Il vertice ONU di New York sul clima in preparazione di Copenaghen – misure drastiche e concrete sulle emissioni o sarà suicidio collettivo

José Manuel Barroso, ex premier portoghese ora rieletto per altri cinque anni alla presidenza della Commissione Europea
José Manuel Barroso, ex premier portoghese ora rieletto per altri cinque anni alla presidenza della Commissione Europea

Uragani (come quello di Katrina nella Lousiana e Florida del 2007) potrebbero ripresentarsi; l’ampliarsi della siccità in tante parti del pianeta; rese agricole in abbassamento; la malaria in Africa, la scomparsa delle risorse ittiche, l’innalzamento dei mari e lo scioglimento dei ghiacciai, la violenza dei monsoni in Bangladesh e le alluvioni… tutti fenomeni in forte crescita in questi anni che preannunciano che qualcosa sta effettivamente cambiando (in peggio) nel clima.

Paesi in via di sviluppo che ampliano le loro emissioni di Co2; paesi ricchi che non smettono di inquinare, anzi. I secondi che accusano i primi; quelli poveri che accusano i paesi ricchi di voler loro impedire quell’uscita dalla povertà che quest’ultimi, ora ricchi, hanno vissuto molti anni prima…

Come venirne fuori? Si può trovare una via di mezzo che metta tutti d’accordo, e che pur tuttavia sia anche concretamente efficace nell’inversione di tendenza nel fermare i peggioramenti climatici?       E’ il tentativo “globale”, da governo mondiale che si farà in particolare alla Conferenza di Copenaghen del prossimo dicembre (dal giorno 7 al 18) che cercherà di ratificare un trattato molto più restrittivo (nelle emissioni in atmosfera) rispetto al trattato di Kyoto. Se il Protocollo di Kyoto (entrato in vigore nel 2005) tendeva a far sì che la riduzione delle emissioni si avvicinasse ai livelli di inquinamento del 1990, tutti nel corso già dei primi anni si sono accorti che non poteva bastare, che in ogni caso “Kyoto” non veniva rispettato (gli Stati Uniti dell’era Bush neanche lo hanno ratificato…), e che la situazione di inquinamento da ossidi di carbonio (e altri gas) e l’effetto serra che questi producono con l’aumento della temperatura terrestre, ebbene il contesto è in via di tragico peggioramento, tanto da far dire ad autorità internazionali (come qui nel primo articolo che vi proponiamo firmato dall’appena rieletto –ex premier portoghese- per un altro quinquennio alla presidenza della Commissione europea José Manuel Barroso) che la situazione che si sta presentando è da suicidio collettivo.           Nell’aprire la conferenza ONU sul tema il 22 settembre, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha detto che “i negoziati sono di una lentezza glaciale”. Insomma davvero qui non si può più non far finta di niente, e i governi e i cittadini (noi) che quotidianamente inquiniamo spesso più del dovuto e a volte irresponsabilmente, tutti dovremmo darci una regolata e mettere in atto misure di contenimento vere, e che potrebbero essere onerose e rivedere il nostro modo di vita.

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SEMPRE  PIU’  VICINI  A  UN  SUICIDIO  COLLETTIVO

di José Manuel Barroso – da “il Sole 24 ore” del 22/9/2009

Il clima sta cambiando più velocemente di quanto si prevedesse anche solo due anni fa. Continuare a comportarci come se niente fosse equivale a rendere inevitabile una trasformazione pericolosa, forse catastrofica del clima nel corso di questo secolo. Si tratta della sfida più importante per l’attuale generazione di politici.
Mi preoccupano molto le prospettive del prossimo vertice di Copenhagen. I negoziati sono pericolosamente vicini a un vicolo cieco. Potrebbe prodursi un amaro collasso, forse sullo sfondo di una profonda frattura tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo (Pvs). Oggi il mondo non può permettersi un risultato così disastroso. Per questo io spero che questa settimana, mentre a New York e a Pittsburgh i leader mondiali si affacciano sull’orlo dell’abisso, concluderemo che dobbiamo impegnarci per portare avanti i negoziati. Non è il momento di giocare a poker. È invece il momento di mettere sul tavolo proposte tanto ambiziose quanto lo permettono i nostri vincoli politici. È quello che l’Europa ha fatto e continuerà a fare.
Per questo è necessario identificare il nucleo centrale su cui potremmo accordarci per giungere a un risultato positivo: ed è proprio su questo punto che, a mio parere, la riunione dei dirigenti mondiali qui a New York può rivelarsi determinante. Il primo aspetto di questo accordo consiste nel fatto che tutti i paesi sviluppati devono chiarire i loro piani in materia di riduzione delle emissioni a medio termine. Se vogliamo ottenere una riduzione dell’80% entro il 2050, è indispensabile che i paesi sviluppati cerchino di raggiungere collettivamente una riduzione del 25-40% entro il 2020. La Ue è pronta a passare dal 20 al 30%, se altri fanno sforzi analoghi. In secondo luogo, i paesi sviluppati devono riconoscere fin da oggi che devono contribuire in modo significativo a finanziare iniziative di adattamento da parte dei Pvs. Questi ultimi avranno bisogno entro il 2020 di circa 100 miliardi di euro supplementari ogni anno per affrontare il cambiamento climatico. Parte di questa somma sarà finanziata dai Pvs economicamente avanzati, ma la maggior parte di essa dovrebbe essere fornita dal mercato del carbonio, purché abbiamo il coraggio di fissare uno schema ambizioso.
Queste misure dovranno essere finanziate anche da flussi di denaro pubblico dai paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo, per un importo che potrebbe oscillare fra i 22 e i 50 miliardi di euro all’anno entro il 2020. La percentuale a carico della Ue potrebbe oscillare fra il 10 e il 30%, per un importo che potrebbe raggiungere i 15 miliardi di euro all’anno.
Dobbiamo quindi segnalare la nostra disponibilità a parlare di finanziamenti già questa settimana. Come contropartita, i paesi in via di sviluppo, almeno quelli economicamente avanzati, devono dichiarare molto più esplicitamente che cosa sono disposti a fare per ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’ambito di un accordo internazionale. Anche se stanno già introducendo misure nazionali per limitare tali emissioni, è chiaro che devono impegnarsi maggiormente, soprattutto i più avanzati tra loro.
Mancano meno di 80 giorni al vertice di Copenhagen. Dopo l’incontro di Bonn del mese scorso, il testo provvisorio dell’accordo conta circa 250 pagine: una pletora di opzioni alternative, una foresta di parentesi quadre. Se non lo miglioriamo, questo documento rischia di diventare la più lunga e la più globale lettera di suicidio della storia. La settimana che oggi si apre a New York e a Pittsburgh si annuncia cruciale, se non altro perché rivelerà quanto i leader globali siano pronti a investire in questi negoziati, per riuscire a ottenere un risultato. L’alternativa è semplice: senza soldi, nessun accordo. Ma senza iniziative, niente soldi!
Copenhagen rappresenta un’occasione unica per ridurre le emissioni in modo da mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi. Ed è quindi questa settimana, a New York, che deve cominciare la controffensiva. (José Manuel Barroso)

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Al via il vertice Onu sul clima. Ban Ki-moon: “I negoziati sono di una lentezza glaciale”

«I negoziati sono a una lentezza glaciale». Così Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, apre la conferenza internazionale sul clima, banco di prova per decidere le sorti del pianeta e per voltare pagina nelle politiche ambientali.

Con l’inizio del vertice delle Nazioni Unite a New York, cui partecipano 90 leader e 192 rappresentanti dei paesi membri, parte anche il count-down per scongiurare il disastro climatico e il pericolo effetto serra che incombe sulla Terra.

«Abbiamo 80 giorni di per sfrondare le foresta di parentesi quadre che limitano l’accordo: se non ne usciamo fuori questo rischia di essere il più lungo suicidio globale della storia», ha ammesso il presidente della Commissione europea José Mauel Barroso.

Per Ban Ki-Moon la riunione rappresenta una sfida possibile contro il collasso dell’ecosistema. Per questo ha fortemente voluto il summit per giocare una delle ultime carte disponibili: la Cina. Pechino ha annunciato che attuerà un taglio drastico alle emissioni, ma sulla mossa politica delle autorità cinesi aleggia lo spettro dello scetticismo statunitense.

L’America, che insieme alla Cina produce il 40% di emissioni mondiali, mostra i suoi dubbi sulle prossime misure annunciate da Pechino. I due paesi sono alla prova del clima, devono riuscire a guardare al vertice di Copenaghen e uscire dallo stallo dei negoziati. L’allarme ambientale è ormai all’ultima chiamata e la questione deve volgere verso delle soluzioni possibili. Dal discorso del leader cinese Hu Jintao, per la prima volta all’Assemblea generale, ci si aspetta un input in grado di rimettere in moto le trattative internazionali.

Mentre sul tavolo dei negoziati le proposte fioccano e si cerca una via comune, gli interventi reali si sono arenati. L’Europa punta a tagliare le emissioni del 20% entro il 2020, l’America di Obama la segue a ruota. Il presidente statunitense è consapevole che bisogna agire subito: «Il tempo rimasto per correre ai ripari sta per scadere. Rischiamo di consegnare alle generazioni future una catastrofe irreversibile», ha dichiarato all’Assemblea.

Se finora è rimasto tutto sul piano dei buoni propositi, all’appuntamento previsto per dicembre in Danimarca bisognerà decidere il dopo Kyoto. Il summit di New York deve dare una risposta all’appello della madre Terra

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“Siamo fregati, rischio cambiamento climatico”: finta copia del New York Post stile “Il Male” (da: http://www.blitzquotidiano.it/)

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Dopo aver annunciato la finta fine della guerra in Iraq, gli scherzi di Yes Men sono tornati, stavolta alla vigilia del vertice Onu sull’ambiente. Il gruppo dissidente ha distribuito per tutta la Grande Mela una copia fasulla del New York Post con un titolo shock: ”Siamo fregati”.

La didascalia sotto l’apertura recitava: New York rischia la catastrofe per il surriscaldamento del pianeta. Il tabloid newyorchese di lunedì in realtà è una burla pensata ad hoc per protestare contro l’effetto serra e non ha niente a che fare con i giornalisti del gruppo di Rupert Murdoch.

«Il cambiamento climatico causato dai gas serra provocati dall’uomo sta minacciando la salute, la vivibilità e la sicurezza dei newyorchesi, soprattutto quelli che prendono la metropolitana per andare al lavoro», scrivono i falsi reporter. Sfogliando il quotidiano non mancano altre notizie inventate come quella di un generale del Pentagono che chiede di «agire subito».

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Clima: la Cina taglierà «sensibilmente» le emissioni di Co2 entro il 2020

da Il Sole 24 ore.it del 22/9/2009

La Cina si impegna a ridurre “sensibilmente” le sue emissioni di CO2 entro il 2020. L’annuncio è venuto dal presidente cinese, Hu Jintao nel corso del summit sul cambiamento climatico convocato dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon a New York nella settimana di apertura della 64esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Davanti a una platea di oltre 100 leader mondiali, Hu ha precisato che il suo governo sta portando avanti enormi sforzi per ridurre le emissioni di anidride carbonica per ogni unità di prodotto nazionale lordo di un “margine notevole” entro il 2020, rispetto al 2005. Pechino continuerà ad agire “con determinazione”, ha assicurato il presidente cinese illustrando nuovi piani per l’estensione di programmi di risparmio energetico e ambiziosi obiettivi per la riduzione della “intensità” dell’inquinamento. Hu ha parlato di un importante aumento della superficie boschiva, di “tecnologie eco-sostenibili” e di un consumo pari al “15%” sul totale da fonti rinnovabili entro il 2020.

In precedenza Barack Obama aveva detto oggi a New York al vertice Onu sul clima che la minaccia è «grave,«Il tempo rimasto per correre ai ripari sta per scadere», aggiungendo che la sicurezza e la stabilità di tutte le nazioni e di tutti i popoli – la nostra prosperità, la nostra salute e la nostra sicurezza – sono a rischio: se non agiremo rischiamo di consegnare alle future generazioni una catastrofe irreversibile».

Anche il neo primo ministro del Giappone Yukio Hatoyama ha invitato la comunità internazionale a varare «un Green New Deal, come quello iniziato dal presidente Obama». Hatoyama ha ricordato le misure che saranno adottate dal Giappone e che erano già presenti nel «manifesto elettorale» del suo partito, il quale promette «la riduzione del 25% delle emissioni di gas serra entro il 2020». Hatoyama ha però aggiunto che «il Giappone da solo non può fermare il cambiamento climatico» e per questo motivo «i Paesi sviluppati devono guidare la riduzione delle emissioni».

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La “prima guerra mondiale del clima” allarme di militari e intelligence Usa

Un’analisi della Difesa americana censurata nell’era Bush: l’ambiente è una mina vagante – di Angelo Acquaro – da: la Repubblica, lunedì 10 agosto 2009)

NEW YORK – «Centina di migliaia di persone premono al confine con l’India, in fuga dalle terre sommerse. Il Pakistan è in ginocchio. E quelle centinaia di migliaia di rifugiati riaccendono il conflitto tra islamici e induisti. La violenza divampa. L’intera regione è fuori controllo… ». L’apocalisse prossima ventura non è descritta nella sceneggiatura di un film ma nel rapporto allarmantissimo che la National Defense University, un istituto controllato dall’intelligence e dai militari, ha stilato alla fine dello scorso anno, Giorgio II Bush ancora imperante, e di cui il New York Times rivela ora l’esistenza.

Inondazioni, guerre, carestie. Il disastro alle porte ha la firma di un solo colpevole: il cambiamento climatico. Ma la straordinaria novità dell’ultimo allarme è nella firma. Non un’associazione ambientalista, non gli attivisti del verde, ma i militari, la Difesa, l’intelligence. «Dovremo pagare per tutto questo, in un modo o nell’altro», dice Anthony C. Zinni, ex generale della Marina e capo del Comando centrale. «Pagheremo per ridurre le emissioni di gas oggi: e avremo un contraccolpo economico durissimo. Oppure pagheremo più tardi e in termini militari: a costo di vita umane».

Gli studi erano stati praticamente censurati sotto l’amministrazione Bush: è di pochi giorni fa la “riscoperta” di una serie di foto, tenute nascoste, che dimostrano come il cambiamento climatico si sia già bevuto una parte dei ghiacci dell’Artico. Ma adesso in prima fila ci sono il Pentagono e il ministero della Difesa, con l’aiuto della Nasa. Nei prossimi venti o trent’anni, prevedono gli studi, la diminuzione di cibo, la siccità e le inondazioni richiederanno dall’Africa sub sahariana al Sud Est asiatico la scelta fra due strade: l’aiuto umanitario e la risposta militare. Ma davvero solo l’intervento militare potrà gestire un’emergenza simile?

Il dibattito cade negli Stati Uniti alla vigilia della discussione al Senato di quel pacchetto-clima che tra mille mal di pancia Barack Obama è riuscito a far digerire alla Camera. John Kerry, proprio l’ex sfidante di Bush, sta facendo un lavoraccio per convincere una trentina di senatori, soprattutto del Sud, che pagherebbero i tagli sul carbone con l’aumento delle tariffe.

Ecco, il carbone. La potente lobby è già finita nello scandalo con la pubblicazione delle finte lettere al Senato in cui esponenti ambientalisti chiedevano di fermare la riforma. Falsità gravissime, molto al di là del consueto lavoro di lobbying. Ora la discesa in campo di intelligence e difesa potrebbe essere un’arma in più per Obama. Un disastro ambientale, rileva una ricerca del Dipartimento di Stato, metterebbe a rischio perfino strutture militari come le basi navali di Norfolk e San Diego. Si teme per Diego Garcia, l’isolotto nell’Oceano Indiano da cui gli Usa partirono all’attacco dell’Afghanistan. La minaccia è altissima: la prima guerra mondiale del clima potrebbe essere davvero l’ultima.

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Su Kyoto vedi:

http://it.wikipedia.org/wiki/Protocollo_di_Ky%C5%8Dto

2 thoughts on “Il vertice ONU di New York sul clima in preparazione di Copenaghen – misure drastiche e concrete sulle emissioni o sarà suicidio collettivo

  1. Luca Piccin venerdì 25 settembre 2009 / 21:06

    Ma l’amministrazione Obama l’ha già ratificato o bisogna aspettare ancora? Sono gli U.S.A. a detenere la quota più grande di emissioni (36%)!
    Qualcuno sa dirmi?

    • paolomonegato martedì 6 ottobre 2009 / 10:35

      Ciao. Ho provato a cercare notizie in rete… Nell’aprile 2009, mentre era in Turchia, Obama disse: “it doesn’t make sense for the United States to sign (the Kyoto Protocol) because (it) is about to end”. Credo che questa frase risponda alla tua domanda…

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