Obama, l’America, l’Occidente per una nuova era di pace: ora la difficile ma importante impresa di proporre soluzioni (economiche, sociali, di rispetto dei diritti umani) accettabili da tutti

Barack Obama all'Onu
Barack Obama all'Onu

“Signor presidente, signor segretario generale, illustri delegati, signori e signore: è un onore rivolgermi a voi per la prima volta nella qualità di quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America. Sono più che cosciente delle aspettative che accompagnano la mia presidenza in tutto il mondo. Queste aspettative affondano le loro radici nella speranza, la speranza che un cambiamento vero è possibile, e la speranza che l’America possa assumere un ruolo guida nella strada che porta a questo cambiamento. In quest’aula veniamo da molti posti diversi, ma condividiamo un futuro comune. Non possiamo più permetterci il lusso di mettere l’accento sulle nostre differenze, a scapito del lavoro che dobbiamo fare insieme. È venuto il momento per il mondo di muoversi in una direzione nuova. Dobbiamo entrare in una nuova era di impegno, basata su interessi reciproci e sul rispetto reciproco, e il nostro lavoro deve cominciare da subito”.

E’ questa l’apertura del discorso del presidente degli Stati Uniti all’Onu del 23 settembre scorso. Un’apertura storica verso un tentativo di iniziare, pur nelle difficoltà mondiali, un’era di pace.  E’ importante percepire il cambiamento di rotta che sembra ci possa essere a livello internazionale verso alcuni temi che Obama ha tracciato: 1) la non proliferazione nucleare e il disarmo; 2) la sicurezza di ogni comunità; 3) la conservazione del pianeta; 4) un’economia globale che crei opportunità per tutti.         Obama poi ha posto il tema che “la democrazia non può essere imposta dall’esterno a una nazione“, cioè che essa (democrazia) non può essere esportabile come modello unico; ma, e qui sta l’aspetto interessante, che bisogna battersi però perché a ciascun individuo siano riconosciute le libertà fondamentali in ogni parte del pianeta.

Obama ha ottenuto che il giorno successivo al suo discorso sia stata approvata una risoluzione (proposta dagli USA) per il disarmo e la non proliferazione nucleare, approvata all’unanimità alla presenza di tutti i paesi, 15, che formano il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Poi dalle parole e dalle risoluzioni bisognerà verificare i fatti; ma è importante il clima di pacificazione che viene dimostrata (grazie in particolare alla nuova leadership americana).

La “prova del nove” della tenuta di questo importante trend positivo di pacificazione mondiale proposta, di attenzione ai poveri, a chi subisce violenze e alla conservazione del pianeta, tutto questo dovrà concretamente confrontarsi nella mediazione tra paesi con disparità di risorse e con consumi ben diversi l’uno dall’altro. Riusciranno i paesi ricchi e rivedere drasticamente in basso i loro consumi (a partire da quelli energetici) e i paesi poveri ad impegnarsi a praticare politiche di sviluppo efficaci ma nel rispetto dell’ambiente e dei diritti umani?

Di seguito diamo qui conto del contesto di questi giorni, del vertice Onu, partendo dalla notizia della risoluzione di impegno alla non proliferazione nucleare e al disarmo; poi con un’analisi dell’ex ambasciatore e diplomatico Boris Biancheri (ripresa da “La Stampa”) sulle “difficoltà di cambiare il mondo” che vedono la politica di Obama impegnata in tal senso; e poi riprendendo per intero il discorso di Obama all’Onu.

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UN  MONDO  SENZA  ARMI  NUCLEARI

da “La Stampa.it” del 24/9/2009  – IL VERTICE ONU – LE RISPOSTE ALLE SFIDE GLOBALI – L’ONU APPROVA LA RISOLUZIONE USA – VIA LIBERA DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA – OBAMA: “OGGI E’ UN GIORNO DI SPERANZA”

NEW YORK. Con un primo – almeno apparente – successo del suo “multilateralismo pragmatico”, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha strappato al Consiglio di Sicurezza Onu una risoluzione per il disarmo e la non proliferazione nucleare.

La mozione, sponsorizzata dagli Stati Uniti, è stata approvata all’unanimità in una seduta presieduta dallo stesso Obama; la quinta riunione della storia del palazzo di Vetro a livello di capi di Stato e di governo, e la prima in cui a dirigere i lavori fosse un presidente americano. «Una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta» ha dichiarato Obama citando una celebre frase di Reagan, «le armi nucleari devono essere eliminate totalmente. Questo è il nostro obiettivo e la nostra sfida». E subito dopo il voto per alzata di mano che ha varato la mozione, il presidente Usa ha aggiunto: «Ci saranno giorni difficili su questo cammino, ma ci saranno anche giorni di speranza, come questo».

Intorno al tavolo del Consiglio, 14 delle 15 sedie erano occupate da leader mondiali: fra gli altri, i presidenti di Cina, Hu Jintao, Francia, Nicolas Sarkozy, Russia, Dmitri Medvedev e il premier britannico, Gordon Brown. E ancora il primo ministro giapponese, Yukio Hatoyama, il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, il presidente messicano, Felipe Calderon, il premier turco, Recep Tayyp Erdogan e il presidente vietnamita, Nguyen Minh Triet. L’unica presenza annunciata e poi non attesa è stata quella del libico Muammar Gheddafi, che ha mandato al suo posto l’ambasciatore. Nel suo paragrafo iniziale, la risoluzione 1887 riafferma l’impegno del Consiglio a lavorare per «un mondo più sicuro per tutti e creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari». L’organismo decisionale dell’Onu sostiene inoltre gli sforzi globali per isolare tutto il materiale nucleare sensibile entro quattro anni.

Nel testo, si invitano anche i paesi firmatari del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) a mantenere il loro impegno, e si esortano – in vista della conferenza di revisione del Tnp del 2010 – gli stati che non ne fanno parte ad aderire per giungere al disarmo. La risoluzione, in realtà, non menziona nessun paese in particolare ma è chiaro il richiamo a India e Pakistan ad abbandonare la corsa al nucleare, così come è palese il riferimento a Iran e Corea del nord nella parte della risoluzione dove si parla delle «grandi sfide al regime di non proliferazione su cui il Consiglio ha già agito (con sanzioni, ndr)» in passato. Il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (Tnp), è entrato in vigore nel 1970 ed è stato esteso a tempo indefinito nel 1995. Tale trattato ha quasi raggiunto l’obiettivo dell’universalità, annoverando 191 stati membri. Ma restano fuori tre stati nucleari (Israele, India e Pakistan), mentre la Corea del Nord è receduta e si è costruita la sua bomba atomica.

«Non si tratta – comunque – di puntare il dito contro un singolo paese» ha voluto sottolineare Obama, «il diritto internazionale non è una promessa vuota, e i trattati vanno messi in pratica». Ma le accuse ai singoli governi sono volate, eccome. In particolare, contro l’Iran si sono espressi Sarkozy e Brown. «Se avremo il coraggio di affermare e imporre sanzioni a chi viola le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza – ha fatto notare il francese – daremo credibilità al nostro impegno per un mondo con meno armi, e finalmente nessuna atomica». Il premier inglese, invece, ha chiesto chiaramente «sanzioni più dure» contro Teheran. Denunce che gli iraniani hanno respinto al mittente, definendo «totalmente false» le parole degli occidentali all’Onu sul loro programma nucleare. E mentre Ahmadinejad ha lanciato – in un’intervista al Washington Post e Newsweek – la proposta di una riunione internazionale con scienziati iraniani e americani per favorire il dialogo, il presidente russo Medvedev ha rimarcato in Consiglio che «l’obiettivo condiviso è sciogliere i nodi del problema» fra i paesi che vogliono il disarmo e la non proliferazione. «È complicato – ha ammesso – perché il livello di sfiducia fra nazioni resta alto, ma dev’essere fatto».

La Cina con Hu è invece tornata all’appello alle potenze nucleari per il “no first use”: «Serve un impegno inequivocabile perché evitino incondizionatamente di usare o minacciare di usare armi nucleari contro i paesi che non le possiedono» ha affermato il presidente cinese. Il dossier nucleare, comunque, è tutt’altro che chiuso se è vero che l’Unione Europea, come ha denunciato il ministro degli Esteri Franco Frattini, non è riuscita nemmeno a esprimere un documento comune da presentare al Consiglio su questi temi. Il capo della diplomazia ha spiegato ai giornalisti che è stata solo l’Italia a trasmettere al presidente Obama un testo sulla non proliferazione perché «è mancata da parte dell’Europa la capacità di esprimere una decisione unica».

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DIFFICILE  CAMBIARE  IL  MONDO

di Boris Biancheri – da “la Stampa” del 24/9/2009

Obama ha due agende da tenere in piedi: una è quella degli impegni presi con i suoi elettori, l’altra è quella degli impegni presi con il mondo. Queste convulse giornate newyorkesi sono la prima occasione per lui di immergersi nel turbinoso clima dell’Onu.

L’assemblea generale gli offre la possibilità di affrontare questi ultimi anche se non ha dimenticato di tenere conto dei primi. Al mondo Obama ha sempre presentato, durante e dopo la sua campagna presidenziale, una promessa di distensione e di pace, di passi avanti per realizzare un pianeta più equilibrato e felice in collaborazione e non in contrasto con gli altri protagonisti della vita internazionale. Ma i progressi che ha potuto presentare sino a questo momento, dopo nove mesi dalla sua ascesa al potere, non sono ancora esaltanti: l’Afghanistan è un problema drammatico e complesso (la democrazia non si può imporre, ha detto infatti ieri) sul quale non vi è una strategia universalmente accettata, un problema che comunque non si risolverà in tempi brevi e che forse esigerà altri nuovi sacrifici; l’incontro a tre sul conflitto israelo-palestinese con Netanyahu e Mahmud Abbas dischiude la prospettiva di una ripresa del dialogo ma nulla più di questo; l’Iran non lascia prevedere facili sviluppi; la Corea cavalca imperterrita il suo programma nucleare. Solo con la Russia il clima è migliorato, grazie però alla rinuncia dell’America a uno scudo spaziale che, se è piaciuta a Mosca, ha lasciato molto tiepidi altri, in particolare Varsavia.

La conferenza sul clima convocata dal Segretario Generale Ban Ki-moon in concomitanza con questa sessione assembleare aveva permesso di dire al Presidente qualcosa che appartiene sia alla sua agenda internazionale che a quella interna: la maggioranza degli americani giudica questo un problema importante per sé e per i propri figli, ma non sembra nutrire la preoccupazione ansiosa con cui vi guardano molti europei. Obama ha fatto alla Conferenza sul clima un discorso forte, ha parlato di catastrofe possibile e ha invitato tutti, gli americani per primi, a dare il loro contributo. Ha profilato una posizione americana ben diversa dalla lunga disattenzione di Bush a questo argomento, ma non si è impegnato chiaramente su obiettivi concreti, rinviando soprattutto a scadenze future, soprattutto a quella cruciale di Copenaghen di fine anno: ha tenuto conto così dell’atmosfera difficile che circonda questo tema quando lo si affronta nel Congresso. Gli ha tenuto eco, d’altronde, il premier cinese Hu, sinora cautissimo, come ben sappiamo, sulla questione, che ha promesso una riduzione non indifferente del CO2 senza suffragarla da cifre impegnative.

Con questo scenario alle spalle, si sarebbe potuto pensare che Obama avrebbe colto l’occasione offertagli dalla tribuna del Palazzo di Vetro e dalla presenza a New York di 120 leader di tutto il mondo per valorizzare nel suo primo discorso all’Onu ciò che la diplomazia americana ha fatto da quando egli è al potere e precisarne alcuni obiettivi futuri. Si era anche prospettata la possibilità che fosse il momento per lui di accennare a qualche grande progetto di più ambiziosa e lontana scadenza, come quello di un disarmo nucleare generalizzato, che trova echi in tante parti del mondo e rafforzerebbe la sua mano nel trattare, come dovrà fare, le questioni iraniana e coreana.

Questo non è avvenuto. Obama ha tenuto un discorso perfettamente «obamiano»: elegante, articolato, coraggioso e onesto, fondato più sulle intenzioni che su obiettivi concreti, più su come si deve essere che su cosa in concreto si deve fare. Ha riconosciuto errori del passato e situazioni non accettabili, come l’uso della tortura e Guantanamo, alle quali ha posto rimedio. Ha ammesso che le azioni dell’America non sono sempre state all’altezza delle intenzioni e la sua affermazione che la democrazia non può essere importata da fuori è chiaramente polemica verso il suo predecessore. Siamo solo all’inizio del nostro lavoro, ha detto Obama, facendo comprendere che gli Stati Uniti non possono né vogliono cambiare il pianeta da soli. E’ questo un compito al quale tutti i popoli devono partecipare secondo la loro cultura. Cambiare il mondo è possibile, ma non è facile farlo.

Parole assennate. Se Obama avesse ascoltato il discorso pronunciato subito dopo di lui da Gheddafi, che ha accusato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu di non gestire la sicurezza ma il terrore e l’Onu stessa di aver tollerato 65 guerre da quando fu creata, avrebbe pensato che cambiare il mondo è anche più difficile di quanto lui stesso non avesse appena detto.

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Il discorso di Obama all’Onu

“I quattro pilastri alla base del futuro sono la non proliferazione e il disarmo, la sicurezza, la conservazione del nostro pianeta e una economia globale che crei opportunità per tutti”

“La democrazia non può essere imposta a una nazione dall’esterno. Ogni società deve cercare la propria strada, ma gli Usa non rinunceranno mai a essere al fianco di chi lotta per la libertà”

UNA  NUOVA  ERA  DI  PACE

di BARACK HUSSEIN OBAMA

Signor presidente, signor segretario generale, illustri delegati, signori e signore: è un onore rivolgermi a voi per la prima volta nella qualità di quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America. Sono più che cosciente delle aspettative che accompagnano la mia presidenza in tutto il mondo. Queste aspettative affondano le loro radici nella speranza, la speranza che un cambiamento vero è possibile, e la speranza che l’America possa assumere un ruolo guida nella strada che porta a questo cambiamento. In quest’aula veniamo da molti posti diversi, ma condividiamo un futuro comune. Non possiamo più permetterci il lusso di mettere l’accento sulle nostre differenze, a scapito del lavoro che dobbiamo fare insieme. È venuto il momento per il mondo di muoversi in una direzione nuova. Dobbiamo entrare in una nuova era di impegno, basata su interessi reciproci e sul rispetto reciproco, e il nostro lavoro deve cominciare da subito.

ABATTERE I MURI

È tempo di rendersi conto che le vecchie consuetudini e i vecchi argomenti sono irrilevanti per le sfide che devo affrontare le nostre popolazioni. Essi spingono le nazioni ad agire in contrasto con gli obbiettivi stessi che sostengono di perseguire, e a votare, spesso in questo organismo, contro gli interessi del loro stesso popolo. Essi costruiscono muri fra di noi e il futuro che i nostri popoli perseguono, ed è giunto il momento di abbattere questi muri. Insieme, dobbiamo costruire nuove coalizioni che colmino le vecchie divisioni, coalizioni di fedi e convinzioni diverse, tra Nord e Sud, tra Oriente e Occidente, tra neri, bianchi e marroni.

IL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI

Oggi io propongo quattro pilastri fondamentali per il futuro che vogliamo costruire per i nostri figli: la non proliferazione e il disarmo; la promozione della pace e della sicurezza; la conservazione del nostro pianeta; e un’economia globale che dia più opportunità a tutte le persone. Le Nazioni Unite nacquero con la premessa che i popoli della Terra potessero vivere le loro vite, mantenere e far crescere le loro famiglie, risolvere le loro divergenze in modo pacifico. Purtroppo, però, sappiamo che in troppe aree del mondo questo ideale resta pura astrazione. Possiamo accettare che questo sia inevitabile, e tollerare continui conflitti destabilizzanti. Oppure possiamo ammettere che il desiderio di pace è universale, e riaffermare la nostra determinazione a porre fine ai conflitti nel mondo. I nostri sforzi per promuovere la pace, tuttavia, non possono essere limitati a sconfiggere gli estremisti violenti, e questo perché l’arma più potente nel nostro arsenale è la speranza degli esseri umani, la convinzione che il futuro appartiene a chi lo costruisce, non a chi lo distrugge, e perché nutriamo la fiducia che i conflitti possono terminare, che una nuova alba può nascere.

ISRAELE E PALESTINA

Personalmente continuerò altresì ad adoperarmi per una pace giusta e duratura tra Israele, Palestina e mondo arabo. È venuto il momento di rilanciare i negoziati – senza precondizioni di sorta – che affrontino una volta per tutte le questioni di sempre: sicurezza per gli israeliani e palestinesi; confini; profughi e Gerusalemme. L’obiettivo è chiaro. È quello di due stati che vivono l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza. Non sono un ingenuo. So bene che tutto ciò sarà difficile da ottenere. Ma noi tutti dobbiamo decidere se facciamo sul serio parlando di pace o se ci limitiamo a far finta di parlare e muoviamo soltanto le labbra.

L’AMBIENTE

Dobbiamo riconoscere che nel XXI secolo, non ci potrà essere pace nel mondo se non ci assumeremo la responsabilità di preservare il nostro pianeta. Il pericolo costituito dal cambiamento del clima è innegabile, e la nostra responsabilità a farvi fronte è indifferibile. Se continueremo lungo l’attuale percorso, ogni membro di questa Assemblea assisterà all’interno dei suoi stessi confini a cambiamenti irreversibili. I nostri sforzi volti a porre fine ai conflitti saranno eclissati dalle guerre per i profughi e per le risorse. Lo sviluppo avrà fine, sarà fermato dalla siccità e dalle carestie. La terra sulla quale gli esseri umani hanno vissuto per millenni scomparirà. Le generazioni future si guarderanno indietro e si chiederanno per quale ragione noi ci rifiutammo di agire, perché non riuscimmo a lasciar loro in eredità l’ambiente così come noi lo avevamo a nostra volta ereditato. Le nazioni ricche gravemente responsabili dei danni arrecati all’ambiente per tutto il XX secolo devono accettare il nostro dovere a guidare questa missione.

L’ECONOMIA GLOBALE

L’ultimo pilastro sul quale si dovrà reggere il nostro futuro è un’economia globale che migliori le opportunità di tutti i popoli. Il mondo si sta ancora riprendendo dalla peggiore crisi economica che sia mai intervenuta dai tempi della Grande Depressione. A Pittsburgh lavoreremo con le più grandi economie del mondo per delineare una traiettoria per la crescita, affinché sia bilanciata e sostenuta.

SANITA’ E SVILUPPO

Abbiamo messo da parte circa 63 miliardi di dollari per portare avanti la nostra battaglia contro l’Hiv e l’Aids, per evitare che si possa ancora morire per tubercolosi e malaria, per sradicare la poliomielite, per rafforzare i sistemi sanitari pubblici. Ci concentreremo sull’obiettivo di sradicare – adesso, nell’arco delle nostre stesse vite – la povertà. È venuto il momento per noi tutti di fare la nostra parte. La crescita non sarà sostenuta o condivisa se tutte le nazioni non decideranno di assumersi le proprie responsabilità. Le nazioni più ricche devono aprire i loro mercati a un numero maggiore di prodotti e tendere una mano a coloro che hanno meno, riformando al contempo le istituzioni internazionali per dare a un numero maggiore di nazioni una voce più forte. Dal canto loro le nazioni in via di sviluppo dovranno sradicare completamente la corruzione che costituisce un ostacolo al progresso, perché le opportunità non fioriscono là dove gli individui sono oppressi, dove per fare affari è necessario pagare bustarelle. Per tutto ciò noi daremo aiuto e sostegno alle polizie oneste, ai giudici indipendenti, alla società civile, al settore privato. Il nostro obiettivo è semplice: un’economia globale, nella quale la crescita sia sostenuta, nella quale le opportunità siano accessibili a tutti.

I cambiamenti che vi ho illustrato oggi non saranno raggiungibili facilmente. Non saranno raggiunti semplicemente da leader che come noi si ritrovano in riunioni come questa, perché come in qualsiasi altra Assemblea, il vero cambiamento potrà aver luogo soltanto grazie ai popoli che noi qui rappresentiamo. Ecco per quale ragione dobbiamo accollarci il duro lavoro di gettare le basi e le premesse per il progresso nelle nostre rispettive capitali. Ecco perché dobbiamo costruire un consenso che ponga fine ai conflitti e pieghi la tecnologia a scopi di pace, per cambiare il modo col quale utilizziamo l’energia, per promuovere la crescita che può essere sostenuta e condivisa.

L’IMPEGNO DEGLI USA

La democrazia non può essere imposta a nessuna nazione dall’esterno: ciascuna società deve tracciarsi il proprio cammino e nessun cammino è perfetto. Ciascun Paese deve tracciarsi un cammino radicato nella cultura del proprio popolo e – in passato – l’America troppo spesso è stata selettiva nel promuovere la democrazia a suo piacere. Ciò non indebolisce affatto il nostro impegno: al contrario, lo rafforza. Ci sono principi di base, universali. Ci sono verità certe, che sono palesi. E gli Stati Uniti non derogheranno mai dal proprio sforzo volto ad affermare il diritto dei popoli, ovunque essi siano, a decidere del loro stesso destino.   (Barack Obama)

(ripreso da “la Repubblica” del 24/9/2009) (Traduzione di Anna Bissanti e Fabio Galimberti)

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