Il premio Nobel per l’economia a Elinor Ostrom: riconoscimento alla teoria che “economia, sviluppo e ambiente” sono uniti, e il mondo si salva se ci saranno autorità e democrazie partecipative in grado di ben governare il nostro presente e il futuro

Elinor Ostrom
Elinor Ostrom

In questo aspetto bonario, gioviale e gentile di questa anziana signora della foto, c’è  una “grande testa pensante”, una studiosa che ha ricercato e sta studiando (assieme a molti altri suoi collaboratori) un tema strategico per il nostro presente e futuro, cioè come gestire i “beni collettivi”, le risorse fondamentali per poter vivere (noi e le future generazioni) nel nostro pianeta.

E la Reale Accademia delle Scienze di Svezia il 12 ottobre ha assegnato a lei (parliamo di Elinor Ostrom) il premio Nobel per l’economia per il 2009 assieme a un altro economista americano, Oliver Williamson.  Elinor è la prima economista donna a essere insignita del prestigioso riconoscimento. Il premio è stato dato a questi due studiosi (che non hanno mai lavorato assieme, pertanto ciascuno su ambiti diversi) per le loro ricerche sull’organizzazione della cooperazione nella governance economica (cos’è cercheremo di spiegarlo meglio qui di seguito, perché è cosa importante). In particolare, si legge nella motivazione, per aver dimostrato come la proprietà pubblica possa essere gestita dalle associazioni di utenti.

Elinor Ostrom, prima donna Nobel per l’economia, è nata nel 1933, e insegna alla Indiana University di Bloomington, cittadina di poco più di 70.000 abitanti nello Stato appunto dell’Indiana (verso il nord-est degli USA). Elinor ha studiato e sta studiando in particolare un tema che risulta strategico nelle nostre comunità e nella visione del mondo visto come oramai unico villaggio globale. Cioè come gestire i “beni comuni”, ad esempio beni strategici come l’acqua, l’energia; passando per i grandi temi del CLIMA e delle sue variazioni dovute all’azione umana; l’aria che respiriamo, e via immaginando tutti quelli elementi (macro e micro) che fanno parte essenziale della nostra vita (“i beni collettivi”) e che da tempo c’è un grande dibattito (e scelte politiche spesso già decise e controverse come in Italia la cosiddetta “privatizzazione dell’acqua”) se queste cose possono essere gestite da privati o devono essere solo in mano pubblica. La soluzione  e la scelta è più complessa di quel che a volte si vuol semplificare magari “ideologicamente”, da una parte o dall’altra degli schieramenti politici. Entrambi, “il privato” e “il pubblico”, possono sprecare, rovinare, gestire male risorse essenziali per la vita delle persone.

Elinor Ostrom tenta di dare (dà, con il suo libro più famoso “Governing the Commons”) una soluzione più argomentata, dimostrando con le sue ricerche sociologiche ma anche antropologiche (va a vedere economie primitive, semplici, diverse, che seppur in modo residuo ci sono ancora nel pianeta, come nelle riserve di caccia degli Indiani d’America, o le comunità di pescatori africani, o la condivisione delle acque sotterranee in qualche remoto sistema agro-silvo-pastorale nepalese…), da questi esempi “essenziali”, osservandoli scientificamente e rispettosamente, si può vedere come ci sia una possibilità di mantenimento e sviluppo per i beni comuni, collettivi, di tutti, diverso dallo scontro ideologico se darle in gestione al privato o mantenerle “al pubblico”.

C’è la possibilità che esse rimangano in ogni caso collettive, a disposizione di tutti, se esiste appunto una forte “governance democratica” che controlli l’uso di questi beni essenziali alla nostra vita: una comunità ben conscia dei diritti ma anche dei doveri che tutti hanno (devono avere) nei confronti di quei beni comuni preziosi per la sopravvivenza delle persone e per le future generazioni. Messa così sembra cosa banale, ma gli studi della Ostrom sono di grande complessità scientifica, e assumono in questo momento inevitabilmente un connotato politico sulle scelte da fare oggi e nel prossimo futuro; dove appunto economia e salvaguardia ambientale devono essere la stessa cosa, se “economia” significa creare ricchezza per le persone.

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ELINOR  OSTROM  E  LA  RIVINCITA  DELLE  PROPRIETA’  COMUNI (da “LaVoce.info -di Antonio Massarutto13.10.2009)

Il premio Nobel a Elinor Ostrom riconosce l’importanza di aver ipotizzato l’esistenza di una terza via tra Stato e mercato. Quella di Ostrom è una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Una lezione di particolare importanza oggi a proposito dei beni collettivi globali, come l’atmosfera, il clima o gli oceani.

Uno dei dogmi fondativi della moderna economia dell’ambiente è la cosiddetta “tragedy of the commons”, risalente a Garrett Hardin. Secondo questa impostazione, se un bene non appartiene a nessuno ma è liberamente accessibile, vi è una tendenza a sovrasfruttarlo. L’individuo che si appropria del bene comune, deteriorandolo, infatti, gode per intero del beneficio, mentre sostiene solo una piccola parte del costo (in quanto questo costo verrà socializzato). Poiché tutti ragionano nello stesso modo, il risultato è il saccheggio del bene. Analogamente, nessuno è incentivato a darsi da fare per migliorare il bene, poiché sosterrebbe un costo a fronte di un beneficio di cui non potrebbe appropriarsi che in parte.
UNA TERZA VIA TRA STATO E MERCATO
Il ragionamento di Hardin partiva dall’esempio delle enclosures inglesi, precondizione della Rivoluzione industriale. La recinzione delle terre comuni, in questa visione, costituiva il necessario presupposto di una gestione razionale ed efficiente: mentre in regime di libero accesso il pascolo indiscriminato stava portando alla rovina del territorio, il proprietario privato, in quanto detentore del surplus, aveva l’interesse a sfruttare il bene in modo ottimale e a investire per il suo miglioramento.
Quando non vi sono le condizioni per un’appropriazione privata, deve essere semmai lo Stato ad assumere la proprietà pubblica. Solo i beni così abbondanti da non avere valore economico possono essere lasciati al libero accesso; per tutti gli altri occorre definire un regime di diritto di proprietà privato o pubblico.
Il merito di Elinor Ostrom è stato quello di ipotizzare l’esistenza di una “terza via” tra Stato e mercato, analizzando le condizioni che devono verificarsi affinché le common properties non degenerino. Ostrom prende le mosse dal lavoro di uno di quei precursori-anticipatori, troppo eterodossi per essere apprezzati nell’epoca in cui scrivevano: lo svizzero tedesco, naturalizzato americano, Ciriacy-Wantrup, che ancora negli anni Cinquanta osservava che vi sono nel mondo molti esempi di proprietà comuni che sfuggono al destino preconizzato da Hardin, come ad esempio le foreste e i pascoli alpini. Distingueva appunto le “common pool resources” (res communis omnium) dai “free goods” (res nullius): nel primo caso, pur in assenza di un’entità che possa vantare diritti di proprietà esclusivi, a fare la differenza è l’esistenza di una comunità, l’appartenenza alla quale impone agli individui certi diritti di sfruttamento del bene comune, ma anche determinati doveri di provvedere alla sua gestione, manutenzione e riproduzione, sanzionati dalla comunità stessa attraverso l’inclusione di chi ne rispetta le regole e l’esclusione di chi non le rispetta.
Su queste fondamenta poggia l’edificio concettuale della Ostrom, la cui opera più importante, Governing the Commons, sviluppa una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Analisi che intreccia con grande profondità e intelligenza la teoria delle istituzioni, il diritto, la teoria dei giochi, per lambire quasi le scienze sociali e l’antropologia.
Il campo di applicazione delle ricerche sviluppate in questo filone può far storcere il naso: dalle risorse di caccia degli Indiani d’America alle comunità di pescatori africani, o alla condivisione delle acque sotterranee in qualche remoto sistema agro-silvo-pastorale nepalese.

Ma come spesso succede, applicare il concetto di base a un oggetto semplice consente di mettere a fuoco concetti e teorie di portata molto più generale.
Non a caso, la lezione della Ostrom è di particolare importanza oggi, a proposito dei global commons, come l’atmosfera, il clima o gli oceani. Per applicare la ricetta di Hardin a questi beni, infatti, ci mancano sia un possibile proprietario privato, sia un soggetto statale in grado di affermare e difendere la proprietà pubblica. Il diritto internazionale, in questa prospettiva, altro non è che un sistema di governance applicato a un bene comune, e non vi è soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra per raggiungere un qualsiasi risultato in termini di lotta ai cambiamenti climatici.
Ma è importantissima anche in quei casi – si pensi alla falda acquifera sotterranea e più in generale alla regolamentazione delle fonti di impatto ambientale diffuse – in cui un principio di proprietà pubblica è in astratto possibile e nei fatti esistente, almeno sulla carta; ma la sua attuazione effettiva si scontra, da un lato, con l’enormità dei costi amministrativi (in Italia ci sono centinaia di migliaia di pozzi privati che bisognerebbe monitorare per applicare la norma), dall’altro con la difficoltà politica di vietare comportamenti che sono prassi consolidate percepite come diritti.
UNA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA
Il lavoro di Ostrom trova punti di contatto con la teoria dei giochi, in particolare con quei filoni di ricerca che attraverso il concetto di gioco ripetuto mostrano come gli esiti distruttivi e socialmente non ottimali (equilibri di Nash, di cui la stessa “tragedy of the commons” è in fondo un esempio) possano essere evitati se nella ripetizione del gioco gli attori “scoprono” il vantaggio di comportamenti cooperativi, che a quel punto possono essere codificati in vere e proprie istituzioni. È interessante anche notare come il “comunitarismo” della Ostrom trovi qui un punto di contatto con “l’anarchismo” antistatale; ma Ostrom enfatizza piuttosto l’importanza della comunità, della democrazia partecipativa, della società civile organizzata, delle regole condivise e rispettate in quanto percepite come giuste e non per un calcolo di convenienza.
Non mi risulta che Ostrom si sia mai occupata di finanza, ma è quanto meno singolare la coincidenza del premio con la ri-scoperta dell’importanza del capitale sociale e delle regole condivise per il buon funzionamento dei mercati. Forse anche la crisi finanziaria che stiamo vivendo altro non è che un esempio di “saccheggio” di una “proprietà comune”, la fiducia degli investitori, per ricostruire la quale servirà qualcosa di più di una temporanea iniezione di capitale nel sistema bancario.

dalle risorse di caccia degli Indiani d’America alle comunità di pescatori africani, o alla condivisione delle acque sotterranee in qualche remoto sistema agro-silvo-pastorale nepalese. Ma come spesso succede, applicare il concetto di base a un oggetto semplice consente di mettere a fuoco concetti e teorie di portata molto più generale.
dalle risorse di caccia degli Indiani d’America alle comunità di pescatori africani, o alla condivisione delle acque sotterranee in qualche remoto sistema agro-silvo-pastorale nepalese. Ma come spesso succede, applicare il concetto di base a un oggetto semplice consente di mettere a fuoco concetti e teorie di portata molto più generale.
(di Antonio Massarutto 13.10.2009, da http://www.lavoce.info/ )

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Nobel. Economia, premiato il sociale

12 ottobre 2009, da http://web.vita.it/news/

È Elinor Ostrom, teorica dei beni collettivi. Insieme a lei premiato Oliver Williamson

Il primo Nobel del dopo crisi è andato a due caposcuola – americani anche questa volta – dell’impegno sociale e del ruolo dell’impresa. Elinor Ostrom, 76 anni, è la prima donna all’Università dell’Indiana (Bloomington) ha creato una scuola che studia l’interazione tra società, risorse, ecosistema. Il suo è quindi un Nobel alla luce di economia, sviluppo ed ecologia e non c’è dubbio che la Olstrom sarà celebrata non solo a Stoccolma ma al prossimo appuntamento Onu sull’ambiente, a dicembre, a Copenhagen.

Oliver Williamson, 77 anni, che insegna a Berkeley, nella University of California, è invece il creatore della cosidetta Economia Neo-Istituzionalista. Williamson sostiene che ogni organizzazione economica nasce dal tentativo di minimizzare costi di transazione in contesti caratterizzati da contratti incompleti, investimenti specifici, razionalità limitata e opportunismo. Tale circostanza comporta che ogni organizzazione economica soffre di un problema di contrattazione incompleta.

La Ostrom, spiega il comitato, «ha dimostrato come i beni pubblici possono essere gestite in maniera efficace delle associazioni di utenti». Oliver E. Williamson, ha vinto invece «per la sua analisi della governance economica, in particolare i confini di un’impresa».

Un libro fondativo. Della Ostrom in Italia è sttao pubblicato un testo importante Governare i beni collettivi. Istituzioni pubbliche e iniziative delle comunità (Marsilio). «Uno dei libri più importante e più letti dagli economisti di oggi», spiega a Vita.it Carlo Borzaga, docente a Trento, presdiente di Euricse, uno dei maggiori studiosi della cooperazione sociale. «Il premio alla Olstrom è il segno che sta emergendo un nuovo mainsteram che ripensa i modelli economici, come unica via per uscire dalla crisi».

La Ostrom sostiene che una delle questioni più antiche e controverse nel campo della gestione di beni comuni della collettività: come l’utilizzo di risorse comuni può essere organizzato in modo da evitare sia lo sfruttamento eccessivo sia costi amministrativi troppo elevati. Ostrom sostiene con vigore l’esistenza di soluzioni alternative alla “privatizzazione” e la possibilità di creare istituzioni di autogoverno permanenti.

Governing the commons è un classico della letteratura in materia. Pubblicato dalla Cambridge University Press nel 1990, è stato poi tradotto in diversi Paesi. Il volume affronta una delle questioni più antiche e controverse nel campo della gestione dei beni collettivi: come l’utilizzo di questi può essere organizzato in modo da evitare sia lo sfruttamento eccessivo sia costi amministrativi troppo elevati.

Ostrom sostiene, con vigore, l’esistenza di soluzioni alternative alla «privatizzazione», da una parte, e al forte ruolo di istituzioni pubbliche e regole esterne, dall’altra. Soluzioni, invece, fondate sulla possibilità di mantenere nel tempo regole e forme di autogoverno di uso selettivo delle risorse. L’econimista, che prende in considerazione una gamma molto ampia di casi – basa le sue conclusioni sul confronto di casi di successo e fallimento dell’autogoverno e identifica alcune caratteristiche fondamentali dei sistemi di gestione di risorse collettive che hanno avuto successo. Di qui la formulazione di veri e proprio «principi» da rispettare nell’uso delle risorse collettive. Data la complessità dei fenomeni empirici studiati e il tipo di teoria necessaria per spiegarli, è stato necessario uno studio approfondito dei casi di successo soprattutto per quel che riguarda l’interazione con gli utenti. La Ostrom insieme a un gruppo di ricerca, ha raccolto molteplici dati che sono stati inseriti in un apposito archivio. È stato selezionato un sottoinsieme più ridotto, destinato a ulteriori esami, codificazioni e analisi. Seguendo il metodo dell’«analisi istituzionale», che era risultato da precedenti lavori della Ostrom, sono stato necessari alcuni anni di lavoro soltanto per leggere un sufficiente numero di casi, studiare i precedenti tentativi di sintetizzare le conclusioni provenienti da campi specializzati e sviluppare i moduli di codificazione. Durante questo processo si è tentato di costruire e illustrare una teoria che fosse in grado di comprendere le costanti che si cominciavano a vedere leggendo questi diversi materiali. L’auspicio finale di Ostrom è che altri studiosi di scienze sociali continuino a monitorare e interpretare il fenomeno dei commons.

Anche i consumatori applaudono. “L’assegnazione del premio Nobel per l’Economia alla Ostrom può rappresentare un punto di partenza per lo sviluppo della partecipazione dei consumatori utenti nella gestione della proprietà pubblica – dichiara Carlo Pileri, presidente dell’Adoc – la crisi economico-finanziaria che ha scosso il pianeta può essere superata solo grazie all’apporto continuo, concreto e incisivo dei consumatori e delle Associazioni che li rappresentano, in Italia come nel resto del mondo”.

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Risorse comuni

da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Con l’espressione risorse comuni, beni comuni o commons si intendono beni utilizzati da più individui, rispetto ai quali si registrano – per motivi diversi – difficoltà di esclusione e il cui “consumo” da parte di un attore riduce le possibilità di fruizione da parte degli altri. Oggi il tema delle risorse comuni ha trovato un nuovo sviluppo, anche sulla spinta dell’attualità di argomenti quali il riscaldamento globale, la depauperazione di ecosistemi unici o la perdita di biodiversità, tutte risorse comuni dell’uomo e degli altri organismi viventi.

Le risorse comuni, pur presentando tratti che a volte le avvicinano ad altri tipi di beni, si distinguono da essi tanto concettualmente quanto per i problemi che pongono ai loro utilizzatori. All’interno della teoria dei commons viene utilizzata una classificazione dei beni in quattro categorie, costruite tramite l’incrocio di due variabili centrate sulla determinazione del rapporto tra bene e utilizzatori:

1) la difficoltà di esclusione di un individuo dalla fruizione del bene (escludibilità);

2) il fatto che il suo consumo da parte di un attore riduca o meno le possibilità di consumo degli altri (sottraibilità).

I beni pubblici – per definizione non escludibili e non sottraibili – costituiscono uno dei poli della tipologia presentata, mentre al polo opposto si collocano i beni privati. Due casi intermedi sono i beni di club (toll goods), caratterizzati da bassa sottraibilità e da facilità di esclusione, e le risorse comuni con difficoltà di esclusione alta e sottraibilità elevata. Da notare che non si tratta qui di categorie assolute, quanto di un “territorio” o – se si preferisce – di un piano cartesiano sul quale possono essere collocati i diversi tipi di beni reali a seconda delle loro caratteristiche, con ai poli i tipi puri, empiricamente difficili, anche se non necessariamente impossibili, da identificare.

Anche se l’analisi delle risorse comuni non nasce con Garrett Hardin, l’articolo del 1968 The Tragedy of the Commons costituisce tuttavia il punto di partenza del dibattito contemporaneo sull’argomento. Hardin – biologo di formazione, specialista del problema dell’incremento demografico mondiale – descrive in esso un modello che costituisce una “metafora” della pressione data dalla crescita incontrollata della popolazione umana sulle risorse terrestri, presentandolo quale “tragedia della libertà in una proprietà comune”.

La posizione di Hardin è, in sintesi, che gli utilizzatori di una risorsa comune sono intrappolati in un dilemma tra interesse individuale e utilità collettiva, dilemma da cui è possibile uscire solo con l’intervento di un’autorità esterna, di norma lo stato.

L’idea che esista un’unica via nella risoluzione dei problemi posti dalle RC – sia essa l’ipotesi statalista di Hardin o la suddivisione e la privatizzazione della risorsa, idea di matrice essenzialmente economica – è stata però messa in discussione da Elinor Ostrom e dai suoi collaboratori nel corso degli anni ’80 e, soprattutto, con la pubblicazione di Governing the Commons (E. Ostrom, 1990). In esso viene rilevato che, tanto la gestione autoritaria-centralizzata della RC quanto la sua privatizzazione, benché utilizzabili in determinate situazioni, non costituiscono la soluzione né sono prive esse stesse di problemi rilevanti.

In Governing the Commons, partendo dallo studio di casi empirici nei quali viene mostrato come gli individui reali non siano irrimediabilmente condannati a rimanere imprigionati nei problemi di azione collettiva legati allo sfruttamento in comune di una risorsa, è posta in discussione soprattutto l’idea che esistano dei modelli applicabili universalmente. Al contrario, in molti casi – storici e contemporanei – le singole comunità appaiono essere riuscite a evitare i conflitti improduttivi e a raggiungere accordi su una utilizzazione sostenibile nel tempo delle risorse comuni tramite l’elaborazione endogena di istituzioni deputate alla loro gestione.

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Sulla privatizzazione dell’acqua puoi leggere dal nostro blog:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/09/12/la-privatizzazione-dell%e2%80%99acqua-e-altri-servizi-alla-persona-e-di-fatto-avvenuta-come-ora-la-comunita-puo-garantire-i-cittadini-nella-tutela-di-servizi-fondamentali/

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