Come rilanciare il grande sogno europeo – L’Irlanda vota il Trattato di Lisbona, questa volta con speranze per l’adesione; ma l’Europa è in crisi di suo (e chi conta e corre nello sviluppo mondiale sono Cina e USA)

Nella foto Seamus Heaney, il maggior poeta irlandese vivente, premio Nobel per la Letteratura nel 1995, tra i più prestigiosi sostenitori a favore dell’adesione degli irlandesi al Trattato di Lisbona, nel secondo decisivo referendum del 2 ottobre. Dice Heaney: «Sono molte le ragioni per ratificare il Trattato di Lisbona, ragioni legate al nostro benessere politico ed economico, ma la poesia fa appello soprattutto al nostro onore e alla nostra dignità di europei».  «Muovete le labbra, muovete le menti perché erompano nuovi intenti».. sono versi dalla poesia «Beacons at Bealtaine» recitati da Heaney in occasione di una manifestazione europeista a Dublino.
Nella foto Seamus Heaney, il maggior poeta irlandese vivente, premio Nobel per la Letteratura nel 1995, tra i più prestigiosi sostenitori a favore dell’adesione degli irlandesi al Trattato di Lisbona, nel secondo decisivo referendum del 2 ottobre. Dice Heaney: «Sono molte le ragioni per ratificare il Trattato di Lisbona, ragioni legate al nostro benessere politico ed economico, ma la poesia fa appello soprattutto al nostro onore e alla nostra dignità di europei». «Muovete le labbra, muovete le menti perché erompano nuovi intenti».. sono versi dalla poesia «Beacons at Bealtaine» recitati da Heaney in occasione di una manifestazione europeista a Dublino.

L’Irlanda torna alle urne per approvare il Trattato di Lisbona, bocciato nel 2008. Questa volta sembra che il voto sarà favorevole: gli irlandesi e le forze politiche che li rappresentano sono in stato di choc dagli effetti della profonda crisi economica di questi ultimi due anni, e incominciano a rendersi conto che da soli non ce la possono fare, che hanno bisogno dell’Europa. Un’adesione utilitaristica pertanto, non per autentico spirito europeista. Del resto sembra essere il destino dell’Unificazione Europea quello che vede Stati nazionali (portatori di nazionalismi quasi sempre accesi e antistorici) che “ci stanno all’Europa” solo perché si rendono conto che nei processi globali internazionali dell’economia e di tutto il resto, stare da soli non è possibile proprio. Peccato che non si percepisca un autentico spirito europeo, di Federazione Europea (gli Stati Uniti d’Europa).

Comunque il rilancio dell’idea europeista (ora opaca) si fa sempre più urgente: negli articoli che qui di seguito vi proponiamo, si analizza la crisi europea rispetto ad altri paesi: in questa fase, di queste ultime settimane, si capisce ad esempio che il G20, che ha sostituito definitivamente il G8, sarà guidato e monopolizzato da due paesi che sanno essere autorevoli e ne hanno la forza: cioè gli Stati Uniti e la Cina. E l’Europa?

L’Europa forse potrà riprendersi un ruolo decisivo con il coinvolgimento delle nazioni “guida” del primo processo di unificazione, Germania e Francia (ma anche l’Italia ha avuto un ruolo positivo nel passato). Ma, tutti gli studiosi dicono che non sarà facile: mancano i leader autorevoli che una volta c’erano, manca la capacità di essersi adeguati a un mondo profondamente cambiato dove tutti vogliono contare e dire la loro.

Per riacquistare un ruolo autorevole nel mondo, essere portatori di pace e di benessere per tutti, ci vuole un processo di unificazione europea più convinto e attuale. Le possibilità che offre il Trattato di Lisbona di nominare un vero presidente della UE e un vero Ministro degli Esteri, il voto a maggioranza (seppur qualificata e la possibilità di Stati che non ci credono all’Unione possa uscire andarsene); il prospettare che “qualcuno vada avanti nell’unificazione legislativa e politica” più di altri (L’Europa a due velocità)… tutto questo può essere la base per una ripresa del ruolo mondiale di un continente come l’Europa così ricca di risorse culturali, economiche e politiche. Una stanca Europa all’angolo dei processi mondiali non è cosa utile a nessuno (per saperne di più sul processo di unificazione vi indichiamo anche i nostri vecchi articoli:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/05/09/il-lento-ma-importante-cammino-di-uneuropa-unita-oltre-gli-stati-nazionali/

https://geograficamente.wordpress.com/2009/05/12/elezioni-europee-come-volano-a-una-vera-europa-unita-oltre-gli-stati-nazionali/

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– da “AVVENIRE” di giovedì 1 ottobre 2009 – dall’inviato a Dublino Andrea Varacalli

IRLANDA ALLE URNE: LA UE SPERA NEL SI’

Il voto-chiave. La rinnovata architettura politica rischia di saltare se a Dublino prevarrà un altro «no», dopo quello del 2008. Negli ultimi sondaggi in vantaggio il fronte pro-ratifica. Dai contrari un’offensiva anche a colpi di false notizie. Il premier Cowen: Bruxelles non ci aspetterà.

Dublino. La promessa è quella rendere l’Unione europea «più democratica, più trasparente e più efficiente». Ma la trasformazione deve passare dalla “forche caudine” di Dublino. Per la seconda volta in un anno, tre milioni di irlandesi sono chiamati il 2 ottobre alle urne per ratificare o respingere il Trattato di Lisbona. Dalla loro risposta dipende in sostanza il varo della nuova architettura istituzionale della Ue, perché con il sì seguiranno le approvazioni definitive anche dei Paesi cui mancano solo passaggi formali, Repubblica Ceca in primis.

Senza esclusione di colpi, mondo politico, economico, corporazioni, sindacati, esponenti della cultura e dello spettacolo irlandesi hanno combattuto a tutto campo una delle più intense battaglie referendarie sull’isola, dal cui esito – incertissimo alla vigilia- dipendono in sostanza tutti gli europei, quasi 500 milioni di persone.

Con 450mila disoccupati e capitali in fuga, Dublino è molto cambiata rispetto al precedente voto, che sonoramente respinse al mittente il Trattato.  Oggi l’Irlanda manca di serenità. Sono sbolliti in fretta gli ardori di arricchimento che hanno segnato la cometa della Tigre Celtica negli ultimi anni. Gli irlandesi si sono indebitati con le banche per le prossime due generazioni. La recessione ha portato un’alta disoccupazione (anche se gli ultimi dati la danno in rallentamento dopo un anno e mezzo).

Il premier Brian Cowen, che nel 2008 incassò la bruciante bocciatura nel primo referendum, in un appello ai connazionali ha avvertito che «non ci sarà una terza chance» e che una vittoria del “no” metterebbe a rischio la tenuta dell’Unione: «Affronteremmo un periodo di straordinaria incertezza e potremmo vedere lo sviluppo di un’Europa “a due velocità”». Cowen, dopo lo smacco dello scorso anno, ha negoziato a Bruxelles garanzie ufficiali per l’Eire che dovrebbero rassicurare chi teme per la sovranità nazionale: Dublino manterrà la propria neutralità, le proprie politiche fiscali, e nessuno tenterà di modificare le restrittive leggi sull’aborto.

Gli ultimi sondaggi – da prendere con cautela – dicono che il Trattato stavolta ce la dovrebbe fare: secondo i dati del Sunday Independent, il 68% voterebbe “sì” (+5% rispetto a un precedente rilevamento), contro il 17% di “no” (+2%), mentre calano gli indecisi. Diversi i numeri del Sunday Business Post, ma pur sempre indicanti una vittoria dei favorevoli al Trattato: “sì” al 55%, “no” al 27.

Ma il fronte della bocciatura è ben agguerrito e fino all’ultimo non si arrende.  Prima è arrivata la stima secondo cui, dal gennaio scorso, più di 200 milioni di euro sono stati persi nell’industria della pesca per le competenze esclusive della Ue in questa delicata area di mercato unico. Poi il carico da 90 che ha unito l’estrema sinistra, i movimenti extra-parlamentari (il Coir), lo Sinn Fein (il partito dei cattolici dell’Ulster) – paradossalmente allineato con i conservatori britannici storicamente anti-europei -e alcuni intellettuali: 1,84 euro per ora di lavoro. Sarebbe questo, secondo la loro propaganda, il minimo salariale introdotto obbligatoriamente se il Trattato venisse ratificato.   E a tale voce si è dato grande risalto, con una campagna che ha utilizzato stampa e manifesti, per mettere paura alla gente.

Era l’isola di Smeraldo, ora l’hanno chiamata la Cayman del nord Atlantico, quindici anni di sovvenzioni e un fiume di prestiti, conti offshore e defiscalizzazioni da Far West. Ma ecco che l’Irlanda pare essersi svegliata in un incubo non riducibile solo all’ingordigia della finanza palazzinara. C’è angoscia di perdere quello che finora si è ottenuto e sembrava dovesse rimanere a lungo.

In questa perversa rappresentazione dell’Europa, il governo smentisce gli euroscettici e fa quadrato con le facce più famose del grande e piccolo schermo.  Tutti in campo per spingere il “si” a ventiquattro ore dal voto: registi, cantanti, anchormen e imprenditori. C’è anche Jim Sheridan, l’autore del Nome del padre, uno dei film più acclamati sul conflitto nordirlandese, e Bono Vox, leader degli U2. «E’ una frottola. Il minimo salariale non sarà materia della Ue», hanno ribadito in coro dal gabinetto del premier. E in effetti la denuncia è falsa. Ma il commissario irlandese a Bruxelles, Charlie McGrevy, ammette: «Sul lungo periodo il controllo della fiscalità sarà nelle mani dell’Unione».

E anche da Praga si osserva con attenzione l’andamento delle urne irlandesi. Martedì un gruppo di 17 senatori ha messo in discussione la costituzionalità della ripetizione del referendum e ha poi identificato nel Trattato una violazione alla sovranità ceca. Il ricorso alla corte costituzionale di Praga è in grado di far slittare la ratifica. Ma un “sì” da Dublino potrebbe sciogliere tutte le perplessità rimaste. Per questo a Bruxelles e in tutte le cancellerie si tiene il fiato sospeso.

SCHEDA su IL TRATTATO DI LISBONA

Carta dei diritti

Lo Stato che non li rispetta potrà essere citato alla Corte di giustizia Ue.

Presidenza

Un presidente rappresenterà la Ue; resterà in carica due anni e mezzo.

Clausola di uscita

Se un Paese vuole lasciare l`Unione europea potrà farlo, negoziandone le condizioni con i partner.

Commisisone

Dal 2014 conterà un numero di membri pari ai 2/3 degli Stati (oggi sono uno per Paese)

Affari esteri

Nasce l’Alto rappresentante per la politica estera che sarà vicepresidente della Commissione.

Nuove politiche

Si introduce una politica comune dell’energia e la lotta al cambiamento climatico.

Sistema di voto

Esteso l’uso della maggioranza qualificata, specie nei campi giudiziario e di polizia.

Europarlamento

Vedrà estendersi il suo potere di co-decisione legislativa con gli Stati membri.

Maggioranza doc

La maggioranza qualificata richiede il 55% degli Stati e il 65% della popolazione Ue
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Irlanda. Un poeta per salvare l’ Europa. Ritroviamo l’amore perduto.

da Dublino, Timothy Garton Ash – da “la Repubblica” del 26/6/09

“FU il bardo a vincere”. Sarà questo il giudizio degli storici sul secondo referendum irlandese sul Trattato di Lisbona, in calendario per i primi di ottobre? A decidere il futuro dell’ Europa sarà la voce di un poeta? In un raro e commovente intervento, il maggior poeta irlandese vivente, Seamus Heaney, si è dichiarato apertamente per il “sì” al Trattato di Lisbona, facendo fare al dibattito un salto di qualità.

Ricordando il memorabile evento di cinque anni fa al Parco della Fenice di Dublino, quando la presidenza della Ue accolse 10 nuove nazioni nell’ Unione, Heaney osserva: «La Fenice è risorta dalle sue ceneri, proprio come l’ Unione ha rinnovato sè stessa e continua ad aver bisogno di rinnovare sè stessa».

Prima di leggere ad alta voce la poesia composta in quell’ occasione (« Beacons at Bealtaine »), in un video girato per il lancio della nuova campagna Ireland for Europe la settimana scorsa, Heaney dice: «Sono molte le ragioni per ratificare il Trattato di Lisbona, ragioni legate al nostro benessere politico e economico, ma la poesia fa appello soprattutto al nostro onore e alla nostra dignità di europei».

Quindi legge i versi. Anche quello, splendido, che recita: «Muovete le labbra, muovete le menti perché erompano nuovi intenti». Non è il classico linguaggio che si associa al dibattito europeo. Ma anche se i poeti sono «i legislatori occulti», come diceva Shelley, le preoccupazioni materiali avranno ampio gioco.

Mi dicono che la crisi economica che ha colpito l’Irlanda con particolare durezza sia uno dei motivi principali dello spostamento dell’opinione pubblica a favore del Trattato di Lisbona. Per quanto si stia male, la sensazione generale è che si starebbe ancora peggio se l’ Irlanda non fosse stata nella Ue e nell’ Eurozona.

«L’ Irlanda non può competere con le forze economiche globali da sola. In questa tempesta finanziaria la Ue è il porto sicuro»: così Generation Yes, una campagna organizzata da giovani irlandesi europeisti, sostiene il sì sul web. Inoltre il governo irlandese ha rassicurato l’ opinione pubblica con solide garanzie circa molte delle preoccupazioni che hanno alimentato il fronte del “no” lo scorso anno: gli spettri dell’ aborto, della neutralità militare, della politica fiscale, per non parlare del fatto che l’ Irlanda, come tutti gli altri stati membri, manterrà il suo Commissario europeo. A differenza della volta scorsa, pare che la campagna per il “si” sarà ben organizzata. Oltre al partito di governo, il Fianna Fáil, anche i principali partiti di opposizione, il Fine Gael e il Labour, sosterranno il “sì”. Nel frattempo Libertas, avanguardia della campagna del “no” nel 2008, è crollata miseramente. (Un aderente irlandese ha contattato per me il leader del movimento, Decan Ganley, per chiedergli un incontro sul tema del nuovo referendum, ma gli è stato detto che Ganley ormai si dedica ai suoi interessi imprenditoriali).

Accanto ad una strana alleanza tra estrema sinistra anticapitalista e destra cattolica antiabortista, il Sinn Fein sembra deciso a mantenersi ostile al trattato, sostenendo tesi sulla sovranità e l’ indipendenza straordinariamente simili a quelle del Partito conservatore britannico.      «Concedere troppo potere alla Ue e riduce la nostra capacità di bloccare decisioni che non corrispondono agli interessi irlandesi», recitava la guida alternativa al Trattato di Lisbona pubblicata dal Sinn Fein nel 2008. Sostituite Gran Bretagna a Irlanda, e ristampate la guida presso la sede centrale dei conservatori. Senza dubbio Gerry Adams e David Cameron dovrebbero fare campagna elettorale assieme. Ma gli organizzatori della novella campagna del “sì” sono tutt’ altro che soddisfatti.

Quest’ anno, come l’ anno scorso, la campagna potrebbe essere influenzata negativamente perché associata a un governo stanco e impopolare e a un primo ministro privo di carisma. In scrupolosa osservanza di una discussa sentenza della Corte suprema, televisione e radio rispettano religiosamente la par condicio tra il fronte del “sì” e quello del “no”.

Inoltre gli elettori irlandesi sono comprensibilmente allergici alle pressioni a “votare bene” provenienti dal resto d’ Europa. Quindi noi europei dobbiamo badare a quello che diciamo e a come lo diciamo, forse soprattutto se parliamo con accento britannico. Per esser chiari: la decisione spetta interamente agli irlandesi.

Hanno diritto a dire “no” esattamente quanto i francesi a suo tempo. Ciononostante spero che dicano “sì”.    Ci vuole un poeta irlandese per ricordarci la grandezza del progetto che chiamiamo Unione Europea, in cui nazioni nate in un bagno di sangue operano liberamente assieme in un Commonwealth di democrazie.    Basta una passeggiata nel centro di Dublino a ricordare la realtà vissuta che sta dietro la retorica, basta vedere un negozio di alimentari polacco («Samo Dobro») fianco a fianco dell’ antico pub irlandese («The Metro», dal 1861) a Parnell Street, e i giovani irlandesi, britannici e polacchi che lavorano e vivono assieme in totale parità, considerandola la cosa più normale del mondo.

La prosa della vita quotidiana è commovente quanto la poesia. Meno immediatamente visibile è il contesto più ampio: un mondo sempre più non europeo, plasmato da potenze emergenti come la Cina e da minacce globali come il cambiamento climatico, in cui anche i maggiori Stati europei possono sperare di poter incidere solo unendo le forze e collaborando.

Prendiamo ad esempio l’ Iran. C’ è relativamente poco che l’ Europa possa fare nel breve periodo per influenzare l’ esito degli eventi in Iran, al di là di tenere aperti quei canali di comunicazione, come la tv in lingua persiana della BBC. Ma guardando al lungo termine, dal futuro dell’ Unione Europea dipende anche il futuro dell’ Iran. Perché il Trattato di Lisbona crea il meccanismo istituzionale per una politica estera europea più coordinata ed efficace. Attualmente la reazione della Ue al dramma iraniano è stata abbastanza ben coordinata. Ma dietro le quinte esistono profonde differenze che diventeranno verosimilmente acute se la repressione prosegue. E il regime iraniano raddoppierà gli sforzi per creare una frattura tra i cattivi britannici, ad esempio, e i tedeschi, potenzialmente più “cooperanti”, o quanto meno per ridurci alla fiacca politica del minimo comune multiplo. Non possiamo permettere che ciò accada. Anche per il bene dell’ Iran, la fenice deve rinascere dalle sue ceneri. (Traduzione di Emilia Benghi) – TIMOTHY GARTON ASH DUBLINO

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ORA E’ PRAGA A TENERE IN BILICO L’EUROPA

da “il Giornale” del 30/9/2009 – di Roberto Fabbri

Venerdì il destino del Trattato di Lisbona (il complesso delle norme che definiranno i nuovi assetti istituzionali dell’Unione europea) sarà nelle mani degli irlandesi, chiamati a una replica del referendum con il quale nel giugno 2008 lo bocciarono clamorosamente. I sondaggi questa volta sembrano indicare la vittoria dei sì, spiegabile più che altro con la cospicua entità degli aiuti messi a disposizione dall’Unione durante la crisi economica, che a Dublino ha picchiato duro. Ma gli irlandesi sono teste dure e nessuno si azzarda a dare il risultato positivo per già acquisito.
Ma a Bruxelles non sono tanto preoccupati dell’Irlanda, quanto della Repubblica ceca, uno dei tre Paesi (c’è anche la Polonia) che non ha ancora provveduto alla ratifica. Infatti il presidente ceco Vaclav Klaus, noto euroscettico, ha più volte ripetuto che non intende controfirmare il trattato prima di sapere come si sono espressi gli irlandesi (e non molto diversamente ragiona il suo collega polacco Lech Kaczynski). Per questa ragione il presidente della Commissione europea José Manuel Durao Barroso ha deciso di sobbarcarsi tra ieri e oggi una due-giorni a Praga per esercitare pressioni sui leader dei principali partiti.
Nel mondo politico praghese se ne vedono di tutti i colori. Da una parte una ventina di senatori dell’Ods hanno presentato un ricorso alla Corte costituzionale nel tentativo di “sgambettare” il Trattato: sanno di avere poche possibilità di successo, ma si accontentano anche solo di ritardare il processo di ratifica; dall’altra c’è chi minaccia addirittura di trascinare il capo dello Stato in tribunale per costringerlo a quella firma che si rifiuta di concedere: la motivazione dell’accusa (che suona un po’ bizzarra in verità) è «scarsa produttività della prima carica dello Stato».
Barroso, e non solo lui naturalmente, teme insomma più il cocciuto Klaus (e probabilmente anche Kaczynski) dei bizzosi irlandesi. Dalla sua stilografica rischia di dipendere la mancata introduzione in Europa di nuove regole e nuove figure istituzionali, tra cui quella di un presidente del Consiglio non a rotazione e di un “ministro degli Esteri” dell’Unione.    Ma forse ha dimenticato un fattore-rischio. Poco visibile in realtà, perché minuscolo nelle dimensioni, ma potenzialmente insidioso. Si tratta della possibile opposizione al trattato di una regione autonoma della Finlandia, le isole Åland.

Questo arcipelago di seimila isolette con appena 27mila abitanti, che  sorge nel Baltico a metà strada tra le coste finlandesi e svedesi, esprime nel suo minicapoluogo Mariehamn (diecimila residenti) un parlamentino con 30 deputati. Ora è vero che la Finlandia ha già ratificato il Trattato di Lisbona un anno fa, ma le isole Aland devono ancora dare il loro assenso che a norma di legge deve contare sui due terzi dei deputati. I 27mila abitanti si sono accorti della rara occasione per far pesare la propria adesione. E qualcuno a Bruxelles teme per il Trattato un naufragio, più che nel Baltico, nel ridicolo.

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Dopo il vertice dei G20 (sull’economia)di Pittsburgh del 22-25 settembre…

SI SCRIVE G20, SI LEGGE G2

da “IL FOGLIO” di sabato 26 settembre 2009 – di Stefano Cingolani

Il G20 ha incoronato se stesso come “forum primario della cooperazione economica internazionale”. I mercatisti lo chiameranno consiglio di amministrazione della Global spa, per i kantiani può essere il primo nucleo di un governo mondiale dell’economia, per i multilateralisti una cabina di regia e una camera per compensare interessi in conflitto.        I cultori della geopolitica e delle architetture diplomatiche, potranno sbizzarrirsi in definizioni, categorie e caselle, paragoni storici: Bretton Woods, o i congressi di Versailles, Vienna, Westfalia. Certo è che a Pittsburgh, la città dell’acciaio, cuore ancora pulsante della potenza industriale americana, è nato qualcosa di nuovo. Che relega in secondo piano il G8, da ora in poi sede nella quale discutere le questioni di politica estera.

E incardina l’informale G2 (insomma l’asse Pechino-Washington) dentro una cornice più ampia; un po’, si parva licet, come “il motore franco-tedesco” dentro l’Unione europea. Se aggiungiamo la riforma del Fmi che dà più spazio e potere in termini di diritti di voto alle economie di recente sviluppo, a cominciare dalla Cina, sembra davvero di essere in presenza di nuovi capisaldi sui quali reggere il mondo. Quanto meno, sulla carta.

Il primo G20, nel novembre scorso a Washington, servì per una risposta coordinata al grande panico, seguito al collasso dei mercati finanziari. Il G20 di aprile, a Londra, ha definito l’agenda per bloccare la crisi attraverso l’uso massiccio di stimoli fiscali. Adesso si tratta di avviare la ripresa mettendo in atto tutte le misure necessarie a evitare una ricaduta. Proprio il timore di un double dip ha spinto a rinviare ogni politica di rientro dal colossale indebitamento pubblico che tutti i paesi sono chiamati ad affrontare, quelli occidentali, ma anche la Cina che ha rilanciato la crescita grazie all’enorme iniezione di denaro dalle casse dello stato. Troppo presto, dunque, per l’exit strategy, dice il comunicato finale (ieri la Federal Reserve ha pompato 1.250 miliardi di dollari nel mercato dei mutui). Bisogna attendere che sia in moto “una ripresa robusta”, una crescita “sostenibile, duratura e solida”. Per questo i venti si impegnano con quello che viene enfaticamente chiamato “patto di Pittsburgh”: no al protezionismo. sostegno all’occupazione, riforma del sistema finanziario, chiave di volta per evitare un nuovo crac. Ogni recessione seria e sistemica, ha provocato mutamenti di fondo negli equilibri internazionali. Il primo dei tanti G, nacque su iniziativa del presidente francese Valéry Giscard d’Estaing nel 1975, quando gli arabi usavano il petrolio come arma politica ed economica. L’allargamento del club (al vertice nel castello di Rambouillet parteciparono Francia, Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Giappone e Italia; l’anno dopo in Porto Rico venne aggiunto il Canada, nel 1998 a Birmingham la Russia), fu conseguenza dei mutamenti profondi di questi decenni, non solo di una corsa a entrare nel salotto buono del mondo.

Il superdollaro, scaturito dalla rivoluzione reaganiana e dal big bang della finanza, mise il G7 di fronte alla prima prova dì coordinamento internazionale, con gli accordi del Plaza nel 1985. La fine dell’Unione sovietica ha fatto cadere ogni cortina orientale. E oggi si prende atto che il primo decennio del nuovo millennio ha riportato la Cina sull’arena mondiale, dopo secoli di isolamento. Un processo che a sua volta ha generato grandi sconquassi. Uno dei punti più controversi del dibattito tra i venti capi di stato e di governo, riguarda quel che viene chiamato lo “squilibrio fondamentale”. Alcuni paesi hanno accumulato enormi attivi nelle bilance dei pagamenti (e ingenti riserve in valuta) mentre altri hanno un deficit estero che droga la loro crescita.

E’ lo scompenso tra gli americani, che vivono a debito e i cinesi che fanno loro credito. Bisogna tornare a uno “sviluppo equilibrato”, decreta il G20. “E’ Ia più grande decisione di politica economica che il mondo ha preso negli ultimi anni”, sostiene il premier inglese, Gordon Brown. Ma i cinesi non vogliono essere considerati corresponsabili della crisi. “Lo squilibrio fondamentale è tra paesi poveri e ricchi”, è la posizione ufficiale di Pechino. Nemmeno la cancelliera tedesca, Angela Merkel, s’è mostrata disposta ad accettare che la Germania, che ha il secondo surplus commerciale al mondo, venga messa alla gogna. Dunque, il balanced growth è destinato a restare una patata bollente che passa di mano in mano. Un rinvio anche per i contenuti della riforma finanziaria sulla quale ha insistito in particolare l’Italia. II G20 chiede alle banche di ricapitalizzarsi, per rendere più solida la loro base patrimoniale. E rimanda alla discussione in corso in altre sedi – dalla Banca dei regolamenti internazionali al Financial Stability Board (Fsb) – sui criteri tecnici, cioè sulla quota di capitale proprio rispetto agli impieghi. E’ un dettaglio sul quale si annida un dispettoso diavoletto. Se le banche americane ed europee volessero tornare allo stesso rapporto di metà anni Novanta, avrebbero bisogno di trovare qualcosa come 1.700 miliardi di dollari. Si tenga conto che l’attuale capitalizzazione ammonta a 2.000 miliardi. Ammesso che lo sappia, non sta al G20 suggerire come trovare un così immenso ammontare di denaro. Nel varare riforme bancarie stile anni Trenta, dividendo gli attuali supermarket finanziari in boutique specializzate, soluzione che, secondo Paul Voicker, ex presidente della Fed e consigliere di Obama, renderebbe più agevole rafforzare la solidità delle banche e ridurre i loro rischi. Il comunicato finale compie un passo avanti, invece, rispetto al dilemma se le banche sono sempre troppo grandi per fallire. E suggerisce di creare un regime speciale di insolvenza per le istituzioni finanziarie, diverso da quello in vigore per le altre imprese.

La parola al prossimo G20, previsto per la primavera 2010 in Corea del sud e a quello autunnale ospitato dal Canada, paese al quale l’Italia cede il testimone del G8.

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Nel nuovo mondo una vecchia Europa

di Philip Stephens – da “il Sole 24ore” del 26/9/2009

Da New York a Pittsburgh si sente l’urto e lo scricchiolio delle placche geopolitiche. Gli ultimi grandi happening all’Onu e al G-20 lasciano il nuovo panorama globale ancora con l’aspetto di un grande cantiere.

Alcuni contorni, però, sembrano ben delineati. Quattro cose emergono dall’indigestione di vertici di questa settimana: 1-la conversione – seppur riluttante – della Cina al multilateralismo; 2-la sfida crescente alla potenza occidentale, e in particolare americana, che proviene dal Medio Oriente; 3-lo sforzo di Barack Obama di fissare nuove regole per il gioco globale; 4-la posizione marginale dell’Europa.
Hu Jintao ha conquistato le prime pagine ammorbidendo le sue posizioni sui cambiamenti climatici.

L’impegno del presidente a ridurre l’intensità di emissioni inquinanti della crescita industriale cinese non è garanzia di un accordo al vertice sul riscaldamento globale che si terrà a dicembre a Copenhagen. Ma l’iniziativa ha evidenziato un importante mutamento di approccio da parte della Cina.
Pechino finalmente riconosce di essere un protagonista sulla scena globale. Un anno fa la Cina rimaneva ancora aggrappata a un ruolo fondamentalmente passivo negli affari internazionali. Gli inviti dell’Occidente ad agire come un attore responsabile nel sistema multilaterale venivano accolte con fastidio dai governanti di Pechino, che sostenevano che si trattava di richieste premature: la Cina come paese in via di sviluppo privilegiava la non interferenza rispetto alle concezioni occidentali di dipendenza reciproca.
La crisi economica globale ha mandato all’aria questa strategia, dimostrando che Pechino non poteva disgiungere i suoi interessi interni e internazionali. Certo, la Cina se l’è cavata bene, dimostrando di poter continuare a crescere anche mentre l’Occidente era in recessione. Ma il crollo delle esportazioni ha ricordato quanto siano fitti e inestricabili i legami intrecciati dalla globalizzazione. Questa interdipendenza nelle capitali occidentali è data per scontata. Per Pechino comporta la spiacevole implicazione che gli stati hanno un interesse legittimo a mettere il naso nelle politiche interne degli altri.
Non che tutto questo significhi che la Cina si appresta a diventare un cliente facile nel gioco diplomatico internazionale. Ma Pechino ha cominciato a capire l’importanza del soft power, scambiando un piccato risentimento verso qualunque cosa puzzi di interferenza con uno sforzo per farsi degli amici e influenzare le persone.
La sfida all’occidente che proviene dal Medio Oriente è stata simboleggiata dalla malevola presenza newyorchese del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Ma il mutamento dell’equilibrio di potere va al di là delle ambizioni nucleari dell’Iran e della negazione dell’Olocausto da parte del suo presidente. La potenza americana nella regione è uscita azzoppata dalla guerra in Iraq, dalla guerriglia in Afghanistan e dalla percezione che questi conflitti hanno prodotto fra gli stati arabi di un’incapacità da parte di Washington di mantenere quanto promesso.
Per ironia della sorte, a dare forma concreta a questa diminutio americana è stato, questa settimana, il più fedele alleato di Washington nella regione: il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto l’appello di Obama a rispettare gli impegni internazionali bloccando l’espansione degli insediamenti nei territori palestinesi occupati. Il secco rifiuto di Netanyahu è il segnale che anche lui considera l’America una potenza in declino. L’unico modo per il presidente americano di recuperare autorità sarebbe dichiarare pubblicamente i parametri di Washington per un accordo definitivo tra israeliani e palestinesi. L’interrogativo è se sarà disposto ad assumersi questo rischio.
Gli Stati Uniti, naturalmente, rimangono l’unica superpotenza mondiale, più forti dei loro rivali sotto tutti i punti di vista. Se Washington non riesce a imporre sempre il proprio volere, nessun’altra nazione può sperare neanche lontanamente di prendere il suo posto come garante della sicurezza mondiale. Detto questo, l’appello di Obama al resto del mondo affinché si assuma anch’esso l’onere della leadership è stato un’evidente ammissione del fatto che gli Stati Uniti sono una superpotenza insufficiente.
Volendo essere giusti con il presidente americano, Obama di questo si è reso conto da un bel po’ di tempo. C’è del metodo nella sua diplomazia e nei suoi sforzi per ripristinare l’autorevolezza delle istituzioni internazionali, dileggiate dal suo predecessore alla Casa Bianca. Per poter esercitare effettivamente il potere, gli Usa hanno bisogno di legittimazione; e la legittimazione impone che gli Stati Uniti accettino la regole applicate agli altri.
Lo sforzo americano per rilanciare il trattato di non proliferazione nucleare è un passo tangibile in questa direzione.
Il fatto di riconoscere questi elementi oggettivi della vita geopolitica non rende assolutamente più facile il compito di Obama. La domanda che gli pongono sia gli alleati che gli avversari a Washington è perché, se piace così tanto a tutti, non riesce a ottenere quello che vuole. La risposta è poco piacevole per una superpotenza abituata a vincere: il mondo non è più come prima.

La marginalizzazione dell’Europa è un fenomeno in corso da diverso tempo, anche se i suoi leader fingono che non sia così. Nicolas Sarkozy questa settimana ha provato di nuovo ad alzarsi in punta di piedi sforzandosi di farsi ascoltare. Il presidente francese vuole un altro vertice globale a novembre. Il problema è che l’instancabile attivismo dell’inquilino dell’Eliseo sembra essere diventato fine a sè stesso.
E nemmeno Gordon Brown se la cava meglio. In primavera rivendicava un ruolo di primo piano nella battaglia contro la crisi finanziaria. Quando la minaccia dell’Apocalisse economica è sbiadita, anche Brown ha perso smalto. Questa settimana il premier inglese, sotto assedio, è stato impegnato a contestare i titoli di giornale che sostenevano che Obama lo aveva snobbato.
L’invisibile Angela Merkel può dire di essere stata distratta dalle elezioni che si terranno in Germania domenica. Ma la cancelliera porta avanti da tempo una politica estera definibile come inerzia calcolata. Gli amici della Germania sperano che una vittoria elettorale possa spingere la Merkel a giocare un ruolo più creativo. Ma sono speranze, più che aspettative.
Di una visione europea della forma che assumeranno le cose non si vede praticamente traccia. Perfino per quel che riguarda i cambiamenti climatici, dove l’Unione europea è stata la prima a muoversi, la sua influenza rischia di venire messa in ombra dalle voci di un grande accordo fra Washington e Pechino. Con Obama gli europei hanno avuto il presidente americano che desideravano. Ma, più preoccupati di tenersi stretti il presente che di plasmare il futuro, non avevano pensato a che cosa avrebbero fatto dopo.
Mettiamo insieme tutte queste linee di tendenza ed ecco il nostro puzzle globale. Gli ottimisti vedranno nel nuovo realismo americano e nel cauto multilateralismo cinese il barlume di una possibilità di assemblare i pezzi di un nuovo ordine geopolitico. I pessimisti vedranno anche tante mani protese a cercare di scomporre il puzzle, oltre che mani intente a risolverlo. L’esito del vertice di Copenaghen fornirà un indizio importante su chi ha ragione e chi ha torto.  (Philip Stephens)

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Sul voto in Germania…

LA STERZATA CHE PUO’ RILANCIARE L’EUROPA

da “IL MESSAGGERO” del 28 settembre 2009 – di ENNIO DI NOLFO

IL RISULTATO delle elezioni regionali del 31 agosto in Germania aveva spinto a presagire che il risultato delle elezioni per il Bundestag sarebbe stato quanto mai incerto. L’analisi dei primi dati che emergono dal voto smentiscono solo in parte queste previsioni. Il successo di Angela Merkel, a capo della Cdu, cioè del partito democristiano, alleato con i confratelli bavaresi e con alcune formazioni minori è consistente e superiore alle aspettative. I democristiani, che avevano ottenuto nel 2005, 222 seggi, ne ottengono ora 228 e quindi un lieve incremento di seggi.

Assieme ai liberali, che registrano un clamoroso successo, con circa il 15 per cento dei voti e 94 seggi, possono contare su una maggioranza di 322 voti, che consentirebbe, come Angela Merkel ha subito dichiarato, la fine della “grande coalizione” e il ritorno alla più tradizionale alleanza con i liberali, secondo il persistente clima europeo. Su un totale di 616 seggi, la Merkel godrebbe di una maggioranza non ampia ma solida e coesa. I socialdemocratici del vice-cancelliere Steinmeier, assediati dalla Linke di Lafontaine e degli ex-comunisti tedesco-orientali, subiscono una sconfitta clamorosa.

Verdi e Linke, possono confortarsi di aver guadagnato un buon numero di seggi ciascuno: i Verdi passerebbero da 51 a 66 seggi e la Sinistra da 54 a 80. Superato l’ostacolo elettorale, la Merkel dovrà ora affrontare il tema delle riforme strutturali. Affioreranno allora tutte le questioni che durante la campagna elettorale sono state in larga misura sottaciute, dando alla competizione il carattere di un pacato dibattito.

In realtà, sotto la pacatezza, esisteva la chiara visione del fatto che dire, prima del voto, agli elettori tedeschi cose amare sarebbe stato controproducente, eppure le cose amare esistevano ed esistono e il nuovo governo sarà chiamato a affrontarle. Sino a ieri tutti erano consapevoli in Germania che la crisi economica fosse un tema globale, non imputabile né a situazioni né a persone, né a scelte di partito chiaramente individuabili. Del resto la morbida gestione della crisi attuata dal governo della “grande coalizione” sosteneva questa interpretazione universalistica. Ora, passato il momento più acuto della crisi economica, sarà inevitabile affrontare i problemi di fondo del paese e si aprirà la fase dei sacrifici resi necessari dal dovere di prendere decisioni impopolari.

Durante la campagna elettorale nessuno ha parlato della ricaduta della crisi sulla popolazione; nessuno ha parlato della dolorosa necessità di ristrutturare parecchie industrie germaniche, che richiederanno, come prevedono i giornali economici tedeschi, “massicci tagli di posti di lavoro”. Nessuno ha parlato di riforma fiscale. E nessuno ha parlato nemmeno dei tagli ai programmi di sicurezza sociale che, salvo imprevisti miracoli economici, il governo sarà chiamato a compiere. Dopo le elezioni sarà però più facile affrontare questi temi misure senza subirne troppo le conseguenze politiche. La Merkel da sempre preferiva associarsi ai liberali di Guido Westerwelle rispetto ai socialdemocratici: il modo circospetto con il quale ha toccato questo tema durante la campagna elettorale mette in evidenza sino a che punto la Cancelliera intende governare una situazione politica non facile. Una situazione politica nella quale, dopo tutto, il governo dovrà tener conto anche della maggioranza esistente nel Bundesrat, cioè nel “parlamento delle regioni”, dove ogni elezione in qualsiasi land tedesco può avere ripercussioni pericolose, se il governo non possiede una maggioranza propria e sicura. E proprio questo aspetto del problema può riverberarsi sulla stessa composizione del governo: forte di una propria maggioranza ma non così forte da potersi considerare in acque tranquille Tutto ciò riguarda non solo la Germania ma l’Europa tutta, come modello delle prospettive riformistiche. L’economia tedesca e la sua organizzazione sono sempre stati un esempio di efficacia e funzionalità. Il ruolo di “locomotiva” che essa ha esercitato in passato potrà così essere ripreso proprio grazie alle riforme che il nuovo governo avvierà. L’azione tedesca avrà un peso particolare sull’Italia, considerato che la Germania è il primo partner commerciale dell’Italia. Ma, più in generale, considerato anche il fatto che una forte rinascita della Germania restituirebbe a tutta l’Unione europea quel dinamismo che ora pare smarrito.

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One thought on “Come rilanciare il grande sogno europeo – L’Irlanda vota il Trattato di Lisbona, questa volta con speranze per l’adesione; ma l’Europa è in crisi di suo (e chi conta e corre nello sviluppo mondiale sono Cina e USA)

  1. homoeuropeus venerdì 2 ottobre 2009 / 8:22

    Buon resoconto, bravo! Se vincono i NO il processo di integrazione europeo va indietro, proprio nel momento in cui c’e’ maggior bisogno che vada avanti con determinazione.
    Siamo tutti dublinesi oggi!

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