Il Sud-Est del mondo devastato: terremoti, tsunami, tifoni (i paesi poveri soccombono incapaci di difendersi da ogni avversità naturale) – Un grande piano di prevenzione (dai disastri naturali), globale, per tutti, necessita sia inserito nell’agenda del governo mondiale (che faticosamente si sta costruendo)

I primi soccorritori arrivati nel distretto di Pariaman, 50 km da Padang, hanno trovato interi villaggi spazzati via dalle frane, come quello di Balantiak (Crack Palinggi/Reuters da “il Corriere.it”)
I primi soccorritori arrivati nel distretto di Pariaman, 50 km da Padang (Isola di Sumatra, Indonesia), hanno trovato interi villaggi spazzati via dalle frane, come quello di Balantiak (Crack Palinggi/Reuters da “il Corriere.it”)

Se a Copenaghen a dicembre i maggiori Paesi della Terra discuteranno (e speriamo decideranno positivamente) di clima e revisione del protocollo di Kyoto, cercando di impegnare tutti i paesi  del mondo nella drastica riduzione in atmosfera di CO2, e nell’impiego sempre più prevalente di energie pulite e rinnovabili; se standard generali su ogni forma tecnologica si vengono ad avere sempre più (spesso frutto delle necessità del mercato globale, del villaggio mondiale)… alla pari di tutto questo noi riteniamo sia necessario che si possano stabilire forme di prevenzione uguali per tutti contro il “rischio terremoto”, sia per un cittadino di Tokyo, che per quello dell’Isola di Sumatra in Indonesia, o per la popolazione de L’Aquila da noi.

E’ il senso che ci viene da pensare per le martoriate popolazioni del Sud Est del mondo che in queste settimane (a Sumatra in Indonesia, nelle isole Samoa, nelle Filippine…) sono interessate a fenomeni di catastrofica portata (terremoti, tsunami, tifoni…).

Diamo qui conto con una breve rassegna stampa di queste catastrofi, e del dibattito scientifico che si è creato nell’immaginare una possibile concausa a fenomeni avvenuti pure a migliaia di chilometri di distanza. Resta l’elemento che dicevamo, cioè della necessità di un grande piano generale di prevenzione (nella costruzione delle abitazioni, nei piani di sicurezza quando il fenomeno improvvisamente accade…)

Samoa…………

Terremoto a Sumatra e Samoa, tifone nelle Filippine, in Vietnam e Cambogia: DEVASTATO IL SUD-EST DEL MONDO

di Raffaela Ulgheri, da “Il Sole 24 ore” del 1/10/2009

Tre catastrofi naturali, una dietro l’altra nel sud-est asiatico. Migliaia di morti, un numero imprecisato di dispersi e di sfollati. Mercoledì 30 settembre il terremoto nell’isola di Sumatra, in Indonesia, a 24 ore di distanza dallo tsunami che ha investito le isole Samoa e Tonga.

l'epicentro del sisma che ha colpito l'isola di Sumatra
l'epicentro del sisma che ha colpito l'isola di Sumatra

Mentre ancora si stanno contando le vittime del tifone Ketsana che sabato 26 settembre ha distrutto le Filippine per poi spostarsi su Vietnam e Cambogia.        Tre eventi che hanno in comune solo la devastazione e la tragedia di intere popolazioni. «Non esiste collegamento – afferma Nevio Zitellini, direttore dell`Istituto di scienze marine del Cnr – tra il terremoto avvenuto a Sumatra e quello che ha provocato lo tsunami sulle isole Samoa.  Le località si trovano a migliaia di chilometri di distanza e, soprattutto, appartengono a placche differenti.     A Sumatra la placca indiana va sotto il continente asiatico. Nelle isole Samoa è la placca pacifica ad andare sotto quella asiatica».

Il terremoto a Sumatra. I morti, secondo le fonti ufficiali, del terremoto che ha colpito Sumatra, in Indonesia, sono 1.100 finora individuate. La scossa, di magnitudo 7,6 sulla scala Richter, ha colpito nel pomeriggio del 30 settembre (erano le 12,16 in Italia), facendo tremare la provincia di Sumatra occidentale.       L’epicentro è stato registrato a 78 chilometri dal capoluogo Padang, quasi un milione di abitanti, nell’Oceano Indiano. Ma il terremoto è stato sentito fino a Singapore, che dista 440 chilometri, e a Kuala Lumpur, ancora più a nord.

Una seconda scossa è stata registrata con magnitudo 5,5. Le città più colpite, quelle dove è più alto il numero dei dispersi sono Padang e Pariaman: sono crollate case, scuole, anche un ospedale. I soccorsi sono stati ostacolati dalla pioggia, dal black-out elettrico e dal blocco nelle telecomunicazioni, mentre frane hanno isolato le strade di accesso alle zone colpite.      Incalcolabili i danni all’economia.  Sumatra è un’isola ricca di risorse naturali, petrolio e gas; e l’Indonesia è l’unico paese dell’area che aderisce all’Opec.

Lo tsunami a Samoa.    Sono almeno 141 le vittime accertate dello tsunami che marted’ 29 settembre si è abbattuto sulle isole Samoa e Tonga. L’onda ha investito l’arcipelago circa 20 minuti dopo che nel Pacifico era stata registrata una violenta scossa di terremoto (8,3 gradi Richter). I testimoni hanno parlato di onde alte fino a otto metri. E la memoria è tornata al 26 dicembre del 2004, quando un violento terremoto, sempre al largo di Sumatra, alimentò un gigantesco tsunami che si abbattè sulle coste di Sri Lanka, Thailandia, Indonesia, India, Maldive e Malaysia uccidendo più di 230mila persone.

Martedì gli operatori del Pacific tsunami warning, situato nelle Hawaii, hanno lanciato il primo avviso tsunami quattro minuti prima che l’onda si abbattesse sulle Samoa, 16 minuti dopo il terremoto.       Troppo poca la distanza dalla costa dell’epicentro, troppo poco il tempo perché le autorità locali potessero dare l’avviso via sms. “Se la sorgente dello tsunami è lontana dalle coste -continua Zitellini- c’è il tempo di reagire. Ma quando è troppo vicina alla costa non è possibile far fronte alla catastrofe, soprattutto in una zona come quella dell’Oceano Pacifico in cui i sistemi di subduzione, con una placca che sprofonda sotto l’altra, sono molto estesi”.

Secondo quanto riferito dall’ambasciata italiana in Nuova Zelanda, nessuno dei i6 italiani presenti nelle isole sarebbe in pericolo. Tra i nostri connazionali Daniela Brussani – originaria di Roma, proprietaria del resort Iliili a pochi chilometri da Apia, la capitale delle Samoa occidentali – ha raccontato di aver sentito la scossa di terremoto e di essere scappata dalla sua casa, vicino al mare. «Dopo tre-quattro minuti – ha spiegato – il mare si è ritirato per decine di metri, tanto che si vedevano i coralli della barriera.   Ho capito che era uno tsunami, e ho iniziato a correre senza guardare indietro».      Il contraccolpo sarà durissimo anche per il turismo delle isole Samoa, la principale industria assieme alla pesca e ai servizi.

Le Samoa, ad aprile, sono state inserite dall’Ocse nella lista grigia dei 38 paesi considerati paradisi fiscali.

Nelle Filippine da sabato scorso il tifone Ketsana sta devastando il Sud-Est asiatico.   Dopo aver provocato 246 morti nelle Filippine (la maggior parte nella capitale Manila), si è spostato verso Vietnam e Cambogia.      In tutto i morti sarebbero 331. Ma sono centinaia di migliaia i senzatetto, 300míla nelle sole Filippine.

L’Unione europea ha stanziato 4 milioni di euro, immediatamente disponibili: 2 milioni perle vittime del tifone nelle Filippine ed altri 2 milioni a sostegno di Vietnam, Laos e Cambogia. Gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio di truppe per partecipare ai soccorsi. Nelle Filippine, paese prevalentemente agricolo, l`’alluvione ha prodotto un danno alle colture stimato intorno ai 68 milioni di euro.

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Gli esperti e le analogie

Due scosse sulle stesse placche Una sequenza simile a 5 anni fa

Il geofisico Cocco «Un terremoto di magnitudo 8 libera tensioni sia nella stessa placca, sia in placche contigue» (da “Il Sole 24ore del 1/10/2009)

Un serpentone di oltre ottomila chilometri unisce i due mega terremoti delle isole Samoa nel Pacifico Occidentale e di Sumatra nell’ Oceano Indiano, che si sono manifestati a circa 16 ore l’ uno dall’ altro. Si tratta di un lineamento geologico che potrebbe essere definito «il margine dello sprofondamento», un confine tortuoso, lungo il quale ampie porzioni di crosta terrestre si infilano a capofitto l’ una sotto l’ altra: «subducono», come preferiscono dire i geologi.

La grande zolla o placca del Pacifico si infila sotto a quella Indo-Australiana; e quest’ ultima, a sua volta, subduce sotto a quella Euro-Asiatica. Considerata la comune linea di connessione fra i due eventi sismici, è possibile che sia stato il terremoto da 8.3 Richter delle Samoa a fare scattare quello da 7.6 Richter di Sumatra?

Questa ipotesi sarebbe legittimata dal fatto che anche cinque anni fa il terremoto-maremoto del 26 dicembre fu preceduto da un sisma di 8.1 Richter al largo dell’ isola Macquarie. Dopo 58 ore arrivò la catastrofe dell’ Oceano Indiano. Coincidenze che a un primo esame possono sembrare straordinarie ma che non trovano tutti gli studiosi d’ accordo. «Sono coincidenze difficili da dimostrare – risponde il geofisico Massimo Cocco, dirigente dell’ Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) -. Possibili perché un terremoto di magnitudo 8 e oltre ha il potere di perturbare fortemente le aree circostanti, su un’ ampia scala spaziale, facendo liberare tensioni che si sono accumulate nel tempo, sia nella stessa placca, sia in placche contigue».

Che i confini fra la placca del Pacifico con le altre placche che la contornano siano zone in cui le tensioni si accumulano in grande quantità, molto di più che altrove sulla Terra, è confermato da un altro dirigente di ricerca dell’ Ingv, Gian Luca Valensise. «Il confine fra la placca Pacifica e quella Indo-Australiana è una zona in cui la crosta terrestre subduce alle massime velocità riscontrabili sul nostro pianeta: 20 centimetri all’ anno e anche di più – spiega Valensise -. È in conseguenza di queste velocità di sprofondamento che, proprio lì, si è formato uno dei grandi abissi oceanici che contornano il Pacifico, la fossa della Tonga, 10.800 chilometri di profondità. Questa dinamica così accentuata porta anche all’ accumulo di enormi tensioni nella crosta terrestre, che si scaricano periodicamente sotto forma di grandi terremoti».

A confronto con queste cifre, le zone sismiche del nostro Mediterraneo, in cui si misurano movimenti annuali dell’ ordine di qualche centimetro e terremoti molto meno violenti, appaiono decisamente più tranquille, se può essere di conforto.

Ma l’ analisi statistica dei grandi terremoti registrati negli oceani Pacifico e Indiano dimostra anche che quelli attorno a 8 Richter non sono rari, se ne verifica più di uno ogni anno; e che molti di essi avvengono senza essere preceduti o seguiti da altri.

«Ecco perché – sottolinea Cocco – non possiamo affermare che i due eventi di martedì e mercoledì sono con certezza concatenati: la sequenza può essere stata casuale». Una cosa risulta invece certa per entrambi i ricercatori dell’ Ingv: «La regione di Sumatra si trova in un regime di grande instabilità, in cui si succedono delle continue rotture di faglie, con terremoti piccoli, medi e grandi. E tale instabilità, che si è accentuata dopo il grande terremoto-maremoto del dicembre 2004, non accenna a diminuire». (Franco Foresta Martin)

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Dalla Turchia alla California ecco la catena dei terremoti

di Luigi Bignami, da “La Repubblica del 2/10/2009

A volte sembra quasi impossibile che terremoti molto violenti che si scatenano a poche ore di distanza non abbiano una relazione tra di loro. Ma la comunità scientifica è molto scettica nell’ accettare questa ipotesi. La Terra, infatti, è composta da un gran numero di placche che si muovono le une rispetto alle altre a velocità di diverse decine di millimetri all’ anno e questo crea tensioni all’ interno della crosta terrestre che prima o poi si scaricano attraverso un sisma.

Negli ultimi anni, comunque, alcuni ricercatori hanno trovato relazioni tra sismi diversi che farebbero pensare che almeno occasionalmente l’ energia liberata da un sisma possa alterare lo stato precario di un’altra faglia anche a grande distanza facendola muovere fino a provocare un terremoto.

Uno dei primi ricercatori ad avanzare questa ipotesi è stato Ross Stein, geofisico dell’ Earthquake Hazard Team, il quale, studiando le statistiche dei sismi in prossimità della faglia di Sant’ Andrea, aveva scoperto che il giorno successivo a un sisma di magnitudo superiore a 7.3 le probabilità che un’ altra forte scossa andasse a colpire nel raggio di 100 km era superiore del 67% rispetto alla normalità. Per sismi a 100 km di distanza è difficile parlare di scosse di assestamento, dunque vi deve essere un trasferimento di energia.

Un’altra innegabile relazione tra sismi è la successione di terremoti che a partire dal 1939 hanno interessato fino ai giorni nostri le aree dal Caucaso al Mar Egeo. Qui i sismi avvengono lungo faglie “trascorrenti” ossia il terremoto avviene per lo scorrimento orizzontale di blocchi di crosta terrestre. E lì si è potuto osservare un fenomeno di migrazione della sismicità dalle faglie che stavano ad oriente verso quelle ad occidente.

Nell’ ultimo numero di Nature infine, Taka’ aki Taira, un sismologo dell’ Università della California a Berkeley (Usa) dimostra come esaminando i dati sismici di 22 anni raccolti attorno alla faglia di Sant’ Andrea, abbia scoperto che dal 2005 vi è stato un aumento di piccoli sismi lungo la faglia stessa. Il fenomeno si è innescato proprio a partire dal noto terremoto avvenuto a Sumatra nel 2004. «È certo che dopo il sisma di Sumatra del 2004, i terremoti nella faglia americana sono diminuiti in intensità e aumentati in numero», ha spiegato Taira. Probabilmente le forti scosse asiatiche hanno fatto risalire acqua all’ interno della faglia. «L’ acqua – conclude Taira – potrebbe lubrificare le fratture dando modo alle tensioni che si producono di liberarsi più frequentemente, ma con minore intensità».

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Lo stato indipendente di Samoa corrisponde alla sezione occidentale dell’arcipelago delle Samoa. Lo stato si trova nell’oceano Pacifico centro-meridionale a 3000 km a nord-est della Nuova Zelanda. Comprende due isole maggiori, Upolu e Savaii, e da sette isole minori.
Lo stato indipendente di Samoa corrisponde alla sezione occidentale dell’arcipelago delle Samoa. Lo stato si trova nell’oceano Pacifico centro-meridionale a 3000 km a nord-est della Nuova Zelanda. Comprende due isole maggiori, Upolu e Savaii, e da sette isole minori.

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La raffica di scosse che assedia il Pacifico

da “la Repubblica2 del 1/10/2009 – di Luigi Bignami

L’ ESTREMO oriente sembra essere “esploso”. Dopo una serie di terremoti di relativa intensità che dal 2004 ad oggi non hanno mai smesso di interessare quella parte del mondo, nell’ arco di 24 ore due sismi hanno fatto vibrare tutto il pianeta.

Il primo, che si è verificato in prossimità delle Samoa, ha raggiunto un’ intensità dell’ 8.3 grado della scala Richter, il secondo, che ha colpito la regione di Sumatra, ha toccato i 7.6. I due terremoti sono avvenuti in aree ben note per la loro sismicità.

Le isole Samoa infatti, giacciono in prossimità di un’ area dove la placca del Pacifico (una delle 12 grandi zolle in cui è suddivisa la crosta terrestre) si scontra con quella australiana e va sotto di essa. La velocità con la quale la prima si muove verso la seconda è di 86 millimetri all’anno.

Nel secondo caso invece, il sisma si è prodotto lungo la fascia di contatto tra la placca australiana che subduce, ossia va sotto, quella di Sonda. In questo caso il movimento reciproco tra le placche è di 65 millimetri all’ anno.

«Nonostante non siano le uniche aree del pianeta a presentare una situazione geologica dove due zolle si scontrano tra loro, il motivo per cui i terremoti sono così disastrosi sta nel fatto che essi si verificano a profondità relativamente piccole, in quanto il loro ipocentro (il punto in profondità dove si scatena il sisma) si trova generalmente a poche decine di chilometri dalla superficie. E’ per questo che l’ energia che arriva sotto i piedi è gigantesca», spiega Enzo Boschi, presidente dell’ Istituto di Geofisica e Vulcanologia italiano.

Altri terremoti, anche molto forti, si verificano comunque in altre parti del mondo, ma se avvengono a notevoli profondità l’ energia che arriva in superficie non è enorme e quindi possono passare anche inosservati.

Ma i terremoti delle ultime ore, così vicini e così violenti, possono essere l’ uno la conseguenza dell’ altro? «Non direi – continua Boschi – in quanto appartengono a due situazione geologiche distanti, tuttavia le nostre deduzioni sono sempre limitate dal fatto che conosciamo molto poco dell’ interno della Terra».

Il terremoto alle Samoa ha prodotto anche un violento tsunami, del quale, ancora una volta, non è stato possibile prevederne l’ arrivo sulle terre emerse più vicine. «Data la velocità con la quale si propagano le onde del mare e la distanza tra l’ ipocentro del sisma e le Samoa, lo tsunami ha impiegato meno di 15 minuti ad arrivare. Non si poteva fare nulla con gli strumenti attuali», spiega Nevio Zitellini, dell’ Ismar-Cnr. Ma allora tutte le boe per l’ allarme tsunami messe in questi anni nel mezzo degli oceani a cosa servono? «Sono utili se le terre emerse sono distanti dall’ epicentro – continua Zitellini- quando cioè l’ onda anomala passando sotto le boe ha ancora un tragitto di ore prima di frantumarsi su una spiaggia e quindi c’ è tutto il tempo per avvisare la popolazione, altrimenti bisogna usare altri strumenti come quello che stiamo sperimentando nel Golfo di Cadice, a oltre 3.200 metri di profondità. Geostar è in grado di capire in tempo reale se davvero si è sviluppato uno tsunami in seguito ad un sisma e nell’ arco di pochi secondo è in grado di avvisare che l’ onda colpirà. Certo che per aree molto vaste come quelle asiatiche la problematica del dover porre tanti di questi strumenti non è facile da risolvere». – LUIGI BIGNAMI

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Tsunami sulle Samoa , terrore nel Pacifico

di Rosalba Castelletti, da “la Repubblica” del 30/9/2009

C’è chi è riuscito a portare la famiglia al sicuro verso l’interno delle isole, chi invece è stato travolto dalle onde anomale alte fino a otto metri che ieri si sono abbattute sulle coste delle Samoa americane e delle Samoa occidentali. Alcune testimonianze telefoniche, raccolte dai media della zona e non confermate dalle autorità locali, sono arrivate a parlare di 40 vittime.

Di certo, le prime immagini arrivate nella notte mostravano interi villaggi devastati, auto e barche trasportate al largo come fuscelli e gente in preda al panico che cercava di correre per rifugiarsi verso le alture interne.

L’allarme tsunami nell’arcipelago era scattato all’alba, subito dopo che un terremoto di 8,3 gradi sulla scala Richter era stato registrato a circa 35 chilometri di profondità nel Pacifico meridionale alle 6.45 locali (le 19.45 italiane) a 190 chilometri a sudovest delle isole Samoa che si trovano a metà tra le Hawaii e la Nuova Zelanda e contano circa 275mila abitanti.

A diramarlo era stato il Centro di allerta tsunami per il Pacifico avvertendo che lo tsunami avrebbe potuto “avere effetti devastanti lungo le coste più vicine all’epicentro del terremoto” e “rappresentare una minaccia anche per le coste più distanti”.

Non solo per le Samoa dunque, ma anche per l’arcipelago di Tonga, le isole Cook, le Fiji e persino Nuova Zelanda, mentre per le Hawaii l’allarme è rientrato poche ore dopo il sisma. In Nuova Zelanda, dove l’onda ha impiegato alcune ore ad arrivare lasciando alle autorità locali il tempo di gestire l’emergenza, la polizia ha fatto allontanare chiunque si trovasse vicino alla costa. Navi e traghetti hanno abbandonato i porti troppo esposti e si sono rifugiate in zone protette, nel timore che l’onda gigantesca strappasse gli ormeggi e le gettasse sulla terraferma.

Ma quando ha raggiunto la Nuova Zelanda, per fortuna l’onda dello tsunami si era ormai ridotta a poco meno di un metro di altezza. E anche il rischio che gli effetti del sisma raggiungessero le coste della California si è ridimensionato con il passare delle ore.

Nel corso della notte, il Pacific Tsunami Warning Center, ha cancellato una dopo l’altra le sue bandiere rosse sulla mappa dell’Oceano Pacifico. I danni più gravi sono rimasti concentrati attorno all’arcipelago delle Samoa, in particolare in una fascia di cento-duecento metri dalla costa.

Alla prima scossa, quando alle isole Samoa era mattina presto, ne era seguita una più debole (5,6 gradi sulla scala Richter) una ventina di minuti dopo. Poco dopo arrivava la notizia di un’onda anomala.

A Pago Pago, capitale delle Samoa americane, “l’acqua è avanzata per oltre 100 metri sulla terraferma e nel riflusso molte auto sono rimaste impantanate nel fango”, ha riferito un corrispondente di Samoa News.

Ancora più drammatico il racconto di Mile Reynolds, sovrintendente del Parco nazionale dell’arcipelago delle Samoa americane, territorio Usa che oltre all’isola di Tutuila, dove si trova la capitale, comprende le isole Manua, l’isola Aunu’u e i due atolli corallini di Rose Island e Swains Island.

Secondo Reynolds, quattro onde anomale alte dai 4,6 ai 6 metri avrebbero sommerso per oltre un chilometro l’isola di Tutuila cancellando interi villaggi.

Ed è qui che ci sarebbero state vittime. Reynolds non è stato in grado di precisare quante. “Il centro visitatori del Parco nazionale e i suoi uffici sono stati totalmente distrutti e noi siamo totalmente tagliati fuori dal resto dell’isola”, ha detto al Servizio americano dei Parchi nazionali. La compagnia aerea neozeolandese e i servizi di traghetti hanno immediatamente annunciato un potenziamento dei collegamenti fra le Samoa e Auckland per evacuare i feriti e gli sfollati.

Nelle Samoa occidentali – formate dalle due grandi isole di Savaii e Upolu e da sette isole minori – alcune famiglie sarebbero invece riuscite ad abbandonare le proprie abitazioni subito dopo l’allerta lanciato dalle autorità locali. “Stiamo tutti abbandonando le coste. Nessun panico però, abbiamo fatto numerose esercitazioni per questa evenienza”, aveva raccontato un abitante della capitale Apia poco prima che il maremoto si abbattesse sull’isola di Upulu.

Non tutti però sarebbero riusciti a mettersi in salvo e fra gli edifici distrutti sulla costa meridionale di Upolu ci sarebbero almeno una scuola e un ospedale. “Nel villaggio di Sau Sau Beach Fale non c’è un solo edificio rimasto in piedi. In molti avranno bisogno di soccorsi”, ha detto uno neozelandese, mentre le radio locali si riempivano delle voci di ascoltatori in lacrime. “Ci sono danni. Ci sono feriti”, ha confermato un poliziotto raggiunto telefonicamente nelle Samoa occidentali. “E sì – ha aggiunto prima di agganciare – ci sono morti”. – Rosalba Castelletti

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da “l’Avvenire” del 1-10-09    –     FILIPPINE

Il tifone provoca 331 morti nel Sud Est Asiatico

Dopo le Filippine e il Vietnam, ieri il tifone Ket­sana, indebolito ma sempre temibile, ha at­traversato la Cambogia e, dal pomeriggio, vaste aree di Laos e Thailandia, dove entro oggi do­vrebbe esaurire la sua corsa de­vastante attraverso il Sud-Est a­siatico dove sono morte 331 per­sone.

Maggiormente colpite, le Filippine, con danni calcolati dal governo in 68 milioni di euro e 246 morti ufficialmente registra­ti. Mente la solidarietà interna­zionale risponde all’appello del governo di Manila (l’Unione eu­ropea ha stanziato 2 milioni di dollari e altri 2 milioni per gli altri paesi colpiti), an­che il Vietnam conta i danni e le vittime dopo che il fenomeno atmosferico, declassato a tempesta tro­picale, ha lasciato un paese devastato nella sua par­te centrale e 74 vittime.
Dalla mattinata di ieri, Ket­sana sta portando forti piogge e estese inondazioni su ampie regioni del Laos e della Cambogia. In que­sto secondo Paese si registrano 11 vittime (tra cui un intero nucleo familiare seppellito dal crollo di un’abitazione) e decine di feriti in almeno cinque province interessate dalle piogge e dalle piene.

Nes­suna vittima in Thailandia, dove sono state mobili­tati uomini e mezzi delle forze ar­mate. Le regioni orientali e set­tentrionali del paese, già dura­mente colpite dalle piogge mon­soniche, sono state interessate da estesi allagamenti, ma lo svuota­mento preventivo dei bacini ar­tificiali ha permesso di evitare danni maggiori.

Proprio in Thai­landia, nella capitale Bangkok, durante i negoziati sul clima in corso, il più alto responsabile dell’Onu in materia di clima, Yvo de Boer, ha affermato che «la tempesta tro­picale è l’ultimo esempio, il più tragico, del cambia­mento climatico che ha colpito la regione», sottoli­neando che la lotta ai cambiamenti climatici è or­mai vitale per la regione Asia-Pacifico. (da Bangkok Stefano Vecchia)

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