionali, le regioni più povere d’Italia, versano all’intero paese.

Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non considerare l’origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L’esercito oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani, giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne arriva la conferma ufficiale. Antonio Fortunato, trentacinque anni, tenente, nato a Lagonegro in Basilicata. Roberto Valente, trentasette anni, sergente maggiore, di Napoli. Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in provincia di Lecce. Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di Viterbo. Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani, provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di pecore. Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da cinque anni, non ancora padre.

Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei grossi gipponi “Lince” che hanno fama di essere fra i più sicuri e resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto danaro per imbottire un’auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine, accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e donne inclusi.

E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada dell’aeroporto di Kabul, all’altezza di una rotonda intitolata alla memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il grande nemico dell’ultimo esercito che provò ad occupare quell’impervia terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di un’autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili, slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan, Afgrànistan, Afgà. E’ anche altro. Quell’altro che era arrivato prima che dai paesini della Campania partissero i soldati: l’afgano, l’hashish migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di spaccio locali. L’hashish e prima ancora l’eroina e oggi di nuovo l’eroina afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l’esplosivo da lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.

E’ anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare l’Afganistan una provincia dell’Italia meridionale. Qui come là i signori della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi, del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare. L’eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell’eroina che si consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei cartelli criminali ci fa affari. L’eroina afgana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono sempre senza garanzia di tornare. Quegli uomini, quei ragazzi possono essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell’esercito. Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d’Italia. E poi anche per il rifiuto di finire nell’altro esercito, quello della camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.

E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati, che “un’altra guerra è possibile”. Che combattere con una divisa per una guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira come dovrebbe, come di una condizione immutabile.

Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che, se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più comode, certo non al rischio di finire sventrati da un’autobomba. Infatti loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano “missione di pace”.

Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell’Afghanistan possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono di arruolarsi nell’esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in “missione di pace”, possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia dell’attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha detto: “Tutti i ragazzi morti sono nostri”. Sono nostri è come per dire sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche per Kabul. E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto ad ogni tragedia.

Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito “è sempre andata così”. Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati. Perché a Sud si è in guerra. Sempre.

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LA TRAPPOLA DEI TALIBAN

Evitano il confronto coi marine e puntano sulle bombe stradali. Le rivelazioni del comandante Abdul Jabbar

di Syed Saleem Shahzad  – da “La Stampa” del 20/7/2009

L’operazione «Artiglio di pantera» guidata dai britannici, e l’operazione “River Liberty” condotta dai marines Usa, due offensive separate nelLA provincia meridionale ribelle dell’Helmand, sono invece inestricabilmente legate e fanno parte delLA strategia del nuovo comandante delLA Nato Stanley McCrystal per sconfiggere i taleban nelLA loro patria spirituale, e trasformare le imminenti elezioni in Afghanistan in un successo.

Ma i taleban, che di fatto governavano LA provincia, hanno gia’ ribaltato LA loro strategia bellica, tornando alle tecniche del 2003-4, quando invece di affrontare direttamente gli eserciti occidentali ricorrevano a ordigni telecomandati e bombe improvvisate. Come risultato, le forze Nato nell’Helmand non hanno trovato i combattenti nemici, ma cadono spesso nelLA trappoLA esplosive DEI taleban. LA morte di 15 soldati britannici nell’Helmand in appena due settimane – LA maggioranza uccisi da ordigni piazzati sul ciglio delle strade – ha riacceso il dibattito sulLA guerra in Gran Bretagna.

A parte LA presenza britannica, le truppe Usa hanno recentemente dispiegato nell’Helmand 4 miLA marines affiancati da 650 soldati afghani e supportati dall’aviazione delLA Nato. Quasi un’invasione, ma LA reazione DEI taleban inizialmente e’ stata il silenzio assoluto. Quando pero’ le truppe si sono sparse per il territorio, i taleban hanno all’improvviso impresso un’escaLAtion alLA loro attivita’ bellica, LAnciando piu’ di dieci attacchi al giorno. «Se le forze delLA Nato vogliono ottenere il successo, devono eliminare ogni abitante dell’Helmand. Non hanno altro modo per distinguere un comune civile da un talebano», commenta Abdul Jabbar, una volta leggendario comandante jihadista di origini pachistane, e oggi uno DEI comandanti talebani dell’Helmand.

ParLAndo per telefono, da una localita’ sconosciuta, Jabbar ha detto: «Nel momento in cui entrate nell’Helmand, tutti avranno LA barba lunga e il turbante nero, il marchio distintivo DEI taleban». Secondo il comandante, gli americani possono LAnciare tutte le operazioni di terra che vogliono, ma non saranno mai in grado di distinguere i combattenti dai locali. «Peraltro, un sostegno senza precedenti dalle masse locali ci permette di anticipare sempre le truppe Nato», aggiunge il comandante che ricorda come gia’ nel 2003-4 i taleban avevano fatto ricorso a bombe telecomandate, ma all’epoca LA strategia falli’ perche’ LA Nato usava degli «jammers» per disturbare il segnale. Ora i taleban hanno inventato circuiti che permettono di bloccare i «jammers», e non devono piu’ affrontare il nemico faccia a faccia.

«LA popoLAzione ci informa DEI movimenti delLA Nato e noi semplicemente piazziamo le bombe telecomandate che li gettano nello scompiglio. Ogni tanto LAnciamo anche imboscate, pure quelle coordinate dai locali». Un gruppo di guerriglieri attacca un obiettivo mentre gli altri si nascondono nelle montagne con armi antiaeree per affrontare gli elicotteri. Dopo un attacco, LA gente aiuta i taleban a dissolversi nelle citta’ e nei vilLAggi, racconta Jabbar. Ma tutta questa attivita’ e’ costretta ad attingere dalle proprie limitate risorse. Le operazioni congiunte delLA Nato e delle forze di sicurezza pachistane hanno danneggiato seriamente LA rete talebana. Di conseguenza, i guerriglieri non sono stati in grado di LAnciare l’offensiva primaverile, e gli attacchi di questi giorni avrebbero dovuto venire compiuti gia’ mesi fa. Negli anni scorsi i gruppi afghani erano stati aiutati dal pachistano Tehrik-e-TALIBAN di BaitulLAh Mehsud dal Sud Waziristan, che inviava soprattutto nell’Helmand fino a 250 cellule combattenti, 2500-3000 uomini. Ma quest’anno non ci e’ riuscito perche’ sotto assedio e sotto tiro contemporaneamente DEI droni assassini delLA Cia nel cielo e delle forze pachistane sul terreno. E il cuore degli insorti e’ nell’Helmand. Ma il comandante Abdul Jabbar sostiene che LA Nato ha gia’ perso LA sua occasione e i taleban, sotto il comando del mullah Omar, si sono riorganizzati ed estesi ad altre province afghane. «Vedrete le conseguenze l’anno prossimo, in tutto il Paese», ha promesso.

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Vivere da ostaggio con i Taliban / VIVERE CON I TALIBAN SANGUE, CORANO E GUERRA / Innamorati delle armi così sognano di morire

da “la Repubblica” del 21/3/2007 – di Daniele Mastrogiacomo

LASHKAR GAH. Per due settimane, per quindici lunghi giorni e quindici notti infinite, ho vissuto con i Taliban. Sempre prigioniero, sempre legato mani e piedi. Mi hanno trascinato in giro in lungo e in largo per tutta Helmand, la regione a sud dell’ Afghanistan che controllano quasi interamente e che ha sfornato i mujahiddin più duri. I più decisi ad immolarsi alla ricerca del paradiso che Allah ha promesso solo ai musulmani fedeli ai princìpi del Corano.

Come prigioniero cercavo sempre e soltanto una via di salvezza, uno spiraglio di speranza. Ma come giornalista mi scoprivo a guardarli, studiarli, analizzarli in ogni loro abitudine. Li osservavo nel freddo del deserto, nel caldo delle pianure sabbiose. Li scrutavo mentre mangiavamo lo stesso cibo, bevevamo la stessa acqua dei pozzi, dividevamo lo stesso pane rappreso. Annotavo mentalmente il loro modo di pregare, ma perfino quello di mettersi a dormire. E questo è uno studio coatto fatto di piccole e grandi esperienze, di dettagli quasi insignificanti, gesti, riti, usanze che solo adesso posso cominciare a sistemare nella mente e provare a interpretare.

I Taliban sono soprattutto guerrieri. Gente abituata a maneggiare le armi, ad usarle, pulirle, a venerarle. Sono quasi sempre le sole compagne di vita con le quali dividere ogni cosa. Sono quasi tutti giovani, tra i venti e i venticinque anni. Hanno una solida e profonda formazione religiosa. Provengono dalle scuole coraniche, le madrasse sorte a centinaia lungo i confini tra il Pakistan e l’ Afghanistan durante e dopo la Jihad contro l’ Armata Rossa dell’ Unione Sovietica. Ragazzi poveri, privi di cultura, di esperienza umana, sessuale, emotiva, sentimentale. Sono cresciuti insieme e insieme, come un branco, continuano a vivere il resto della loro esistenza.

Nelle madrasse si sono formati all’ Islam, hanno studiato il Corano, lo hanno imparato a memoria, lo sanno recitare in arabo, nella lingua originale. Li ho sentiti leggerlo ad alta voce, ascoltarlo nelle cassette registrate dove i versetti sono spesso accompagnati da dolci melodie. Le uniche musiche che possono e vogliono ascoltare.

Ma sono anche diffidenti, sospettosi con chiunque sia un takfir, un infedele che ha smarrito il suo cammino. Un pericoloso nemico che minaccia la loro religione e nei confronti del quale ci sono poche speranze di redenzione. Il fatto di essere nato a Karachi, in Pakistan e di avere tra gli altri anche un nome islamico, Amir, (principe della pace) mi ha forse aiutato in qualche modo. Forse tra le circa ottanta persone che ho conosciuto in questa mia prigionia qualcuno ha intravisto la possibilità di riportarmi su quella che per loro è la sola retta via. Ci hanno provato in molti, capi religiosi in testa, a convertirmi. Mi sussurravano che ero ancora in tempo, che avrei potuto compensare la mia svolta spirituale e conquistarmi il diritto ad aspirare al paradiso che segue la nostra vita terrena. Era una costante, un tema che si riproponeva durante i lunghi pomeriggi che precedeva la preghiera delle sei, la quarta delle cinque previste nell’ Islam sunnita, forse la più importante, da recitare rivolti verso la Mecca, spesso individuata attraverso bussole militari di fortuna e officiata con un fervore che non ammetteva errori.

Ho conosciuto e ho vissuto con due diversi gruppi Taliban. Quelli che mi hanno arrestato, hanno indagato sulla mia posizione cercando di capire se fossi una spia, erano dei combattenti, veri soldati, impegnati notte e giorno a programmare assalti e attentati alle forze di coalizione e a quelli della polizia afgana. Sono stati loro a trascinarmi verso il profondo sud di Helmand, fino ai confini con il Pakistan. Erano quindici giovanissimi, guidati da un comandante, piccolo, nervoso che ribadiva la sua autorità con ordini secchi e guidando personalmente la sua potente Land Cruiser in modo spericolato.

Abbiamo vissuto insieme per la prima settimana. Dal lunedì mattina in cui ci hanno catturati fino alla domenica successiva. Seduti alla meglio, sopra un materasso di coperte trapunte, sacchi a pelo, taniche di acqua e benzina che coprivano l’ intero cassone del pick-up, abbiamo viaggiato quasi ogni notte e comunque gran parte delle mattinate. Indossavano tutti il vestito tradizionale afgano, pantaloni larghi stretti da un cordone colorato coperto da un camicione aperto all’ altezza dei fianchi che arriva sotto le ginocchia. Il tutto era avvolto da un telo.

Il vestito era completato spesso da un turbante nero, comunque scuro, che veniva avvolto con un gesto rituale, quasi ogni ora attorno al capo a sua volta coperto da un piccolo cappello che lo teneva ben sicuro sulla testa. Avere qualcosa in testa era non importante, ma essenziale per le preghiere che avevano una cadenza precisa e non consentivano deroghe in ogni luogo in ogni tempo. Malaws, la guida religiosa con cui intrattenevo i dibattiti più profondi, avvertiva i ragazzi quando era venuta l’ ora di rivolgersi ad Allah e imponeva a tutti di eseguire il lungo rito che precede e accompagna a quella sensibilissima fase spirituale.

Si iniziava alle sei del mattino, poco prima dell’ alba venivamo svegliati e invitati a fare le abluzioni. Prima di pregare bisogna purificarsi, lavarsi le mani, il viso, le orecchie e i piedi. Anche due, tre volte perché è assolutamente necessario eliminare tutte le impurità. E’ escluso da questo rito solo chi non è andato a fare i propri bisogni fisici e non sia contagiato da elementi esterni che possono compromettere il rito della preghiera e mancare di rispetto al Dio a cui ci si rivolge.

Le prigioni erano luoghi di fortuna, spesso sporche e polverose. Ma l’ acqua, l’ elemento basilare di ogni giornata, non mancava mai. Anche dopo l’ omicidio dell’ autista i ragazzi sono rimasti a lavare con cura tutti i loro vestiti dalle macchie di sangue che erano sparse un po’ ovunque. Meticolosi, quasi maniacali, strofinavano via il sangue della loro vittima senza una parola. Un rito agghiacciante, subito spezzato da scherzi e altre risate, i conati di vomito per la scena a cui avevo assistito continuavano a riempire i miei incubi. Il rischio di un contagio, anche in quel caso, andava evitato assolutamente. Ajmal, il giornalista afgano con cui condividevo la cella, a differenza dell’ autista tenuto a distanza e spesso isolato, si svegliava.

Sapeva di dover pregare lo faceva volentieri, forse come non lo avevo mai visto fare nei cinque anni in cui avevamo lavorato insieme. Vicino al suo giaciglio avevo una vecchia tanica di olio di palma da cucina piena di acqua. La mia aveva un segno particolare, un taglio sul manico o un tappo di colore diverso. Non doveva essere usata ne toccata da altri, mai, come il cibo: sempre patate lessate con fagioli, che mi veniva servito su una scodella a parte, stessa cosa per il tè che mi veniva offerto a orari o secondo riti prestabiliti. Io mi tiravo leggermente sulla schiena, fissato il soffitto retto da travi di legno e arbusti incrociati e approfittavo del momento per fare i miei bisogni mattinieri.

Uscivo dal nostro angolo a piccoli passi, trascinando la lunga catena che mi fissava le caviglie verso un luogo indicato dai ragazzi di guardia. Un gesto secco con lo sguardo accompagnato da un piccolo grido se osavo allontanarmi troppo o sbagliassi direzione. Perché anche la direzione era importante, dovevo vedere verso dove si svolgevano i riti e la preghiera e dirigermi dalla parte opposta.

Evitare sempre di passare davanti a loro che erano inginocchiati a pregare. Liberarsi verso la Mecca sarebbe stata un’ offesa che poteva anche costarmi – come mi è costata – nuove restrizioni nel rito da prigioniero. Si tornava a dormire. Dormiva soprattutto questo gruppo di soldati che dopo giorni di osservazione avevo definito il mucchio selvaggio e il comandante che guidava da folle la sua jeep fiammante, costringendo tutti noi stipati nel cassone a dei sobbalzi violenti e continui, con le mani sempre legate dietro alla schiena e i glutei indolenziti.

E poi altri soldati che ti guardano torvi poi sorridenti, poi ancora seccati indispettiti da un lavoro imprevisto, molto lontano dalle eroiche battaglie da essi tanto desiderate, ma convinti comunque che si trattava di impegni importanti, che avrebbe dato loro onore e meriti. L’ approccio non è stato facile e bisognava cercare di impostare un rapporto che sarebbe durato nel tempo. Il rito del tè, un tè giallo, tonificante e curativo per il fisico e la mente, avveniva secondo scadenze anche queste fissate da motivi religiosi. Quattro volte al giorno, per intercalare i momenti della preghiera. Si avvicinavano a turno. Per curiosità, per desiderio di scoprire misteri e usanze di una persona che la loro cultura e i loro valori consideravano lontani, impossibili, quasi inconcepibili.

Ero e restavo un loro nemico. Una persona che aveva smarrito la propria anima, che poteva contagiare la loro purezza. Ma la voglia di sapere era più forte delle preoccupazioni religiose. Con circospezione, con diffidenza l’ uno dell’ altro, si avvicinavano e parlavano. Di tutto. Chiedevano come si vive in Italia, come ci si comporta, quali siano le leggi che regolano la nostra convivenza.

Un solo argomento non veniva mai solo sfiorato: le donne. Non fanno parte del loro mondo, non tanto perché vengano disprezzate, ma semplicemente perché fanno paura. Sono solo una fonte di problemi, destinata a svolgere ruoli e compiti diversi. L’ essere femminile, ti facevano capire nei rari accenni all’ altro sesso, va anche rispettato, ma isolato perché è destabilizzante. Non ha nulla a che vedere con la Jihad, la battaglia che ogni vero e puro musulmano deve compiere come missione della propria vita. Il più folle di tutti è quello che mi chiamava provocatoriamente Tony Blair. Piccolo, rotondetto, la barba lunga nera e riccia che lisciava guardandosela in un piccolo specchio che ogni Taliban conserva nel taschino della camicia, mi puntava la canna del kalashnikov sul petto e sorrideva mostrando la schiera di denti bianchissimi.

Privati di tutto perfino delle scarpe, mi domandavo come facessero a mantenere così puliti i loro denti. Ognuno aveva il proprio pezzetto di legno di una corteccia speciale con cui spazzolava con cura tutto l’ arco dentario. Ne faceva quasi una questione di vita. Fu proprio lui a dirmelo una notte, mentre tremavo dal freddo attorno a una brace che aveva preparato per me. Mi disse che non poteva presentarsi davanti all’ altro posto (il Paradiso) pieno di polvere e che i denti costituivano, la parte del corpo più importante. Non lasciava mai il suo mitra. Come gli altri, del resto. Persino Hamed, uno spilungone a cui avevo insegnato qualche parola in inglese, soffriva se doveva staccarsi momentaneamente dalla sua mitragliatrice pesante con una cartucciera da duecento proiettili. Andava a dormire nella cuccia che si ricavava nella sabbia delle dune, si metteva vicino la sua arma e la copriva, con amore, quasi fosse stata la sua donna. La accarezzava, la puliva, copriva l’ imboccatura della canna con dei pezzi di stoffa poi avvolti con della plastica. Pulire la propria compagna di vita e di battaglia era un rito che occupava almeno due ore al giorno. Un lavoro di fino.

L’ arma veniva smontata, strofinata con degli stracci, filtrata da una cordicella con una corda fatta di stoffa che raccoglieva ogni più piccola impurità. Il pranzo delle dodici, quasi sempre identico, si concludeva con la preghiera delle due, stesso rito le azioni, stesso telo steso per terra, gli sguardi seri, i versetti pronunciati a bassa voce. Solo dopo, a meno di tensioni improvvise che ci costringevano a cambiare programma, si riusciva a dormire.

La guardia di turno veniva a sua volta a parlare, mi accorgevo che anche loro, forse dietro ordini precisi, spaziavano su temi che puntavano soprattutto a capire chi fossi, cosa pensassi e se cadessi in contraddizione. Non erano veri e propri interrogatori, erano chiacchiere esplorative, secondo la tecnica psicologica militare ben sperimentata. Ali, il più piccolo, non più di diciott’ anni, sognava di morire in battaglia. Era un desiderio che andava oltre la semplice volontà. Era un destino che cercava da sempre. Mentre sfrecciavamo nel deserto, intonava canzoni taliban, canzoni di battaglia, di leggende, di vittorie, di sogni, di speranze, di martiri. Le ho ascoltate tante volte. Ogni auto che abbiamo cambiato, che ci ha trascinato in lungo e largo nella regione aveva una cassetta inserita nello stereo che non smetteva mai di girare. Canti senza strumenti musicali, solo voci delicate, giovani che ripetono versi al limite della malinconia.

Un mucchio selvaggio è in grado di fare di tutto. Cucinare, organizzare un campo, assaltare convogli, accendere fuochi, procurare da mangiare in pieno deserto, riparare motori, pneumatici, trovare mezzi alternativi di locomozione. Riuscire a sconfiggerli è veramente un’ impresa ardua. Non hanno una casa, vivono sempre in giro, tornano dalla famiglia una volta ogni quaranta giorni. Non possiedono un salario, fanno tutto gratis, hanno soltanto il gusto e il piacere, l’ orgoglio di combattere per la loro causa. Il tempo di riposarsi, di salutare amici e parenti e poi via, di nuovo nel gruppo, a ridere, scherzare, a combattere, a pregare.

Ridono, ridono in continuazione. Non li ho mai visti arrabbiati, indispettiti, nervosi. Chiuso nelle grotte, negli anfratti, negli ovili, nei buchi di fortuna ricavati tra le rocce di un deserto solcato da centinaia di cammelli e capre selvatiche, li sentivo ridere, spesso con voce stridula, colpendosi con affetto, rincorrendosi, prendendosi in giro. Ti davano l’ illusione di essere solo ragazzi come tutti gli altri, allegri, spensierati, qualche volta perfino dolci. Ma era appunto un’ illusione.

Bastava poco per assistere a improvvise manifestazioni di violenza e di durezza che ti riportavano subito alla durissima realtà. Giocavano con me, con il loro prigioniero, straniero, l’ uomo adulto a cui portavano rispetto, perché la tradizione lo imponeva, ma che consideravano comunque un nemico da dover usare per scopi che poteva renderli famosi, forti, potenti, persino eterni nei libri della grande Jihad. Mi chiedevano di tutto, ma l’ ossessione, era quella delle regole e delle punizioni. Volevano sapere quali fossero le pene previste nei comportamenti della vita comune.

Mi chiedevano a quale pena incorreva un uomo che uccideva un altro. Io spiegavo loro che dipendeva da molti fattori, ma che nella nostra società privare della vita un altro essere umano è un reato non solo penale, ma etico e perfino religioso. Una condanna, concludevo, cinque, fino a vent’ anni. Loro scuotevano la testa. Seri, lo sguardo fisso per terra mentre scuotevano il capo, obiettavano: da noi è diverso. Chi uccide dev’essere ucciso. Un parente dell’ ammazzato ha il diritto, il dovere di uccidere l’ assassino del proprio congiunto. Sorridevo e sintetizzavo: le legge del taglione. Spiegavo loro che accadeva anche da noi, ma che l’ evoluzione della società, nel modo di vivere, avevano imposto regole di convivenza più civile. Da noi esiste la giustizia, ma anche il perdono, il valore della vita per noi è sacro, ma vanno viste le circostanze, le attenuanti, i dettagli in cui si è consumato un delitto. Loro continuavano a scuotere la testa, negavano e sentenziavano: va ucciso e se non viene fatto lo facciamo noi, nella piazza pubblica.

La stessa cosa per gli adulteri: donne e uomini, devono essere lapidati, se sorpresi ad avere un rapporto illegittimo. Così per i furti, se uno ruba gli va amputata la mano destra, se viene colto sul fatto gli viene tagliato anche il piede sinistro. Regole semplici, chiare, inappellabili. «Sono un ottimo deterrente, nessuno osa farlo più. Sono un esempio per gli altri e la società funziona», mi spiegavano. E qualche altro aggiungeva: «Guarda i territori che noi occupiamo: sono sereni, tranquilli, si può girare tranquillamente di notte e di giorno, lasciare aperti i negozi, aprire attività, girare in lungo e in largo senza alcun problema».

E noi occidentali, naturalmente sbagliamo tutto: «Siete incerti, pieni di dubbi, di ripensamenti, la gente ne approfitta e sa di poterla fare franca. La società rischia di diventare un caos, senza certezze e regole». Il mucchio selvaggio mi ha lasciato dopo una settimana. La Jihad è in corso, i comandanti premono per aver indietro i loro uomini. Servono forze fresche e nuove per combattere sul fronte della prima linea proprio a sud di Lashkar Gah. Ed è stato sostituito da altri ragazzi, anche essi soldati, ma più giovani, più mansueti, meno impegnati sul terreno della guerra. Sono ancora più sospettosi. Vedo che l’ arresto, come l’ hanno chiamato, ha ormai preso la piega del sequestro mi guardano a vista, di notte a ogni mio movimento, ogni mio lamento per le catene che mi impediscono di dormire, illuminano con la torcia la mia cella e mi indicano di fare silenzio con il dito sulla bocca. Mimano uno schiaffo, come a far capire che i capi potrebbero ordinare altre punizioni corporali. Sono in sei, tre ciascuno, dopo l’ orribile assassinio del nostro autista. Fanno turni di guardia di due ore. Giorno e notte. Allargano e stringono le catene a secondo dell’ andamento della trattativa.

Ma amano parlare, e sono anche loro curiosi, piano piano si fidano. Mi raccontano le battaglie che avevano programmato fino a qualche notte prima. Assalti a commissariati, posti di polizia, al check point. Tengono lontane le armi, ma poi me le fanno vedere, sempre a distanza, impartendo orgogliosi i primi insegnamenti. Calibri, struttura, modelli, tutti vecchi. Rattoppati con lo scotch, pezzi di stoffa, canne di mitra spuntate, sebbene sempre efficienti e difficili da inceppare. Improvvisano partitelle di calcio sull’ aia sporca, invasa dall’ immondizia che non curano di spazzare, assieme alla polvere, alla terra, alla sabbia che il vento, la pioggia, tempeste improvvise alzano due metri da terra.

Sono duri, severi, ma anche più disponibili dei primi, quasi servili, pronti a soddisfare ogni mia richiesta. Continuo a dire che sono un uomo maturo, che non sono un soldato, ma un giornalista, che non riesco a sopportare quella vita fatta di stenti, di sofferenze e di privazioni. Loro annuiscono, si mostrano comprensivi. Giocano agli amici anche se non c’ è da fidarsi. C’ è lo sportivo che mi fa togliere un lucchetto alla catena al piede col quale compio esercizi fisici per recuperare un po’ di tonicità. C’ è il ragazzo neanche quindicenne con il quale mimo per due ore tutti i versi degli animali. Tra risate generali.

Poi si torna a studiare il Corano. Il comandante mi ha regalato invece il registratore con una cassetta dove sono registrate tutte le letture trascritte in inglese, per loro mi fanno capire sarebbe un onore enorme, convertirmi all’ Islam. Credo che siano sinceri. Che vogliano provarci sul serio. Gli scherzi, le battute, la convivenza forzata che trova vie di sbocco piacevoli, per quello che può essere piacevole la prigionia, si interrompono improvvisamente quando si toccano temi religiosi.

Hasman lo ricorda in continuazione: mai mischiare le mie cose con quelle degli altri. Imparo riti e usanze, mi adeguo, le rispetto. I Taliban sono un popolo a parte, pieno di misteri e di verità che conservano gelosamente nelle loro usanze. Dicono tutto e il contrario di tutto, imparo a conoscere e giudicare per quello che sono, forse in fondo dei gran bugiardi. Incapaci di esprimere, per pudore, per rispetto, per tradizione, quello che realmente pensano dell’ altra parte del mondo.

Quella impura, e inconsapevole di essere caduta nel baratro dell’ apostasia, come continuano a ripetermi. Per loro esiste solo la Jihad. Un mondo felice, sereno, in pace, persino buono, giusto e solidale. Ma spietato se si tratta di imporre il proprio pensiero. Credono di essere nel giusto. E per redimere quella parte dell’ universo che va salvata da questo smarrimento sono pronti a tutto. Non hanno bisogno di cultura, educazione, scuole, rapporti, progresso, sviluppo civile.

E’ già tutto scritto deciso, stabilito. Loro sono già salvi; siamo noi, ci sono io ad essere perduto. E per farlo sono disposti a ogni cosa. Per questo, dopo sorrisi, risate, scherzi e battute, tornano improvvisamente seri e mi dicono: «Domani ti uccidiamo. Per noi, e per il nostro futuro, per la società che vogliamo creare, sei un pericolo. Devi essere sacrificato». Non è solo un ordine che il grande capo, il regista di questo incredibile arresto-sequestro, il mullah Omar in persona, il capo dei Taliban che si è investito del ruolo dell’ erede naturale di Maometto, l’ uomo fuggito in moto dopo l’ attacco angloamericano, ha prima ordinato e poi sospeso. Questo ordine, per loro, arriva direttamente da Allah. (DANIELE MASTROGIACOMO)

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