Nucleare pro e contro – Le “macro aree” idonee ad ospitare le prime tre nuove centrali nucleari italiane (i ciclopici ostacoli al “nucleare italiano”: dal trovare siti idonei e “accettati” dalle comunità, all’irrisolto problema di dove collocare le scorie radioattive)

CENTRALE NUCLEARE DI FLAMANVILLE (nord della Francia) - Se da noi tornerà l’atomo la tecnologia sarà ripresa da questa centrale nucleare, di terza generazione «Epr», che il gruppo francese Edf sta costruendo a Flamanville, nella porzione di Normandia affacciata sull’Atlantico.
CENTRALE NUCLEARE DI FLAMANVILLE (nord della Francia) – Se da noi tornerà l’atomo la tecnologia sarà ripresa da questa centrale nucleare, di terza generazione «Epr», che il gruppo francese Edf sta costruendo a Flamanville, nella porzione di Normandia affacciata sull’Atlantico.

Cominciano a circolare le prime indiscrezione sul lavoro che i tecnici del Governo (e in primis l’Enel) stanno compiendo in questi giorni per arrivare alla definizione entro febbraio 2010 dei criteri per la scelta dei siti delle nuove centrali nucleari (la seconda “era” nuclearista italiana, la prima si è conclusa con il referendum del 1987). E una prima lista circola già in ambienti governativi, ma non viene ancora rivelata.

Siti il meno vulnerabili possibili da un punto di vista geologico (in primis per la sismicità), ma ancor di più lontani dai centri abitati. E che ci sia a disposizione molta acqua per il raffreddamento dei reattori (pertanto lungo i fiumi, sulle coste…). Preferenza poi per i vecchi siti individuati negli anni 80, e vicinanza con grandi rete elettriche. lo studio del CNEN

Se questa nuova avventura italiana del nucleare civile si prospetta assai faticosa e lunga, e piena di ostacoli, cionondimeno (dobbiamo essere intellettualmente onesti) l’impegno per tutto quanto riguarda le energie rinnovabili (dal solare, all’eolico, alla geotermia, alle biomasse… all’utilizzo diffuso nel territorio della forza di caduta dell’acqua…), tutto questo si sta rilevando un po’ debole rispetto alle necessità, al di là delle buone intenzioni (e dei consistenti aiuti di Stato attraverso sgravi fiscali). Per non parlare della necessità della drastica (e possibile) riduzione dei consumi energetici ora dati da una politica (e modi di vita) dissennati, con forme più parsimoniose e contrarie allo spreco inutile di tutte le risorse derivanti dall’energia.

Diamo qui conto, con un’ampia rassegna stampa dello “stato dell’arte” del proseguo della nuova “via nuclearista” italiana, conservando per intero dubbi sulla effettiva possibilità che alla fine si realizzi qualcosa di confacente alle reali necessità di uno sviluppo sostenibile, in un mondo meno inquinato e più sereno per le future generazioni. Ma su questo, su quel che sta accadendo, ci si confronterà (crediamo anche molto aspramente) nei prossimi mesi.

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Energia – Il rapporto del Cnen e le scelte degli enti locali – Dalla densità abitativa alla distanza dagli impianti

CENTRALI NUCLEARI, ORA L’ENEL STUDIA I SITI: TORNA LA MAPPA DEL ‘79

di Stefano Agnoli, da “il Corriere della Sera” del 7/10/2009

MILANO — La vecchia map­pa delle aree nucleari del Cnen risale al settembre del 1979, giusto trent’anni fa, quando venne consegnata al governo Cossiga una relazione di 19 pa­gine. La «Carta dei siti» si può trovare oggi pubblicata da qual­che blog (generalmente antinu­clearista) ed è stata rispolvera­ta da Greenpeace per dimostra­re che in Italia sarà assai diffici­le trovare posti adatti per gli impianti nucleari, data la mag­giore vulnerabilità delle coste ai mutamenti climatici e all’in­nalzamento del mare. La di­scussione è destinata a riaccen­dersi in pochi mesi: dal prossi­mo marzo il ministero dell’Am­biente e la futura Agenzia nu­cleare si metteranno al lavoro per sottoporre a «Vas» (Valuta­zione ambientale strategica) il programma atomico naziona­le. E’ probabile così che prima della fine del 2010 inizino ad emergere i contorni delle «ma­cro aree» ritenute idonee ad ospitare gli impianti. Ma anche se dal 1979 ad oggi parecchie cose sono cambiate — dalle ca­ratteristiche dei reattori nuclea­ri alla densità abitativa, fino al­le serie storiche dei terremoti e al clima — non ci sono solo le più aggiornate e minuziose pre­scrizioni redatte dall’Iaea (l’In­ternational Atomic Energy Agency) a orientare la ricerca dei siti. Nel caso italiano il lavo­ro compiuto dal Cnen (dall’82 diventato Enea) continua a ser­vire da pietra di paragone o ad­dirittura da punto di partenza per gli studi che aziende come l’Enel e istituzioni come il mini­stero dell’Ambiente o dello Svi­luppo stano approntando o do­vranno redigere. Obiettivi di­chiarati e vincoli sono gli stes­si: sicurezza e ambiente da una parte e l’imprescindibile intesa con le Regioni dall’altra. Pro­prio ieri, peraltro, il ministro Scajola ha spiegato che «il pote­re sostitutivo del governo è uno strumento estremo che mi auguro di non dover utilizza­re».

Per il Cnen, ieri come oggi, la «variabile demografica» costrin­ge a ridurre drasticamente il ter­ritorio utile. Nel 1979 si pensa­va ad almeno dieci chilometri di distanza dalla periferia di cen­tri con decine di migliaia di abi­tanti e venti chilometri per quel­li superiori a centomila. Le di­stanze potrebbero essere riviste (il reattore Epr ha contenimenti impensabili trent’anni fa) ma si tratterà di un punto chiave. Tra gli altri fattori c’è poi la «sismicità», le cui serie storiche potranno considerare oggi non solo il Friuli, ma anche i terre­moti di Irpinia, Umbria, Abruz­zo. La lista dei fattori sensibili prosegue con il vulcanismo, l’ac­qua di raffreddamento (nel 1979 si prevedeva una distanza non superiore ai 10 chilometri da fiumi con portata minima di 12 metri cubi per 355 giorni l’an­no) e le pendenze. Il Cnen, inol­tre, non mancava neppure di se­gnalare i territori caratterizzati da intenso uso residenziale o tu­ristico o da vincoli naturalistici e persino militari.

Un lavoro complesso, insom­ma, che ha comunque portato a identificare una serie di aree che nel Nord Italia gravitavano in particolare intorno al bacino del Po, alle sue foci e a quelle dell’Adige, e poi sulla costa ve­neta e friulana. Al Centro erano interessate porzioni di costa tir­renica della Toscana meridiona­le e dell’Alto Lazio anche all’in­terno della provincia di Viterbo. Al Sud parti di costa tra Molise e Puglia, il golfo di Manfredo­nia e ancora aree costiere tra Brindisi, Lecce e Taranto per proseguire sul litorale della Basi­licata e di alcune zone ioniche della costa calabra. In Campa­nia, invece, le aree del Gariglia­no e del Sele. Zone idonee an­che sulle isole: Pianosa ad esem­pio, ma anche alcuni tratti della costa meridionale della Sicilia e altri in Sardegna tra costiera est, sud e ovest.

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Ecco l’elenco dei siti meno vulnerabili dal punto di vista di eventi naturali e dunque probabile sede di una centrale nucleare, così come individuati da Greenpeace:

Piemonte:
Provincia di Vercelli: tutta la zona intorno al Po, da Trino Vercellese fino alla zona a nord di Chivasso.
Provincia di Biella: la zona intorno alla Dora Baltea a sud di Ivrea.
Lombardia:
Provincia di Pavia: la zona dell’Oltrepò Pavese a nord di Voghera.
Provincia di Mantova: l’intera zona a sud di Mantova in corrispondenza del Po
Provincia di Cremona:zona a sud di Cremona in corrispondenza del Po (vicino a Caorso)
Veneto:
Provincia di Rovigo: la zona compresa tra l’Adige e il Po (a sud di Legnago)
Friuli:
Provincia di Udine e provincia di Pordenone: tutta la zona interna, intorno al fiume Tagliamento, da Latisana fino a Spilimbergo
Emilia Romagna :
Provincia di Parma: la zona a nord di Fidenza, compresa tra il Po e il Taro
Toscana:
L’isola di Pianosa
Lazio:
Provincia di Viterbo: la zona interna a sud del Tevere, nella zona di affluenza della Nera, tra Magliano Sabina e Orte.
Calabria:
Provincia di Catanzaro: la zona costiera ionica in corrispondenza di Sellia Marina, tra il fiume Simeri e il fiume Alli (Principali località: Belladonna, Marindi, Simeri Mare, Sellia Marina).
Provincia di Crotone: la zona costiera ionica in corrispondenza della foce del fiume Neto, a nord di Crotone (Marina di Strongoli, Torre Melissa, Contrada Cangemi, Tronca).
Provincia di Cosenza: la zona costiera tra il fiume Nicà e la città di Cariati
Puglia:
Provincia di Taranto: la zona costiera ionica, in corrispondenza della località di Manduria.
Provincia di Lecce: la zona costiera ionica a nord di Porto Cesareo e quella a sud di Gallipoli; la zona costiera adriatica a nord di Otranto e quella a sud di Brindisi (esistono su queste ultime dei vincoli naturalistici).
Provincia di Brindisi: la zona costiera in corrispondenza di Ostuni.
Sicilia:
Provincia di Ragusa: la zona costiera tra Marina di Ragusa e Torre di Mezzo.
Provincia di Caltanissetta: la zona costiera intorno a Gela.
Provincia di Agrigento: la zona costiera intorno Licata.
Provincia di Trapani: la zona costiera a sud di Mazzara del Vallo, in corrispondenza della località Tre Fontane.
Sardegna:
Ogliastra: la zona costiera in corrispondenza del fiume Riu Mannu e della località di Torre di Bari.
Provincia di Nuoro, la zona costiera a sud della località di Santa Lucia e in corrispondenza dell’isola Ruja.
Provincia di Cagliari: la zona costiera tra Pula e Santa Margherita di Pula.

Dopo la mappa diffusa lo scorso anno sulla base di uno studio indipendente delle probabili sedi italiane individuate per ospitare nuove centrali nucleari, anche Greenpeace diffonde le sue mappe, sulla base dei dati CNEN della fine anni ’70 che sembra siano presi a base dall’attuale scelta governativa (vedi il dossier di Greenpeace in Mappe nucleari per l’Italia ) dove tra l’altro siparla del possibile deposito delle scorie nucleari.

Spiega l’associazione ambientalista:

Oggi diffondiamo tre ‘carte nucleari’ per capire dove potrebbero finire le nuove centrali nucleari:
– la carta del CNEN, che era la risultante di varie carte tematiche elaborate negli anni settanta;
– la mappa ENEA sulla vulnerabilità delle aree costiere ai cambiamenti climatici
– l’elaborazione GIS per la localizzazione del deposito nazionale per le scorie nucleari

Spiega Greenpeace:    “Rispetto agli anni ’70, i cambiamenti del clima e della piovosità pongono la questione della presenza di sufficiente acqua ragion per cui l’asta del Po appare (specie in estate) meno adeguata”. Bisognerebbe dunque guardare alle aree costiere e, tra queste, il sito di Montalto di Castro ospita ancora le fondamenta dei due reattori BWR che erano in costruzione e che furono bloccati dal referendum del 1987.  (notizie tratte da http://www.ecoblog.it/ )

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mappa diffusa lo scorso anno sulla base di uno studio indipendente delle probabili sedi italiane individuate per ospitare nuove centrali nucleari,-  iniziano a girare i primi nomi dei siti che ospiteranno le centrali: Monfalcone (Go), Chioggia  (Ve), Ravenna, Caorso (Pc), Trino (Vc), Fossano (Cn), Scarlino (Gr), San Benedetto (Ap), Latina, Termoli (Cb), Garigliano (Ce), Mola (Ba), Scanzano Ionico (Mt), Palma (Ag), Oristano. Da una prima occhiata, risulta che tutti i possibili siti individuati, siano nei pressi di corsi d'acqua e che nel caso di Caorso e Tirino, si tratterebbe di una riapertura delle centrali nucleari già esistenti.
mappa diffusa lo scorso anno sulla base di uno studio indipendente delle probabili sedi italiane individuate per ospitare nuove centrali nucleari,- iniziano a girare i primi nomi dei siti che ospiteranno le centrali: Monfalcone (Go), Chioggia (Ve), Ravenna, Caorso (Pc), Trino (Vc), Fossano (Cn), Scarlino (Gr), San Benedetto (Ap), Latina, Termoli (Cb), Garigliano (Ce), Mola (Ba), Scanzano Ionico (Mt), Palma (Ag), Oristano. Da una prima occhiata, risulta che tutti i possibili siti individuati, siano nei pressi di corsi d’acqua e che nel caso di Caorso e Tirino, si tratterebbe di una riapertura delle centrali nucleari già esistenti.
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ENEL PRONTA A 4 CENTRALI NUCLEARI

da “LA STAMPA” di martedì 6 ottobre 2009, di Luigi Grassia

IL GRUPPO ITALIANO Si CANDIDA A REALIZZARE METÀ DEL PROGRAMMA DI 13 MILA MEGAWATT VOLUTO DAL GOVERNO

FLAMANVILLE.   Se da noi tornerà l’atomo (un grande «se», nonostante i fermi propositi del governo, perché fra il dire e il fare c’è di mezzo l’Italia) quell’atomo sarà fatto così, come sta nascendo nella centrale nucleare di- terza generazione «Epr» che il gruppo francese Edf costruisce a Flamanville, nella porzione di Normandia affacciata sull’Atlantico.       L`Enel partecipa a questo reattore normanno – come a tutto il progetto internazionale Epr – con una quota del 12,5%, e ha scelto proprio il cantiere di Flamanville 3 per annunciare i suoi programmi nel caso che le 8 centrali volute da Berlusconi e Scajola si facciano davvero. Il gruppo italiano si candida a costruirne 4 in joint-venture al 50% con l’Edf, e poi a gestirle con 4 società costituite ad hoc di cui Enel avrà la maggioranza di controllo.         Con 4 centrali da 1.600 MegaWatt ciascuna di potenza installata l’Enel coprirebbe circa metà dei 13 mila MW che il governo conta di ottenere dai nuovi reattori.          L’investimento per ogni impianto sarebbe fra i 4 e i 4,5 miliardi di euro, e la prima centrale potrebbe cominciare a generare elettricità nel 2020.         La terza generazione nucleare vanta (secondo le assicurazioni dei tecnici, peraltro validate da organismi internazionali) sistemi di sicurezza che impedirebbero la diffusione di radiazioni all’esterno persino in caso di fusione del «nocciolo» – l’ipotesi estrema di incidente.         Ciononostante, non sarà facile individuare le popolazioni e i territori disponibili ad accogliere -centrali atomiche in Italia; perciò l’Enel valuta l’ipotesi di concentrare i suoi 4 ipotetici reattori in soli tre siti, o in due. I francesi sono arrivati a sistemare 6 centrali nucleari in un solo posto e anche qui a Flamanville il nuovo Epr affacciato sull’oceano si affianca a due reattori esistenti fin dagli Anni 80. Ma quali siano i possibili luoghi individuati in Italia non viene ancora detto.         La vita operativa dei reattori Epr è lunghissima: addirittura 60 anni, cioè almeno 20 in più delle centrali atomiche precedenti.         Gli esperti dell’Enel valutano due vantaggi di tipo economico nella generazione nucleare: il primo è dato da un costo stimato fra i 54 e i 60 euro per MegaWatt/ora di energia prodotta, competitivo rispetto a tutte le altre fonti, e comprensivo di ogni onere, incluso il trattamento delle scorie e lo smantellamento dell’impianto dopo 60 anni; e poi c’è la bassa incidenza del combustibíle sulle spese generali:  per l’uranio arricchito si spende solo l’8% di quello che serve a far marciare una centrale nucleare, il resto sono spese fisse, perciò anche se in 60 anni il costo dell’uranio variasse moltissimo l’incidenza sulle spese complessive di gestione sarebbe piccola.         A parte il vantaggio economico (20% di spese in meno di un moderno impianto a gas a ciclo combinato) con 8 centrali atomiche l’Italia eviterebbe di scaricare nell’atmosfera 35 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno. (Luigi Grassia, da Flamanville –Francia-, da “La Stampa”)

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NUCLEARE, SITI VICINO AL MARE E BONUS AGLI ABITANTI

da “il Messaggero” del 8/9/2009 – di Barbara Corrao

– Ecco la bozza del decreto al vaglio del ministero dello Sviluppo che dovrà essere emanato entro il 15 febbraio per il ritorno all’atomo –

Quattro anni per arrivare alla costruzione della prima centrale nucleare. A partire da metà febbraio 2010. E’ entro febbraio, infatti che dovrà essere pubblicato il decreto per la selezione dei siti, le procedure per le autorizzazioni, le misure compensative per le popolazioni che ospiteranno le centrali. Una «bozza riservata», al momento allo studio del comitato di esperti nominato dal governo e degli uffici dei ministeri interessati sta circolando in questi giorni e sarà ulteriormente messa a punto, si dice, entro metà settembre.
Si lavora a ritmo accelerato per conciliare il rispetto dei tempi di realizzazione e la sicurezza, su una materia estremamente complessa e altamente sensibile. Il decreto si occupa dell’intera catena nucleare: aree, siti, impianti, depositi e smantellamento delle future centrali (affidato a Sogin) quando arriveranno a fine vita. E’ previsto, a questo, scopo un fondo apposito a carico degli operatori che gestiranno le centrali. E contempla tutte le ipotesi: sia quella del consenso delle popolazioni da verificare in apposite conferenze e consultazioni pubbliche; sia quella del non-consenso, con autorizzazione rilasciata su decreto del Presidente della Repubblica, dopo il pronunciamento del consiglio dei ministri. C’è persino l’ipotesi dell’«abbandono del programma nucleare per scelta politica» in caso di cambi di maggioranza e di dietrofront, con indennizzi per gli operatori.
Aree e siti. Dove nasceranno le 8-10 centrali del nuovo programma nucleare italiano? Sicuramente vicino a fiumi o, più facilmente vicino al mare per utilizzare l’acqua di raffreddamento, anche in zone appartenenti al demanio militare. Il «facile accesso alle risorse idriche» non è l’unico criterio. Si considereranno le aree già individuate in passato per la nascita di impianti nucleari. E poi quelle «con adeguata capacità di collegamento alla rete elettrica nazionale». Un primo elenco preliminare di aree sarà pubblicato dal Ministero dello Sviluppo economico entro 15 giorni dall’entrata in vigore del decreto (ma, a quanto si dice, è già stato individuato). Su aree e siti si pronunciano l’Agenzia per la sicurezza nucleare e la Conferenza unificata Stato-Regioni-Comuni. Acquisiti i pareri positivi, il ministero approva. Ma se le Regioni puntano i piedi? Si tenta una conciliazione con il Comitato interistituzionale. E se non ci si riesce? Si passa al Dpr, dopo la delibera del consiglio dei ministri allargato alle Regioni interessate, su proposta di tre ministeri: Sviluppo, Ambiente, Infrastrutture. I siti li propongono gli operatori nelle aree a loro assegnate.Per le procedure su aree e siti sono previsti 23 mesi.
Costruzione ed esercizio. E’ la parte più lunga e complessa. Per ottenere l’autorizzazione unica gli operatori devono superare un esame estremamente articolato che viene affidato all’Agenzia nucleare e che include la Via e la notifica alla Ue per il parere della Commissione. Anche in questo caso, è previsto il ricorso al comitato interistituzionale e, in ultima istanza, al Dpr. Con l’autorizzazione unica impianti e i siti diventano «di interesse strategico nazionale e soggette a speciali forme di vigilanza e protezione». Qui si parla di 27 mesi complessivi per le procedure.
Bonus alle popolazioni. La bozza di decreto assegna un bonus a chi abita nelle zone che ospitano centrali nucleari. Lo pagheranno gli operatori. Si ragiona su un “x” a kw di potenza, finché è in corso la costruzione dell’impianto, che diventerà un “x” a kilowattora quando entrerà in funzione. Il bonus dovrà servire allo «sviluppo economico e sociale della zona», includendo il rimborso della bolletta elettrica e investimenti finalizzati al risparmio energetico. Inoltre un contributo sarà destinato agli enti locali e ripartito per il 60% al Comune dove ha sede la centrale e per il restante 40% ai Comuni limitrofi per realizzare infrastrutture e migliorare l’ambiente. Nel testo si precisa però che sulle misure compensative è opportuna un’approfondita disussione in vista della legge delega e che quindi i bonus proposti vanno considerati come un’esposizione illustrativa.
Rifiuti radioattivi. La gestione dei rifiuti e del combustibile nucleare è a carico dell’operatore titolare dell’autorizzazione. Per gli impianti di fabbricazione del combustibile valgono le stesse procedure che per i siti e la costruzione delle centrali.   (Barbara Corrao, Il Messaggero)

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Lo studio “Accenture”.  Tra i giovani e le donne preferenze maggiori per le rinnovabili

«IL NUCLEARE? SI’ PER IL 55%. MA SOLO SE LONTANO DA CASA»

– entro 40 chilometri il consenso a una centrale scende al 15% Uomini e anziani tra i più favorevoli, è la generazione che nel 1987 votò per l’ uscita dell’ Italia dall’ atomo – di Stefano Agnoli, da “il Corriere della Sera” del 21/3/2009

Ma gli italiani sono o non sono favorevoli al nucleare? L’ ultimo sondaggio in circolazione (quello mondiale commissionato da Accenture a Gfk Nop lo scorso novembre e reso noto pochi giorni fa) mostra che la divisione è netta e che a pesare in maniera decisiva sull’ atteggiamento degli individui è una questione di chilometri.

Più lontani gli impianti, più favorevoli i cittadini. E mentre a preferire l’ energia dall’ atomo sono per lo più gli uomini e in generale coloro che sono avanti con gli anni, le donne e i più giovani si schierano per le rinnovabili.

Se si pone una domanda secca: «Saresti favorevole ad aprire nuovi impianti nucleari in Italia?» risponde di sì il 55% degli interpellati. Ma la vittoria dell’ atomo si trasforma immediatamente in sconfitta quando si passa alla successiva: «Sei favorevole a un impianto nucleare nella tua regione?». In questo caso il no risale immediatamente al 51%.

A raffreddare l’ entusiasmo iniziale è la vicinanza agli insediamenti produttivi. Quel terzo di italiani (il 32%) disposto ad accettare senza condizioni un impianto nucleare a 100 miglia dalla propria casa (cioè 160 chilometri) diventa meno della metà calando al 15% quando si ipotizza di costruire la medesima centrale a 25 miglia (40 chilometri) dall’ abitazione di residenza. All’ interno di quel raggio, insomma, tutti i «sì», più o meno convinti, diventano «no», passando al 56% del totale.

Quando la domanda viene cambiata, e resa più morbida chiedendo se si ritenga che «il tuo paese debba iniziare a servirsi dell’ energia nucleare», i «sì» sovrastano i «no» 35 contro 30. Il rimanente 35%, però, si dice disposto a rispondere favorevolmente al nucleare ma solo «se i miei dubbi venissero soddisfatti».

Il che rappresenta un’ evoluzione, che conferma quanto messo in evidenza a fine 2008 dal milanese Energy Lab, secondo il quale l’ opinione pubblica mostra «buchi e incertezze conoscitive» sullo stato del nucleare in Italia, ma anche la disponibilità «ad affrontare il tema in termini post-ideologici e propositivi».

A differenza, ad esempio, di quanto accadde con il referendum del 1987. Proprio il ricordo di come fu vissuto quel voto potrebbe spiegare, tra l’ altro, il motivo per cui gli «over 50» si dichiarino generalmente più positivi sull’ energia elettronucleare. Commentando precedenti sondaggi da cui traspariva una tendenza simile, gli ambientalisti hanno attribuito il risultato alla scarsa informazione dei più anziani. Ma il «pentitismo» tra i fautori dell’ abbandono del nucleare di più di vent’ anni fa, o tra i tanti che non andarono alle urne, si è mostrato un evento altrettanto diffuso. (Stefano Agnoli)

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NUCLEARE SUBITO AL TEST SCORIE (entro il 10 febbraio 2010 va risolto)

di Federico Rendina, da “il Sole 24ore” del 11/7/2009

Occhio ai siti dove piazzare le nuove centrali atomiche italiane. Con tutti i problemi del caso. Amplificati, come da molti temuto, dalla marcia indietro delle due sole amministrazioni regionali che avevano espresso la disponibilità a favorire il rinascimento dell’atomo elettrico italiano. Sia Giancarlo Galan (Veneto) che Raffaele Lombardo (Sicilia) confermano la nuova e più prudente linea strategica.

Il Veneto ne parlerà solo dopo una dettagliata anamnesi tecnico-scientifica e la Sicilia si appellerà in ogni caso ad un referendum popolare. Come a dire: tempi lunghissimi anche nelle due regioni disponibili semplicemente a parlarne.
Ma ecco emergere un ostacolo ancora più duro per l’esito del rinascimento atomico promesso con la legge “sviluppo” varata l’8 luglio scorso: la gestione delle scorie già prodotte dalla nostra attività nucleare.

Anche questo tema dovrebbe essere chiarito – dispone la legge delega appena approvata – entro i sei mesi nei quali il governo dovrà definire i criteri per costruire le centrali sul territorio e possibilmente anche le prime bandierine da piazzare sulla carta geografica.
Le scorie imbarazzano davvero. Anche perché ne abbiamo in proporzioni tutt’altro che trascurabili: quelle ereditate dall’attività nucleare sospesa dopo il referendum del 1987, quelle frutto dello smantellamento delle nostre quattro vecchie centrali atomiche di Trino, Caorso, Latina e Garigliano e quelle (che da sole non costituirebbero un gran problema) prodotte dalla normale attività medica e scientifica del paese.
Bene. Anzi male. Perché l’Italia, come stranoto, non riesce neanche a gestire le scorie che comunque ha. Ci dovrebbe pensare innanzitutto la “Sogin”, creata nel 1999 e paralizzata per lunghi anni da un doppio problema, interno ed esterno. Quello interno riguardava la sua gestione, considerata sciagurata da tutti gli osservatori ufficiali e ufficiosi: gli analisti, le commissioni parlamentari, la Corte dei Conti, l’Authority per l’energia.
Sulla macchina inefficiente, clientelare e mangiasoldi della Sogin si è detto, negli anni, tutto. Per sintetizzare: fino al 2006 la Sogin ha speso il 38% del suo budget di gestione per svolgere solo il 6% delle sue attività programmate e imposte. Piccola, ma largamente insufficiente giustificazione: il paese, inteso come classe politica che il paese lo amministra, non è riuscito a risolvere il problema principale, ovvero l’individuazione dei criteri tecnici e logistici per immagazzinare, trattare e possibilmente “disattivare” le scorie nucleari.
Ed ecco che l’Italia, paese che ha rinunciato al nucleare 22 anni fa e vorrebbe ricominciare ad usarlo, si ritrova tutt’oggi con la bellezza di 55 mila metri cubi di scorie radioattive prodotte dalle sue vecchie centrali, a cui si aggiungono 25mila metri cubi di detriti parimenti pericolosi prodotti dal loro smantellamento.

Ci sono poi 500 tonnellate l’anno di rifiuti prodotti dall’attività medica e scientifica. Per non parlare di qualche tonnellata di scorie tra le più pericolose, parcheggiate (a caro prezzo) in Francia e in Inghilterra per un loro parziale riprocessamento ma con l’impegno di riprendercele entro una decina di anni.
Un’eredità imbarazzante, vecchia e nuova. A gestirla un po’ meglio ci abbiamo provato più volte, con clamorosi passi falsi, come quello dell’individuazione, era il 2003, del sito geologico di Scanzano Ionico: invece di seppellire in eterno le scorie il progetto è stato prontamente seppellito dalle critiche dei molti esperti e dal no a furor di popolo. Ora ci si riproverà – dice il Governo – con uno o più siti di superficie.

Intanto le nostre scorie galleggiano alla bene e meglio nei siti dove erano prodotte quando eravamo nucleari: nelle vecchie centrali e nei centri di ricerca e stoccaggio ad esse collegate.
Nel frattempo, dal 2007, la sgangherata macchina della Sogin ha preso improvvisamente vigore, sotto la guida dell’ex dirigente dell’Enel Massimo Romano, nonostante la mancanza di una vera rotta sulla gestione definitiva dei rifiuti. Il rapporto tra spesa e attività svolta si è invertito: l’anno scorso si è chiuso con attività di decommissioning per 46,6 milioni di euro a fronte di spese di funzionamento ridotte a 31,8 milioni.
Peccato che la Sogin abbia proprio ora il destino segnato. Il Ddl “sviluppo” ne decreta lo smembramento e dunque la scomparsa, per conferire la crema delle attività ad una nuova società pubblico-privata che in nome del rinascimento nucleare dovrebbe mettere insieme i suoi migliori operatori con le imprese nucleari italiane capeggiate, si dice, da Ansaldo Energia. Se questa sia effettivamente la soluzione migliore il dibattito è aperto. Sta si fatto che lo smantellamento di quel che aveva cominciato finalmente a funzionare rappresenta un’ulteriore incognita in una sfida già difficilissima. (Federico Rendina, il Sole 24ore)

L’EVOLUZIONE DELLE CENTRALI NUCLEARI
PRIMA GENERAZIONE
Anni 40-60
Nello schema un impianto Epr di terza generazione
Sono i primi progetti dimostrativi su scala commerciale, costruiti negli anni 40 e 50. Una delle tecnologie era la GCR-Magnox, con la quale l’Eni ha costruito la prima centrale nucleare in Italia, a Latina. Ha funzionato dal ’63 all’86
SECONDA GENERAZIONE
Anni 70-90
Sono i reattori ora in servizio. Costruiti dagli anni 70 in avanti hanno tecnologie differenziate ma anche una scarsa uniformità dei criteri progettuali. Dopo il 1986, con l’incidente di Chernobyl, i sistemi di sicurezza si sono evoluti
TERZA GENERAZIONE
Attuale
Sono le centrali di oggi. Questo tipo di tecnologia, che si chiami EPR, AP1000 o ABWR, è di fatto un’evoluzione della seconda generazione e non rivoluziona il concetto alla base del reattore precedente. Però sono più efficienti, più economiche nella gestione, più sicure delle precedenti. Ansaldo e Enel sono coinvolte nella costruzione di questo tipo di centrali
GRAFICO INTERATTIVO/ Come funziona una centrale Epr
QUARTA GENERAZIONE
Dal 2030 circa
Tutte le centrali producono scorie: rifiuti radioattivi con tempi di decadimento di migliaia di anni. La quarta generazione (in fase di studio) userà le scorie come combustibile, anche quelle prodotte negli anni precedenti.
Centrali nucleari di quarta generazione, meta lontana
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