Geoeuropa – 1989/2009: l’autunno di vent’anni fa segna la caduta del muro di Berlino – ma ancora l’Europa non è in grado di esprimere un progetto condiviso, una politica per il pianeta, e nascono nuovi muri

il 9 novembre 1989 fu abbattuto il Muro di Berlino; 155 km di una barriera di cemento che fu simbolo della divisione non solo di una città, occupata ad est dai sovietici e nella parte occidentale dagli alleati ma di due mondi che si erano sviluppati in direzioni completamente opposte
il 9 novembre 1989 fu abbattuto il Muro di Berlino; 155 km di una barriera di cemento che fu simbolo della divisione non solo di una città, occupata ad est dai sovietici e nella parte occidentale dagli alleati ma di due mondi che si erano sviluppati in direzioni completamente opposte

Liberamente. Ci riuscirono in cinquemila. Nascosti nei bagagliai delle macchine, attraverso tunnel sotterranei, a bordo di mongolfiere, dentro vecchie radio, calandosi con delle carrucole, all’interno di casse per concerti, addirittura con un minisommergibile. Alcuni bambini vennero lanciati, come palloni, oltre i quattro metri di quel muro lungo 155 chilometri. In ventotto anni, oltre tremila persone furono arrestate mentre cercavano di scappare. Le stime delle vittime, invece, sono incerte: si va da un minimo di 98 a un massimo di 943, a seconda delle fonti. Chiunque vada oggi a Berlino dovrebbe visitare il museo del checkpoint Charlie. Delle tante forme di coercizione tipiche di ogni dittatura, la limitazione della libertà di spostamento è forse una delle più intollerabili. A vent’anni di distanza sembra quasi incredibile che a due passi da noi, nel cuore dell’Europa, le persone non potessero attraversare liberamente una frontiera. Ma ancora più incredibile è che oggi c’è una nuova frontiera invalicabile, ed è la nostra. – Giovanni De Mauro, da INTERNAZIONALE (settimanale del “meglio di tutti i giornali del mondo”)

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L’immagine che proponiamo qui sopra, sicuramente “dura”, magari poco attraente, sembra uscita da un quadro del seicento, barocco, dalle tinte scure e forti, magari del Caravaggio o dei pittori fiamminghi… oppure la possiamo paragonare a un dipinto celebre di Francisco Goya quando, ai primi dell’800 rappresenta l’esecuzione dei patrioti spagnoli durante l’invasione napoleonica (il famoso “il 3 maggio 1803” che Bunuel nel suo famoso film “il fantasma della libertà” rappresenta al grido di “viva le catene”: il rifiuto degli spagnoli alla “libertà” e modernità che le truppe francesi portavano nella terra iberica avvolta allora da una monarchia arretrata e obsoleta rispetto ai nuovi tempi…).

Diciamo questo perché anche nell’avvento della nuova Europa che scardina un muro assurdo e infame, di divisione di due mondi (il cosiddetto “primo” e il “secondo”, Ovest ed Est, di divisione di un continente, di un paese, di una città celebre, antica e bellissima e storicamente tragica come Berlino, di amici e parenti separati che non possono più vedersi… ebbene forse tutto questo non è stato percepito nel modo giusto dall’Europa allora “libera”: e quasi quasi era venuta voglia di dire che “era meglio prima”, quando gli equilibri (equilibri?) dividevano sì il mondo in due (Est e Ovest), ma almeno vi erano certezze… dalla condanna delle dittature dell’Est, alla gioia della caduta del muro, al disagio di avere “in mezzo a noi” gente nuova…

Mstislav Rostropovich, in quelle ore, si trovava a Parigi, e vide per la prima volta dalla televisione la gente che ballava sopra il muro. Con l’aiuto di un amico, che aveva un aereo privato, la mattina dopo andò a Berlino e si mise a camminare lungo il muro per cercare un "buon posto" dove suonare. "Non volevo suonare per la gente - ha raccontato - ma per ringraziare Dio di quanto era successo". E suonò alcune suite di Johann Sebastian Bach, tutte "in tonalità maggiore, perché ero felice". Mentre però dava voce al proprio violoncello, si ricordò di quanti, nel tentativo di passare da una parte all’altra del muro, avevano perso la vita. Suonò allora anche alcune musiche "in tonalità minore, in memoria di quanti erano stati ammazzati". E, una volta concluso il concerto improvvisato, "chiusi gli occhi e piansi".
Mstislav Rostropovich, in quelle ore, si trovava a Parigi, e vide per la prima volta dalla televisione la gente che ballava sopra il muro. Con l’aiuto di un amico, che aveva un aereo privato, la mattina dopo andò a Berlino e si mise a camminare lungo il muro per cercare un "buon posto" dove suonare. "Non volevo suonare per la gente - ha raccontato - ma per ringraziare Dio di quanto era successo". E suonò alcune suite di Johann Sebastian Bach, tutte "in tonalità maggiore, perché ero felice". Mentre però dava voce al proprio violoncello, si ricordò di quanti, nel tentativo di passare da una parte all’altra del muro, avevano perso la vita. Suonò allora anche alcune musiche "in tonalità minore, in memoria di quanti erano stati ammazzati". E, una volta concluso il concerto improvvisato, "chiusi gli occhi e piansi".

Come in una famiglia allargata d’altri tempi che perde (scompare) uno zio, o un fratello, o un altro parente in guerra, e ci si addolora ma poi ci si abitua che non c’è più, si occupa la sua stanza, i suoi spazi nella casa, lo si rimpiange sì che è scomparso, sicuramente morto, si accendono lumini e si prega devotamente per lui… e poi all’improvviso lui ritorna, magari era prigioniero o chissaché, e invece di accoglierlo con gioia, lui rimette in discussione i nuovi equilibri e spazi stabiliti nella casa; e questo sconvolge, crea disagio, e non porta certo gioia scoprire che lui è ancora vivo… così sembra sia accaduto nel rivolgimento europeo, a partire da quell’autunno del 1989 con la caduta del muro di Berlino, di persone, europei, che volevano condividere la ricchezza finora da loro mancata; e l’Europa allora dimostrò difficoltà e fastidio, come il parente che torna nella casa anche sua dopo anni che era stato considerato scomparso per sempre…

E il disagio dell’Europa di allora lo si ritrova e appare anche oggi, che faticosamente si cerca di poter dare persone e istituzioni “uniche” in grado di rappresentare il nostro continente così ricco di storia e cultura, magari in un progetto globale di pace, di salvaguardia della biosfera di tutto il pianeta, e portatore di ricchezza condivisa mondiale. Iniziamo qui con una bellissima riflessione di André Glucksamnn, che guarda al mondo durante e dopo quel 1989…

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I VENT’ANNI DEL CROLLO – Dopo il Muro la battaglia continua: a Tbilisi, Kiev e Teheran

di André Glucksmann, da “il Corriere della Sera” del 13/9/2009

La sera del 9 novembre 1989 il Muro della vergogna fu squarciato, la mattina del 10 volavo verso Berlino; vissi poi la Rivoluzione di velluto a Praga, infine la caduta di Ceausescu a Bucarest. Il 1990 si annunciava gioioso per il genere umano. Ma fui colpito dalla differenza delle emozioni avvertite a Est e a Ovest. Le tracce e gli effetti di questa reciproca incomprensione ancora sussistono.

1. Le linee si muovono. Nessuno aveva previsto che l’ autunno 1989 avrebbe sotterrato 42 anni di guerra fredda. Stupefatti, i politici europei reagirono nel più grande disordine. Il cancelliere tedesco Helmut Kohl ce la mise tutta e con enorme fatica ottenne la riunificazione della Germania. In compenso, François Mitterrand cercò di frenarla con ogni mezzo e, come premio di consolazione, vinse sull’ Euro, costringendo i nostri vicini d’oltre-Reno a sacrificare il tanto amato marco. Da allora, la famosa «coppia» franco-tedesca è in difficoltà, malgrado le molteplici, ufficiali dichiarazioni d’ amore. Il disgelo dei blocchi provocò un disorientamento generale, i partiti comunisti occidentali si volatilizzarono, quarant’ anni di democrazia cristiana italiana andarono in fumo, i partiti socialisti si dichiararono vincitori, ma implosero e le destre persero i loro punti di riferimento, thatcheriani e reaganiani dovettero cedere il proprio posto. In 10 anni, la caduta del Muro spazzò via, con l’ effetto di un colpo di vento, idee fisse, convinzioni perentorie e partiti paralizzati. Dopo vent’ anni di reazioni a catena, sinistre e destre europee cercano disperatamente a quale santo votarsi, spesso al punto di ignorare quello che le differenzia.

2. Uno smarrimento politico-mentale. Se l’ Occidente non ha saputo dove sbattere la testa, è che non era per nulla preparato a una così fondamentale rimessa in causa geopolitica del dopo-seconda guerra mondiale. I manifestanti delle rivoluzioni di velluto ponevano una sola domanda: come passare dal socialismo (reale) al capitalismo (dell’ economia di mercato)? Domanda senza risposta: fino ad allora, in quattro decenni di confronto ideologico, solo la domanda contraria – come passare dal capitalismo al socialismo? – focalizzava le aspre controversie dei teorici e i burrascosi dibattiti dei giornalisti impegnati. In tutte le università, che fossero pro-marxiste o liberali, europee o americane, l’ unico interrogativo portava sulla transizione verso la proprietà collettiva: bisognava impuntarsi sulla proprietà privata oppure saltare la tappa, magari sognando un socialismo dal volto umano? Tranne qualche studio esitante, in particolare in Polonia, sulla possibilità di instillare nella società comunista elementi della società commerciale, non ci fu nessuna ricerca sulla transizione dal socialismo al capitalismo.

3. Colui che si stupisce senza capire tende a mitizzare. L’ imprevisto del 9 novembre berlinese fu poi trasformato in destino ineluttabile. La provvidenza aveva finalmente parlato, il caso era abolito, la parentesi del terribile XX secolo si chiudeva. Dimenticati, cancellati, trascesi, superati i 75 anni (1914-1989) più sanguinosi e crudeli dell’ avventura umana! La Storia sembrò riprendere il proprio «cammino in avanti», come l’ aveva sognato la Belle Epoque. Il discepolo di Tocqueville ritrovava il movimento ineluttabile della democrazia universale, il discepolo di Saint-Simon lasciava in eredità all’ ecologia la promessa che l’ amministrazione delle cose si sarebbe sostituita al governo degli uomini, il discepolo di Hegel festeggiava la Fine della Storia e delle sue guerre, il socialdemocratico garantiva l’ intesa fra i popoli. Insomma, si riteneva che saremmo entrati in una terra promessa post-moderna e che avremmo visto sparire «il grande eroe, i grandi pericoli, i grandi popoli e il grande scopo» (J.F. Lyotard).

4. Il qui pro quo fu radicale. La fine della guerra fredda immerse l’ ex «mondo libero» in un’ euforia sconfinata. L’ Europa occidentale prosciugò immediatamente i propri bilanci militari, mentre Washington annunciava «un nuovo ordine mondiale». L’ altra Europa, appena liberatasi dalla dominazione di Mosca, non condivideva un ottimismo così ecumenico.

5. Per uscire dal comunismo, contare fino a due. I popoli che con fatica si tirano fuori dal dispotismo totalitario ritornano nella Storia liberi di scegliere. Davanti a loro non si prospetta un solo avvenire, ma due. L’ Occidente si accorge dell’ alternativa solo con ritardo e reticenza. Due strade dividono il dopo ‘ 89. Da una parte, quella simboleggiata da Walesa e Havel, da Solidarnosc e «Carta 77». Dall’ altra, quella incarnata da Milosevic e più tardi da Putin. Cechi e serbi affrontarono le stesse sfide: lo smembramento della Cecoslovacchia, come quello della Jugoslavia, non erano evidenti. A Praga, la Rivoluzione di velluto installa al potere dissidenti antitotalitari, la loro scelta fondamentalmente democratica non è facile. È anzi molto complicata, poiché regnano miseria e corruzione. La loro decisione è chiara: la libertà viene al primo posto, Slovacchia e Repubblica ceca si separano senza conflitti e infine entrambe entrano nell’ Unione europea. Mentre a Belgrado un burocrate comunista, astuto e corrotto, prende il potere. Milosevic promuove l’ alleanza degli apparati di repressione contro il contagio dell’ emancipazione. Se l’ ideologia marxista è messa da parte, i suoi metodi di coercizione sono mantenuti. Guerre e purificazioni etniche devastano la Jugoslavia dal 1991 al 1999. Milosevic puntò sulla riconquista dei territori perduti a costo di spargimenti di sangue e finì al Tribunale dell’ Aja. Havel scelse la democrazia.

6. Osare la scossa della libertà. Per molto tempo Havel ha tenuto d’ occhio «il circolo vizioso delle illusioni e delle disillusioni». Con Ionesco e Beckett, il drammaturgo mostra l’ assurdo e prende in giro l’ insensibilità post-moderna, miscuglio di cinismo disincantato e di crudeltà senza tabù. Nasce da qui, una volta divenuto Presidente, la sua attenzione al «mondo esplosivo del dopo comunismo». Quest’ uomo pacifico predicò, fin dalle prime fiammate, la necessità di soffocare con le armi l’ incendio acceso da Milosevic. Gli occidentali, euforici, hanno sognato che la parentesi delle crudeltà totalitarie fosse chiusa, come se gli uomini della nomenklatura ex-sovietica potessero emergere freschi come rose da 70 anni di svuotamento dei cervelli. Come se il caos delle dittature integraliste si spegnesse da sé. «Vengo da un Paese pieno di impazienti – scrive Vaclav Havel -. Sono forse impazienti perché hanno atteso così a lungo Godot da aver l’ impressione che sia arrivato. È un errore monumentale quanto quello della loro attesa. Godot non è venuto. E va benissimo così, poiché se un Godot arrivasse, non sarebbe che il Godot immaginario, il Godot comunista». Non cerchiamo un salvatore supremo, obbediamo alle nostre responsabilità, al «potere dei senza potere», alla solidarietà dei «percossi»…

7. Una rivoluzione permanente. Le rivolte democratiche georgiana (2003) e ucraina (2004) avrebbero dovuto mettere la pulce nell’ orecchio a coloro che avevano problemi di udito (che restarono sordi di fronte alla Cecenia martirizzata per 12 anni e ai suoi 200 mila morti). Putin non ha controllato né le proprie iniziative né le proprie parole. In Ucraina, interviene senza pudore negli affari di uno Stato di cui non riconosce l’ indipendenza. In Georgia, invia i carri armati. Rispondendo alla stampa internazionale, Vladimir Putin denuncia «la rivoluzione permanente» e «i suoi pericolosi disordini», disprezza le insurrezioni pacifiche di Tbilisi e Kiev. Senza rendersene conto, designa così una rivolta emancipatrice di lunghissima durata, che comincia nel sangue a Berlino Est nel 1953, continua a Poznan e a Budapest nel 1956, prosegue con la dissidenza russa negli anni Sessanta, a Praga nel ‘ 68 , con la lotta di Solidarnosc negli anni Ottanta, tocca il culmine a Berlino con la caduta del Muro, ma non finisce. Ecco perché il Cremlino continua a non apprezzare queste insurrezioni successive per la libertà e riceve un’ eco da Teheran (giugno 2009): la guida suprema fustiga i manifestanti che gridano «morte alla dittatura» ed esclama: «Non siamo in Georgia!». Per l’ Europa, la nuova frontiera sono i terreni abbandonati della storia. Tutto è ancora possibile: Havel o un altro Milosevic.

8. Una conversione decisiva. Ben prima della caduta del Muro, le linee si erano già spostate. In Polonia, cattolici e liberi pensatori che bisticciavano da più di un secolo, patrocinano insieme Solidarnosc. In Russia, i moderni (Sacharov) e i vecchi credenti (Solgenitsin) agiscono insieme. A Praga e a Bratislava, i professori di università, piuttosto che insegnare le menzogne ufficiali, scelgono di diventare pulitori di vetri o tecnici del riscaldamento, «Carta 77» riunisce sinistra liberale e destra conservatrice, religiosi e non credenti. L’ uomo antitotalitario coltiva le proprie particolari convinzioni senza settarismo, la dissidenza non oppone un altro dogma al dogma ufficiale, introduce una rivoluzione mentale che ha valore preliminare e che, da sola, rende possibili i mutamenti che sconvolgono la carta geografica dell’ Europa. Il filosofo Patocka, ispiratore di Vaclav Havel, chiama «conversione» (metanoia) l’ impegno dei «percossi» che fronteggiano le guerre totali e le politiche totalitarie, sapendo che ad essere in causa è l’ umanità, il suo equilibrio mentale e la sua sopravvivenza fisica.  (traduzione di Daniela Maggioni)

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caduta del muro

Vent’anni anni fa cadeva il Muro di Berlino

Vent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino: una data entrata nella storia per aver segnato l’inizio del disfacimento di quell’ordine stabilitosi nel dopoguerra ma che aveva già cominciato a vacillare all’inizio di quell’ultimo decennio.

Nel 1945 la Conferenza di Yalta aveva decretato la divisione della Germania e quella di Berlino in quattro settori amministrati dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale: USA, Regno Unito, Francia ad ovest e URSS ad est. I settori occidentali vennero uniti il 23 maggio 1949 dando vita alla Repubblica Federale di Germania (Bundesrepublik Deutschland o BRD); in quello orientale il 7 ottobre 1949 fu proclamata la Repubblica Democratica Tedesca (Deutsche Demokratische Republik o DDR).

Da allora divenne uso comune parlare di Germania dell’Ovest e Germania dell’Est, così come di Berlino Ovest e Berlino Est. Inizialmente i cittadini di Berlino erano liberi di circolare tra tutti i settori ma con la Guerra Fredda intervennero delle limitazioni finché nel 1952 venne chiuso il confine tra le due Germanie. Questa misura non fece che attrarre, però, sempre più cittadini della Germania dell’Est verso Berlino Ovest e così, per fermare la fuga dalla dittatura, il regime comunista della Germania Est ordinò l’inizio della costruzione di un muro attorno ai tre settori occidentali nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 a Berlino Est. Così facendo il muro avrebbe diviso in due la città e circondato completamente i settori occidentali rendendoli un’isola a sé rinchiusa entro i territori orientali.

Verso gli inizi degli Anni Ottanta, però, la crisi del blocco orientale cominciò a farsi sentire: nel 1980 nacque in Polonia il sindacato indipendente «Solidarnosc», cui alla fine del 1985 seguì la proclamazione della legge marziale. Solo un anno e mezzo dopo, nel marzo 1985, Michail Gorbaciov arrivò al potere nell’Unione Sovietica. Nel gennaio 1987 il nuovo Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica espresse questa opinione veramente rivoluzionaria: «Abbiamo bisogno della democrazia come dell’aria per respirare». Questo messaggio spronò gli attivisti per i diritti civili in Polonia e in Ungheria, nella Cecoslovacchia e nella DDR.

Nell’autunno 1989 la pressione esercitata dalle proteste nella Germania orientale divenne tanto forte che il regime comunista si sarebbe potuto salvare solo mediante un intervento militare dell’Unione Sovietica. Gorbaciov, però, non era disposto ad attuarlo.

Il 9 novembre 1989, durante una conferenza stampa a Berlino al Ministro della Propaganda della DDR, Günter Schabowski,  fu recapitata la notizia che i cittadini di Berlino Est erano stati autorizzati ad attraversare il confine se muniti di appropriato permesso ma non gli furono date indicazioni su come comunicare la notizia. Trattandosi di un provvedimento preso poche ore prima della conferenza, sarebbe dovuto entrare in vigore solo nei giorni successivi per dar modo alle guardie di confine di essere informate e preparate. Invece durante quella stessa conferenza stampa il corrispondente dell’agenzia Ansa da Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiese da quando le nuove misure sarebbero entrate in vigore e Schabowski, cercando inutilmente di trovare un’indicazione in merito tra la documentazione fornitagli ma non avendo un’idea precisa, affermò che la DDR aveva aperto i confini con effetto immediato.

Poco dopo migliaia di cittadini della DDR si riversano sulle stazioni di confine e iniziò la rivoluzione pacifica che fece capitolare la direzione politica dell’intero Paese: il 9 novembre 1989 cadde il Muro di Berlino, 155 km di una barriera di cemento che fu simbolo della divisione non solo di una città, occupata ad est dai sovietici e nella parte occidentale dagli alleati ma di due mondi che si erano sviluppati in direzioni completamente opposte.
(Fonti: Fatti sulla Germania, dal sito dell’Ambasciata tedesca http://www.rom.diplo.de/ )

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LA RIUNIFICAZIONE SUBITA DALL’EUROPA

di LUCIO CARACCIOLO  – da “il Mattino di Padova” del 22/7/2009

Il giorno dopo la caduta del Muro, mi trovavo a partecipare a Roma a un convegno di germanisti italiani e tedeschi. L’impressione, l’emozione erano enormi. Ma quasi tutti i convegnisti dettero di quell’evento un’interpretazione presto smentita dalla storia. Si trattava – secondo costoro – di una geniale mossa del governo di Berlino Est, destinata ad allentare la pressione popolare sul regime e a ristabilizzare la Repubblica Democratica Tedesca.

Non si trattava di un semplice per quanto clamoroso errore di valutazione. Molto di più, esso esprimeva l’aria del tempo, almeno fra gli intellettuali europei, alcuni tedeschi inclusi. Per i quali l’impero sovietico, e quindi il suo avamposto occidentale, non era ancora al capolinea. Anzi. Idea condivisa anche da buona parte dei dissidenti tedesco-orientali alla fine degli anni Ottanta, nell’atmosfera della perestrojka e della Gorbymania.  caduta del muro 4

Ancora pochi giorni prima dell’apertura delle frontiere, questa tesi era risuonata in grandi manifestazioni di massa che avevano agitato le piazze della Germania comunista. Anche in Europa occidentale l’idea che il tempo della divisione della Germania fosse scaduto appariva minoritaria. E lo restò ancora per qualche mese, dopo quella fatidica notte di novembre. In diversi casi, più che di un’analisi si trattava di una speranza. Specie nel campo della socialdemocrazia e della sinistra europea in genere, che interpretava la sempre più visibile disintegrazione dei regimi satelliti di Mosca in Europa centrale e orientale come premessa di un nuovo riformismo, non certo del trionfo del capitalismo e della liberaldemocrazia senza aggettivi.

Persino alla vigilia delle elezioni tedesche che l’anno successivo per la prima volta coinvolsero i cittadini originari della Repubblica Federale e quelli appena integrati in quanto ex sudditi della Rdt, alcuni analisti scommettevano sull’affermazione della socialdemocrazia. Tanto più, si ricordava, che la SPD aveva storicamente le sue roccaforti nell’ex Germania orientale (o meglio centrale, visto che quella geograficamente orientale era stata spartita nel 1945 tra Polonia e Unione Sovietica). Invece vinse Kohl, confermato alla cancelleria in quanto protagonista coraggioso della riunificazione nazionale.

Più in generale, quella rimozione iniziale del significato del crollo del Muro esprimeva la riluttanza, quando non l’avversione, degli europei occidentali alla fine della divisione della Germania. L’ipotesi dell’integrazione immediata dei sedici milioni di tedeschi dell’Est nel corpo della Repubblica Federale era vista come il prodromo della Grande Germania. Ossia della rinascita di una potenza visceralmente imperialista e militarista nel centro del nostro continente. Dunque, l’annuncio di una nuova guerra mondiale.

Alcuni, fra i quali un ministro britannico costretto alle dimissioni, parlavano di “Quarto Reich” alle porte. Altri lo pensavano o lo suggerivano in privato. Fra gli avversari della riunificazione tedesca c’erano – al momento in cui la frontiera fra le due Berlino s’apriva, in un’orgia di tedeschi festanti – tutti i leader delle principali potenze europee. Franççois Mitterrand era più che preoccupato, tanto da compiere in dicembre la prima e unica visita di Stato di un presidente francese nella Repubblica Democratica Tedesca, tanto per chiarire che per Parigi quello restava uno Stato sovrano a tutti gli effetti.

A Londra, Margaret Thatcher riscopriva la paura degli “unni” e convocava un seminario di augusti storici ed esperti della Germania, cui chiese inquieta se vi fosse da temere il revanscismo della nuova leadership pantedesca in gestazione. Fra parentesi, molti di quegli intellettuali non esclusero affatto tale ipotesi, connessa a un’interpretazione stereotipata dell’immutabilità del “carattere nazionale” germanico.

A Roma, Giulio Andreotti aveva già pubblicamente comunicato, durante un Festival dell’Unità del settembre 1984, che lui amava tanto la Germania da auspicare che ce ne fossero sempre due (ciò che suscitò la dura reazione diplomatica di Bonn e l’estasi dei capi della Rdt). Non diverse le sensazioni di Felipe Gonzalez, a Madrid, e di altri leader euroccidentali.  Insomma, il braccio europeo della Nato non voleva la riunificazione della Germania. E fece di tutto, finché possibile, per ritardarla se non rinviarla alle calende greche. Opinione peraltro condivisa da un numero non indifferente di tedeschi, e non solo da dirigenti e funzionari della nomenklatura comunista che aveva gestito la Repubblica Democratica Tedesca per quarant’anni.

Molti socialdemocratici e alcuni democristiani tedesco-occidentali, tra cui lo stesso cancelliere Kohl, pensavano inizialmente, almeno nelle prime settimane successive alla caduta del Muro, a una sorta di confederazione fra le due Germanie. La Rdt avrebbe conservato ancora per molti anni la propria sovranità, finché non fossero maturate le condizioni esterne e interne per riportare tutti i tedeschi sotto lo stesso tetto.  L’unico fra i grandi leader occidentali a capire che il tempo era scaduto e che nessuno avrebbe mai potuto rivitalizzare il regime di Berlino Est fu George Bush. Il quale, contro il parere di alcuni consiglieri e del suo principale alleato – il premier britannico – volle giocare subito la carta della riunificazione tedesca. La sua idea era che la breccia non del tutto consapevolmente aperta da Gorbaciov nel Patto di Varsavia e nella stessa Urss andava allargata e sfruttata per consentire all’Europa succube di Mosca di emanciparsi dai russi prima che questi cambiassero registro e decidessero di azzardare una controffensiva (effettivamente tentata, con esiti disastrosi, da alcuni dirigenti sovietici nell’estate 1991).

Su tale linea si schierò, dal dicembre 1989, anche Kohl. E siccome Gorbaciov non aveva né i mezzi né la fantasia per reagire, e i dirigenti della Rdt erano impegnati a salvar se stessi e le proprie famiglie, il processo di disgregazione della Germania comunista divenne presto inarrestabile. Nel giro di pochi mesi quel regime si avvitava su se stesso e la Rdt era di fatto annessa dalla Bundesrepublik.

Poteva essere arrestato, o almeno ritardato, quel processo?  La questione è ovviamente oziosa. Ma evocarla serve a ricordarci che la riunificazione tedesca, celebrata nemmeno un anno dopo il crollo del Muro, fu subìta dall’Europa occidentale, e dalla grande maggioranza dei paesi dell’Alleanza atlantica. Per i quali, evidentemente, il pareggio (lo status quo) era meglio della vittoria (la scomparsa del Nemico).

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1989 L’ ANNO CHE CAMBIO’ IL MONDO

da Varsavia (e poi Praga e Budapest) Bernardo Valli – da “La Repubblica” del 13/9/2009

VARSAVIA. La rievocazione del 1989 è anche un inevitabile viaggio nel presente. Il ricordo di quel che accadde vent’anni fa si sviluppa, assume contorni nella memoria sensibile, vulnerabile alla dialettica del momento. La realtà sotto i nostri occhi fa da filtro al passato.

Qui, sulla via Nowy Swiat, nell’ autunno polacco ancora tiepido, mi chiedo se il Paese sia lo stesso in cui ho assistito a tanti avvenimenti drammatici, di rivolta e di repressione, nel secolo scorso. L’ 89, l’ anno incruento che, più di una guerra, ha cambiato l’ Europa e il mondo (ma ci fu poi alla fine, in dicembre, il sangue versato in Romania), ha trasformato il paesaggio. Le cose e gli esseri umani.

Sulla Nowy Swiat, la via del Nuovo mondo, hai il ritratto di una società disinvolta nei gesti, attirata, ma non più affascinata, non più ipnotizzata, perché ormai assuefatta, dalle vetrine in cui sono esposti prodotti identici, almeno per un occhio inesperto, a quelli esibiti nelle capitali veterane del consumismo di lusso. Le donne avanzano a grandi falcate, mostrando le lunghe gambe abbronzate, lasciate scoperte da shorts più da spiaggia che da città. Gli uomini, anche loro reduci da vacanze assolate, indossano abiti scuri, secondo la moda maschile imperante un po’ ovunque in Occidente.

Può sembrare una banale scena della ripresa dei normali ritmi di vita, in una metropoli europea, dopo l’ estate. Ma non lo è per chi ha nella memoria la Varsavia sbiadita, grigia, logora, in cui le luci delle vetrine illuminavano poveri oggetti che la fantasia prodigatasi nel presentarli non riusciva a rendere meno modesti. Nei primi anni Ottanta, durante lo stato d’ assedio decretato (contro il sindacato Solidarnosc) dal generale Jaruzelski, primo segretario del Partito comunista e primo ministro, le ragazze avevano spesso la borsa imbottita di mele, che mangiavano per calmare la fame. Le addentavano con la stessa disinvoltura con la quale oggi sfilano, con lunghe falcate, davanti ai negozi scintillanti di via Nowy Swiat.

Chi ritorna a Varsavia è abbagliato dalla capitale ripulita, ammodernata, costellata di edifici vetro e cemento, e con i palazzi ricostruiti sulle macerie della Seconda guerra mondiale (uguali o somiglianti a quelli dei settecenteschi quadri del Bellotto, il Canaletto varsaviese), adesso rinfrescati con le tinte originali. O quasi. È un’ esplosione di colori.

Ecco, l’ 89 ha cambiato le immagini. Vale a dire lo spettacolo della vita. Allo sguardo l’ Europa non è più divisa in due mondi. È una prima impressione che, certo, va relativizzata. Dietro la facciata ci sono le delusioni: le angosce esistenziali alimentate dal denaro onnipotente; le fiammate di populismo che sollecitano gli egoismi nazionalisti e xenofobi; la paura di non avere un lavoro stabile, garantito prima dell’ 89, sia pure mediocremente; la diffidenza verso un’ Unione europea che non si è rivelata una terra promessa.

Il grande cambiamento è pieno di ombre. Ma l’ unificazione delle immagini salta agli occhi. Cosi come è vistoso il culto della memoria. Altro elemento unificatore dell’ Europa, che dall’ 89 ha abbattuto tanti steccati. Tante frontiere. Anche quelle della storia. A Praga ritorno nell’ antico cimitero ebraico, attirato dalla magica spettralità di quella necropoli. Voglio controllare se ricordo la ricca simbologia delle lapidi, che insieme formano un disperato esercito di pietra. Un esercito allo sbaraglio, scrive Angelo Maria Ripellino in Praga magica. Le mani benedicenti incise sullo stelo sono il segno dei sacerdoti. La brocca e la bacinella il segno dei loro coadiutori. Le forbici indicano la tomba di un sarto. Le pinze quella di un medico. L’ arpa, di un liutaio. E poi vi sono cervi, lupi, colombe, carpe, oche. Il becco di una gallina rivolto contro una testa femminile indicherebbe la tomba di un’ adultera, che il volatile sta per accecare.

Sì, la memoria funziona. Ha resistito quarant’ anni, tanti ne sono trascorsi dall’ occupazione sovietica, quando il cimitero ebraico era per alcuni di noi, cronisti, un luogo di incontro appartato. La lettura dei simboli funerari sulle lapidi secolari adesso è corale, poiché nel recinto siamo assai più numerosi noi vivi dei morti. Un’armata di turisti occupa il centro di Praga e ondeggia tra la Vltava e il ghetto che non c’ è più, lungo la via Parigi, a pochi metri dalla necropoli ebraica incantatrice della fantasia di innumerevoli pittori. E nella via Parigi riscopro la scena varsaviese di via Nowy Swiat. Vetrine da rue du Faubourg-SaintHonoré, e tanti indigeni vestiti secondo la moda del momento, tra orde di turisti scamiciati.

Anche Praga è stata imbiancata. Ripittata. Ma c’ è chi rimpiange la città sdrucita, vittima dell’ incuria e della povertà del comunismo fallimentare. Allora soffriva di un’ affascinante mestizia. Troppi sono, oggi, i cambiavalute e i pizzaioli. Estetica e politica sono in aperta tenzone. Allora Praga si difendeva dalla violenza dell’ impero sovietico con l’ ironia. Un’ ironia sottile, come diafana era la preziosa immagine della città. L’ ironia ha poi finito col trionfare, dopo l’ 89, quando Václav Havel, drammaturgo diventato un presidente democratico, si muoveva su un monopattino rosso dalla sala barocca a quella gotica del castello boemo svettante sopra Hradcany. E sostituiva la statua di Stalin, dominante la città, con quella di Michael Jackson. Havel si è ritirato da tempo a vita privata, lasciandosi alle spalle l’impercettibile scia della sua emozionante ironia.

Come a Varsavia, anche a Praga i luoghi della memoria sono stati restaurati. Il socialismo reale dedicava un’ attenzione particolare a quelli conformi alla sua interpretazione della storia. Adesso la sovranità del ricordo, come la chiama George Steiner, prevale incontrastata. Le strade e le piazze sono tappezzate di scritte commemorative e sono dedicate a uomini di Stato, militari, poeti, artisti, compositori, filosofi e santi, che erano stati radiati dalla memoria ufficiale. I nomi delle grandi famiglie nobili sono stati reintegrati con enfasi nella storia patria e riscritti sulle facciate dei palazzi. Come a Parigi o a Londra o a Roma o a Stoccolma, la toponomastica esalta i protagonisti della letteratura, della filosofia, dell’ arte, della politica, senza più la censura di un tempo che non risparmiava la storia. Una riabilitazione al tempo stesso luminosa e soffocante, perché la sovranità del ricordo commemora anche secoli di massacri e di sofferenze, di odio e di sacrifici.

Ma l’Europa è questa. A Budapest il paesaggio della riva destra del Danubio è stato restaurato con cura. A chi mi è accanto sull’ opposta sponda del fiume, proprio di fronte a Buda, dico di non ricordare troppo degradata l’ acropoli che Sándor Márai definiva, con struggente ammirazione, di una fierezza altisonante. Neppure negli anni Sessanta, quando il « comunismo al gulash», come era chiamato il regime di Kádár, cercava di far dimenticare il bagno di sangue dell’ insurrezione del ‘ 56, neppure allora i palazzi storici e lo stesso castello mi erano apparsi trascurati e logori. Ma il nuovo amico ungherese mi indica i contorni rinnovati e i colori rinfrescati del castello e delle costruzioni abbarbicate alle pendici della collina, evidenti espressioni del pensiero storico in forma di pietra. E, dietro, i vecchi quartieri raggomitolati dove i nomi delle vie rievocano o rievocavano antiche arti e mestieri degli abitanti di un tempo, anche loro risanati. I restauri nell’ aristocratica Buda, come quelli di Pest, i cui tetti erano paragonati a una foresta di color ruggine e blu acciaio, rivelano quel culto del ricordo, sia pur spesso vergognosamente trasgredito, comune ai Paesi europei a lungo divisi dalla guerra fredda.

Questo culto unificatore è una caratteristica dell’ Europa, schiacciata tra un’ Asia che si è rinnovata e potenziata cancellando le immagini del passato (i bulldozer in Cina hanno distrutto più di qualsiasi esercito nella storia dell’ uomo, per far spazio a nuove città e villaggi) e un’ America per sua natura rivolta al futuro. In memoriam potrebbe essere lo slogan del Vecchio continente, vent’ anni dopo l’ 89.

Idee ed espressioni di Sándor Márai (del quale mi accompagnano i libri) ricorrono nella conversazione con il nuovo amico ungherese, sulla riva del Danubio. Mi accorgo che gli rubiamo a volte le parole. Lo scrittore è morto suicida, sulla soglia dei novant’ anni, proprio nell’ 89, ma poco prima del crollo del Muro di Berlino e del mondo dal quale era fuggito. Viveva a San Diego, in California, e il riconoscimento come grande romanziere avvenne dopo la sua morte. Il trionfo postumo, dice l’amico ungherese, fu quello della riemersa borghesia di Budapest. Lui era misconosciuto, in quanto scrittore «borghese». L’ 89 gli ha reso giustizia.

Per la prima volta nella sua storia, l’ Europa intera applica l’ economia di mercato. Russia compresa. Sull’ autenticità di questa scelta si possono avanzare tante riserve. Le dichiarazioni di principio non si traducono sempre in realtà. E tuttavia non c’ è più antagonismo tra sistemi economici, con tutte le implicazioni ideologiche e politiche. Inoltre è la prima volta (dal 1815, ricorda lo storico Krzysztof Pomian) che l’ Europa non è più divisa in due campi, virtualmente rivali anche nei periodi di pace. Prima, i Paesi a regime parlamentare si confrontavano con le monarchie assolute o con i regimi autoritari. Poi le istituzioni democratiche si opponevano a poteri la cui legittimità si basava su principi dinastici. E infine la linea di divisione passava tra democrazie e regimi totalitari o autoritari.

Da vent’ anni c’ è un’ uniformità ideologica e politica che, per quanto superficiale e fragile, in particolare nell’ Europa dell’ Est, resta la grande realizzazione dell’ 89. La stessa Russia, nonostante la forte diversità, non agisce nel nome di un’ ideologia universale, ma spinta da quello che crede essere il suo interesse, e dal nazionalismo. L’ uniformità europea è frantumata dalla diversità linguistica. Le lingue sono più numerose dei Paesi. Sándor Márai diceva che l’ ungherese, parlato da una manciata di uomini e donne (dieci milioni sui miliardi che popolano la Terra) era la sua patria: il vero valore della vita. Per lui la lingua contava più di tutto il resto, o lo riassumeva. Molti cechi devono pensare la stessa cosa, se spinti da uno sciovinismo linguistico considerano Milan Kundera un «traditore» perché scrive ormai da anni in francese. Ben vengano traditori del genere, pensa un devoto di Joseph Conrad, nato polacco e diventato romanziere inglese.

Una semiologa e psicanalista, che si presenta come una cittadina europea di nazionalità francese, d’ origine bulgara e americana d’ adozione, Julia Kristeva, parla di individui caleidoscopici creati dal mosaico di idiomi europei. Individui pronti a sfidare il bilinguismo del globish english per capirsi tra di loro. Curiosamente il globish english, un inglese-esperanto, semplificato, articolato in tante versioni, come i vecchi dialetti, spesso incompreso da inglesi e americani, serve da elemento unificante in un continente pacificato in cui il poliglottismo è una causa di disunione. È fonte di gelosia, di odio, di nazionalismo.

C’ è il caso basco; quello belga; quello slovacco-ungherese. Per non citare che i casi più attuali, più acuti. Meno facile è elencare le grandi frustrazioni linguistiche, i conflitti latenti, sfumati, ammortizzati dall’ educazione culturale. Paul Valéry diceva che si può imparare l’ inglese in venti ore. Era una vanteria francese, prima ancora che vedesse la luce il globish english. In realtà per molti europei l’ anglo-americano contiene inconsciamente una speranza legata al ricordo delle promesse del viaggio verso Ovest. Mentre le altre lingue, tanto amate e tanto ricche di storia letteraria, sono vincolate ai luoghi della memoria, carichi di gloria e di altrettanta tristezza e sofferenza. È la tesi condivisibile di George Steiner, insegnante di letteratura in quattro lingue (tedesco, inglese, francese, italiano).

Nell’ epoca della tecnologia, l’ inglese, e in parte il suo surrogato globish, è la lingua scientifica. Quella del computer, sillabario del nostro tempo. Ma è anche la lingua dell’ 89, anno in cui si è conclusa in Europa la guerra fredda, perduta dall’ Unione Sovietica e vinta dall’ America. – BERNARDO VALLI

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