Quando il verde “è troppo” – l’abbandono dei territori porta al degrado di aree montane e pedemontane: invase da sterpaglia, con disequilibri pericolosi nel sistema idrogeologico, e non più facenti parte di una sapiente economia rurale

robinia pseudoacacia, pianta che cresce rapida, infestante
robinia pseudoacacia, pianta che cresce rapida, infestante

Sia chiaro che il problema della deforestazione, degli alberi e delle siepi tagliate per sviluppare un’economia agricola industriale estensiva (cioè non più a campi chiusi), degli alberi in città che soccombono al cemento… tutto questo è la realtà dei nostri giorni; e un ritorno al “piantare alberi” nei nostri luoghi di vita è fondamentale alla nostra sopravvivenza.

Ma qui vogliamo parlare di quel fenomeno opposto, non meno negativo, dell’abbandono dei luoghi usati una volta per il pascolo (in aree montane e pedemontane), dove fino alla metà del secolo scorso vi si svolgeva un’economia rurale sicuramente povera, poco redditizia e faticosa, ma che permetteva in quei luoghi un equilibrio ambientale che è andato perso quando le genti di quei posti se ne sono (purtroppo possiamo dire “giustamente per loro”) andate per lavorare in pianura, nelle città, nei “sistemi industriali urbani” (cioè nelle fabbriche e tutto quel che attiene all’epoca del benessere economico).

Grandi aree abbandonate alle sterpaglie, alla boscaglia. Un qualcosa di non più sapientemente guidato dai meccanismi virtuosi del rapporto “uomo-natura”. E cioè il “luogo” che lo è per i suoi tre elementi che lo fanno “vivo” e lo compongono, ciascuno diverso dall’altro: 1) la natura, l’ambiente che esso esprime da sempre; 2) l’artificio umano che lo ha reso adatto alle esigenze di vita della comunità lì presente; 3) gli accadimenti storici che in esso possono essere accaduti nei tempi. Ebbene, tutto questo che caratterizza un “luogo”, lo rende vivo e “unico”, originale rispetto a qualsiasi altro, in moltissime aree specie di montagna e pedemontane, non esiste più, a causa di un’abbandono che lo ha reso solo boscaglia impraticabile.

Altopiano del Cansiglio: l’avanzare del bosco anche su aree una volta a pascolo
Altopiano del Cansiglio: l’avanzare del bosco anche su aree una volta a pascolo

Anche qui dobbiamo dire che “potremmo decidere” di “lasciare a sè”, volutamente, un’area (alpina, appenninica), che cresca e viva selvaggiamente, senza alcun intervento anche virtuoso e rispettoso: che possa meglio diventare così rifugio di animali selvatici che lì trovano protezione e sicura “non presenza” antropica. E’ bene allora che ci siano anche “aree selvagge”. Ma sta a “noi” decidere quali e come.

Diverso è invece l’abbandono per la “non decisione”, in una condizione di degrado: il “non luogo” che viene a crearsi. Ed è questa la realtà che va cambiata al più presto. Alcune possibilità ci sono. Ad esempio la pulitaria dalla boscaglia per l’utilizzo della biomassa a fini calorici ed energetici (il cosiddetto “cippato”, cioè la triturazione del legno ad uso ad esempio del funzionamento delle caldaie). Oppure progetti di ripristino dell’allevamento e del pascolo alpino e pedemontano, per prodotti (come il latte e i suoi derivati) più sani con condizioni di vita degli animali più confacenti e naturali.

La stessa idea che si sta strutturando dell’attuale Ministro all’Agricoltura Zaia, di incentivare la nascita di aziende agricole fatte da giovani con l’utilizzo per esse di aree demaniali, potrebbe essere un elemento di  sviluppo di processi di “pulitura boschiva”, di riordino del territorio rurale ora abbandonato e senza un controllo idrogeologico…

Pertanto sì “piantare alberi” là dove occorrono e ce n’è bisogno; individuare aree che possono (debbono) rimanere selvaggie, incontaminate; ma anche in molti luoghi eliminare la sterpaglia, e ripristinare aree a pascolo ora scomparse dall’avanzare spesso eccessivo del bosco.     Vi diamo conto qui, su quest’argomento, con due bellissimi articoli, ripresi da “la Repubblica”, di Paolo Rumiz e Mauro Corona.

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LA  GRANDE  OMBRA  VERDE

di Paolo Rumiz, da “la Repubblica” del 20/9/2009

ALPAGO (Belluno) – Era come una lebbra. In pochi anni la boscaglia s’era mangiata tutto: stalle, alpeggi, pascoli, fienili, praterie, persino le strade e i sentieri. Quando in autunno tirava lo scirocco, aceri e frassini si gonfiavano come vele e, oscillando, scardinavano il terreno con le radici, facendo entrare la pioggia in profondità.     L’ acqua non aveva più freni, le scarpate diventavano colate di fango, i canali di deflusso saltavano. La montagna intera si scorticava, mostrava la pelle viva, passava continuamente dal rischio incendi al rischio alluvione. Non c’ erano dubbi: era l’ effetto dell’ abbandono, della grande fuga degli anni Sessanta; l’ emigrazione, poi la corsa al benessere facile in pianura.

Quando dieci anni fa intere fette di montagna cominciarono a scivolare verso il lago di Santa Croce, tra Vittorio Veneto e Belluno, un uomo, Sandro Fullin del paese di Tambre in Valturcana, decise di fare qualcosa. Chiamò i capifamiglia, li radunò sotto una quercia – l’ albero totemico dei Cimbri, antichi abitatori dell’ altopiano – e disse: o blocchiamo la foresta o saremo distrutti. Lanciò un’ idea: riportare le pecore negli ultimi pascoli rimasti. Una volta ce n’ erano cinquantamila, poi più niente. Non pecore qualsiasi, ma quelle nate qui, le bestie dell’ Alpago.

Tutti dissero sì, Follin trovò in Croazia gli ultimi esemplari dell’ agnello alpagoto, li mise su una linea di pascoli recintati, quasi una linea Maginot contro l’ invasore. Oggi la valle non ha più paura. La frana verde si è fermata. Le acque cominciano a rientrare a regime. Fullin ha piantato cinquanta chilometri di recinzioni con le sue mani, e ora vanta un presidio Slow Food con l’ agnello di casa sua. Lui e i suoi sgobbano quindici ore al giorno, ma hanno vinto la battaglia. E hanno brevettato un sistema che può essere applicato ovunque in Europa, fra Carpazi e Pirenei. «I pastori bisogna portare in montagna, altro che quei costosi Canadair che buttano acqua sugli incendi», ghigna il professor Giorgio Conti, specialista di territorio alla Ca’ Foscari di Venezia, e racconta di come la foresta selvaggia stia invadendo l’ Italia più di qualsiasi altro Paese d’ Europa.

Gli studi più recenti confermano infatti che la tendenza è in atto un po’ ovunque nel continente: «l’espansione forestale continuerà in tutta Europa», si legge nello Stato mondiale delle foreste 2009 diffuso dalla Fao. Ma il caso del nostro Paese è particolarmente vistoso. L’ultimo Inventario nazionale delle foreste segnalava nel 2005 quasi due milioni di ettari di superficie boschiva più rispetto a vent’ anni prima.

E così la Liguria – la regione più verde d’ Italia in rapporto alla sua superficie, anche più del Trentino – frana e brucia perché la giungla ha invaso i terrazzamenti secolari costruiti dall’ uomo. L’ Appennino tosco-emiliano è diventato terra di cinghiali. Nel Friuli Venezia Giulia la boscaglia trionfa, al punto che le vecchie malghe sono crollate sotto l’ urto di piante spaccasassi che fanno l’ effetto di bombe di mortaio.

«Se i nostri vecchi uscissero dal cimitero, ci sparerebbero a vedere come gli abbiamo ridotto la valle» racconta Sergio De Infanti, guida alpina e albergatore di Ravascletto in Carnia. Il pascolo è finito, nei paesi intorno ci saranno si è no dieci vacche contro le duemila di cinquant’ anni fa. Mostra il fronte della foresta che avanza, come quella terribile di Dunsinane sotto il castello di Macbeth, prima della battaglia che lo vedrà morire.

«La parola bosco non ha senso, il bosco maturo si forma in secoli, sempre con l’ aiuto dell’ uomo. Questa che viene avanti è boscaglia spontanea, piante in competizione per l’ acqua e il sole che occupano ogni spazio, si rubano nutrimento a vicenda e distruggono il sottobosco». Andiamo su per i prati sul lato nord, sopra il paese. L’ unico spazio disboscato è la pista di sci che scende dallo Zoncolan. «Ho visto come comincia, d’autunno, quando arriva il vento dall’ Austria. Se il polline è maturo e secco al punto giusto, si leva una nube gialla che in un attimo feconda i prati dove non si sfalcia più. Dopo poco tempo ecco le nuove piante».

Mi porta a vedere una boscaglia cresciuta senza la mano dell’ uomo: una pena. Piante anemiche, asfittiche, magre, stentate. Per terra non un filo d’ erba, una fragola, un mirtillo. «Ho cominciato a metterci mano, per me è una gioia, quando tolgo le piante malate sento che il bosco mi ringrazia».

Parla del suo patto con gli abeti: «Loro hanno bisogno di me e io ho bisogno di loro». Allude alla sua caldaia d’ albergo, tutta a legna, che gli fa risparmiare diciassettemila euro di gasolio l’ anno. «La montagna è ricchezza, gli italiani l’ hanno dimenticato per andare a vivere di stenti in città».

Saliamo a vedere il bosco del vecchio Albino De Crignis, morto un anno fa. Ha fatto il boscaiolo fino all’ ultimo, le sue cataste sono ancora lì. Entriamo in una cattedrale di abeti solcata da spade di luce. È un altro mondo, fatto di bellezza e biodiversità. Tra le conifere ecco felci, noccioli, frassini, faggi, aceri, salici, ontani, muschi, fragole, e qua e là i rigonfiamenti delle ceppaie coperte di licheni e mirtilli. Bombardata dal mito americano della «natura incontaminata», l’ Italia non sente e non vede l’inselvatichimento che scatena incendi, spinge in città lupi e cinghiali, minaccia gli argini a ogni pioggia d’ autunno.

«Quello che non si vuol capire», insiste il professor Conti, «è che l’ uomo è un eco-fattore capace di arricchire il suo habitat secondo natura e in modo originale». Fa qualche esempio: il cipresso, icona della Toscana, è stato portato dall’ Iran. Il vino dei francesi l’ hanno portato i romani. Il mais non è padano ma viene dal Messico. La melanzana è araba, il pomodoro peruviano. «Alpi e Appennini sono il contrario della natura primigenia. La chiave del paesaggio sono le radure e i terrazzamenti, e questi sono il risultato di un compromesso millenario fra uomo e ambiente. Ora questo si sta perdendo».

Gli ultimi paradisi sono l’ antitesi della cosiddetta «cattedrale naturale», concetto di per sè aberrante. Le praterie del Grappa? Meraviglie artificiali. Le distese di Asiago dove la mucche pascolano fra le orchidee selvatiche? Frutto di una guerra senza quartiere contro la sterpaglia. Gli abeti di sessanta metri del Cadore? Risultato di una selezione vecchia come la Repubblica di Venezia. E che dire delle radure superstiti di Cortina d’ Ampezzo, altrove mangiata dal bosco e dal cemento: anch’esse conseguenza di un fattore umano, gli usi civici (chiamati localmente “regole”), dove a intervenire è la comunità intera con diritti di sfalcio e legnatico, ultima trincea contro l’ urbanizzazione diffusa.

Alla radice di tutto l’economia intensiva, che ha ucciso il rapporto di interdipendenza fra montagna a pianura. Le vacche da parmigiano non vanno più a pascolare nelle malghe appenniniche. I prosciuttifici di San Daniele non si servono più della scrofa nera che pascolava lungo la pedemontana friulana. Le mandrie bergamasche d’ estate non vanno più in quota. I pastori d’ Abruzzo non hanno più tratturi liberi per transumare. Eppure il futuro dell’ economia italiana, con l’ inevitabile crisi energetica prossima ventura, è tutto lì: nel ripristino di una cultura “verticale” capace di garantire l’ equilibrio idrogeologico con lo sfalcio, l’ energia col legnatico, il reddito grazie alla carne e alla lana, l’ ecologia attraverso lo smaltimento sul posto del letame.

Guai chi tocca la foresta, protestano i verdi integralisti. Ma l’ Europa non è l’ Amazzonia o l’ Indonesia, massacrate da nuove culture e disboscamenti. Da noi gli alberi dilagano. In Germania un sito – www.landschaftswandel.com – mostra con simulazioni quale sarà, l’avanzata della foresta: una pestilenza, in termini percentuali, ancora più grave della cementificazione. In Austria stanno correndo ai ripari; il Parlamento ha approvato una legge che premia chi vive in quota, con aiuti tanto più consistenti quanto maggiore è l’ altitudine. Forse anche noi ne avremmo bisogno, invece di limitarci a versare ampolle nel fiume più inquinato del mondo. PAOLO RUMIZ

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Margherita D’ Amico. ‘Ma in città gli alberi non sono mai abbastanza’

da “la Repubblica” del 20/9/2009

Il vecchio adagio sembra aver fatto il suo tempo. È giunto il momento di tornare a guardare l’ albero anziché la foresta, visto che le seconde stanno lentamente crescendo, mentre i primi, soprattutto in città, se la passano davvero male.

«È incredibile come molte amministrazioni di comuni italiani, a cominciare da quella della capitale, siano così insensibili al verde», spiega Margherita D’ Amico, ambientalista animatrice attraverso la Onlus “La vita degli altri” di molte battaglie per la salvaguardia di pini, olmi e platani di Roma.

Qual è il problema dei nostri sindaci? «Spesso sono vittime della lobby del cemento, senza capire che gestiscono un patrimonio di valore inestimabile che appartiene a tutti noi e ai nostri nipoti».

Roma in questo senso sembra essere all’ avanguardia. «La giunta precedente non brillava di certo per sensibilità ambientale, ma quella Alemanno sta portando avanti un vero scempio, tra tagli indiscriminati e potature scellerate fuori stagione. Altrove, a Torino ad esempio, le cose vanno meglio, ma nel complesso la situazione è allarmante».

Quali contromisure si possono prendere? «Rendere tutti più consapevoli della bellezza e dell’ importanza degli alberi. Per fortuna la sensibilità dei cittadini sta crescendo rapidamente e a Roma i comitati di tutela per le piante storiche si stanno moltiplicando. In città trascorriamo sempre più tempo e abbiamo sempre più bisogno di verde e alberi per difenderci dal caldo e dall’ inquinamento e per ristorarci psicologicamente». VALERIO GUALERZI

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Il segreto del bosco che sfama e guarisce

di Mauro Corona, da “la Repubblica” del 20/9/2009

“Cól bósch va in tal cortìf, l’ ùan l’ è mòrt o no è pì vif”. Era un detto montanaro in uso qui da noi. Significa: «Quando il bosco va nei cortili, l’uomo è morto o non è più vivo». La ripetizione è voluta. Vi sono due cose che permettono alla selva di invadere i cortili: la morte fisica di chi la accudiva e la morte morale, l’ abbandono del bosco da parte dell’ uomo per siti meno ripidi, posti al sole, città, fabbriche, uffici. Quando l’ uomo abbandona il bosco è morto dentro, “no è pì vif” anche se mangia, beve e fa l’ amore.

Questo volevano dire i vecchi con quel proverbio antico. Il bosco, fino agli anni Sessanta, era fondamentale per sopravvivere. Diventava, al pari di mucche, maiali, pecore, capre e galline, fonte di vita. Occorreva tenerlo da conto, curarlo, pulirlo, renderlo perfetto. Il bosco è una brutta bestia, se lo molli avanza come una slavina. Lento, inesorabile s’ infila dappertutto. Il bosco brado danneggia se stesso. Al pari degli uomini, è competitivo, rissoso, guerrafondaio. Vuol stare col piede in mille scarpe. Quando gli alberi erano fonte di vita (non di sfruttamento) venivano condotti a pascolo come greggi dall’ attenzione continua dei montanari. Regola prima: il bosco deve respirare, perciò va sfoltito.

In un ciuffo dove ci sono, mettiamo, venticinque faggi, si deve lasciarne dieci, dodici al massimo, i più piccoli. Allora crescono e ingrossano senza intrigarsi, spintonarsi e baruffare. I grandi alberi, quelli cosiddetti “da semenza”, i patriarchi, guai toccarli. Servivano a proteggere gli alberelli dalle bufere, dal peso della neve, dai venti. Qui da noi li chiamavano Cheurdebósch (Cuoredibosco). Se tagliavi un Cheurdebósch ti condannavi. Era come uccidere una femmina di camoscio o capriolo. Venivi tacciato da farabutto a vita. I boschi andavano a rotazione. Tagliato uno, si passava all’ altro e all’ altro ancora, come percorrere un grande cerchio che girava valli e montagne. Per tornare al primo, passavano vent’ anni. Nel frattempo gli alberi crescevano, pronti al taglio.

Il bosco era un’industria, una fabbrica, produceva sopravvivenza. Per questo andava condotto con sapienza. Il legname da opera, travi e tavolame, veniva trattato in modo speciale. Rigorosamente tagliato i primi otto giorni dopo la luna nuova di dicembre, non “lavorava”, cioè non torceva né fendeva e conservava il volume. I legni per lavori piccoli, tornitura, piatti, scodelle, cucchiai, forchette, spine da botti, taglieri, mestoli, erano tagliati in luna calante di febbraio, dopo il venti, e scortecciati immediatamente. Le pale da fornai, fatte di acero bianco come neve, dovevano subire l’ attacco del fuoco e uscirne indenni.

Allora gli aceri andavano tagliati dal primo al tre marzo o gli ultimi due giorni di luna nuova, sempre a marzo. In quel periodo il legno non brucia, diventa scuro ma non arde, il fuoco fa marcia indietro. Dopo il taglio del bosco, raccolto legna e legname, rimaneva in terra la ramaglia. A colpi di roncola veniva potata e legata in grossi fasci di bastoni. Serviva a rafforzare il fuoco, o per fuochi veloci e potenti quando c’ era fretta. Alla fine, nel bosco non rimanevano altro che frasche sottili. Una parte di queste la si legava in piccole fascine dette “mane”. Appena secche, bastava un solo fiammifero per accendere il fuoco. Una parte di frascame si sparpagliava nel bosco per fare humus.

Poi c’ erano le foglie. D’autunno nevicava foglie. Non facevano in tempo a toccar terra che erano nel sacco. Servivano a stramare le mucche, coprire le patate d’ inverno, che non ghiacciassero nelle cantine. Anche le foglie erano raccolte con cautela. Solo quelle necessarie, il resto doveva fare humus. In anni di miseria, specie durante le guerre, i boschi vennero sfruttati al limite. Fu per non morire. Ma in quel tempo di vacche magre la regola era: «Taglia uno pianta dieci». Le “prole” (alberelli da piantumare) venivano fasciate con garze come bambini. Le s’ interrava in luna crescente, così le radici si aggrappavano veloci, come l’ alpinista che sta per cadere, e attecchivano in un lampo.

Nei tempi normali non si tagliava un ramo in più che non fosse per campare. Nessuno, a quei tempi, si arricchì coi boschi. Sopravvisse ma non fece soldi. Per farli avrebbe dovuto distruggere, e non era nel suo animo. Un’ azienda non si distrugge, si cerca d’ ingrandirla. La s’ingrandisce aggiungendo. Il bosco s’ ingrandisce togliendo. Guai se da un bosco non si sottraggono alberi. Il bosco va tagliato, “mosso” dicevano i vecchi. Come un cavallo che se non lo fai camminare s’ ammala. Il bosco, usato a regola d’ arte, aumenta.

Più tagli, più rende. I boschi guarivano malattie. Certe foglie, resine, gemme di mugo, estratti di abete bianco, acero e altri estratti di piante, erano e sono medicine infallibili. Tenute, oggi, a debita distanza dalla farmaceutica chimica. Ecco perché gli uomini d’ un tempo tenevano ad avere il bosco perfetto. Era sopravvivenza. Lo amavano come uno di famiglia. Anzi, di più, che spesso i mariti baruffavano con le mogli, col bosco mai.

Tagliavano le piante sotto il rasoterra. Per guadagnare una spanna di legno, s’ inginocchiavano davanti all’ albero scavando con le mani una buca attorno al tronco, che entrasse la scure più bassa. Mio nonno, un vecchio duro e brusco come un larice, diceva che, dopo Dio, l’unica cosa che lo faceva inginocchiare era il bosco. Quando mi portava a fare innesti nelle piante, voleva che tenessi le mani attorno al tronco. «Perché», diceva, «nel momento che taglio col coltello, l’ albero prende paura, gli viene la febbre, sentendo le tue mani si dà coraggio». MAURO CORONA

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2 thoughts on “Quando il verde “è troppo” – l’abbandono dei territori porta al degrado di aree montane e pedemontane: invase da sterpaglia, con disequilibri pericolosi nel sistema idrogeologico, e non più facenti parte di una sapiente economia rurale

  1. Luca Piccin martedì 20 ottobre 2009 / 13:35

    Bellissimo post!
    Molto interessante e attuale.

    Per l’esame di pianificazione territoriale, estate 2006, avevo abbozzato in iuna quindicina di pagine un progetto per il territorio delle prealpi trevigiane, dove il “bosco” ha preso il posto di ciò che per i nostri nonni era il pascolo (cf. U. Mattana, “Il paesaggio dell’abbandono nelle prealpi trevigiane”).
    Purtroppo ho cestinato il progetto dopo aver riflettuto sugli attori locali che avrebbero potuto diventare protagonisti della rinascita prealpina. Esiste infatti una mentalità individualista molto forte nella vallata, o più che individualista, “familiarista”, come una lotta tra clan, per appropiarsi i terreni che furono “dei vecchi”. Purtroppo molti abitanti ragionano ancora sul corto periodo: vedono nel possedere una porzione di bosco la riserva di legna per l’inverno, o nella vecchia stalla un futuro maniero in cui sfuggire alla calura estiva, o ancora non hanno interesse alcuno se non quello di impedire che il vicino possa appropiarsi di “troppa” terra!
    Ho parlato di questo tema a diversi cacciatori locali, di cui un geometr comunale e un ingegnere ambientale, che sembravano interessati, ma poi ognuno ha la sua vita, io sono in Francia… Sapete anche voi…
    Però mi piacerebbe se qualcuno volesse occuparsi di tutto ciò!
    Magari alla luce delle nuove disposizioni del ministro Zaia (cf. post)…

    Infine per la mia tesina triennale avevo pensato di sviluppare il tema dei presidi di Slowfood (oltre alla pecora alpagota c’è anche la vacca burlina nel massiccio del Grappa) e della loro forte connotazione geografica… Ma il grande prof. Tessari in un’ora mi fece capire che non poteva seguirmi in quanto pensionato… Non trovai nessun altro competente e così ci provo ora in quel della Linguadoca…

  2. danilo domenica 30 maggio 2010 / 17:33

    sono 3 anni che stò cercando con tutta la mia buona volonta di recuperare dei pascoli di mia proprietà sul massiccio del grappa orientale ma senza alcun contributo o aiuto ,penso che prima o poi mollerò . non ho acqua potabile ,gas ,la strada non è percorribile con normali automezzi però pago ici e asporto rifiuti.non cè da parte della regione dell amministrazione comunale o della provincia ne tantomeno nella maggiorparte dei proprietari dei terreni la volontà del recupero ne dei territori ne della cultura e dell antica conoscienza della gente delle prealpi venete……..

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