L’arte di saper osservare e studiare – 1609 / 2009: quattrocento anni dal cannocchiale di Galileo (scoperto nelle Fiandre): nasce la scienza moderna, allora in un’epoca molto complicata, tra “vecchio che resiste” e “nuovo che appare” ma fa fatica ad affermarsi (come adesso)

Galileo 40enne ritratto dal Tintoretto nel 1605-07 circa - Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642) è stato fisico, filosofo, astronomo e matematico italiano, padre della scienza moderna.  Il suo nome è associato ad importanti contributi in dinamica e in astronomia - fra cui il perfezionamento del telescopio, che gli permise importanti osservazioni astronomiche - e all'introduzione del metodo scientifico (detto spesso metodo galileiano).  Di primaria importanza furono il suo ruolo nella rivoluzione astronomica e il suo sostegno al sistema eliocentrico e alle teorie copernicane. Accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, Galileo fu per questo condannato come eretico dalla Chiesa cattolica e costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue concezioni astronomiche, nonché a trascorrere il resto della sua vita in isolamento
Galileo 40enne ritratto dal Tintoretto nel 1605-07 circa - Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642) è stato fisico, filosofo, astronomo e matematico italiano, padre della scienza moderna. Il suo nome è associato ad importanti contributi in dinamica e in astronomia - fra cui il perfezionamento del telescopio, che gli permise importanti osservazioni astronomiche - e all'introduzione del metodo scientifico (detto spesso metodo galileiano). Di primaria importanza furono il suo ruolo nella rivoluzione astronomica e il suo sostegno al sistema eliocentrico e alle teorie copernicane. Accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, Galileo fu per questo condannato come eretico dalla Chiesa cattolica e costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue concezioni astronomiche, nonché a trascorrere il resto della sua vita in isolamento

Il 2009 è stato proclamato dall’ONU Anno Mondiale dell’Astronomia e di Galileo Galilei, in onore del quarto centenario delle rivoluzionarie scoperte che quello che è considerato il padre della scienza moderna fece puntando verso il cielo il suo celebre cannocchiale. Figura controversa quella di Galileo, costretto a muoversi, lui (la sua vita) e le sue ricerche scientifiche, in un’epoca difficile, tra realtà politiche italiane ed europee frammentate e in dura competizione tra di loro, e credenze pseudo-religiose usate come strumento di potere, che lo costringono a rifiutare le sue idee pur di sopravvivere (e continuare i suoi studi). Figura (Galileo) che per qualcuno è stata fin troppo mitizzata. Galileo che “prende” molte cose, notizie, scoperte da altri… ma è indubbio che sa far sintesi, le divulga, le attrezza di contenuti e di prospettiva scientifica nuova, innovativa. Di tutto questo (di quel che egli realizza) la cosa più è interessante l’osservazione e lo studio del cielo, delle stelle, dei pianeti e della luna…e del voler dire la sua in modo nuovo: un tentativo (riuscito) di sospingere il mondo verso nuove e credibili verità scientifiche.

Diamo qui conto, con una serie di articoli secondo noi molto interessanti, sull’anno 2009 galileiano, su che senso ha ora guardare le stelle (l’astronomia)… su come usare le (ora sempre più raffinate) scoperte scientifiche di osservazione e lettura del cosmo (e del nostro pianeta), viste nel senso “micro” (dei dettagli analizzati, dei minimi particolari di un oggetto, di una cellula) e “macro” (dei grandi sistemi stellari, dei pianeti…). E sempre più, nelle nostre osservazioni quotidiane del mondo, conta riuscire a capire quando la scienza deve concentrarsi sulla ricerca e scoperta, e quando deve essere tradotta nell’applicazione pratica, per dare felicità a tutti gli esseri umani, e animali, e agli organismi naturali e ambientali presenti nella biosfera.

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…Avuta notizia, all’inizio dell’estate del 1609, che nelle Fiandre era stata realizzata una combinazione di lenti che permetteva di vedere vicine le cose lontane, Galileo Galilei si mette all’opera per realizzare lo stesso strumento. Grazie alla sua abilità tecnica, Galileo, che all’epoca era professore già da diciassette anni nell’Università di Padova, costruisce un cannocchiale di qualità ottiche eccezionali. Con una lettera datata 24 agosto 1609 egli lo presenterà al Doge di Venezia, Leonardo Donà. La gratitudine della Serenissima per quello strumento, che avrebbe permesso di scorgere vele e vascelli in lontananza, si manifesta con un immediato raddoppio  dello stipendio e la conferma a vita come professore a Padova. Questo successo sarebbe stata cosa effimera se Galileo non avesse subito compreso la potenzialità del cannocchiale, che non era tanto da utilizzare guardando la terra quanto piuttosto da rivolgere verso il cielo. La Luna, Giove, le Pleiadi e la Via Lattea sono i primi oggetti celesti verso cui Galileo punta il suo cannocchiale, scoprendo in essi caratteristiche che mai uomo prima di lui aveva visto. Successivamente osserverà il Sole, Venere e Saturno.

Le scoperte di Galileo costituiscono un duro colpo per le teorie aristoteliche allora in voga e profondamente radicate. Galileo, dimostrando che la Luna, il Sole e i pianeti non sono corpi perfetti e incorruttibili come allora si credeva e che la Terra non è il centro dei loro moti, ribalta le concezioni astronomiche del suo tempo e offre all’umanità una nuova visione dell’Universo.

Per celebrare questo evento epocale, l’ONU, seguendo le risoluzioni dell’Unione Astronomica Internazionale e dell’UNESCO, ha dichiarato il 2009 quale “Anno internazionale dell’Astronomia” con lo scopo di stimolare in tutto il mondo un rinnovato interesse per la contemplazione del Cielo e la scoperta dell’Universo… (da “Il Mattino di Padova”, di Maria Kraus, 18/10/2009)

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COSI’ E’ CAMBIATA L’ASTRONOMIA

di Anna Renda, da Il Gazzettino del 10/8/2009

Bellissima e intrigante, la regina dei cieli notturni si nasconde e si mostra in un gioco di luci e ombre che la fanno apparire con forme sempre diverse. Considerata una forza potente e misteriosa in grado di influire sul corso della vita umana, nel corso dei millenni la luna è stata il corpo celeste più ammirato e più studiato, forse perché tra tutti è quello più facilmente osservabile anche a occhio nudo.
La testimonianza più antica di questo interesse risale a 30mila anni fa quando l’uomo di Cro Magnon incise su un osso sessantanove simboli rappresentanti le fasi lunari nel corso di due mesi. Ma probabilmente è dalla notte dei tempi che gli esseri umani si sono fermati a guardarla cercando di comprenderla anche se la luna ha mostrato la sua vera faccia soltanto quattrocento anni fa quando Galileo Galilei ha cominciato a osservarla con il suo cannocchiale.
Non lo aveva inventato lui quel cannocchiale, era stato un artigiano olandese. Però lui per primo aveva pensato di potenziarlo e di usarlo per scrutare il cielo a fini puramente scientifici e non di utilità pratica come si era fatto fino a quel momento.
Quella notte del 30 novembre 1609, con quello sguardo dentro un cannocchiale puntato verso il cielo padovano, si chiudeva l’era delle ipotesi e si apriva quella della conoscenza astronomica scientifica che avrebbe portato trecentosessant’anni dopo l’uomo sulla luna, non per recuperare il senno perduto di Orlando – come s’era immaginato ottant’anni prima del cannocchiale l’Ariosto quando spedì Astolfo sulla luna a cavallo di un ippogrifo – ma a bordo di un’astronave per conoscere da vicino il satellite terrestre, per capire di che materia fosse fatto, per fare foto e prelevare alcuni campioni da portare sulla terra e studiare. Galileo ha aperto la strada a tutto questo esattamente quattrocento anni fa. Per ricordarlo il 2009 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite Anno Internazionale dell’Astronomia intorno al quale è fiorito un tourbillon di iniziative. E l’International Astronomical Union (IAU), l’organizzazione che dà il nome ai corpi celesti e che riunisce novemila astronomi professionisti di tutto il mondo, in collaborazione con l’INAF Osservatorio Astronomico di Padova, hanno deciso di festeggiare la ricorrenza a Venezia con un simposio e una mostra.
Nel corso del convegno intitolato “L’astronomia e i suoi strumenti prima e dopo Galileo” tenutosi a San Servolo dal 28 settembre al 3 ottobre, i big dell’astronomia mondiale hanno tentato di dare anche alcune risposte ai problemi più attuali e urgenti come quello dell’individuazione degli osservatori astronomici storici che oggi rischiano di venire modificati o distrutti per far spazio agli strumenti proposti dalle più moderne tecnologie.
“Attualmente soltanto il Royal Observatory di Greenwich è nella lista dei beni tutelati dall’UNESCO,” precisa Luisa Pigatto, docente di Astronomia storica all’Università di Padova e curatrice sia del simposio che della mostra “ma il rinnovamento tecnologico, seppur giustificato, non può cancellare importanti testimonianze dello sviluppo dell’astronomia, avvenuto in differenti periodi e contesti culturali, che non potrebbero più essere recuperate”.

Perché la storia dell’astronomia ha una parte fondamentale nella storia dell’uomo che da Galileo in poi, nonostante le resistenze opposte dalla Chiesa, avrebbe cercato attraverso la ricerca empirica di capire l’universo in cui vive e il posto che occupa liberandosi per sempre delle credenze e delle fantasie del passato. Ma quale importanza avrebbe oggi la conoscenza dell’astronomia per l’uomo comune nella vita di tutti i giorni? Luisa Pigatto non ha dubbi “una volta soddisfatte le esigenze primarie della sopravvivenza, l’acquisizione della conoscenza del mondo che ci circonda dovrebbe essere il senso principale dell’esistenza umana. Se si ammirasse di più la bellezza del cielo stellato e si rincorresse meno l’accumulo di beni terreni (a parte i fanatismi), ci sarebbe più modo di sviluppare una società giusta e pacifica”. Dunque la scienza non ha distrutto i valori umani più importanti che restano scritti in alto come un indelebile messaggio evangelico. Ancora una volta basta alzare gli occhi al cielo… non col rosario in mano ma col cannocchiale.

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Dai primi disegni agli atlanti “in diretta”

di Anna Renda, da “Il Gazzettino” del 10/8/2009
“Galileo, Venezia e la luna” appaiono insieme nel titolo della mostra iconografica (dal 19 ottobre al 16 novembre a Palazzo Zorzi a Venezia, e da dicembre 2009 a gennaio 2010 ad Asiago) inaugurata il 27 settembre scorso in occasione del simposio internazionale di astronomia. Un titolo che fa pensare. Perché se per Galileo e la luna l’associazione appare evidente, che cosa lega Galileo a Venezia e Venezia alla luna? Quando si pensa a Galileo nel Veneto, infatti, viene subito in mente Padova dove lo scienziato pisano insegnò per diciotto anni dal 1592 al 1610. E quando si mettono insieme Venezia e la luna si pensa alle suggestioni di una notte romantica in laguna. Ma queste tre parole insieme acquistano un significato preciso perché il rapporto che Galileo ebbe con Venezia fu fondamentale per lo sviluppo dell’astronomia e per la divulgazione della conoscenza scientifica soprattutto della luna della quale fu a Venezia che si rivelò al mondo intero per la prima volta il vero aspetto.
Sì, perché sebbene sia stato a Padova che quattrocento anni fa, quella notte del 30 novembre 1609, Galileo ha cominciato a osservare con il cannocchiale il cielo, e la luna in particolare, è a Venezia che tre mesi e mezzo dopo, il 13 marzo 1610, ha dato alle stampe il “Sidereus nuncius” che raccoglieva le straordinarie scoperte fatte e le presentava con uno stile argomentativo innovativo che caratterizza ancor oggi gli scritti di carattere scientifico.   Le novità che Galileo presentava erano di portata rivoluzionaria, in particolare annunciava e illustrava con cinque acquerelli che egli stesso aveva realizzato, che la luna non era liscia come si era creduto fino a quel momento ma tutta corrugata, composta da vallate, monti e crateri, un corpo solido, come la terra, che doveva essere esplorato, mappato e battezzato.

Questo piccolo trattato di astronomia pubblicato in 550 copie a Venezia, presso lo stampatore Tommaso Baglioni, divenne subito famoso in tutto il mondo, a Mosca, in India e dopo tre anni una sua sintesi fu tradotta in lingua cinese. Comincia dunque tutto da lì, da Galileo, da Venezia e dalla luna: da allora l’astronomia non si sarebbe più fermata. Guidato dalla quella stessa sete di conoscenza, trecentosessanta anni dopo, il 20 luglio 1969, l’uomo avrebbe posato per la prima volta il suo piede sulla luna per vederla e studiarla da vicino.
Nella mostra “Galileo Venezia e la luna” è ricostruito per intero il percorso di conoscenza scientifica del satellite terrestre compiuto dall’uomo in quattrocento anni, dai primi disegni della luna che lo scienziato eseguì fin dai primissimi giorni di osservazione del cielo con il cannocchiale, alle mappe lunari realizzate nei secoli successivi che mostrano l’evoluzione e il successivo perfezionamento delle ottiche per cannocchiali, fino ai più recenti grandi atlanti fotografici della luna con riprese in diretta della superficie lunare.
Ma anche la scelta logistica in tre tappe successive di esposizione del materiale iconografico simboleggia un percorso, quello dell’astronomia in generale intesa come scienza, partita da Venezia con la pubblicazione del “Sidereus nuncius” e idealmente arrivata a Cima Ekar sull’altopiano di Asiago che ospita uno dei più grandi telescopi della moderna ricerca astronomica.

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Galileo, Venezia e il cannocchiale. I documenti svelati

di Giorgio Cecchetti – da “il Mattino di Padova” del 29/9/2009

Pochi sanno che il 2009 è diventato l’Anno internazionale dell’Astronomia perchè quattro secoli fa, esattamente il 25 agosto 1609, Galileo Galilei offriva alla Serenissima Repubblica «un nuovo artifizio di un occhiale cavato dalle più recondite speculazioni di prospettiva, il quale conduce gl’oggetti visibili così vicini all’occhio et così grandi et distinti gli rappresenta, che quello che è distante verbi grazia nove miglia ci apparisce come se fusse lontano un miglio solo».

Quel cannocchiale, via via nei secoli, offrirà sempre più e meglio all’uomo di esplorare lo spazio profondo. E il 28 settembre (fino al tre ottobre) scorso si è tenuto un convegno intitolato “L’astronomia e i suoi strumenti prima e dopo Galileo” a San Servolo a Venezia, dove  un centinaio di studiosi hanno discusso di questo tema (appunto «Astronomy and its instruments before and after Galileo»).  Tra gli scopi dell’assise planetaria convocata a Venezia, vi è quello di arrivare, prima che sia troppo tardi, alla ricognizione e soprattutto alla tutela del patrimonio culturale che, in ogni parte del mondo, costituisce testimonianza dello sviluppo dell’astronomia in diversi contesti culturali. Dalle antiche Specole europee, ai siti astronomici delle civiltà precolombiane, dell’antica Cina, India, di talune aree dell’Africa e dell’Oceania, alle importantissime testimonianze della ricerca astronomica nel mondo islamico.

E la mostra (“L’astronomia e i suoi strumenti prima e dopo Galileo”) consente di prender visione dei documenti, conservati in originale nell’antico convento francescano, che testimoniano i rapporti intercorsi tra Galileo e la Repubblica di Venezia, un sodalizio durato ben 18 anni, dal 1592 al 1610, in cui l’illustre scienziato fu titolare della cattedra di matematica presso l’Università di Padova, allora chiamata «Studio», grazie anche alla sua offerta di costruire per Venezia il nuovo artifizio.

In quella stessa lettera Galileo spiega quale utilizzo potesse essere fatto della sua invenzione: «Cosa che per ogni negozio et impresa marittima e terrestre può essere di giovamento inestimabile, potendosi in mare in assai maggior lontananza del consueto scoprire legni et vele dell’inimico, sì che per due ore et più di tempo possiamo scoprire lui, che egli scuopra noi».

La Serenissima, comunque, gli fu grata tanto che pochi giorni dopo il Senato accolse l’offerta e riconfermò a Galileo l’insegnamento di matematica a Padova con uno stipendio annuo di mille fiorini, cifra davvero astronomica per l’epoca.

Ma prima di accettarlo i veneziani vollero provare il canocchiale e così con lo stesso scienziato con ben sette patrizi salirono sul campanile di San Marco per appurare se davvero ciò che affermava Galileo corrispondesse al vero.  E all’Archivio di Stato è possibile prendere visione di un’altra esposizione documentaria, dedicata agli «Ingegnosi artificii», ovvero alle numerose invenzioni che nel corso dei secoli vennero proposte alla Serenissima da acutissimi ingegni, in adesione alla legge promulgata dal Senato il 19 marzo 1474, tuttora riconosciuta in Europa come la prima legge sui brevetti, intesa secondo l’accezione moderna, visto che prevedeva il riconoscimento del diritto di invenzione e la tutela della proprietà intellettuale. – Giorgio Cecchetti

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Teatro e rappresentazioni galileiane

La vita di Galileo secondo Brecht e Branciaroli

da “il Mattino di Padova” del 10/12/2008 – di Alessandra Lionello

Galileo e il conflitto tra la salvezza e la fedeltà alla sua dottrina. Come Amleto e il suo dubbio, Edipo e la ricerca della verità, Antigone e le sue leggi interiori. Anche Galileo è divenuto un’icona e ha generato riflessioni ben oltre il suo tempo. E giudizi, di assoluzione o di condanna, ben oltre il processo che subì davvero. E che si concluse, com’è noto, con l’abiura. Abiurare voleva forse dire proteggere in qualche modo le sue scoperte e i suoi discepoli, o forse lo scienziato pisano che insegnò a Padova scelse solo per la sua salvezza. Brecht ci lavorò a lungo, e tra il 1938 e il 1943 scrisse almeno tre versioni di Vita di Galileo. Quella definitiva è un testo carico di presagi. E per Antonio Calenda, che ha curato la regia dello spettacolo omonimo interpretato da Franco Branciaroli è «impossibile non correlarla con l’atteggiamento di certi scienziati che proprio in quegli anni si rendevano indirettamente colpevoli del disastro di Hiroshima, mettendo a disposizione di uomini comuni e della politica di potenza i loro studi sulla scissione dell’atomo».  Ed è impossibile, sempre secondo il regista, non ricordare le osservazioni di Brecht sulla scelta di Robert Oppenheimer e di quei fisici che, al contrario, rinunciarono a incarichi di prestigio pur di non cedere alle richieste di governi dediti alla guerra. I conflitti di Galileo, come aveva già anticipato Strehler nel 1963, sono i conflitti di oggi, che è il futuro oscuro e inquietante di Brecht. L’allestimento di Calenda, coprodotto dal Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia e Teatro de Gli Incamminati, opta per una scena che funge da cosmo e da mente, nella quale la piccolezza dell’uomo, paragonata all’immensità del cosmo, spicca quale esito della rivoluzione copernicana.

Il paradigma tolemaico crollò sotto i colpi dell’osservazione galileiana, ma la Chiesa non accettò di rinunciare al geocentrismo, che comportava un ruolo privilegiato per la Terra e per l’uomo, creatura divina. E l’Inquisizione processò Galileo e lo costrinse all’abiura.  Nel testo di Brecht la condanna per la scelta dello scienziato è leggibile, ma prima di tutto emerge la sofferenza che lacera la sua coscienza. Anche per questo Galileo è icona dell’uomo di oggi, infinitamente piccolo e casuale nell’infinito cosmo, e figlio di una verità ridotta, limitata a ciò che è dimostrabile.  (Alessandra Lionello)

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L’ oscuro segreto del cosmo

di Elena Dusi, da “la Repubblica” del 9/8/2009

Accade una volta l’anno, d’estate. È la notte in cui ricordiamo che l’ altra metà della terra è il cielo, che il nostro sguardo può arrivare lontano e che tra noi e le stelle non c’ è differenza, almeno negli ingredienti. Accade quando ai duemila punti luminosi che possiamo vedere in una notte d’ estate e che forniscono «la stessa illuminazione di una lampada da cinquanta candele alla distanza di quattrocento metri», secondo la stima che l’ astronomo Gino Cecchini fece mezzo secolo fa, si aggiunge lo sciame delle Perseidi: le stelle cadenti della notte di San Lorenzo.

Ma afferrare la natura delle stelle è questione più complicata che non posarvi sopra lo sguardo per un momento. Qualcuno ha calcolato che vediamo duemila stelle in una notte e seimila nel percorso della volta celeste in un anno, ma che nella nostra galassia i punti luminosi arrivino a cento miliardi e che altrettante siano le galassie nell’ universo. Nelle notti d’ agosto la pioggia delle Perseidi ci spinge ad alzare lo sguardo e a porci domande a metà strada tra l’ astrofisica e la poesia Un esercizio cominciato giusto quattrocento anni fa con Galileo Galilei ( segue dalla copertina).

Per districarsi non basta il telescopio del monte Palomar, che raccoglie la stessa radiazione di un milione di occhi umani. E così, in un universo fatto di luci e di ombre, va a finire che siano le seconde a prevalere. Non che l’ oscurità sia un problema per gli astronomi, anzi. Lo è semmai il suo contrario, come dimostra il big bang con la sua luce troppo intensa per essere costretta in una legge della fisica. È tra le pieghe più buie dell’ universo che oggi ci si arrovella per tentare di spiegare quella materia e quell’ energia oscura che nessuno vede e che eppure esiste, perché così ci assicurano le geometrie degli astri che si muovono sul tavolo da biliardo del cosmo.

Così, dimenticata la luce come occhio umano la intende, è su altre onde che i telescopi di oggi sono sintonizzati. Raggi X, raggi gamma, microonde, particelle e antiparticelle – molte delle quali residui della grande esplosione iniziale che da quattordici miliardi di anni corrono lungo l’ universo – sono i nuovi protagonisti di quella che è stata chiamata l’ astronomia dell’ invisibile. Forse l’ unica scienza che mentre viaggia lontano nello spazio viaggia anche lontano nel tempo e cerca di avvicinarsi il più possibile all’ origine, con lo scopo di immaginarsi come sarà la fine.

Che cosa rimane delle stelle ai tempi dell’ astronomia dell’ invisibile? «Eccole, ci sono sempre. Possiamo guardarle da qui», dice Paolo De Bernardis, l’ astrofisico della Sapienza di Roma che nel 1998 ha lanciato dall’ Antartide il pallone Boomerang per raggiungere l’ esterno dell’ atmosfera e raccogliere le microonde che formano la radiazione cosmica di fondo, ovvero l’ eco del big bang. Accende uno schermo nero con ascisse, ordinate e grafici che schizzano in su e giù: «Questi sono i dati che il satellite Planck ha appena iniziatoa trasmetterci dallo spazio. Nei diciotto mesi in cui resterà in orbita, dovrà scandire l’ intero arco del cieloe disegnare una mappa della distribuzione della radiazione cosmica di fondo. Dal suo tracciato otterremo un’ immagine dell’ universo primordiale».

Furono proprio le microonde “eco del big bang”, scoperte per caso nel 1964 da due radioastronomi piuttosto infastiditi da un sibilo persistente nelle loro antenne, a suggerire per prime l’ idea di un universo in costante espansione il cui passato, per forza di logica, doveva finire col convergere in un unico punto. E mentre Planck con pazienza raccoglie dati nel punto più freddo dell’ universo («solo un decimo di grado sopra allo zero assoluto», dice De Bernardis), il telescopio Agile, figlio di Agenzia spaziale italiana, Istituto nazionale di astrofisica e Istituto nazionale di fisica nucleare, segue il sentiero della sua orbita con a bordo un “occhio” sensibile ai raggi X.

Il suo collega Herschel disegna la mappa del cosmo nei colori dell’ infrarosso e il satellite Fermi osserva lo stesso panorama, ma con la sensibilità per i raggi gamma. «Tutte queste onde ci raccontano la storia dell’ universo. Ognuna lo fa con il suo linguaggio, ma il messaggio che sta alla base è identico», spiega Piergiorgio Picozza dell’ università di Tor Vergata, il padre di quel satellite Pamela costruito in collaborazione con l’ Infn e con l’ Asi che a marzo nella grammatica delle onde ha colto i primi segnali della materia oscura. «In fondo con il big bang è cominciato un grande esperimento fatto dalla natura e che noi non riusciamo ancora a interpretare.

Possiamo studiarlo per capire come si muovono stelle e galassie. Ma possiamo andare oltre, e porgli domande più profonde. Per esempio qual’è la natura della materia e dell’ energia oscura, che compongono il ventitré e il settantatré per cento del cosmo e che noi non riusciamo in nessun modo a interpretare». L’ enorme buco nero della nostra conoscenza nasce nel cielo, ma finisce per toccare la Terra. «Per quel che ne sappiamo la materia è fatta di atomi: protoni, neutroni, elettroni.

Ebbene, ci siamo resi conto che con questo modello riusciamo a spiegare solo il quattro per cento di ciò che ci circonda nell’ universo. Il resto? Sulla materia oscura abbiamo qualche idea. Per l’ energia oscura non riusciamo nemmeno a immaginare una soluzione», allarga le braccia Antonio Masiero, direttore dell’ Infn di Padova. «Le stelle», conclude De Bernardis, «continuiamo a guardarle, ma non è più da loro che vengono le domande difficili».

E, come quando la luce è troppo forte e ci si schermano gli occhi con la mano, c’ è chi una soluzione prova a cercarla mettendosi il cielo alle spalle e cercando riparo sottoterra. «Potrà sembrare bizzarro, visto che abbiamo millequattrocento metri di roccia sulla testa, ma qui fra le altre cose studiamo il Sole», dice Eugenio Coccia, direttore dei Laboratori del Gran Sasso dell’ Infn. «La fusione nucleare che avviene al suo interno emette neutrini. E queste particelle, che sono le più diffuse nell’ universo, potrebbero rappresentare l’ ago della bilancia del nostro destino. La loro massa rappresenta probabilmente la differenza fra un universo che si espande all’ infinito e uno che torna a contrarsi per finire in un big crunch».

Dei telescopi sotto alla montagna abruzzese, che esattamente vent’ anni fa venne dedicata alla ricerca, oggi non mancano gli emuli. Come IceCube, uno strumento che per vedere i neutrini si fa schermare da uno strato di ghiaccio dell’ Antartide spesso millequattrocento metri. O l’ esperimento italiano Nemo, che cerca riparo dalle radiazioni dell’ ambiente accucciandosi sul fondo del mare al largo di Capo Passero. «Non c’ è nulla di strano», sorride Coccia, «se già Aristotele parlava di un gruppo di pazzi che si avventuravano nelle profondità delle caverne per osservare le stelle. Noi siamo i loro eredi. Guardiamo la luce che entra dall’ imboccatura, si riflette sulla superficie dell’ acqua e ci racconta come è fatto il cielo». – ELENA DUSI

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Gli occhi di Galileo e la Luna di cristallo

di Piergiorgio Odifreddi, da “la Repubblica” del 9/8/2009

Il 7 gennaio 1610 Galileo scrisse una lettera ad Antonio de’ Medici che raccontava brevemente ciò che aveva incominciato ad osservare in cielo con uno dei suoi cannocchiali esattamente quattrocento anni fa, a partire dalla fine dell’ estate del 1609. La lettera terminava con una notizia di giornata: «Questa sera ho veduto Giove accompagnato da tre stelle fisse, totalmente invisibili per la loro piccolezza». E notava con comprensibile e giustificato orgoglio: «Possiamo credere di essere stati i primi al mondo a scoprire da vicino e così distintamente qualche cosa dei corpi celesti».

Fu il primo storico accenno alle scoperte che sarebbero state annunciate con dovizia di particolari il 12 marzo seguente al mondo intero, nella prima grande opera dello scienziato, il Sidereus Nuncius, “Messaggio (o Messaggero) Celeste”, in cui ai satelliti di Giove veniva assegnato il nome di Astri Medicei. ( segue dalla copertina) Una scoperta che, come Galileo capì immediatamente, confutava definitivamente la centralità della Terra per i moti celesti, e avrebbe potuto e dovuto aprire la via all’ accettazione del sistema copernicano.

Egli inviò dunque subito una copia del Sidereus Nuncius e la richiesta di un parere a Keplero, che le ricevette l’ 8 aprile 1610. In soli undici giorni questi rimandò una Discussione col Nunzio Sidereo in cui difendeva e appoggiava Galileo, pur criticandolo per aver voluto dare l’ impressione di aver fatto tutto da solo, tacendo i nomi di tutti i suoi predecessori (a parte Copernico).

L’ ingrato Galileo non si degnò invece di rispondere alla richiesta di Keplero di poter avere uno strumento per confermare personalmente i dati, e questi dovette attendere fino all’ agosto 1611 per riuscire a procurarsene uno. Ma non appena l’ ebbe, in altri dieci giorni di osservazioni confermò l’ esistenza dei pianeti medicei e scrisse generosamente e immediatamente una Relazione sulle proprie osservazioni dei quattro satelliti di Giove per testimoniarlo. Già prima della Relazione di Keplero, Galileo aveva avuto un importante riconoscimento scientifico dai matematici gesuiti del Collegio Romano, dai quali si era recato nella primavera del 1611: essi lo ricevettero con tutti gli onori, e lodarono il Sidereus Nuncius in un’ orazione pubblica. E a Roma lo scienziato toscano fu osannato da nobili e prelati: in particolare, fu arruolato dal principe Federico Cesi nell’ Accademia dei Lincei, da lui fondata nel 1603, e fu esonerato da Paolo V dall’ obbligo di rimanere inginocchiato al suo cospetto, durante un’ udienza.

Ma non tutti accettarono così entusiasticamente le nuove scoperte. Un tal Ludovico delle Colombe, ad esempio, in una lettera del 27 maggio 1611 a padre Cristoforo Clavio, si arrampicò sui vetri sostenendo che la Luna sembrava avere asperità simili a quelle terrestri, ma in realtà queste erano come «figure di smalto bianco dentro una gran palla di cristallo». Al che Galileo si divertì a ribattere, in una lettera del 16 luglio 1611a Gallanzone Gallanzoni, che se era lecito immaginarsi ciò che faceva comodo, allora lui avrebbe accettato di crederea questa sfera trasparente di cristallo, ma avrebbe sostenuto che non era liscia, bensì con montagne immense e trenta volte più alte di quelle terrestri. Nel frattempo egli era però già andato oltre il Sidereus Nuncius con le sue scoperte. In una lettera del 30 luglio 1610 informò Belisario Vinta che «la stella di Saturno non è una sola, ma un composto di tre, le quali quasi si toccano, né mai tra loro si muovono o mutano». A Giuliano de’ Medici e Keplero mascherò invece la notizia di questa «stravaganza» nell’ anagramma smaismrmilmepoetaleumibunenugttauiras, da risolvere come: altissimum planetam tergeminum observavi, cioè «ho osservato che il pianeta più alto è triplo».

Galileo era stato indotto a credere che Saturno fosse “trigemino” dalla bassa risoluzione del suo cannocchiale a venti ingrandimenti. Con uno a cinquanta ingrandimenti Christian Huygens scoprirà poi nel 1655 che il pianeta ha un anello sottile e piatto, e possiede anch’ esso un satellite che chiamò Titano. Nel 1671 Giovanni Cassini scoprirà a sua volta altri due satelliti, Giapeto e Rea, e capirà che gli anelli sono in realtà più d’ uno, concentrici e complanari. Tornando a Galileo, nel settembre del 1610 egli si trasferì da Padova a Firenze, dov’ era stato assunto come «matematico primario allo Studio di Pisa e filosofo del Serenissimo Gran Duca», con una cattedra quale sognano tutti i professori: senza dover, cioè, né insegnare né far esami.

Lo scienziato continuò le sue osservazioni e l’ 11 dicembre 1610 annunziò a Giuliano de’ Medici un’ ulteriore scoperta con l’ ulteriore anagramma haec immatura a me iam frustra leguntur oy, cioè «queste cose immature sono da me raccolte invano», da risolvere come: Cynthiae figuras aemulatur mater amorum, cioè «la madre degli amori (Venere) imita le figure di Cinzia (la Luna)». Keplero provò a decifrare sia questo che il precedente balzano annuncio «in lettere trasposte», proponendo soluzioni sbagliate rispetto alle intenzioni di Galileo, ma fortunosamente corrette alla luce degli sviluppi successivi. Precisamente, nel primo caso salve umbistineum geminatum Martas proles, cioè «salve, o gemelli furiosi, figli di Marte», che anticipava la scoperta nel 1877 dei due satelliti di Marte (Phobos e Deimos).

E nel secondo caso macula rufa in Iove est gyratur mathem etc ., cioè «c’ è una macchia rossa su Giove che gira matematicamente», che anticipava la scoperta di una «macchia permanente» avvistata da Cassini nel 1665 e visibile fino al 1713, e della Grande Macchia Rossa (ri)avvistata nell’ Ottocento. Quanto alle fasi di Venere da lui osservate, Galileo rilevò in una lettera a Giuliano de’ Medici del primo gennaio 1611 che esse non erano tanto una scoperta, quanto un «veder col senso stesso quello di che non dubitava l’ intelletto»: in base alla teoria eliocentrica, infatti, tutti i pianeti girano intorno al Sole e devono dunque comportarsi allo stesso modo in cui si comporta la Luna girando attorno alla Terra. E sia Galileo che Keplero sapevano vedere, con l’ occhio della mente, ben al di là di quanto permettesse loro di vedere il cannocchiale con l’ occhio del corpo.

Nessuno dei due poté infatti recarsi sulla Luna di persona per intuire come si sarebbe vista di là la Terra, ma entrambi descrissero ugualmente lo spettacolo nei loro libri: rispettivamente, nella prima giornata del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, e nel romanzo di fantascienza Sonno. I variopinti risultati della loro immaginazione, oggi confermati dalle testimonianze degli astronauti che quarant’ anni fa misero per la prima volta il piede sul nostro satellite, superano ogni sbiadita invenzione poetica. Da un lato, la Terra ha nel cielo della Luna fasi uguali e contrarie a quelle che la Luna ha nel cielo della Terra. Dall’ altro lato, poiché la Luna mostra sempre la stessa faccia alla Terra, questa si può vedere soltanto dalla faccia a noi visibile della Luna e, dove si vede, appare fissa nel cielo.

Il che significa che chi si trovi sulla faccia visibile della Luna in un periodo di Terra piena, può osservare «questo globo fatal», immobile nel cielo, ruotare nel corso di ventiquattro ore: una meravigliosa dimostrazione visiva del moto di rotazione terrestre, che potrebbe far esclamare a un autocosciente poeta lunare: «Che fai, tu, Terra, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa Terra?». I terrestri poeti dell’ inconscio, invece, della Luna sanno soltanto una cosa: che c’ è. Ma anche quelli dilettanti di astronomia non sanno molto di più, visto che persino il Leopardi amante di Galileo continuava a scrivere ignaro nel 1819 che la Luna «da nessuno cader fu vista mai se non in sogno» ( Canti, XXXVII, 17-18), benché fin dal 1687 Isaac Newton avesse non solo composto il verso: «La Luna cade continuamente verso la Terra» ( Principia, III, 4), ma anche calcolato esattamente di quanto essa cade: fatte le debite proporzioni, esattamente della stessa quantità di cui cade una mela nello stesso tempo qui da noi. Il che dimostra che c’ è più poesia sparsa nei libri di scienza di quanta ne possano raccogliere i letterati nelle loro antologie, e che non basta guardare e cantare il cielo per vederlo e capirlo. – PIERGIORGIO ODIFREDDI

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Un libro su Galileo

VITA DI GALILEO EROE LAICO E IMPERFETTO

di Miche Smargiassi, da “la Repubblica” del 6/10/2009

Sfortunato il laico che ha bisogno di eroi, perché troverà solo eroi laici, cioè imperfetti e criticabili. L’ altare su cui Piergiorgio Odifreddi istalla il suo Galileo è scivoloso, e non potrebbe essere altrimenti per un libro che, come altri del matematico impertinente nonché ateologo militante, è un atto d’ accusa contro gli ipse dixit e l’ arroganza dell’ autorità per diritto divino.

Ma nello sforzo di non santificare il più celebre martire del libero pensiero succede che, a lettura terminata, l’ esclamativo titolo Hai vinto, Galileo! (Mondadori, 120 pagine, euro 17,50) più che di gioioso omaggio si colori di affettuosa ironia. Il sidereo annunziatore di verità eretiche, l’ uomo che fermò il sole in cielo sfidando i pontefici, nel ritratto di Odifreddi fatica a reggere il passo del proprio mito: geloso delle proprie scoperte e pronto a rivendicarne «lamentosamente» la priorità, magari a torto, ingrato verso i suoi precursori, opportunista, incostante, talora pronto al compromesso, talaltra inutilmente temerario, qualche volta sopravvalutato ( Il Saggiatore è «un libro memorabile per non esserlo»), non di rado alle prese con problemi «troppo difficili per i suoi mezzi» a costo di «ottusi errori» e, al contrario di Keplero, «più grande sperimentatore che grande teorico».

Difficile non notare che il vero eroe del libro di Odifreddi è un altro: Giordano Bruno, che non abiurò, laico senza macchia ancorché piuttosto arrostito. Si può indovinare che questa desacralizzazione del mito di Galileo risponda a un preciso scopo retorico: far risaltare ancora di più, al confronto con la “normalità” di un uomo dotato di retta ragione e passione per la conoscenza, ma anche figlio del suo tempo e pronto al cedimento, l’ enormità del torto e l’ intollerabilità della repressione che fu costretto a patire dall’ Inquisizione. Del resto il libro di Odifreddi non nasce per colmare una lacuna, neppure divulgativa, nella conoscenza della vita e dell’ opera di Galileo Galilei.

Si tratta piuttosto di una vindicatio laica rivolta apertamente all’ oggi, di un giù-le-mani contro le «lacrime di coccodrillo» del tardivo pentimento vaticano, come dimostra il pamphlettistico finale nel quale la rivolta dei professori della Sapienza contro la visita papale del gennaio 2008 viene rivendicata come legittimo contrappasso: «Per una volta, nel nome di Galileo è stato zittito l’ erede di coloro che per secoli, dal Sant’ Uffizio e dalla Cattedra di Pietro, hanno zittito lui».

Più che un’ agiografia di Galileo, dunque, il volume di Odifreddi è una teratologia della Chiesa. Legittima,e anche fondata: è impossibile per una coscienza libera non provare orrore per le falsità curiali, le doppiezze papali, la ferocia degli inquisitori, la vergogna dell’ abiura imposta con la minaccia capitale, vero «peccato originale della scienza moderna»; giusto e necessario ricordare che i pentimenti non cancellano i delitti dal libro della storia.

Ma fermandosi qui si finisce per trascurare la ricerca di spiegazioni più complesse e profonde della semplice contrapposizione tra “libertà di pensiero” e “oscurantismo clericale”. Tirare Galileo per il pastrano nelle dispute odierne comporta rischi di semplificazione storica. Così come il pavido Galileo di Brecht soffre nei panni del renitente alla lotta di classe, l’ imperfetto Galileo di Odifreddi non sa riempire quelli del portabandiera del progresso schiacciato dal tallone della superstizione. Del resto già mezzo secolo fa un notevole studioso di Galileo, Giorgio de Santillana, non sospetto di oscurantismo, faceva notare che il gran pisano fu tutt’ altro che un nemico della fede e della Chiesa, che tutti i suoi protettori, collaboratori e discepoli erano chierici, che la sua epistemologia si ispirava all’ «idealismo matematico e al platonismo pitagoreggiante», cioè alla tradizione filosofica classica, almeno quanto si fondava sull’ osservazione sperimentale.

Ben più spericolata, al confronto, era la rivoluzione ideologica che negli stessi anni stavano conducendo le gerarchie romane, impegnate a forgiare ex novo, su basi teologiche ardite, la novità dirompente dell’ assolutismo moderno. Operazione odiosa sul piano politico e morale, ma innovativa su quello della dialettica storica. «In quel momento ambiguo», arrivò ad affermare de Santillana polemizzando proprio con chi voleva trasformare Galileo in un «futuristico» alfiere del laicismo, «è Galileo che sta per l’ antico, e il Pontefice per il moderno».

Anche il laico e antidogmatico Antonio Banfi, poi, riconosceva che a Galileo mancò «una precisa coscienza di una missione ideale» per incarnare la figura di portabandiera impavido della Ragione. Il limitato Galileo di Odifreddi tiene conto di queste precauzioni: tanto che alla fine l’ aureola di eroe laico gli traballa laicamente sul capo. (Michele Smargiassi)

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Galileo Galilei, il cannocchiale e l’ottica geometrica euclidea

da “il Mattino di Padova” del 27/9/2009

Venezia, agosto 1609. Presentando al Doge Leonardo Donà il suo cannocchiale, nuovissimo strumento con il quale si potevano vedere come vicine le navi ancora lontane nel mare, Galileo Galilei parla di «un Occhiale cavato dalle più recondite speculazioni di prospettiva».

Una frase che ha fatto dibattere a lungo gli studiosi e convinto molti che il celebre scienziato toscano «non sapesse quello che diceva».  Non era così. Galileo, allora quarantacinquenne, aveva una perfetta conoscenza di quella che oggi viene definita l’ottica geometrica, teorizzata da Euclide nel III secolo avanti Cristo.

E la conferma arriva ora da alcune annotazioni autografe di Galileo scoperte dalla storica della astronomia Luisa Pigatto in un’edizione cinquecentesca dell’Ottica di Euclide. Il libro, prima edizione italiana del celebre testo tradotto dal greco e pubblicato a Firenze nel 1573 da Egnazio Danti cosmografo del Granduca di Toscana Cosimo I, era custodito nella Biblioteca del Seminario Vescovile di Padova dove viene conservata anche la copia personale di Galileo del Dialogo dei Massimi Sistemi del mondo, anche quella con molte annotazioni manoscritte delle quali però – precisa la studiosa, che è docente di Astronomia storica all’Università di Padova – già si conosceva l’esistenza. Intitolato Prospettiva (il termine con il quale nell’italiano dell’epoca si traduceva la parola greca per “ottica”) il testo veniva ritenuto all’epoca un utile e indispensabile manuale nell’insegnamento dell’arte del disegno.

Galileo, che in gioventù frequentò l’Accademia di disegno, lo lesse e l’annotò, ricostruisce Luisa Pigatto, quando aveva 18-20 anni. E di quegli studi fece tesoro, applicandoli poi al suo cannocchiale.  Grazie alle annotazioni ritrovate, spiega la studiosa padovana, si capisce che «proprio con quella frase che fece pensare a studiosi importanti come Antonio Favaro che non capisse nulla di ottica, Galileo voleva in realtà sottolineare che il suo cannocchiale ingrandiva gli oggetti facendoli sembrare più vicini, “in conformità ai teoremi dimostrati nell’opera euclidea” e che quanto si vedeva attraverso il nuovo strumento era dunque la realtà e non una illusione».

La scoperta, anticipa Pigatto, verrà illustrata la prossima settimana a Venezia nell’ambito del convegno internazionale di studi «L’astronomia e i suoi strumenti prima e dopo Galileo», organizzato dall’Osservatorio astronomico di Padova e dall’International Astronomical Union (Iau) all’Isola di San Servolo dal 28 settembre al 3 ottobre.

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