Quali idee (e iniziative) per la ricostruzione de L’Aquila? Per ora poche (nessuna?) – Il preoccupante caso di una città che rischia di restare “fantasma”, e di avere attorno a sè solo 20 (venti) “periferie–new town”

L'Aquila uccisa L’approssimarsi dell’inverno sta destando preoccupazione sulla sistemazione delle persone “terremotate” de L’Aquila: su 40.000 senzatetto, ce ne sono 26.000 ancora fuori da ogni prospettiva di residenza (ora ancora in tende, o negli alberghi della costa o a casa di parenti e amici in giro per l’Italia). Ma, sempre in prospettiva, desta altrettanta preoccupazione la domanda su cosa ne sarà del bellissimo e vitale centro storico de L’Aquila… per ora è stato lasciato lì, e la “ricostruzione” (ma questo termine sembra non essere esatto e peraltro neanche usato) si basa sul creare quelle che sono state chiamate “le casette”: strutture abitative né provvisorie (perché costose e attrezzate in specie di “new town” che stanno sorgendo nel numero di venti nell’area del terremoto), né definitive perché con standard inadeguati a viverci stabilmente per sempre; senza alcun legame col territorio, senza i servizi essenziali delle città, dei quartieri, dei paesi e, appunto, con il centro storico pressoché abbandonato dell’Aquila e degli altri comuni limitrofi colpiti dal sisma. Così “si sta” in una situazione poco chiara, dove interventi per il ripristino e la messa di nuovo in funzione della vita aquilana (con l’Università e tutto quanto fa parte della storia quotidiana di un centro così importante) è tutta da pensare, tutta da inventare, tutta da fare…

Qui non si mette in discussione l’assoluto meritorio impegno di chi in questi mesi ha dato tutto sè stesso: dai membri della Protezione civile, al volontariato della prima ora…

E’ però da chiedersi, tra le varie cose, se adesso e nei prossimi anni uno studente dovrebbe scegliere il prestigioso ateneo aquilano come sua sede… in un contesto senza ricostruzione del centro…. e gli abitanti delle periferie-new town messe su per sopperire all’ emergenza abitativa, queste new town possono dare l’impressione di poter diventare “pericolosamente” definitive… Non sarebbe stato meglio installare dignitosi container da sopportare più o meno serenamente uno o due inverni, e lavorare alacremente nella ricostruzione della città e degli altri 55 centri minori colpiti?

Insomma un disegno urbanistico comprensibile su “cosa si farà a L’Aquila” non c’è… (come invece c’è stato ad esempio in Friuli dal maggio del 1976: “prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”). Si è voluto fare casette né provvisorie né definitive, e trascurando forse un po’ troppo il centro storico.

Sia chiaro che questa situazione non è solo imputabile al Governo, ma un po’ a tutti: tutte le forze politiche, culturali, economiche, poco o niente hanno detto sul “progetto ricostruzione”; urbanisti e altre categorie “scientifiche” (noi geografi compresi) hanno taciuto, forse abbagliati dal mito (peraltro a tutt’oggi non realizzato neanche per la metà) della “casa per tutti” prima dell’inverno.

Da parte nostra (in questa sede) proponevamo di ricostruire subito il centro storico (evitando le new town) ma, del centro storico, “cambiando molto”, evitando i palazzoni “brutti” che anche all’Aquila ci sono (c’erano), e coinvolgendo subito nella scelta, e in un serrato dibattito,in primis la popolazione, mettendo loro a disposizione tutte le competenze scientifiche, urbanistiche… (vedi l’articolo del 9 aprile scorso ). Niente di questo genere sembra esser stato fatto, “abbagliati” dalle casette che dovevano essere pronte entro il 15 settembre…

Riportiamo qui alcune analisi importanti (con messa in evidenza e sottolineature fatte da noi per focalizzare i problemi, il problema).

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L’AQUILA UCCISA

di Vittorio Emiliani – da “L’Unità” (in due parti)

Lo ricordo bene: dopo i terremoti del Friuli, dell’Umbria e delle Marche – i meglio risolti fra i tanti – il dibattito sulla ricostruzione di centri storici e monumenti fu subito intenso, acceso, coinvolse, appassionò intere comunità, produsse soluzioni alla fine valide.

In Friuli lo slogan della ricostruzione fu “prima le fabbriche, poi le case e le chiese”. In Umbria venne corretto in “prima le chiese (“Sono le nostre fabbriche”, fece notare un vescovo saggio, attento al turismo religioso di massa), poi le case e le fabbriche”. Lo fa notare il solo studio complessivo – anche socio-culturale, anche economico – sin qui prodotto sul terremoto abruzzese: “L’Aquila. Non si uccide così anche una città?”. Una brochure fitta di analisi, argomentazioni, piantine, tabelle di costi, che va sotto la sigla storica di Comitatus Aquilanus. Vi hanno lavorato intensamente soprattutto l’urbanista Vezio De Lucia, con vaste esperienze di amministratore, l’ex direttore del Servizio Sismico nazionale, Roberto De Marco, l’architetto Georg Josef Frisch, coordinatore della ricerca che pubblichiamo in anteprima.
Prima notazione: nulla delle esperienze positive antecedenti già citate è stato tenuto in conto. E’ prevalsa su tutto la visione “edilizia”, immobiliaristica del presidente Berlusconi, attuata “militarmente” dalla Protezione Civile. Difatti, qui in Abruzzo, all’Aquila, la parola “ricostruzione” non viene pronunciata, c’è uno spettrale silenzio attorno ad essa. Anche da parte degli intellettuali (tutti ipnotizzati?), dei giornali, di quasi tutte le tv.

Dove un’altra parola risulta bandita: “pianificazione”. Tutto sul territorio aquilano avviene nella più totale assenza di un disegno urbanistico complessivo, con mille episodi sconnessi e con un consumo di suoli agricoli alla fine disastroso. Il solo slogan è quello efficientistico “dalle tende alle case”, o meglio “alle casette” (magari donate dai trentini).
Ma ci sono poi case o casette per tutti? Neanche per idea. Ci sono prima che arrivi novembre e magari la prima neve? Soltanto in parte. Sere fa ha fatto sensazione a “Ballarò” l’intervento del direttore generale del Comune di Aquila, Massimiliano Cordeschi, accusato dal ministro Tremonti di “esortare alla rivoluzione” soltanto per aver detto che, in conclusione, a sei mesi dal sisma, su 40.000 senzatetto, ce  ne sono 26.000 fuori da ogni prospettiva di  residenza che non siano gli alberghi della costa, case di parenti, o la diaspora.
Lo studio di De Lucia-De Marco-Frisch ci dice subito che la Protezione Civile ha censito gli edifici inagibili o danneggiati. Non gli alloggi. Dato fondamentale invece per stimare la gravità del danno e quindi la “domanda di ricostruzione”. Loro tre calcolano che all’Aquila siano 15.746 gli alloggi resi inagibili, per una superficie lorda di 1 milione e mezzo di metri quadrati. Una parte rilevante dei quali nel bellissimo ed ora spettrale centro storico, nella “zona rossa”: il 63 per cento. Sono residenze di aquilani e case per studenti fuori sede.

Lo slogan della ricostruzione (se di ricostruzione qualcuno parlasse nel primo grande centro storico atterrato dopo Messina) dovrebbe infatti mettere al primo posto, fra le “fabbriche”, l’Università, vero “motore” di tanta vita economica e sociale aquilana, col Conservatorio, con l’Accademia di Belle Arti e altri Istituti. Pertanto, se migliaia di studenti sceglieranno altre sedi, tutta l’Aquila ne riceverà un colpo mortale. Ma se la ricostruzione non solo non parte (rimuovendo le macerie, puntellando, progettando, ecc.), ma neppure viene nominata, quali speranze si possono dare a questi giovani affluiti qui da altre regioni? Cosa può trattenerli dal fare altre scelte?
In Umbria e Marche, dopo aver sistemato, con fatica certo, i terremotati in container attrezzati e in casette prefabbricate, vennero formati dalla Regione e dagli enti locali i consorzi obbligatori fra i proprietari privati onde far partire progetti integrati e pianificati di ricostruzione “in sicurezza”. Qui siamo sotto lo zero.

E anche giornali, tv, opinionisti, gli stessi partiti di opposizione non ne parlano. Paiono come annichiliti e senza voce. Peggio, senza idee. La sensazione che gli autori di questa ricerca hanno avuto è che il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente sia stato lasciato piuttosto solo dallo stesso Pd anch’esso come catturato dalla logica tutta “edilizia” del duo Berlusconi-Bertolaso. Da qui l’ordinanza di giugno che lasciava libertà di costruire casette provvisorie dove si poteva. Da qui il Progetto dei Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili (C.A.S.E.) che il premier un po’ chiama new town e un po’ no, anzi si offende.  “In buona sostanza”, si legge nel rapporto, sono “lottizzazioni residenziali su 20 aree individuate dalla Protezione Civile (…), 164 edifici per un totale di circa 4.000-4.500 appartamenti che saranno adatti ad ospitare circa 15.000 persone”, cioè un terzo soltanto dell’effettivo fabbisogno espresso dai cittadini del capoluogo. Adesso anche la Protezione Civile si è accorta che sono poche e allora si affanna a mandare altrove il popolo degli attendati, prima che il gelo li attanagli. Di nuovo negli alberghi della riviera adriatica. A costi notevolmente elevati.
Senza che i senzatetto abbiano potuto esprimere una preferenza, senza che si sia lasciato uno spiraglio alla autodeterminazione democratica, senza che si sia potuto opporre qualcosa alla scelta centrifuga delle 20 micro-new town e di tante altre casette sparse, a spray, sui terreni agricoli, a macchia d’olio. Il tutto a costi molto alti. Come sempre allorché non si pianifica praticamente nulla. Ne parleremo nella successiva puntata.

Fermiamoci ad un costo sociale: “una volta sgomberate le macerie e rese accessibili le case non danneggiate gravemente, solo uno su tre dei vecchi abitanti potrà tornare a casa”. Più il tempo passa senza che inizi la ricostruzione e peggio è. Qui e nei centri storici minori. Sul piano oggettivo, psicologico, morale. “Non si uccide così anche una città?”

L’AQUILA UCCISA (SECONDA PARTE) (da “L’Unità, Vittorio Emiliani)
Tutti ricordano il terremoto, fra ottobre e novembre 2002, di San Giuliano di Puglia (Campobasso), che seminò la morte nella scuola del paese: 27 bambini e un’insegnante schiacciati. Il resto dell’abitato non aveva subito danni gravi. Ma Silvio Berlusconi subito parlò di una “San Giuliano di Puglia 2”, avendo fissa in testa la “sua” Milano 2. Poi la cosa non andò avanti. Stavolta, col solito tecnico privato di fiducia, l’ingegner Michele Calvi (sempre Milano 2), ci ha riprovato straparlando di new town aquilane, in realtà una congerie scollegata di banali lottizzazioni. V’è di più. “Si sono rifatti i conti e le new town sono diventate inaspettatamente (per la Protezione Civile) insufficienti. E la gente riparte per il mare”. Uno show illusorio dunque.
Lo scrivono gli urbanisti Vezio De Lucia e Georg Josef Frisch, e il sismologo Roberto De Marco nel rapporto ancora inedito di cui diamo conto in anteprima “L’Aquila. Non si uccide così anche una città?”.

Essi affrontano, oltre all’insufficienza quantitativa delle abitazioni previste per i terremotati aquilani (senza servizi, oltretutto), il nodo dei costi della soluzione prescelta. Per ricostruire la casa com’era e dov’era (ma sicura) ai circa 7.000 cittadini della “zona rossa” del centro storico, occorrerebbero 380 milioni di euro. Inoltre, quei cittadini dovrebbero essere sistemati provvisoriamente per il tempo necessario con Moduli Abitativi Permanenti (MAP).

A quali costi? “La Protezione Civile”, rispondono i tre esperti, “sta spendendo, chiavi in mano, 1.000 euro per mq, mediamente 50.000 euro ad alloggio MAP”. Per i 2.820 alloggi necessari, farebbero 140 milioni di euro. Sommati ai 380 milioni precedenti, si salirebbe a circa 520 milioni.
Il Progetto C.A.S.E. in corso di realizzazione, cioè le 20 micro-new town, o lottizzazioni, prevede invece un costo di 2.800 euro al metro quadrato per un importo complessivo di 710 milioni di euro. Badate, si tratta di mini-alloggi: da 40 a 70 mq contro i 90 mq della media Istat. Fra l’altro li stanno rimpicciolendo per stiparne di più nei 20 lotti essendosi accorti che sono di molto inferiori ai bisogni. Quindi, per i 7.000 aquilani della “zona rossa” “avere una casa nelle new town costerà 440 milioni di euro”. Non è finita. C’è da calcolare il costo del temporaneo, non breve soggiorno negli alberghi della costa. Circa 8,4 milioni al mese. In sei mesi (e non so se bastino), un costo aggiuntivo di 50 milioni, da sommare ai 440 milioni di poco sopra. In totale, circa 490 milioni di euro.
Non è tutto, perché nella versione finale del decreto sul terremoto (28 aprile 2009) il governo ha dovuto riconoscere ai residenti del centro storico con abitazione in E (cioè gravemente danneggiata) la totale copertura delle spese di ricostruzione e ai proprietari di seconde case in E “un ristoro di 80.000 euro”. A questo punto dobbiamo sommare i 380 milioni di euro calcolati per ricostruzione e recupero della “zona rossa” del centro storico ai 490 milioni per le cosiddette new town e fanno 870 milioni di euro.
Una obiezione è scontata: “le new town sono un patrimonio edilizio a futura diversa destinazione”. Già, però si tratta di alloggi definiti dalla Protezione Civile soltanto “durevoli”, decisamente piccoli, più piccoli di un terzo delle abitazioni andate distrutte. E per ora non ci sono fondi per i servizi. Insomma, concludono gli autori dello studio, “non si può però essere sicuri che costruire case al costo di un appartamento di lusso sia stato un buon investimento”… La ricostruzione aquilana, con tutte le declamate pretese di efficienza, costerà di più di una “ricostruzione tradizionalmente intesa”.
E qui torna il discorso fatto nella prima puntata: la fretta presuntuosa con cui si è voluto agire senza tenere in alcun conto le esperienze friulane e umbro-marchigiane sarà nemica di una “buona ricostruzione”. Della cui elaborazione progettuale, del resto, nemmeno si discute. Nasce allora un sospetto di fondo: questa urbanistica “di emergenza” non diventerà “permanente”? Della bella Aquila oggi in macerie che ne sarà?

Prima del sisma nelle case e nei nuclei sparsi risiedeva il 34 per cento della popolazione del Comune; con le new town vi risiederà il 56 per cento. Nel centro storico abitava il 15 per cento che si ridurrà ad un misero 6 per cento. Come diminuirà (dal 51 al 38 per cento), a vantaggio dei nuclei e case sparse, la quota di quanti avevano casa nelle zone urbane. Prima del terremoto, “ben due terzi della popolazione del Comune abitava nel capoluogo (centro storico e zone adiacenti), mentre solo un terzo era residente nelle frazioni e nei nuclei periferici”. Con la centrifugazione prodotta dal Progetto new towns, o C.A.S.E., il capoluogo perde “un terzo degli abitanti, mentre il centro storico subisce un vero e proprio tracollo”. L’Aquila sarà così trasformata in “una città più piccola contornata da venti periferie?”
Se ricordate, nella prima versione del decreto legge, si insisteva sul ruolo di Fintecna incaricata di subentrare agli aquilani con casa danneggiata che non ce la facevano a ricostruire. A tutt’oggi non c’è nessuna ombra – a differenza del modello umbro-marchigiano – di comparti omogenei perimetrati, di programmi integrati, né di consorzi obbligatori fra i proprietari per il recupero degli edifici distrutti o lesionati.

Campo libero dunque, per selezione “naturale”, ai singoli, ovviamente ricchi o agiati, che vorranno qua e là recuperare mettendo in sicurezza. “Per dar vita ad una L’Aquila-land per  turisti e fruitori di shopping, richiamati dalla possibilità di ammirare come era una città preziosa prima del terremoto”. Una vuota scena. Una bella occasione speculativa.
In tanta inerzia, difficilmente l’Ateneo aquilano riavrà i suoi 27.000 iscritti, con parecchi fuorisede. Faticheranno Conservatorio, Accademia e altri istituti. Languiranno gli 800 esercizi commerciali dei quartieri storici. Il Tribunale è sbriciolato, l’Ospedale lesionato. Le imprese si saranno riposizionate sul territorio. Si pagherà un altissimo prezzo: la disgregazione di una comunità. Possibile che di ciò che tocca il cuore, gli elementi vitali del primo grande centro storico terremotato dopo Messina (1908) la classe dirigente, intellettuale italiana non senta il bisogno di discutere in senso positivo, progettuale? Non senta l’urgenza di sostenere quanti nelle istituzioni (il sindaco Massimo Cialente, la combattiva presidente della Provincia Stefania Pezzopane) non si rassegnano?

Possibile che questo nostro Paese sia, in tutto, così sfibrato, disanimato, incapace di reagire, persino al “tutto va ben” strombazzato da Berlusconi e dai suoi contro ogni cifra, contro ogni realtà? Ma dove sono urbanisti, pianificatori, sindacati, partiti dalla parte dei cittadini?

(Vittorio Emiliani – I due articoli quì pubblicati sono apparsi su l’Unità)

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L’OPERAZIONE E’ RIUSCITA MA L’AQUILA MUORE

di Mario Pirani, da “la Repubblica” del 14/9/2009

Berlusconi ha consegnato le prime nuove case ai terremotati dell’ Aquila. A cinque mesi dal sisma si tratta di un indubbio successo dell’ intervento nell’ emergenza. Per contro questa inaugurazione, giustamente festosa per quanti sono restati finora nelle tendopoli, rischia di suonare come una pietra tombale sulle speranze di veder un giorno risorgere il centro storico e la rete dei borghi medievali che con esso si integravano.

Via via che si accenderanno le luci nelle abitazioni installate nella cinta periferica e nelle altre zone limitrofe, ancor più angoscioso apparirà quel buco nero, dove sorgeva un tempo la città vera e propria, con i suoi edifici storici, le sue cento chiese, i palazzi, l’ università, il Comune, la Provincia, le botteghe, i portici animati giorno e notte.

Ancor più assurda apparirà la solitudine di quell’unico anziano abitante che ha rifiutato di lasciare la sua casa, rimasta miracolosamente in piedi, lo storico Raffaele Colapietra, tramutatosi suo malgrado in una icona della testardaggine abruzzese.

Questa infausta divaricazione tra emergenza e futuro urbano è il frutto di una scelta voluta dal governo e subita passivamente dall’ opposizione, tranne alcuni rappresentanti degli enti locali, tra cui spicca la brava e coraggiosa presidente della Provincia, Stefania Pezzopane. Il perché è presto detto. Il governo ha voluto affrontare la catastrofe senza ricorrere ad alcuna misura di finanza straordinaria, come invece avevano fatto quasi tutti i governi italiani, confrontatisi con i vari terremoti, da quello di Messina in poi. Questa volta le risorse sono state reperite nel bilancio ordinario, soprattutto depauperando i fondi destinati al Mezzogiorno. Era evidente chei mezzi sarebbero sì e no bastati per affrontare l’ emergenza, peraltro con un notevole grado di efficacia assicurato dalla Protezione civile.

Una decisione dettata dall’ imperativo ideologico di una destra ostile per principio ad ogni maggiorazione fiscale, anche quando le ragioni siano sacrosante (una addizionale Irpef spalmata su dieci anni, una cifra infima pro-capite). Così, mentre va avanti il piano per l’ emergenza e alle case antisismiche si aggiungeranno 3000 casette di legno (che dovrebbero un giorno passare agli studenti fuori sede), e mentre i terremotati ancora senza fissa dimora saranno ospitati nelle famose strutture della Guardia di Finanza e in qualche altra caserma (ma sembra restino 8000 persone ancora non collocate), ebbene L’ Aquila vera e propria rimane come un gigantesco relitto, abbandonato dopo il naufragio.

La strategia avrebbe potuto essere ben diversa: affrontare l’ emergenza immediata, come si è fatto, e, ad un tempo, preparare almeno i progetti urbanistici di ricostruzione e restauro per un prossimo futuro, fissato in calendario, cominciando dagli edifici pubblici, oggi tutti abbandonati, apprestare una legislazione rapida per facilitare l’ iniziativa privata di recupero, reperire i fondi indispensabili senza rigettare la leva fiscale straordinaria.

Soprattutto puntellare da subito gli edifici pericolanti ed operare quegli interventi rapidi per tamponare il degrado ulteriore che, con l’ avvento prossimo della stagione fredda, è nell’ ordine delle cose. Non lo si è fatto ma l’ operazione mass-mediatica è egualmente vincente. Berlusconi con il supporto di Bertolaso e del G8 è riuscito a dare il meglio. La sinistra si trova in altre faccende affaccendata. Frattanto gli aquilani possono anticipare de visu lo scenario di una futura Pompei tra la Majella e il Gran Sasso e visitare la «zona rossa», il vecchio centro della città, dalla Villa Comunale a piazza Duomo, addentrarsi per via San Bernardino e via Castello, dove è stato aperto un passaggio, sgombrando le rovine qualche metro in là.

Come in un museo il transito, naturalmente pedonale, è permesso ai visitatori per qualche ora al giorno, sotto la sorveglianza dei pompieri. Dalle case abbandonate, dai negozi chiusi, dalle chiese in rovina non può venire alcun segno di vita. – MARIO PIRANI

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Ma nel cuore antico dell’ Aquila 1.500 edifici vanno in rovina

di Jenner Meletti, da “la Repubblica” del 30/9/2009

L’ AQUILA – Si sente soltanto l’ abbaiare dei cani. In via Pavesi, con i muri gonfi e tremolanti, l’ unico segno del passaggio dell’ uomo sono le piccole scatole piene di veleno per topi.

«Guardi, quella è la mia chiesa, Santa Maria di Paganica. Qui sono stato battezzato e andavo a lezione di latino dal parroco. In tv non si vede mai, perché non è stato fatto nulla. La cupola non c’ è più, manca mezzo tetto, l’ interno è solo un mucchio di macerie».

Angelo Pica Alfieri, 41 anni, abita qui vicino, nel palazzo che porta i suoi cognomi. A piano terra la libreria Colacchi, un laboratorio di ceramica, studi di professionisti. Sopra il piano nobile, gli appartamenti di studenti. Ora ci vive solo il gatto Rossetto. «Dopo la scossa mio padre Fabrizio non ha più voluto vedere il palazzo. Ha 79 anni e dice che non riuscirà a tornare nella sua casa. Io ho 41 anni e so che per almeno dieci anni sarò uno sfollato, come tutti gli abitanti del centro storico».

Ieri è stata aperta la prima new town aquilana. Le luci accese sulle case antisismiche mettono ancor più in ombra un centro storico da troppi mesi trasformato in un deserto.

«Se non si interviene subito – dice Eugenio Carlomagno, che dirige l’ Accademia di Belle Arti – dopo l’ inverno non troveremo più almeno la metà delle nostre case. Semplicemente, non troveremo più l’ Aquila in cui siamo nati. Solo in centro, ci sono 1.500 palazzi, chiese e altri monumenti vincolati. Stanno andando in rovina. Non riusciranno a resistere alla pioggia, alla neve e al gelo dell’ inverno, che entreranno attraverso i tetti spezzati e i ventimila camini rotti e spenti».

«Zona rossa», è scritto sui cartelli che vietano l’ accesso. Potrebbero scrivere: «Zona archeologica», perché presto qui si potrà studiare la vita degli aquilani prima del terremoto. Sulla chiesa di San Pietro di Coppito hanno messo un telone. Il palazzo di fronte è senza tetto. Si vede il cielo anche a palazzo Porcinari. Basta allontanarsi di pochi passi dalle strade e dalle piazze mostrate in televisione (piazza Duomo, la chiesa delle Anime Sante, la basilica di Collemaggio…) per trovare un’ Aquila spettrale.

Le macerie bloccano l’accesso a via del Capro e a decine di altri vicoli. La facciata di palazzo Ardinghelli, secolo XVIII, nasconde un cumulo di rottami. In via San Pietro una Ford schiacciata fa da puntello a un muro pericolante. Il centro storico è oggi un castello di Lego. Se togli un pezzo, ne crollano altri dieci. I palazzi alti, con i muri gonfi, minacciano di cadere sulle case vicine. Anche i comitati del centro hanno partecipato ieri a un piccolo corteo di protesta. «No allo spopolamento. Ricostruzione agli aquilani». «Casa: uno su cinque ce la fa», raccontavano gli striscioni. «Senza lavoro non si riparte».

Il palazzo Pica Alfieri è uno dei pochi «fortunati». Qui infatti sono iniziati i lavori di puntellamento. «Saranno stati spesi 200.000 euro, ma ancora non sappiamo se il palazzo, acquistato dalla mia famiglia nel 1680, potrà essere salvato». Per la prima volta mostra le antiche stanze. I soffitti crollati schiacciano un «cassettone nuziale», tavoli, scrivanie, l’ altare della cappella privata… Crepe nei muri e nei pavimenti. Nel cortile grande sono raccolti i pezzi del balcone cadutoe dei cornicioni.

Non si sa nulla, del futuro di questo e delle altre centinaia di palazzi storici. «Quello che mi spaventa- dice Angelo Pica Alfieri- è la mancanza di un progetto. Il centro è il motore della città: non può vivere in un limbo». I vigili del fuoco impegnano ogni loro forza. Stanno liberando dalle macerie la prefettura, con la scritta spezzata «Palazzo del governo» che è diventata simbolo di questa tragedia.

Come funamboli, i Saf (speleo alpinisti fluviali) «volano» attorno all’ abside di Santa Giusta per stringerla fra corde di acciaio ed evitare lo «spanciamento». Ma attorno, in gran parte delle strade e dei vicoli, c’ è solo l’abbaiare dei cani.

«Abbiamo chiesto- dice Eugenio Carlomagno – che sia costituita un’agenzia, con ingegneri, economisti, architetti, geologi. Deve fare subito progetti precisi e concreti. Deve dividere il centro in comparti, decidere dove abbattere, dove puntellare, dove iniziare la ricostruzione». Oltre le reti che chiudono la zona rossa, centinaia di turisti. Ci sono anche i gruppi organizzati. Per il «macerie tour» non c’ è nemmeno il biglietto d’ ingresso. (Jenner Meletti)

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ALL’AQUILA NUOVE CASE OK CENTRI STORICI A RILENTO

Di Alessandro Arona, da “IL SOLE 24 ORE” del 15/9/2009

Una strada carrabile di campagna, larga circa cinque metri e lunga 300, divide il passato di Onna dal suo presente.

La piccola frazione dell’Aquila è stata quasi completamente distrutta dal terremoto del 6 aprile, con 40 persone morte su 300 abitanti e su un totale di 308 vittime del sisma. Se dalla stradina si guarda verso est si vedono i palazzi crollati o pericolanti e i mucchi di macerie, ancora tutte ammassate nelle vie e piazze. Le transenne dei Vigili del fuoco impediscono il passaggio a chiunque. Una sola casa, ai margini del centro, è abitata, ma senza luce e gas, una sola altra è agibile, ma serviranno piccoli lavori per poterci tornare.

Guardando dalla parte opposta verso ovest, si vedono le 47 casette di legno, per 94 alloggi, donate dalla Croce rossa italiana e realizzate dalla Provincia autonoma di Trento, che saranno oggi inaugurate dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Alle 15 si consegneranno le chiavi alle 94 famiglie che avevano la residenza a Onna. Entro fine settembre saranno pronti e consegnati in tutto i.600 alloggi nelle casette di legno (i Map) e circa 350 alloggi, per duemila persone, negli edifici prefabbricati del progetto «Case», acronimo inventato dalla Protezione civile che sta per «complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili».

Entro dicembre saranno pronti tutti gli altri, i restanti 1.900 moduli. Map e i 4.000 alloggi «Case». Altri 500 aggiuntivi, da decidere oggi, saranno pronti a inizio 2010.

Quella piccola strada di Orma, nella giornata di ieri ancora affollata oltre misura di camion, escavatori e altri mezzi di cantiere, è anche la schematica fotografia dello stato della ricostruzione post terremoto all’Aquila e negli altri 55 comuni colpiti Da una parte gli edifici e le casette prefabbricate, che stanno sorgendo in decine di siti con un rispetto dei tempi e delle previsioni che ha del sorprendente per il nostro mercato dei lavori pubblici. Un esperimento, voluto da Guido Bertolaso e progettato dalla Fondazione Eucentre, destinato probabilmente a fare scuola.

Dall’altra parte la ricostruzione vera e propria, quella delle case private, che ha faticato nei mesi scorsi a trovare un assetto tecnico e normativo efficace e che sconta oggi un paio di mesi di ritardo.

L’ordinanza 3779 per la ricostruzione leggera, sugli edifici B e C (parzialmente o temporaneamente inagibili) è stata firmata il 6 giugno, pubblicata il 10, con scadenza per le domande e per i progetti dei privati fissata al 10 settembre.

Si tratta di interventi non strutturali, eseguibili al massimo in due mesi. L’obiettivo era poter realizzare questi interventi, tramite affidamenti diretti da parte dei privati alle imprese, prima dell’inverno. Ma l’obiettivo si è rivelato troppo ottimistico.

Sollecitata dal comune dell’Aquila e dai professionisti locali la Protezione civile ha dovuto emanare il 23 luglio indirizzi tecnici a integrazione dell’ordinanza e soltanto a fine agosto è stato definito dalla regione il nuovo prezzario per la ricostruzione, necessario a dare a progettisti e imprese la guida per i preventivi. La scadenza per la presentazione delle domande sulle case B e C è stata cosi spostata al 27 ottobre.

Ora tuttavia anche questo fronte si sta muovendo. «Abbiamo finalmente messo a posto tutti tasselli – sostiene il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente e devo dire che nelle ultime settimane è migliorata la collaborazione con la Protezione Civile».     Aggiunge l’ingegner Mario Di Gregorio, responsabile dell’ufficio ricostruzione del comune:

«Finora sono arrivate 464 domande su immobili B e 48 su immobili C. Sono di singoli proprietario ma spesso anche di condomini».     Le famiglie con alloggi B sono in tutto 9.100, quelle con case C sono 944. «Ora – aggiunge Di Gregorio – sta arrivando il vero boom: arrivano domande dalle 8 alle 20. Con le 15 persone di Fintecna a fare il front office con il pubblico si sta lavorando bene.

Il comune ha per ora 13 persone ad esaminare le domande e altre 15 saranno assunte con risorse dello Stato».

Parlare di ritardo, anche se solo sulla ricostruzione privata, non fa ovviamente piacere agli uomini della Protezione Civile, impegnati da mesi praticamente senza riposo. «Mi sembra eccessivo parlare di ritardo a soli sei mesi dal sisma» – ribatte il professor Bernardo De Bernardinis, vicecommissario all’emergenza Abruzzo, braccio destro di Guido Bertolaso all’Aquila. «In Umbria – prosegue De Bemardinis i primi provvedimenti sulla ricostruzione sono arrivati 12 mesi dopo.      Serviva un miscuglio di fiducia, comprensione reciproca e certo anche una limatura dei processi.

Ora i problemi sono stati risolti e dunque non ci sono più giustifcazioni a non partire. Fra l’altro trovo positivo che circa la metà delle domande private sia stata presentata chiedendo non il contributo diretto dello Stato, ma accettando il sistema del finanziamento agevolato a tasso zero ripagato dallo Stato alla Cassa Depositi e prestiti, che lo eroga». Per il proprietario non cambia nulla, ma lo Stato spalma in trent’anni la sua spesa. «Anche per questo dice De Bernardinis – serviva fiducia, è un bel segnale».

Non ci sono dubbi, invece, che sarà rispettato l’altro impegno del governo e di Bertolaso: svuotare le tendopoli entro settembre e spostare le famiglie con case distrutte o gravemente danneggiate (edifici E e F) non nei container, come sempre avvenuto per i precedenti terremoti, ma in case prefabbricate dalle caratteristiche di abitazione definitiva.

Si tratta di un modello costruttivo molto diffuso in Austria e Germania, in Italia limitato pressoché alle province di Bolzano e Trento. Le strutture degli edifici sono prefabbricate, costruite in stabilimento da ditte specializzate, ma rivestite di intonaco e con finiture simili alle case tradizionali.

Per affrontare una produzione di questa entità, 4.000 alloggi in pochi mesi, la Protezione Civile ha ammesso l’utilizzo di diverse tecnologie: i prefabbricati scelti dalle varie imprese sono dunque in metallo, legno, calcestruzzo armato. Vedendo le case “al grezzo” la differenza è evidente, ma scompare entrando negli alloggi finiti.

Sono a questo punto gli alloggi di Cese di Preturo, una delle 19 frazioni dove il comune dell’Aquila ha deciso di localizzare i nuovi edifici del progetto «Case». «Qui ci sono in tutto 20 edifici – ci spiega l’ingegner Massimo Lardera (Consorzio For Case, Protezione Civile) – e 13-14 saranno pronti a fine mese.  Ospiteranno circa 2.000 persone».      Il cantiere è ancora in piena attività per le opere di urbanizzazione e gli spazi pubblici.

«Dopo le prime consegne del 28 settembre – spiega il professor Gian Michele Calvi, presidente della Fondazione Eucentre, ente legato alla Protezione Civile e responsabile dell’operazione «Case» – le abitazioni arriveranno per blocchi di 2-3000 persone ogni 15-18 giorni, fino a fine dicembre».

La seconda novità del progetto «Case» è che ciascun edificio è montato su piastre “isolate sismicamente”, che lo fanno oscillare salvandolo dal terremoto.

Due imprese italiane, la Fip di Padova e la Alga di Milano, sono leader mondiali in questa tecnologia, ma finora l’avevano utilizzata pochissimo in Italia. «Le fondazioni costano un 20% spiega Calvi – ma l’aumento sui costi totali è nell’ordine del 4%.

Alla fine le case, gli edifici, ci costano 1.167 euro al metro quadro, come o un po’ meno rispetto all’edilizia tradizionale». Realizzate, però, in sei mesi.

Per far questo si lavora su due o anche tre turni, con tremila lavoratori attivi oggi, destinati a salire a 6.500 a fine mese. Nonostante questo, sulla sicurezza e il rispetto delle regole di cantiere tutto fila liscio. A raccontarlo sono gli stessi sindacati. «L’edilizia all’Aquila – racconta Rita Innocenzi, segretario degli edili della Cgil all’Aquila – era fatta finora di imprese con 2-3 addetti e scarsissimo rispetto delle regole e della sicurezza. Nei cantieri Case tutto sta invece funzionando quasi alla perfezione, con addetti alla sicurezza attenti e severi.  Questo dimostra che questi obiettivi si possono raggiungere: ora pretenderemo lo stesso rigore nei piccoli cantieri della ricostruzione privata».

Il centro storico dell’Aquila è tuttavia ancora in gran parte transennato e deserto, e l’ordinanza per la ricostruzione ancora non si vede. «Credo arriverà in tempi rapidi», assicura il vicecommissario De Bernardinis.

«Il centro storico si deve ricostruire – incalza il sindaco Cialente – ma è giusto completare con i tempi necessari gli esami di microzonazione (l’esame della risposta dei vari terreni al sisma, ndr) e fare in assoluta sicurezza la ricostruzione».

Ora fra l’altro, da qui all’inizio del 2010, la Protezione Civile e i comuni colpiti saranno ancora alle prese con una intensa fase di emergenza. L’obiettivo di svuotare i campi entro settembre e i due mesi di ritardo sulla riparazione degli edifici con danni lievi hanno reso necessario mettere in campo un insieme di nuovi modelli alloggiativi di complessa gestione. Le famiglie che abitavano in case distrutte. o con danni gravi avranno gli alloggi «Case» o moduli di legno Map, ma le consegne saranno scaglionate nei prossimi mesi, dunque nel frattempo passeranno dalle tende; o dagli alberghi sulla costa, ad alberghi all’Aquila (il 75% dei posti è stato riservato agli sfollati da un accordo nei giorni scorsi).

Poi, su spinta dello stesso comune, il prefetto Franco Gabrielli ha previsto la requisizione degli alloggi liberi che i proprietari non accetteranno volontariamente di affittare. Altra misura: i costruttori hanno ceduto a un fondo immobiliare i loro alloggi in fase finale di costruzione o invenduti, anch’essi per affittarli.

«In tutto le due iniziative – spiega de Bernardinis – dovrebbero valere circa 1.000 alloggi». Serviranno infine anche circa 800 alloggi della caserma di Coppito.

Resta infine aperta la questione dell’entità dei rimborsi. Solo i proprietari di abitazione principale avranno il rimborso al 100 %, mentre negli altri terremoti il rimborso era stato integrale, per le parti strutturali, per tutti i proprietari. I 56 sindaci torneranno probabilmente all’attacco in sede di legge Finanziaria. (Alessandro Arona)

…………..

Quell’ Abruzzo che è rimasto al 6 aprile

di Jenner Meletti, da “la Repubblica” del 15/9/2009

Si sono riuniti ieri alle 18, puntuali. I consiglieri della «Circoscrizione n.10 – Paganica» sono stati convocati dal loro presidente, Ugo De Paulis, per discutere questioni importanti, elencate nell’ Odg con protocollo numero 41.

«Richiesta recupero macerie e riapertura percorsi nel centro storico. Richiesta autorizzazione per posizionamento temporaneo chiesa in legno in località San Giustino. Richiesta case in legno per Pescomaggiore, Paganica e altre località della Circoscrizione». Il presidente De Paulis è scuro in volto. «Ma come si fa a discutere di “recupero macerie” il 14 settembre, cinque mesi e mezzo dopo il terremoto? Perché dobbiamo chiedere oggi che ci portino casette di legno in cui ripararci e una chiesa fatta con assi di pino per pregare? Paganica è stata sigillata il 6 aprile, come un pacco postale, e ancora non è stata riaperta. Si doveva discutere il 7 o 8 aprile, questo ordine del giorno.

Solo così avremmo potuto ricominciare». Oggi il premier Silvio Berlusconi arriverà a due chilometri da qui. Consegnerà 94 alloggi in casette di legno – costruite dalla Provincia di Trento con un finanziamento della Croce rossa – ai 200 sopravvissuti di Onna. Lenzuola firmate, una torta con spumante e un biglietto di auguri: «Serena vita nella nuova casa». «E così – dice Ugo De Paulis – chi guarda la tv penserà che qui tutto è stato risolto.

E invece Paganica sta morendo e come noi stanno morendo i centri storici dell’ Aquila e delle sue 64 frazioni. C’ è anche chi sta peggio di noi: nel centro di Tempera, ad esempio, non è rimasta pietra su pietra. E pure noi rischiamo di perdere tutto: un centro senza abitanti diventa un cimitero. Le case che sono rimaste in piedi rischiano di essere abbattute dalle altre abitazioni pericolanti». Manca solo la cenere, nella nuova Pompei di Paganica. Le strade sono però invase da pietrisco e polvere portate giù dalla parte alta del paese dagli ultimi temporali. Come in una macchina del tempo, sembra di tornare al 6 aprile. Il silenzio è assoluto. In via Roma 2 c’ è una casa di tre piani i cui muri si stanno piegando verso un’ abitazione più bassa, intatta, al civico 3.

Una scossa, o il vento di una burrasca, faranno crollare i muri e distruggere anche la casa agibile. Nel vicolo Sdrucciolo dei Perigli ci sono metri di macerie. Anche vico del Golfo è bloccato dalle pietre. In vicolo del Pizzicagnolo le macerie coprono una Fiat bianca. In via degli Angeli il palazzo al civico 44 sta crollando sulle case del 38e del 40. «Ormai l’ invernoè alle porte e ci chiediamo: cosa troveremo a primavera? Qui bisogna portare via le macerie, abbattere le case pericolanti, riaprire almeno alcune strade. Si sono persi troppi mesi e noi stiamo perdendo anche la speranza di rientrare nelle nostre case. Nel disastro, eravamo stati fortunati. Abbiamo avuto cinque morti, a Paganica, ma solo perché quella sera c’ era la Via Crucis nel centro storico e alle 23, quando si stava tornando a casa, è arrivata una forte scossa. Tanti allora si sono messi a dormire in macchina o nelle aie».

Ci sono ancora le locandine sui muri. Annunciano i «Festeggiamenti in onore di S. Giustino patrono e Santa Maria d’ Appari». «Fino al 1927 eravamo un Comune – dice Ugo De Paulis – ora siamo una frazione e non contiamo nulla. L’ Aquila pensa solo a se stessa. Le ordinanze che autorizzano i lavori sono arrivate soltanto a luglio, i soldi per la ricostruzione sono stati stanziati solo per le case fuori dalle “zone rosse”. Questo, per Paganica e tutti gli altri centri, è un certificato di morte». Ottomila abitanti, nella circoscrizione. Tremila nelle tende, 2.000 al mare, 3.000 nelle case o «lì attorno, dentro a casette o container».

Milleottocento persone andranno nella Case con le piattaforme antismiche, gli altri passeranno l’ inverno in hotel o in quelle case che, come per miracolo, sono tornate agibili. In tutto l’ aquilano fino a tre giorni fa non si poteva entrare nelle abitazioni classificate B e C, poi un’ ordinanza ha stabilito che si può rientrare mentre sono ancora in corso i lavori di riparazione.

Fatti i conti, ci si è accorti che i 15.000 posti letto nelle Case (che dovrebbero essere pronti entro Natale) non sarebbero bastati per le 36.354 persone ancora assistite dalla Protezione civile in tendopoli, hotel o case private. «Siamo allo sbando – dicono i Comitati dell’ Aquila, 3,32, Rete Aq, Collettivo 99 e Colta, in una lettera inviata al Presidente della Repubblica- perché non siè saputoe non si è voluto dare priorità alla ricostruzione ma alla costruzione del nuovo. E così le comunità sono smembrate e il centro storico resta immerso in un silenzio spettrale».

Anche le «zone rosse» di San Gregorio, Fossa, San Demetrio e di decine di altri Comuni e frazioni sono ferme, come in un tragico flashback, all’ alba del 6 aprile. «Noi della Protezione civile – dice Bernardo De Bernardinis, vice capo del dipartimento – abbiamo dovuto affrontare l’ emergenza, e l’ abbiamo fatto. Entro la fine dell’ anno 25 – 30.000 persone avranno un tetto, non un container. Nel centro storico aquilano abbiamo lavorato per la messa in sicurezza di chiese ed edifici pubblici. Anche in altri centri stiamo lavorando perché si possano raggiungere, in sicurezza, le case ancora agibili. Ma per la ricostruzione del centro storico aquilano il sindaco è il soggetto attuatore.

E per tutta la ricostruzione, quella detta pesante, la delega è affidata al presidente della Regione, sempre in concerto con il sindaco». Ma c’ è chi non vuole più aspettare. «In queste ore – dice Eugenio Carlomagno, direttore dell’ Accademia di Belle arti e fra i fondatori dell’ associazione Centro storico da salvare – si sta discutendo ancora dove mettere le macerie della città, come se la scossa fosse arrivata ieri. Il sindaco aspetta Renzo Piano e gli architetti giapponesi. Noi diciamo che qui non deve arrivare nessuno: dobbiamo darci da fare,e subito. Facciamo consorzi, fra pubblico e privato, cominciamo a togliere le macerie, ad abbattere le parti pericolanti, a ricostruire. L’ inverno è alle porte. La neve negli anni scorsi è stata tenuta lontano dal centro storico perché 20.000 camini buttavano calore. Quest’ anno i camini sono spenti e rotti, e faranno entrare la pioggia. Il freddo – qui si va anche a meno 10 – farà gelare l’ acqua e spaccherà le pietre. Alcuni privati hanno cercato di coprirei tetti rotti con dei teloni di plastica, ma il primo vento forte li spazzerà via. E si buttano via i soldi. Si spendono anche 300.000 euro per mettere in sicurezza un palazzo, poi se ne dovranno spendere 150.000 per smontare i ponteggi e solo allora si farà l’ abbattimento. Perché non farlo subito, questo abbattimento?».

La speranza è ormai merce rara, fra le antiche pietre dell’ Aquila. «Le banche hanno fatto un accordo con la Cassa depositi e prestiti per finanziare con 2 miliardi la ricostruzione. Ma noi del centro storico siamo tagliati fuori. Quando saremo autorizzati a chiedere un finanziamento, ci diranno: siamo spiacenti, i denari sono finiti». (Jenner Meletti)

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